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La Macchina,
il Fiore del Cielo, avanzava oscillante. Maestosa, naturalmente.
Alta come una guglia gotica o la punta di un’astronave, radiosa di
lampade e fiamme. La folla faceva ala, accompagnava con le mani il
rullo dei tamburi che dava il ritmo alla banda musicale e alla
marcia; la folla osannava, invocava, piangeva, gridava. La Macchina,
immensa e sfarzosa, navigava nelle strade colme di gente e fra i
palazzi imbandierati e addobbati con tappeti e arazzi. Navigava
lenta ma sicura, sorretta dai duecento Facchini interamente vestiti
di bianco, il capo coperto da una bandana ugualmente bianca e
alcuni, i Ciuffi, di pelle rossa, fasciati alla vita da una
splendente fusciacca vermiglia. La Macchina di Santa Rosa andò,
scese, s’arrampicò sull’ultima ardua salita, tornò al Santuario.
Dove sarebbe rimasta esposta per alcuni giorni.
La folla, la gente, pian piano si ritirò. I Viterbesi tornarono alle
loro case, i forestieri partirono; le vie della città furono
riconsegnate al silenzio e alla quiete della notte.
Arduino però, cosa che del resto gli accadeva una sera sì ed una
sissignore, aveva bevuto un tantinello, e ora se ne tornava
barcollando verso lo scantinato in cui abitava nel quartiere di
Piano Scarano. Inciampò in qualcosa di ingombrante, cercò di
ritrovare l’equilibrio ma non ce la fece, cadde bocconi sul fagotto
che era stata la causa del mal passo. Cercò di rialzarsi ma la sua
mano destra finì sulla cosa. La ritrasse inorridito: benché ciucco
aveva ’nteso al tasto, indovinato al contatto, la sostanza di una
faccia umana. La sbornia gli passò di colpo. Si mise seduto sul
selciato, guardò meglio, mosse un poco il fagotto, lo voltò. Cristo!
mormorò. Ma è Miglio! Si alzò, si guardò intorno, cercò se ancora
alcuno si aggirasse per le strade. Erano le due e trentacinque, non
c’era più nessuno. Però…
Però s’avvide che una finestra al primo piano della casa lì di
fronte, un palazzotto del primo novecento, era illuminata. E gli
parve aperta. Un’ombra s’intravvedeva muoversi per la stanza.
Chiamò: Ehi! Signore! Per favore s’affacci… L’ombra s’avvicinò al
davanzale, un uomo s’affacciò. Cosa c’è? chiese. Perché grida?
Venga, signore, disse allora Arduino, scenda per favore: qui c’è un
morto.
L’uomo richiuse la finestra e sparì nell’interno. Due minuti dopo
era in strada. Si avvicinò al notturno passante e al corpo riverso.
Si chinò, lo fissò in volto, gli toccò la gola. Morto era morto… e
lo riconobbe anche lui. Antonio Miglio, nientemeno! Il re delle
nocciole, il padrone di mezza provincia… be’, per dire… l’uomo più
potente della città, colui che teneva in pugno o nel taschino
sindaci e consiglieri regionali, assessori e deputati, presidenti di
banche e perfino un magistrato…, amico e sostenitore di ministri,
proprietario di due reti tivù locali-regionali, amico e sostenitore
di padroni e dirigenti di tivù nazionali, frequentatore di salotti
letterari, fondatore presidente del Premio Tuscia Santa Rosa per
fiction adatte alle famiglie, presidente dell’Associazione Famiglie
numerose, presidente eccetera eccetera… E adesso, e mo, ridotto a
quel fagotto, steso lì per terra, e alquanto morto. Ammazzato di
certo, pensò l’uomo ─ il quale d’altronde era uno del mestiere: il
famoso ex magistrato Bruno Cassarà, già Professore di Diritto di
Procedura Penale all’Università La Sapienza, già membro del CSM, già
papabile per la Consulta, già officiato per il Senato da tutti i
partiti (ai quali, però, aveva sempre opposto cortesi rifiuti) e
adesso scrittore di gialli di grande successo e quindi, per tutto
quel passato e quel presente, in grado di capire al volo. Ammazzato
in che modo, pensò poi, si sarebbe capito molto presto…
Ma avuto quel pensiero subito un altro, quello che consuetudine e
senso del dovere suggerivano e imponevano, gli affiorò alla mente:
chiamare l’Autorità.
Già: chiamare l’Autorità. Ma chi? Dove?
Disse allo sbronzo: Lei resti qui, non si muova, io salgo a chiamare
qualcuno. In realtà tornò tre minuti dopo munito di cellulare. Optò
per la cosa più spiccia e regolare: chiamò i Carabinieri. Gli
rispose il maresciallo Ansaldo, gli spiegò l’accaduto. O meglio la
scoperta.
Sono lì fra dieci minuti, disse il maresciallo: mi aspetti, per
favore. Stia tranquillo, lo rassicurò il professore.
Nell’attesa si accese una sigaretta. Arduino s’era seduto sulla
soglia di un negozio. Cassarà ricordò che il Maresciallo Brocca era
stato esonerato dal servizio, ricoverato in clinica per una
pleurite. In realtà, come sapeva l’ex magistrato, in una clinica
psichiatrica. Aveva ceduto, come si dice. Nei cinque anni in cui
aveva retto ─ al posto di un maggiore o un capitano ─ la
Benemerita
di un’intera provincia gliene erano capitate di tutti i colori:
innanzitutto una delle più quiete provincie del Paese era
improvvisamente diventata teatro di innumerevoli delitti e della
corruzione più sfrenata; poi gli avevano rapito un figlio, quasi
ammazzato una figlia, disintegrato con una bomba la seconda moglie,
ammazzato la sorella del suo miglior brigadiere, messo a repentaglio
ripetutamente la vita dei suoi cinque figli e del genero poliziotto;
minacciata e insidiata da un maniaco la fidanzata; s’era innamorato
di una collega ma era andato in bianco; s’era di poi sposato (per la
terza volta) con la suddetta fidanzata, una Prof molto innamorata,
ma aveva sfiancato pure lei e quella ─ immessa in quel casino di
famiglia arcinumerosa, di figli, generi poliziotti, neonati
insopportabili di notte di giorno, nuore con relativi pargoli e
genitori macellari traffichini, cani nevrotici e gatti trovatelli ─
esasperata dal clima della caserma e dagli orari del maresciallo ─
dopo un anno s’era stufata e se n’era tornata al paesello; e infine,
colpo di grazia, aveva visto il terzo figlio farsi prete e il
maggiore entrare nell’Arma e diventarne ufficiale. Non si uccidono
così anche i cavalli? E lui, infatti, non aveva retto… E vorrei
vedere voi al posto suo, a quell’età, dopo tre matrimoni, in
quell’Arma e in quel mondo. Ma adesso, in ogni modo, qualcuno
sarebbe arrivato.
E arrivarono, infatti. A luci azzurre lampeggianti ma, miracoli di
Santa Rosa, a sirene stutate. Dopo poco arrivò il magistrato, e
quasi contemporaneamente il medico legale. Tutti ancora intronati
dalla festa e per il sonno interrotto, tutti con una mutria così,
tutti taciturni e visibilmente incazzati: ma l’indagine partì.
Il professor Cassarà, lo scrittore Cassarà, dopo i saluti e
convenevoli di dovere (le Autorità a dire il vero con ipocriti e
sguinci sorrisetti), si ritirò a casa sua. Domani, assicurò, verrò a
firmare il verbale. E l’indagine partì.
E lì si fermò.
Dopo dieci giorni di vane ricerche, di interrogatori a vuoto, di
analisi ( discrete e sottotraccia) della vita pubblica privata e
intima dell’assassinato, l’indagine era sempre, come si dice a
Viterbo, a carissimo amico. Zero via zero carbonella.
La vita pubblica del morto era nota a tout le monde; la vita
privata, invece, molto meno. Ma risultò specchiata.
È strano, disse in una riunione il maresciallo Ansaldo, ma
quest’uomo che di certo era un uomo di potere e di sostanze, faceva
una vita di persona perbene.
A parte lo sfruttamento dei lavoratori, il lavoro in nero e
l’evasione fiscale, obiettò il Sostituto.
A parte quello, disse il colonnello Lisi il quale, more solito, non
faceva niente, non capiva un tubo, ma assisteva a tutte le riunioni
e ogni tanto emetteva sentenze fondate sull’ovvio più assoluto.
Insomma, disse Ansaldo, quello che voglio dire è che non si
conoscono sgarri famigliari, è rimasto vedovo da poco ma non s’è
dato alla pazza gioia, non organizza festini nella villa di San
Martino, non affitta escort, non traffica con minorenni, non consuma
cocaina.
E allora? fece a questo punto il magistrato (il quale, en passant,
era nientemeno che il Procuratore Generale Matteo Bragia).
Allora, si distese nel racconto il maresciallo, toscano di Sesto
Fiorentino, ciò che s’è raccolto, e l’è veramente molto poco, è
codesto e non più…
Risultò che i nemici noti del defunto avevano tutti un alibi di
ferro: all’ora del delitto, stabilita per le undici di sera o giù di
lì, erano tutti in processione vicini al Santuario. Risultò che il
poveraccio (poveraccio in senso morto perché per tutto il resto,
come detto, era tutt’altro che povero e sguarnito) era stato visto
alla sfilata insieme a tutti i maggiorenti del Ducato che all’inizio
seguivano la banda e il corpo dei vigili e precedevano i facchini in
marcia alla partenza; in seguito, al braccio della figlia e insieme
al genero e ai nipoti, in processione pure lui. La figlia, sentita
immantinente, aveva riferito che il padre, giunti al Corso, li aveva
lasciati dicendo: Dopo la processione andate a casa, io debbo vedere
una persona amica e sofferente e non posso mancare, poi me ne andrò
direttamente a San Martino. E s’era allontanato in direzione del
Comune… Risultò anche che i tre colpi di pistola ─ calibro 9, quasi
certamente sparati da una Beretta 98 ─ lo avevano attinto tutti e
tre al torace, decretandone la morte subitanea. Risultò inoltre che
un vecchio inabile, impossibilitato a partecipare alla festa e
seduto alla finestra del suo appartamento al primo piano, aveva
riconosciuto il Miglio nell’uomo il quale, verso le ventidue e
trenta ventidue e quaranta, risaliva Via Saffi in direzione di Porta
Romana: e dunque in direzione anche del luogo dell’agguato.
Avvenuto, ironia dei nomi, in Via della Pace. Risultò poi che il
suddetto invalido aveva visto di lì a poco, un minuto e non più, uno
dei Facchini della Santa percorrere furtivamente (sua
interpretazione), seguendo la vittima (fatto oggettivo), la medesima
strada.
Quindi, disse il piemme Matteo Bragia, sarebbe stato un facchino
della Macchina?
Impossibile, risposero all’unisono maresciallo e colonnello.
D’altronde, precisò l’Ansaldo, ho sentito il capo dei facchini e
tutte le guide: escludono che uno di loro mancasse all’appello o si
sia allontanato durante il trasporto. E così confermano i colleghi.
Risultò infine che nessuno aveva sentito i colpi di pistola e
nessuno, prima di Arduino, aveva notato il corpo esanime del magnate
notabile e principe mediatico: o perché, addossato com’era al muro
del palazzo, era stato pigliato per un sacco di monnezza o, il che è
la stessa cosa, per un barbone che dormiva; oppure perché da quel
cantone nessuno era passato fino all’arrivo del povero ’mbriaco.
Cosa inverosimile, commentò il Piemme… E dunque, aggiunse, molto più
verisimilmente perché chi l’ha veduto se n’è altamente strafregato e
ha tirato di lungo: guarda dove devono buttà la roba vecchia, avrà
anzi detto alla moglie o ai nipotini…
Bragia, però, era un romano scettico e alquanto maldicente.
Insomma e in conclusione, dopo dieci giorni non avevano in mano un
ben amato. Detto in giornalese: non avevano estratto un ragno dal
buco. O, come anche si dice sui giornali o nelle fiction tivù,
brancolavano nel buio. E ciò alla stampa e alle suddette tivù non
dispiaceva affatto: anzi oltremodo era apprezzato per l’audience che
attirava e alimentava.
Bruno Cassarà, invece, il caso lo aveva bello che risolto in quattro
giorni. Una telefonata, la notte stessa, a Federica Emme; una
chiacchierata col maresciallo il giorno appresso, una col dottor
Bragia (suo ex allievo, e inoltre lettore ed estimatore letterario);
un paio di telefonate ad amici di Roma… e tutto gli fu chiaro.
Il problema semmai era il solito problema del Che fare? E, malgrado
né Lenin né Černyševskij c’entrassero per niente, era un problema
tosto ed inquietante. Doveva recarsi dal Bragia ed esporgli la
teoria, anzi la certezza che aveva elaborato? E con quali prove?
Indizi, certo. Moventi, anche. Ma poi?... Ad ogni buon conto, decise
per il sì.
Federica Emme, proprietaria e direttrice di un’affermata rivista
noir-gialla, nonché ricercatrice d’eccellenza per conto dello
scrittore Bruno Cassarà, aveva fatto un bel lavoro. All’ora del
delitto tutti gli addetti della Casa tranne due erano in
processione, e quindi il soggetto sarebbe potuto andare e venire,
uscire e rientrare, a suo piacimento. Il facchino di Santa Rosa ─
riascoltato il vecchio invalido, uomo sveglio e lucido di mente ma
con gli occhi d’un ottantenne e per di più alle prese con le ombre e
le fioche luci della contrada ─ poteva essere una qualsiasi persona,
uomo o donna, in abito chiaro. Il resto, e cioè soprattutto il
possibile movente, lo aveva messo insieme Cassarà personalmente
attraverso i suoi contatti.
Ma il movente, Maestro…, qual è sto movente? Gli aveva infatti
chiesto sul tamburo Matteo Bragia. E il Maestro, vale a dire il
nostro Cassarà, aveva spiegato e dimostrato. E, insieme alle
spiegazioni sul movente, aveva riferito gli accertamenti della Emme.
Quanto a prove, però, dovette ammettere, se non ne trovi tu… l’arma
del delitto, l’esame dello stubb, altri eventuali testimoni… ma
soprattutto l’arma… io di certo non ne ho.
Allora, lo incalzò il magistrato (quello in carica), è stata
un’intuizione?
Diciamo, rispose Cassarà, un processo induttivo deduttivo e
abduttivo.
Quando il grande giurista si metteva a disquisire con quei fini
argomenti teorici e filosofici Bragia s’innervosiva (o, come lui
diceva, annava in puzza). Quale abduzione o induzione o deduzione
del ca… volo! esclamava in interiore. Qua ci vuole un due e due
quattro, una prova regina, l’arma del delitto, magari una
confessione…
E quest’ultima frase la disse a voce alta.
Ma, dico io… disse allora, serafico, il vecchio Cassarà… una volta
che t’ho dato la dritta (il Maestro al Piemme, quale allievo e in un
certo senso successore, gli dava del tu) non dovrebbe essere
difficile trovare certe prove. Specialmente quella.
E così fu. La prova, proprio quella, e cioè la Beretta 98 da cui
erano partiti i tre proiettili letali, fu trovata.
Ma quasi nemmeno ce ne fu bisogno. L’omicida, infatti, s’accusò da
solo. In modo un po’ confuso, sotto forma di racconto di un sogno
che, disse lui, gli era sembrato un fatto vero, ma insomma s’accusò.
In verità la confessione, rimessa nelle mani o per dir meglio nelle
orecchie prima di Monsignor Novali ─ e quindi non divulgabile in
quanto coperta dal segreto confessionale ─, poi del Professor
Stinchelli ─ d’incerta utilizzazione anche questa in quanto forse
ricadente nella tipologia del segreto professionale ─, anche per la
forma in cui era stata riversata, non fu ritenuta una vera
confessione. Né da Monsignore, né dal Professore.
Questi, tuttavia, dopo lunga e sofferta riflessione, s’era detto: E
se poi è vero? E aveva deciso di condividere con qualcuno l’atroce
segreto.
Il che avvenne il mattino del 15 settembre, proprio mentre Bragia
decideva di andare a perquisire. Il che, compiuto nel pomeriggio dal
maresciallo Ansaldo, dette i previsti risultati: la famosa Beretta
fu trovata, chiusa in una scatola da scarpe insieme a una confezione
di cartucce 9 x 21, in un armadio della stanza del confesso. E, alla
prova del naso, aveva sparato di sicuro di recente. La prova
determinante era ormai a disposizione.
Insomma: la mattina il Professor Stinchelli va da Cassarà (di cui si
fidava ciecamente) e gli racconta il sogno del suo povero assistito,
il pomeriggio Ansaldo trova la pistola, due e due quattro, per dirla
con il Bragia, e il caso è chiuso.
E il povero Brocca si ritrova al gabbio. A dover rispondere, benché
menomato nei nervi e nel cervello, di omicidio volontario
premeditato. Salvo poi, naturalmente, a far valere ─ e stavolta a
giustissima ragione ─ l’incapacità d’intendere e volere.
Nonché, diciamo noi, altre attenuanti poderose configurabili nella
fattispecie della grave persecuzione e del danno grave ricevuto.
Ma come l’ha capito, o intuito, o abdotto…? domandò il Bragia all’ex
Giustiniano. Come c’è arrivato? E come così presto?
Vedi, rispose Cassarà… ─ erano nel salotto buono dell’ex magistrato
il maresciallo Ansaldo, il colonnello Lisi, il professor Stinchelli
e la bella Federica ─ …vedi: avevo due elementi. Il primo, la figura
in bianco. Se non era un improbabile facchino chi poteva essere? Il
bianco s’usa poco, anche d’estate al mare, figuriamoci la sera della
festa… Dunque, mi sono domandato, non poteva essere qualcuno uscito
in pigiama e di nascosto da un Ospedale o da un simile stabilimento
di cura e guarigione? Il giorno dopo Federica accertò che sì, poteva
essere. Niente di certo e di provato, ma poteva essere.
Ma lei bara! fece Matteo Bragia: Com’è che ipso facto pensa a un
evaso da una clinica e pertanto, due e due quattro, pensa a Brocca?
Per via del secondo elemento e cioè il movente, rispose Cassarà.
Ma scusi, s’intromise timidamente il maresciallo, il movente non
l’ha accertato in nnei giorni successivi?
Il movente, disse solennemente il Camilleri della Tuscia (così dalla
critica chiamato in quanto catanese di nascita di studi e formazione
ma vivente a Viterbo da una cifra d’anni per essersi accasato con la
buona Elvira Giovannetti, nativa di Tuscania, e perché la città gli
confaceva)…, il movente già lo conoscevo.
Sarà meglio che si spieghi, disse a questo punto il colonnello.
Lo farà Federica, sentenziò il vegliardo.
E la Emme spiegò.
Quando Brocca cedette, disse Federica, col professore Cassarà
almanaccammo a lungo. In seguito sentimmo il professor Stinchelli, e
questi… non è vero professore?... confermò. Cosa aveva portato il
maresciallo alla caduta…?
Il Brocca a sbroccà…? intervenne con dubbio spirito il Bragia
magistrato.
Appunto! fece asciutta la ragazza… Ad ogni modo, pensa e ripensa la
cosa si chiarì. Sapete tutti che cosa gli è toccato a quel poraccio
negli anni in cui ha tenuto l’Arma qui a Viterbo…, ma l’avrebbe
sfangata. Dopo che un figlio gli era diventato prete e l’altro
ufficiale dei Ci Ci, colpi naturalmente da stroncare un toro, s’era
messo in pace. Ma no, non era sufficiente. Arriva la Tivù e
l’obbliga a rivivere sui media, fattaccio per fattaccio, tutte
quelle avventure maledette. Un supplizio, come v’è chiaro di sicuro.
Ed è a sto supplizio che Brocca non ha retto.
Va bene, fece il colonnello, ma che c’entrava il Cavaliere Miglio?
Come che c’entrava? fece il Piemme questa volta serio e a pieno
raziocinio: Fu lui, il Miglio, che volle quelle serie. E io, scemo,
che non ciò pensato…!
Sì, proseguì la Federica: fu Antonio Miglio che, usando tutte le
conoscenze societarie e politiche che aveva, chiamò la Montanari, le
fece scrivere una bella sceneggiatura, parlò col direttore di RAI 1
e la serie partì. Poi la seconda, poi la terza, poi la quarta e,
come se non fosse sufficiente, la quinta. Nemmeno un fatto, un
attimo, un respiro, della vita privata del pòro maresciallo ─ anche
se il nome fu cambiato…
Cambiato…, interloquì Ansaldo
…Già: cambiato è un eufemismo…! Comunque, dicevo…, nemmeno un minuto
della vita del povero carubba… scusi eh colonnè… fu risparmiato. E
lui, come sarebbe successo a ognuno di noialtri, come dice il Piemme
sbroccò completamente.
Già, riprese la parola a questo punto Saccarà: sicché, appena vidi
il Miglio morto trucidato (e le fricative sicule di quel trucidato
furono un incanto), riflettendo su chi poteva avere motivi
sufficienti per giungere a quel punto, subito ipso facto… come ha
giustamente e acutamente rilevato Bragia… mi venne alla mente il
nostro fedelissimo e caro maresciallo. Il resto fu di conseguenza.
E adesso? chiese il colonnello con la solita acutezza.
Adesso, disse solennemente il Procuratore, la giustizia compirà il
suo corso. Ma l’infermità mentale è palese: sarà internato in
manicomio criminale e forse, dico forse, gli sarà concessa la
custodia in una clinica privata, magari dallo stesso professor
Stinchelli.
E capirai che goduria! esclamò la giornalista investigatrice
Federica Emme. Roba che invece dovrebb’essere premiato con medaglia
d’oro al valor civile. Altro che Miglio! Io avrei fatto fuori mezza
RAI…!
La riunione a quel punto prese un’altra piega. La Signora Elvira,
gentile e ospitale come sempre, dopo il tè con crostata serviti in
apertura, recò quasi in trionfo un Carpano Rosso Vermouth blasonato,
servito in lucidissimi cristalli di Boemia.
© Mario Quattrucci
L'Autore
Dal 1953 impegnato nel lavoro
politico e amministrativo. Ha insegnato all’Istituto Palmiro
Togliatti, ha fatto parte di organismi dirigenti del PCI
(provinciali, regionali e centrali), è stato consigliere comunale
provinciale e regionale, presidente del Gruppo Regionale e poi
Segretario Regionale del PCI, membro del Comitato Centrale del
medesimo partito.
Si è occupato di teatro, cinema, arti visive.
Ha collaborato con giornali e riviste tra cui: Paese Sera,
L’Unità, Rinascita, Ricerche, Critica Marxista, Studi Storici, Teorj
in praxis (Lubiana), Hortus Musicus, Almanacco Odradek, Avvenimenti.
Ha pubblicato:
Poesia: La traccia (Roma 1983); Oblò appannato
(Padova 1989); Materia del contendere (Roma 1992);
Perché un occhio l’osserva (Roma 1994); Variazioni
(Roma 2001); Gra (2005).
Narrativa: A Roma, novembre (Lecce 1999);
Tariffe (Roma 2000); Il Governatore (Lecce
2001); La formula (hardboiled) (Lecce 2002). Con
Robin–Biblioteca del Vascello: È normale, commissario Marè
(2001 – 2007); Troppi morti, commissario Marè (2003 –
2007); Hai perso, commissario Marè (2004);
Questione di tariffe, commissario Marè (2005); È
novembre, commissario Marè (2006); Una vedova per Marè
(2006); Che spettacolo, commissario Marè (con
Alessandra Vitali, 2008); Marè in luogo di mare
(2009); Fattacci brutti a via del Boschetto (2010).
Di prossima pubblicazione: sempre per la Robin La formula
(hard boiled) - Nuova edizione; per Onix Finis
Historiae, Racconti.
Dirige la collana Segmenti delle Edizioni Quasar e la
collana Libri di Poesia della Robin.
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