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Mario Quattrucci

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / MARIO QUATTRUCCI

Omicidio a Santa Rosa

La Macchina, il Fiore del Cielo, avanzava oscillante. Maestosa, naturalmente. Alta come una guglia gotica o la punta di un’astronave, radiosa di lampade e fiamme. La folla faceva ala, accompagnava con le mani il rullo dei tamburi che dava il ritmo alla banda musicale e alla marcia; la folla osannava, invocava, piangeva, gridava. La Macchina, immensa e sfarzosa, navigava nelle strade colme di gente e fra i palazzi imbandierati e addobbati con tappeti e arazzi. Navigava lenta ma sicura, sorretta dai duecento Facchini interamente vestiti di bianco, il capo coperto da una bandana ugualmente bianca e alcuni, i Ciuffi, di pelle rossa, fasciati alla vita da una splendente fusciacca vermiglia. La Macchina di Santa Rosa andò, scese, s’arrampicò sull’ultima ardua salita, tornò al Santuario. Dove sarebbe rimasta esposta per alcuni giorni.
La folla, la gente, pian piano si ritirò. I Viterbesi tornarono alle loro case, i forestieri partirono; le vie della città furono riconsegnate al silenzio e alla quiete della notte.
Arduino però, cosa che del resto gli accadeva una sera sì ed una sissignore, aveva bevuto un tantinello, e ora se ne tornava barcollando verso lo scantinato in cui abitava nel quartiere di Piano Scarano. Inciampò in qualcosa di ingombrante, cercò di ritrovare l’equilibrio ma non ce la fece, cadde bocconi sul fagotto che era stata la causa del mal passo. Cercò di rialzarsi ma la sua mano destra finì sulla cosa. La ritrasse inorridito: benché ciucco aveva ’nteso al tasto, indovinato al contatto, la sostanza di una faccia umana. La sbornia gli passò di colpo. Si mise seduto sul selciato, guardò meglio, mosse un poco il fagotto, lo voltò. Cristo! mormorò. Ma è Miglio! Si alzò, si guardò intorno, cercò se ancora alcuno si aggirasse per le strade. Erano le due e trentacinque, non c’era più nessuno. Però…
Però s’avvide che una finestra al primo piano della casa lì di fronte, un palazzotto del primo novecento, era illuminata. E gli parve aperta. Un’ombra s’intravvedeva muoversi per la stanza. Chiamò: Ehi! Signore! Per favore s’affacci… L’ombra s’avvicinò al davanzale, un uomo s’affacciò. Cosa c’è? chiese. Perché grida?
Venga, signore, disse allora Arduino, scenda per favore: qui c’è un morto.
L’uomo richiuse la finestra e sparì nell’interno. Due minuti dopo era in strada. Si avvicinò al notturno passante e al corpo riverso. Si chinò, lo fissò in volto, gli toccò la gola. Morto era morto… e lo riconobbe anche lui. Antonio Miglio, nientemeno! Il re delle nocciole, il padrone di mezza provincia… be’, per dire… l’uomo più potente della città, colui che teneva in pugno o nel taschino sindaci e consiglieri regionali, assessori e deputati, presidenti di banche e perfino un magistrato…, amico e sostenitore di ministri, proprietario di due reti tivù locali-regionali, amico e sostenitore di padroni e dirigenti di tivù nazionali, frequentatore di salotti letterari, fondatore presidente del Premio Tuscia Santa Rosa per fiction adatte alle famiglie, presidente dell’Associazione Famiglie numerose, presidente eccetera eccetera… E adesso, e mo, ridotto a quel fagotto, steso lì per terra, e alquanto morto. Ammazzato di certo, pensò l’uomo ─ il quale d’altronde era uno del mestiere: il famoso ex magistrato Bruno Cassarà, già Professore di Diritto di Procedura Penale all’Università La Sapienza, già membro del CSM, già papabile per la Consulta, già officiato per il Senato da tutti i partiti (ai quali, però, aveva sempre opposto cortesi rifiuti) e adesso scrittore di gialli di grande successo e quindi, per tutto quel passato e quel presente, in grado di capire al volo. Ammazzato in che modo, pensò poi, si sarebbe capito molto presto…
Ma avuto quel pensiero subito un altro, quello che consuetudine e senso del dovere suggerivano e imponevano, gli affiorò alla mente: chiamare l’Autorità.
Già: chiamare l’Autorità. Ma chi? Dove?
Disse allo sbronzo: Lei resti qui, non si muova, io salgo a chiamare qualcuno. In realtà tornò tre minuti dopo munito di cellulare. Optò per la cosa più spiccia e regolare: chiamò i Carabinieri. Gli rispose il maresciallo Ansaldo, gli spiegò l’accaduto. O meglio la scoperta.
Sono lì fra dieci minuti, disse il maresciallo: mi aspetti, per favore. Stia tranquillo, lo rassicurò il professore.
Nell’attesa si accese una sigaretta. Arduino s’era seduto sulla soglia di un negozio. Cassarà ricordò che il Maresciallo Brocca era stato esonerato dal servizio, ricoverato in clinica per una pleurite. In realtà, come sapeva l’ex magistrato, in una clinica psichiatrica. Aveva ceduto, come si dice. Nei cinque anni in cui aveva retto ─ al posto di un maggiore o un capitano ─ la Benemerita di un’intera provincia gliene erano capitate di tutti i colori: innanzitutto una delle più quiete provincie del Paese era improvvisamente diventata teatro di innumerevoli delitti e della corruzione più sfrenata; poi gli avevano rapito un figlio, quasi ammazzato una figlia, disintegrato con una bomba la seconda moglie, ammazzato la sorella del suo miglior brigadiere, messo a repentaglio ripetutamente la vita dei suoi cinque figli e del genero poliziotto; minacciata e insidiata da un maniaco la fidanzata; s’era innamorato di una collega ma era andato in bianco; s’era di poi sposato (per la terza volta) con la suddetta fidanzata, una Prof molto innamorata, ma aveva sfiancato pure lei e quella ─ immessa in quel casino di famiglia arcinumerosa, di figli, generi poliziotti, neonati insopportabili di notte di giorno, nuore con relativi pargoli e genitori macellari traffichini, cani nevrotici e gatti trovatelli ─ esasperata dal clima della caserma e dagli orari del maresciallo ─ dopo un anno s’era stufata e se n’era tornata al paesello; e infine, colpo di grazia, aveva visto il terzo figlio farsi prete e il maggiore entrare nell’Arma e diventarne ufficiale. Non si uccidono così anche i cavalli? E lui, infatti, non aveva retto… E vorrei vedere voi al posto suo, a quell’età, dopo tre matrimoni, in quell’Arma e in quel mondo. Ma adesso, in ogni modo, qualcuno sarebbe arrivato.
E arrivarono, infatti. A luci azzurre lampeggianti ma, miracoli di Santa Rosa, a sirene stutate. Dopo poco arrivò il magistrato, e quasi contemporaneamente il medico legale. Tutti ancora intronati dalla festa e per il sonno interrotto, tutti con una mutria così, tutti taciturni e visibilmente incazzati: ma l’indagine partì.
Il professor Cassarà, lo scrittore Cassarà, dopo i saluti e convenevoli di dovere (le Autorità a dire il vero con ipocriti e sguinci sorrisetti), si ritirò a casa sua. Domani, assicurò, verrò a firmare il verbale. E l’indagine partì.
E lì si fermò.
Dopo dieci giorni di vane ricerche, di interrogatori a vuoto, di analisi ( discrete e sottotraccia) della vita pubblica privata e intima dell’assassinato, l’indagine era sempre, come si dice a Viterbo, a carissimo amico. Zero via zero carbonella.
La vita pubblica del morto era nota a tout le monde; la vita privata, invece, molto meno. Ma risultò specchiata.
È strano, disse in una riunione il maresciallo Ansaldo, ma quest’uomo che di certo era un uomo di potere e di sostanze, faceva una vita di persona perbene.
A parte lo sfruttamento dei lavoratori, il lavoro in nero e l’evasione fiscale, obiettò il Sostituto.
A parte quello, disse il colonnello Lisi il quale, more solito, non faceva niente, non capiva un tubo, ma assisteva a tutte le riunioni e ogni tanto emetteva sentenze fondate sull’ovvio più assoluto.
Insomma, disse Ansaldo, quello che voglio dire è che non si conoscono sgarri famigliari, è rimasto vedovo da poco ma non s’è dato alla pazza gioia, non organizza festini nella villa di San Martino, non affitta escort, non traffica con minorenni, non consuma cocaina.
E allora? fece a questo punto il magistrato (il quale, en passant, era nientemeno che il Procuratore Generale Matteo Bragia).
Allora, si distese nel racconto il maresciallo, toscano di Sesto Fiorentino, ciò che s’è raccolto, e l’è veramente molto poco, è codesto e non più…
Risultò che i nemici noti del defunto avevano tutti un alibi di ferro: all’ora del delitto, stabilita per le undici di sera o giù di lì, erano tutti in processione vicini al Santuario. Risultò che il poveraccio (poveraccio in senso morto perché per tutto il resto, come detto, era tutt’altro che povero e sguarnito) era stato visto alla sfilata insieme a tutti i maggiorenti del Ducato che all’inizio seguivano la banda e il corpo dei vigili e precedevano i facchini in marcia alla partenza; in seguito, al braccio della figlia e insieme al genero e ai nipoti, in processione pure lui. La figlia, sentita immantinente, aveva riferito che il padre, giunti al Corso, li aveva lasciati dicendo: Dopo la processione andate a casa, io debbo vedere una persona amica e sofferente e non posso mancare, poi me ne andrò direttamente a San Martino. E s’era allontanato in direzione del Comune… Risultò anche che i tre colpi di pistola ─ calibro 9, quasi certamente sparati da una Beretta 98 ─ lo avevano attinto tutti e tre al torace, decretandone la morte subitanea. Risultò inoltre che un vecchio inabile, impossibilitato a partecipare alla festa e seduto alla finestra del suo appartamento al primo piano, aveva riconosciuto il Miglio nell’uomo il quale, verso le ventidue e trenta ventidue e quaranta, risaliva Via Saffi in direzione di Porta Romana: e dunque in direzione anche del luogo dell’agguato. Avvenuto, ironia dei nomi, in Via della Pace. Risultò poi che il suddetto invalido aveva visto di lì a poco, un minuto e non più, uno dei Facchini della Santa percorrere furtivamente (sua interpretazione), seguendo la vittima (fatto oggettivo), la medesima strada.
Quindi, disse il piemme Matteo Bragia, sarebbe stato un facchino della Macchina?
Impossibile, risposero all’unisono maresciallo e colonnello. D’altronde, precisò l’Ansaldo, ho sentito il capo dei facchini e tutte le guide: escludono che uno di loro mancasse all’appello o si sia allontanato durante il trasporto. E così confermano i colleghi.
Risultò infine che nessuno aveva sentito i colpi di pistola e nessuno, prima di Arduino, aveva notato il corpo esanime del magnate notabile e principe mediatico: o perché, addossato com’era al muro del palazzo, era stato pigliato per un sacco di monnezza o, il che è la stessa cosa, per un barbone che dormiva; oppure perché da quel cantone nessuno era passato fino all’arrivo del povero ’mbriaco.
Cosa inverosimile, commentò il Piemme… E dunque, aggiunse, molto più verisimilmente perché chi l’ha veduto se n’è altamente strafregato e ha tirato di lungo: guarda dove devono buttà la roba vecchia, avrà anzi detto alla moglie o ai nipotini…
Bragia, però, era un romano scettico e alquanto maldicente.
Insomma e in conclusione, dopo dieci giorni non avevano in mano un ben amato. Detto in giornalese: non avevano estratto un ragno dal buco. O, come anche si dice sui giornali o nelle fiction tivù, brancolavano nel buio. E ciò alla stampa e alle suddette tivù non dispiaceva affatto: anzi oltremodo era apprezzato per l’audience che attirava e alimentava.
Bruno Cassarà, invece, il caso lo aveva bello che risolto in quattro giorni. Una telefonata, la notte stessa, a Federica Emme; una chiacchierata col maresciallo il giorno appresso, una col dottor Bragia (suo ex allievo, e inoltre lettore ed estimatore letterario); un paio di telefonate ad amici di Roma… e tutto gli fu chiaro.
Il problema semmai era il solito problema del Che fare? E, malgrado né Lenin né Černyševskij c’entrassero per niente, era un problema tosto ed inquietante. Doveva recarsi dal Bragia ed esporgli la teoria, anzi la certezza che aveva elaborato? E con quali prove? Indizi, certo. Moventi, anche. Ma poi?... Ad ogni buon conto, decise per il sì.
Federica Emme, proprietaria e direttrice di un’affermata rivista noir-gialla, nonché ricercatrice d’eccellenza per conto dello scrittore Bruno Cassarà, aveva fatto un bel lavoro. All’ora del delitto tutti gli addetti della Casa tranne due erano in processione, e quindi il soggetto sarebbe potuto andare e venire, uscire e rientrare, a suo piacimento. Il facchino di Santa Rosa ─ riascoltato il vecchio invalido, uomo sveglio e lucido di mente ma con gli occhi d’un ottantenne e per di più alle prese con le ombre e le fioche luci della contrada ─ poteva essere una qualsiasi persona, uomo o donna, in abito chiaro. Il resto, e cioè soprattutto il possibile movente, lo aveva messo insieme Cassarà personalmente attraverso i suoi contatti.
Ma il movente, Maestro…, qual è sto movente? Gli aveva infatti chiesto sul tamburo Matteo Bragia. E il Maestro, vale a dire il nostro Cassarà, aveva spiegato e dimostrato. E, insieme alle spiegazioni sul movente, aveva riferito gli accertamenti della Emme.
Quanto a prove, però, dovette ammettere, se non ne trovi tu… l’arma del delitto, l’esame dello stubb, altri eventuali testimoni… ma soprattutto l’arma… io di certo non ne ho.
Allora, lo incalzò il magistrato (quello in carica), è stata un’intuizione?
Diciamo, rispose Cassarà, un processo induttivo deduttivo e abduttivo.
Quando il grande giurista si metteva a disquisire con quei fini argomenti teorici e filosofici Bragia s’innervosiva (o, come lui diceva, annava in puzza). Quale abduzione o induzione o deduzione del ca… volo! esclamava in interiore. Qua ci vuole un due e due quattro, una prova regina, l’arma del delitto, magari una confessione…
E quest’ultima frase la disse a voce alta.
Ma, dico io… disse allora, serafico, il vecchio Cassarà… una volta che t’ho dato la dritta (il Maestro al Piemme, quale allievo e in un certo senso successore, gli dava del tu) non dovrebbe essere difficile trovare certe prove. Specialmente quella.
E così fu. La prova, proprio quella, e cioè la Beretta 98 da cui erano partiti i tre proiettili letali, fu trovata.
Ma quasi nemmeno ce ne fu bisogno. L’omicida, infatti, s’accusò da solo. In modo un po’ confuso, sotto forma di racconto di un sogno che, disse lui, gli era sembrato un fatto vero, ma insomma s’accusò.
In verità la confessione, rimessa nelle mani o per dir meglio nelle orecchie prima di Monsignor Novali ─ e quindi non divulgabile in quanto coperta dal segreto confessionale ─, poi del Professor Stinchelli ─ d’incerta utilizzazione anche questa in quanto forse ricadente nella tipologia del segreto professionale ─, anche per la forma in cui era stata riversata, non fu ritenuta una vera confessione. Né da Monsignore, né dal Professore.
Questi, tuttavia, dopo lunga e sofferta riflessione, s’era detto: E se poi è vero? E aveva deciso di condividere con qualcuno l’atroce segreto.
Il che avvenne il mattino del 15 settembre, proprio mentre Bragia decideva di andare a perquisire. Il che, compiuto nel pomeriggio dal maresciallo Ansaldo, dette i previsti risultati: la famosa Beretta fu trovata, chiusa in una scatola da scarpe insieme a una confezione di cartucce 9 x 21, in un armadio della stanza del confesso. E, alla prova del naso, aveva sparato di sicuro di recente. La prova determinante era ormai a disposizione.
Insomma: la mattina il Professor Stinchelli va da Cassarà (di cui si fidava ciecamente) e gli racconta il sogno del suo povero assistito, il pomeriggio Ansaldo trova la pistola, due e due quattro, per dirla con il Bragia, e il caso è chiuso.
E il povero Brocca si ritrova al gabbio. A dover rispondere, benché menomato nei nervi e nel cervello, di omicidio volontario premeditato. Salvo poi, naturalmente, a far valere ─ e stavolta a giustissima ragione ─ l’incapacità d’intendere e volere.
Nonché, diciamo noi, altre attenuanti poderose configurabili nella fattispecie della grave persecuzione e del danno grave ricevuto.
Ma come l’ha capito, o intuito, o abdotto…? domandò il Bragia all’ex Giustiniano. Come c’è arrivato? E come così presto?
Vedi, rispose Cassarà… ─ erano nel salotto buono dell’ex magistrato il maresciallo Ansaldo, il colonnello Lisi, il professor Stinchelli e la bella Federica ─ …vedi: avevo due elementi. Il primo, la figura in bianco. Se non era un improbabile facchino chi poteva essere? Il bianco s’usa poco, anche d’estate al mare, figuriamoci la sera della festa… Dunque, mi sono domandato, non poteva essere qualcuno uscito in pigiama e di nascosto da un Ospedale o da un simile stabilimento di cura e guarigione? Il giorno dopo Federica accertò che sì, poteva essere. Niente di certo e di provato, ma poteva essere.
Ma lei bara! fece Matteo Bragia: Com’è che ipso facto pensa a un evaso da una clinica e pertanto, due e due quattro, pensa a Brocca?
Per via del secondo elemento e cioè il movente, rispose Cassarà.
Ma scusi, s’intromise timidamente il maresciallo, il movente non l’ha accertato in nnei giorni successivi?
Il movente, disse solennemente il Camilleri della Tuscia (così dalla critica chiamato in quanto catanese di nascita di studi e formazione ma vivente a Viterbo da una cifra d’anni per essersi accasato con la buona Elvira Giovannetti, nativa di Tuscania, e perché la città gli confaceva)…, il movente già lo conoscevo.
Sarà meglio che si spieghi, disse a questo punto il colonnello.
Lo farà Federica, sentenziò il vegliardo.
E la Emme spiegò.
Quando Brocca cedette, disse Federica, col professore Cassarà almanaccammo a lungo. In seguito sentimmo il professor Stinchelli, e questi… non è vero professore?... confermò. Cosa aveva portato il maresciallo alla caduta…?
Il Brocca a sbroccà…? intervenne con dubbio spirito il Bragia magistrato.
Appunto! fece asciutta la ragazza… Ad ogni modo, pensa e ripensa la cosa si chiarì. Sapete tutti che cosa gli è toccato a quel poraccio negli anni in cui ha tenuto l’Arma qui a Viterbo…, ma l’avrebbe sfangata. Dopo che un figlio gli era diventato prete e l’altro ufficiale dei Ci Ci, colpi naturalmente da stroncare un toro, s’era messo in pace. Ma no, non era sufficiente. Arriva la Tivù e l’obbliga a rivivere sui media, fattaccio per fattaccio, tutte quelle avventure maledette. Un supplizio, come v’è chiaro di sicuro. Ed è a sto supplizio che Brocca non ha retto.
Va bene, fece il colonnello, ma che c’entrava il Cavaliere Miglio?
Come che c’entrava? fece il Piemme questa volta serio e a pieno raziocinio: Fu lui, il Miglio, che volle quelle serie. E io, scemo, che non ciò pensato…!
Sì, proseguì la Federica: fu Antonio Miglio che, usando tutte le conoscenze societarie e politiche che aveva, chiamò la Montanari, le fece scrivere una bella sceneggiatura, parlò col direttore di RAI 1 e la serie partì. Poi la seconda, poi la terza, poi la quarta e, come se non fosse sufficiente, la quinta. Nemmeno un fatto, un attimo, un respiro, della vita privata del pòro maresciallo ─ anche se il nome fu cambiato…
Cambiato…, interloquì Ansaldo
…Già: cambiato è un eufemismo…! Comunque, dicevo…, nemmeno un minuto della vita del povero carubba… scusi eh colonnè… fu risparmiato. E lui, come sarebbe successo a ognuno di noialtri, come dice il Piemme sbroccò completamente.
Già, riprese la parola a questo punto Saccarà: sicché, appena vidi il Miglio morto trucidato (e le fricative sicule di quel trucidato furono un incanto), riflettendo su chi poteva avere motivi sufficienti per giungere a quel punto, subito ipso facto… come ha giustamente e acutamente rilevato Bragia… mi venne alla mente il nostro fedelissimo e caro maresciallo. Il resto fu di conseguenza.
E adesso? chiese il colonnello con la solita acutezza.
Adesso, disse solennemente il Procuratore, la giustizia compirà il suo corso. Ma l’infermità mentale è palese: sarà internato in manicomio criminale e forse, dico forse, gli sarà concessa la custodia in una clinica privata, magari dallo stesso professor Stinchelli.
E capirai che goduria! esclamò la giornalista investigatrice Federica Emme. Roba che invece dovrebb’essere premiato con medaglia d’oro al valor civile. Altro che Miglio! Io avrei fatto fuori mezza RAI…!
La riunione a quel punto prese un’altra piega. La Signora Elvira, gentile e ospitale come sempre, dopo il tè con crostata serviti in apertura, recò quasi in trionfo un Carpano Rosso Vermouth blasonato, servito in lucidissimi cristalli di Boemia.

© Mario Quattrucci

L'Autore
Dal 1953 impegnato nel lavoro politico e amministrativo. Ha insegnato all’Istituto Palmiro Togliatti, ha fatto parte di organismi dirigenti del PCI (provinciali, regionali e centrali), è stato consigliere comunale provinciale e regionale, presidente del Gruppo Regionale e poi Segretario Regionale del PCI, membro del Comitato Centrale del medesimo partito.
Si è occupato di teatro, cinema, arti visive.
Ha collaborato con giornali e riviste tra cui: Paese Sera, L’Unità, Rinascita, Ricerche, Critica Marxista, Studi Storici, Teorj in praxis (Lubiana), Hortus Musicus, Almanacco Odradek, Avvenimenti.
Ha pubblicato:
Poesia: La traccia (Roma 1983); Oblò appannato (Padova 1989); Materia del contendere (Roma 1992); Perché un occhio l’osserva (Roma 1994); Variazioni (Roma 2001); Gra (2005).
Narrativa: A Roma, novembre (Lecce 1999); Tariffe (Roma 2000); Il Governatore (Lecce 2001); La formula (hardboiled) (Lecce 2002). Con Robin–Biblioteca del Vascello: È normale, commissario Marè (2001 – 2007); Troppi morti, commissario Marè (2003 – 2007); Hai perso, commissario Marè (2004); Questione di tariffe, commissario Marè (2005); È novembre, commissario Marè (2006); Una vedova per Marè (2006); Che spettacolo, commissario Marè (con Alessandra Vitali, 2008); Marè in luogo di mare (2009); Fattacci brutti a via del Boschetto (2010).
Di prossima pubblicazione: sempre per la Robin La formula (hard boiled) - Nuova edizione; per Onix Finis Historiae, Racconti.
Dirige la collana Segmenti delle Edizioni Quasar e la collana Libri di Poesia della Robin.

 

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