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Non sembra
più nemmeno mortale
l’uomo che vive fra beni immortali.
Epicuro
Ci avevano
concesso la spesa di un tassì: per il traffico, per non fare tardi
cercando parcheggi. Lungo il tragitto Franca parlò del Maestro,
astro già alto nel firmamento del pianismo universale, disse.
Franca, quando parlava d’arte, parlava in quel modo ma d’altronde di
noi era l’unica che di musica sapesse… Aveva studiato pianoforte,
era abbonata ai concerti di Santa Cecilia, faceva studiare musica
alle due figlie: insomma ne capiva. Siro ed io, invece, eravamo
soltanto ascoltatori. Appassionati, ma solo ascoltatori.
Il Teatro Olimpico a quel tempo, là al Lungotevere Flaminio, era un
surrogato dell’Auditorium ma per i concerti di piano o cameristici
andava più che bene.
Franca sapeva tutto di Pollini: del concorso Chopin vinto a
diciott’anni, del debutto negli States nel ’68 proprio durante la
rivolta dei giovani contro la sporca guerra, del suo impegno per la
pace, e soprattutto delle sue grandi interpretazioni di Beethoven,
Chopin, Schubert e Webern. E anche di Schoenberg, aggiunse. E lo
disse come fosse un fatto rilevante di per sé.
Siro guardava fuori dal finestrino striato di pioggia. Io ascoltavo
in silenzio. Di Schoenberg, poi, sapevo poco e niente.
– Anche autori contemporanei, ha suonato – Franca proseguì. –
Boulez, Luigi Nono, Stockausen…
– Ho letto che qualcuno ha composto delle opere per lui – disse
Siro.
In vista del concerto avevamo letto un po’ di roba.
– Sì – disse Franca, – Luigi Nono gli ha scritto un pezzo che si
chiama Sofferte onde sonore, e Giacomo Manzoni Masse, omaggio a
Edgar Varèse… Ah, Sciarrino: la Quinta sonata.
Poi, nel traffico lento, si fece silenzio. Tutti e tre eravamo
pensierosi e il tassista, stranamente, taceva anche lui.
A un certo punto, però, mentre passavamo davanti all’Ara Pacis: – A
che pensi? – chiese Franca. – Ti vedo insolitamente silenzioso… Sei
emozionato?
– Sì – risposi: – un po’. Non m’è successo mai di incontrare un
grande artista come lui.
– E i pittori e gli scrittori che frequenti? – disse Siro.
Intendeva tutti quegli artisti che avevano rapporti col partito, e
alcuni più degli altri: Carlo Levi, Guttuso, Mazzacurati… Calabria,
Carlo Quattrucci e tanti ancora. Ma lui sapeva che io amavo anche
gli altri: Perilli e Bardi, Turcato e Mannucci e Mastroianni, quelli
delle Avanguardie. E poi degli scrittori alcuni tra i più grandi,
come Gadda e Montale o Calvino o Landolfi o Vittorio Sereni, quelli
che amavo di più, non li avevo mai incontrati… e avrei tanto voluto.
Socrate sì, però. Il grande Mario Socrate. E altri che si facevano
il nome proprio allora, come Lunetta e Sanavio…
– Ma quelli – risposi scioccamente, come se tra i musicisti e i
pittori o gli scrittori ci fosse differenza, – quelli stanno sempre
in mezzo a noi.
Dopo un altro silenzio, però, parlai di nuovo: – Ma adesso – dissi –
m’era tornata in mente un’immagine… vi ricordate quel documentario
che vedemmo a Italia-Urss?… quell’immagine di Gilels che suona in un
campo militare, durante la guerra, e intorno, assorti come in
chiesa, aviatori coi caschi di cuoio pronti a decollare, e soldati
appoggiati agli aerei, e lui che quando finisce s’alza e s’inchina
come fosse al Bolshoi… Vi ricordate?
– E t’è parso – disse ironico Siro, – che stasera i soldati siamo
noi?
Rimasi un po’ interdetto, intimidito: – No… – dissi, – naturalmente
no. Che soldati? Casomai se suonasse laggiù…
– Però – mi venne in aiuto Franca, – in un certo senso… e sia pure
in una situazione così diversa… Certo non siamo al fronte –
proseguì, – ma una guerra c’è e una lotta in tutto il mondo, e lui
coi suoi concerti non solo si schiera… e insieme a lui e a
Gazzelloni cento altri… ma rianima, chiama ad impegnarsi, a
muoversi, a fare qualche cosa. Quello che c’è da fare.
– E soprattutto… – dissi rianimato anch’io dalle parole dell’amica,
– soprattutto dice che la pace e la cultura… e la libertà…
– Sì, vanno insieme – disse Siro: – come è sempre stato.
– E specialmente per la musica – disse allora Franca: – Viva Verdi…
– E la Marsigliese, e Shostakovic all’assedio di Leningrado…
Davamo un po’ i numeri. Ed eravamo arrivati.
Avevamo posti eccellenti, in quinta fila. E mancava ancora un quarto
d’ora. Non parlammo più. Franca leggeva il programma di sala, Siro
si guardava intorno per vedere se il teatro si riempiva. In fondo,
per noi, la cosa più importante era quella: che al concerto di
Pollini per la pace in Viet Nam venisse tanta gente. E venne: quando
si spensero le luci neanche un posto era vuoto.
Io nel frattempo, col programma fra le mani, riandavo col pensiero
alla lettura di quel libro.
Doctor Faustus. Le memorabili pagine di Mann sull’opera 111: proprio
una delle sonate che avrebbe eseguito Pollini quella sera.
Avevo capito poco quando le avevo lette, ma forse la cosa
essenziale: che Beethoven, con le ultime creazioni della sua vita e
in special modo con la sonata in do minore opera 111, aveva portato
la forma sonata alle sue estreme conseguenze e anzi al suo finale, e
che ciò era avvenuto sul piano di un rapporto del tutto nuovo tra
l’armonia e la dissonanza… tale, avevo poi letto altrove, da
proiettare quell’opera in un tempo nuovo, verso il nostro presente.
E dunque, mi ero detto, la musica, ogni opera musicale, benché da
profani si possa pensare diversamente, può essere eseguita in modi
diversi, ognuno dei quali può essere interessante e perfino
legittimo, ma ce n’è uno che è quello: il modo giusto, anzi l’unico
modo in cui veramente quell’opera andrebbe eseguita. E ciò si
verifica, avevo allora pensato e penso ancor oggi, quando
l’esecutore, l’interprete, riesce a penetrare fino nelle fibre più
intime dell’opera che sta facendo rivivere: e cioè fin nel fondo
dell’anima e dell’intelletto dell’autore. Ma non dell’autore come
era allora, quando creò, ma dell’autore come sarebbe oggi, davanti a
noi, davanti al mondo come noi lo viviamo.
Era stato il pensiero confuso e presuntuoso di un profano ma, chissà
come, s’era sedimentato nel mio modesto background come fosse una
grande scoperta, un apporto fondamentale al mio desiderio di
conoscere e capire.
L’inizio del concerto mi sorprese in quei pensieri.
Entrò da sinistra, si avvicinò al piano, si volse alla platea, fece
un breve inchino, sedette e iniziò.
Durò infinito e brevissimo, il concerto. Solo Beethoven, la sonata
numero 6, la Patetica, la Chiaro di luna, la 31 opera 110, e infine
le grandissime 112 e 111… Quella che non aveva il terzo movimento
perché Ludovico Van “non aveva avuto tempo”.
Terminò. Gli applausi non cessavano più, il pubblico in piedi,
Bravo! Bravo!, Evviva Pollini!. E si sentì anche, dal centro della
sala, un Grazie Maestro! seguito dall’intensificarsi a boato degli
applausi.
Rientrava fra le quinte e veniva richiamato; s’inchinava; sorrideva
timido; si inchinava ancora, leggermente, senza eccedere; alla
decima o ventesima chiamata fece un gesto con la mano: gli applausi
si placarono, la gente pensò che volesse fare un discorso. Con voce
limpida disse soltanto: – Vi ringrazio…, vi ringrazio per me e
soprattutto per quello che state facendo.
Gli applausi ripresero triplicati. Restò fermo accanto al
pianoforte, con lo sguardo perduto all’infinito. Poi salutò di nuovo
e uscì.
Noi ci avviammo, prendemmo la strada dello stage, faticosamente
arrivammo al camerino. Lui era già all’interno, ci dissero che era
affaticato e stava riposandosi un momento. Aspettammo in silenzio.
Fummo raggiunti da due dei nostri, due dirigenti che conoscevamo
molto bene. Restammo stupiti, e anche un poco intimiditi. Erano C.
Gerardi e N. Giorgi, i due più vicini al Segretario generale del
partito.
– Guarda chi c’è…! – disse Gerardi.
– Siete venuti a salutare il Maestro: bravi! – disse Giorgi.
– Abbiamo pensato che gli avrebbe fatto piacere sentire vicini anche
noi di Roma – spiegò Siro.
– Sì, avete fatto bene. È una bella iniziativa.
La porta si aprì, ci fecero entrare.
Lui era seduto davanti al tavolino con lo specchio; in camicia
bianca con colletto floscio aperta sul petto, affaticato, pallido.
Bellissimo. Mi venne in mente un ritratto romantico di Byron…
Ci guardò, ci salutò con un sorriso. I due pezzi grossi del partito
li conosceva, naturalmente; noi tre invece no. Ci presentammo,
dicemmo chi eravamo. E quello fu tutto.
Eravamo lì per salutarlo, per ringraziarlo, per esprimergli tutta la
nostra ammirazione e quanto fosse importante il suo impegno a favore
del Viet Nam, quanto il popolo di Roma lo apprezzasse. I due del
Centro anche per portargli i saluti dei dirigenti vietnamiti… Ma
dalla bocca non ci usciva una parola…, e non solo a noi piccoletti,
ma anche ai due dirigenti nazionali.
Rimanevamo muti, senza sapere dove mettere le mani, senza riuscire a
staccarci dai suoi occhi, affascinati dalla sua figura, paralizzati
dalla consapevolezza di ciò che di grande avevamo ascoltato. Lui
d’altra parte attendeva. Ci rivolgeva uno sguardo tra commosso e
interrogativo: aveva compreso. Poi Giorgi finalmente ruppe quel
silenzio: – Eppure – disse, – siamo parlamentari, e non facciamo
altro che parlare…
Lui rise. Ma la faccenda sembrava non risolversi: stavamo per
ricadere nell’impasse.
La mia mente però seguiva un altro corso.
– Maestro – dissi, – sono soltanto uno che ama la musica come un
profano appassionato ma stasera, quando lei ha cessato di suonare,
ho avuto un’illuminazione… e vorrei confessargliela: questa musica,
ho pensato, non poteva essere suonata diversamente. E anche se mi
esprimo rozzamente – proseguii – mi sono detto che davvero non si
può fare in altro modo. Tutto.
– Lei crede? – rispose: – È un apprezzamento impegnativo e spero
davvero che sia come dice. E se è così ne sono naturalmente felice.
Ma voglio dirvi una cosa: anche voi non potete fare diversamente.
Nessuno di noi può fare diversamente davanti a quello che accade:
come fecero i nostri genitori e fratelli maggiori quando fu
necessario.
Poi, finalmente, i nazionali parlarono. Dissero cose importanti e
molto belle; anche commoventi. Lui ci ringraziò con un sorriso.
Quando ce ne andammo si alzò in piedi e ci strinse la mano.
© Mario Quattrucci Fiano Romano, 30 gennaio 2011
L'Autore
Dal 1953 impegnato nel lavoro
politico e amministrativo. Ha insegnato all’Istituto Palmiro
Togliatti, ha fatto parte di organismi dirigenti del PCI
(provinciali, regionali e centrali), è stato consigliere comunale
provinciale e regionale, presidente del Gruppo Regionale e poi
Segretario Regionale del PCI, membro del Comitato Centrale del
medesimo partito.
Si è occupato di teatro, cinema, arti visive.
Ha collaborato con giornali e riviste tra cui: Paese Sera,
L’Unità, Rinascita, Ricerche, Critica Marxista, Studi Storici, Teorj
in praxis (Lubiana), Hortus Musicus, Almanacco Odradek, Avvenimenti.
Ha pubblicato:
Poesia: La traccia (Roma 1983); Oblò appannato
(Padova 1989); Materia del contendere (Roma 1992);
Perché un occhio l’osserva (Roma 1994); Variazioni
(Roma 2001); Gra (2005).
Narrativa: A Roma, novembre (Lecce 1999);
Tariffe (Roma 2000); Il Governatore (Lecce
2001); La formula (hardboiled) (Lecce 2002). Con
Robin–Biblioteca del Vascello: È normale, commissario Marè
(2001 – 2007); Troppi morti, commissario Marè (2003 –
2007); Hai perso, commissario Marè (2004);
Questione di tariffe, commissario Marè (2005); È
novembre, commissario Marè (2006); Una vedova per Marè
(2006); Che spettacolo, commissario Marè (con
Alessandra Vitali, 2008); Marè in luogo di mare
(2009); Fattacci brutti a via del Boschetto (2010).
Di prossima pubblicazione: sempre per la Robin La formula
(hard boiled) - Nuova edizione; per Onix Finis
Historiae, Racconti.
Dirige la collana Segmenti delle Edizioni Quasar e la
collana Libri di Poesia della Robin.
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