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Mario Quattrucci

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / MARIO QUATTRUCCI

La sera che andammo da Pollini

Non sembra più nemmeno mortale
l’uomo che vive fra beni immortali
.

Epicuro

Ci avevano concesso la spesa di un tassì: per il traffico, per non fare tardi cercando parcheggi. Lungo il tragitto Franca parlò del Maestro, astro già alto nel firmamento del pianismo universale, disse. Franca, quando parlava d’arte, parlava in quel modo ma d’altronde di noi era l’unica che di musica sapesse… Aveva studiato pianoforte, era abbonata ai concerti di Santa Cecilia, faceva studiare musica alle due figlie: insomma ne capiva. Siro ed io, invece, eravamo soltanto ascoltatori. Appassionati, ma solo ascoltatori.
Il Teatro Olimpico a quel tempo, là al Lungotevere Flaminio, era un surrogato dell’Auditorium ma per i concerti di piano o cameristici andava più che bene.
Franca sapeva tutto di Pollini: del concorso Chopin vinto a diciott’anni, del debutto negli States nel ’68 proprio durante la rivolta dei giovani contro la sporca guerra, del suo impegno per la pace, e soprattutto delle sue grandi interpretazioni di Beethoven, Chopin, Schubert e Webern. E anche di Schoenberg, aggiunse. E lo disse come fosse un fatto rilevante di per sé.
Siro guardava fuori dal finestrino striato di pioggia. Io ascoltavo in silenzio. Di Schoenberg, poi, sapevo poco e niente.
– Anche autori contemporanei, ha suonato – Franca proseguì. – Boulez, Luigi Nono, Stockausen…
– Ho letto che qualcuno ha composto delle opere per lui – disse Siro.
In vista del concerto avevamo letto un po’ di roba.
– Sì – disse Franca, – Luigi Nono gli ha scritto un pezzo che si chiama Sofferte onde sonore, e Giacomo Manzoni Masse, omaggio a Edgar Varèse… Ah, Sciarrino: la Quinta sonata.
Poi, nel traffico lento, si fece silenzio. Tutti e tre eravamo pensierosi e il tassista, stranamente, taceva anche lui.
A un certo punto, però, mentre passavamo davanti all’Ara Pacis: – A che pensi? – chiese Franca. – Ti vedo insolitamente silenzioso… Sei emozionato?
– Sì – risposi: – un po’. Non m’è successo mai di incontrare un grande artista come lui.
– E i pittori e gli scrittori che frequenti? – disse Siro.
Intendeva tutti quegli artisti che avevano rapporti col partito, e alcuni più degli altri: Carlo Levi, Guttuso, Mazzacurati… Calabria, Carlo Quattrucci e tanti ancora. Ma lui sapeva che io amavo anche gli altri: Perilli e Bardi, Turcato e Mannucci e Mastroianni, quelli delle Avanguardie. E poi degli scrittori alcuni tra i più grandi, come Gadda e Montale o Calvino o Landolfi o Vittorio Sereni, quelli che amavo di più, non li avevo mai incontrati… e avrei tanto voluto. Socrate sì, però. Il grande Mario Socrate. E altri che si facevano il nome proprio allora, come Lunetta e Sanavio…
– Ma quelli – risposi scioccamente, come se tra i musicisti e i pittori o gli scrittori ci fosse differenza, – quelli stanno sempre in mezzo a noi.
Dopo un altro silenzio, però, parlai di nuovo: – Ma adesso – dissi – m’era tornata in mente un’immagine… vi ricordate quel documentario che vedemmo a Italia-Urss?… quell’immagine di Gilels che suona in un campo militare, durante la guerra, e intorno, assorti come in chiesa, aviatori coi caschi di cuoio pronti a decollare, e soldati appoggiati agli aerei, e lui che quando finisce s’alza e s’inchina come fosse al Bolshoi… Vi ricordate?
– E t’è parso – disse ironico Siro, – che stasera i soldati siamo noi?
Rimasi un po’ interdetto, intimidito: – No… – dissi, – naturalmente no. Che soldati? Casomai se suonasse laggiù…
– Però – mi venne in aiuto Franca, – in un certo senso… e sia pure in una situazione così diversa… Certo non siamo al fronte – proseguì, – ma una guerra c’è e una lotta in tutto il mondo, e lui coi suoi concerti non solo si schiera… e insieme a lui e a Gazzelloni cento altri… ma rianima, chiama ad impegnarsi, a muoversi, a fare qualche cosa. Quello che c’è da fare.
– E soprattutto… – dissi rianimato anch’io dalle parole dell’amica, – soprattutto dice che la pace e la cultura… e la libertà…
– Sì, vanno insieme – disse Siro: – come è sempre stato.
– E specialmente per la musica – disse allora Franca: – Viva Verdi
– E la Marsigliese, e Shostakovic all’assedio di Leningrado…
Davamo un po’ i numeri. Ed eravamo arrivati.
Avevamo posti eccellenti, in quinta fila. E mancava ancora un quarto d’ora. Non parlammo più. Franca leggeva il programma di sala, Siro si guardava intorno per vedere se il teatro si riempiva. In fondo, per noi, la cosa più importante era quella: che al concerto di Pollini per la pace in Viet Nam venisse tanta gente. E venne: quando si spensero le luci neanche un posto era vuoto.
Io nel frattempo, col programma fra le mani, riandavo col pensiero alla lettura di quel libro.
Doctor Faustus. Le memorabili pagine di Mann sull’opera 111: proprio una delle sonate che avrebbe eseguito Pollini quella sera.
Avevo capito poco quando le avevo lette, ma forse la cosa essenziale: che Beethoven, con le ultime creazioni della sua vita e in special modo con la sonata in do minore opera 111, aveva portato la forma sonata alle sue estreme conseguenze e anzi al suo finale, e che ciò era avvenuto sul piano di un rapporto del tutto nuovo tra l’armonia e la dissonanza… tale, avevo poi letto altrove, da proiettare quell’opera in un tempo nuovo, verso il nostro presente. E dunque, mi ero detto, la musica, ogni opera musicale, benché da profani si possa pensare diversamente, può essere eseguita in modi diversi, ognuno dei quali può essere interessante e perfino legittimo, ma ce n’è uno che è quello: il modo giusto, anzi l’unico modo in cui veramente quell’opera andrebbe eseguita. E ciò si verifica, avevo allora pensato e penso ancor oggi, quando l’esecutore, l’interprete, riesce a penetrare fino nelle fibre più intime dell’opera che sta facendo rivivere: e cioè fin nel fondo dell’anima e dell’intelletto dell’autore. Ma non dell’autore come era allora, quando creò, ma dell’autore come sarebbe oggi, davanti a noi, davanti al mondo come noi lo viviamo.
Era stato il pensiero confuso e presuntuoso di un profano ma, chissà come, s’era sedimentato nel mio modesto background come fosse una grande scoperta, un apporto fondamentale al mio desiderio di conoscere e capire.
L’inizio del concerto mi sorprese in quei pensieri.
Entrò da sinistra, si avvicinò al piano, si volse alla platea, fece un breve inchino, sedette e iniziò.
Durò infinito e brevissimo, il concerto. Solo Beethoven, la sonata numero 6, la Patetica, la Chiaro di luna, la 31 opera 110, e infine le grandissime 112 e 111… Quella che non aveva il terzo movimento perché Ludovico Van “non aveva avuto tempo”.
Terminò. Gli applausi non cessavano più, il pubblico in piedi, Bravo! Bravo!, Evviva Pollini!. E si sentì anche, dal centro della sala, un Grazie Maestro! seguito dall’intensificarsi a boato degli applausi.
Rientrava fra le quinte e veniva richiamato; s’inchinava; sorrideva timido; si inchinava ancora, leggermente, senza eccedere; alla decima o ventesima chiamata fece un gesto con la mano: gli applausi si placarono, la gente pensò che volesse fare un discorso. Con voce limpida disse soltanto: – Vi ringrazio…, vi ringrazio per me e soprattutto per quello che state facendo.
Gli applausi ripresero triplicati. Restò fermo accanto al pianoforte, con lo sguardo perduto all’infinito. Poi salutò di nuovo e uscì.
Noi ci avviammo, prendemmo la strada dello stage, faticosamente arrivammo al camerino. Lui era già all’interno, ci dissero che era affaticato e stava riposandosi un momento. Aspettammo in silenzio.
Fummo raggiunti da due dei nostri, due dirigenti che conoscevamo molto bene. Restammo stupiti, e anche un poco intimiditi. Erano C. Gerardi e N. Giorgi, i due più vicini al Segretario generale del partito.
– Guarda chi c’è…! – disse Gerardi.
– Siete venuti a salutare il Maestro: bravi! – disse Giorgi.
– Abbiamo pensato che gli avrebbe fatto piacere sentire vicini anche noi di Roma – spiegò Siro.
– Sì, avete fatto bene. È una bella iniziativa.
La porta si aprì, ci fecero entrare.
Lui era seduto davanti al tavolino con lo specchio; in camicia bianca con colletto floscio aperta sul petto, affaticato, pallido. Bellissimo. Mi venne in mente un ritratto romantico di Byron…
Ci guardò, ci salutò con un sorriso. I due pezzi grossi del partito li conosceva, naturalmente; noi tre invece no. Ci presentammo, dicemmo chi eravamo. E quello fu tutto.
Eravamo lì per salutarlo, per ringraziarlo, per esprimergli tutta la nostra ammirazione e quanto fosse importante il suo impegno a favore del Viet Nam, quanto il popolo di Roma lo apprezzasse. I due del Centro anche per portargli i saluti dei dirigenti vietnamiti… Ma dalla bocca non ci usciva una parola…, e non solo a noi piccoletti, ma anche ai due dirigenti nazionali.
Rimanevamo muti, senza sapere dove mettere le mani, senza riuscire a staccarci dai suoi occhi, affascinati dalla sua figura, paralizzati dalla consapevolezza di ciò che di grande avevamo ascoltato. Lui d’altra parte attendeva. Ci rivolgeva uno sguardo tra commosso e interrogativo: aveva compreso. Poi Giorgi finalmente ruppe quel silenzio: – Eppure – disse, – siamo parlamentari, e non facciamo altro che parlare…
Lui rise. Ma la faccenda sembrava non risolversi: stavamo per ricadere nell’impasse.
La mia mente però seguiva un altro corso.
– Maestro – dissi, – sono soltanto uno che ama la musica come un profano appassionato ma stasera, quando lei ha cessato di suonare, ho avuto un’illuminazione… e vorrei confessargliela: questa musica, ho pensato, non poteva essere suonata diversamente. E anche se mi esprimo rozzamente – proseguii – mi sono detto che davvero non si può fare in altro modo. Tutto.
– Lei crede? – rispose: – È un apprezzamento impegnativo e spero davvero che sia come dice. E se è così ne sono naturalmente felice. Ma voglio dirvi una cosa: anche voi non potete fare diversamente. Nessuno di noi può fare diversamente davanti a quello che accade: come fecero i nostri genitori e fratelli maggiori quando fu necessario.
Poi, finalmente, i nazionali parlarono. Dissero cose importanti e molto belle; anche commoventi. Lui ci ringraziò con un sorriso. Quando ce ne andammo si alzò in piedi e ci strinse la mano.

© Mario Quattrucci
Fiano Romano, 30 gennaio 2011

L'Autore
Dal 1953 impegnato nel lavoro politico e amministrativo. Ha insegnato all’Istituto Palmiro Togliatti, ha fatto parte di organismi dirigenti del PCI (provinciali, regionali e centrali), è stato consigliere comunale provinciale e regionale, presidente del Gruppo Regionale e poi Segretario Regionale del PCI, membro del Comitato Centrale del medesimo partito.
Si è occupato di teatro, cinema, arti visive.
Ha collaborato con giornali e riviste tra cui: Paese Sera, L’Unità, Rinascita, Ricerche, Critica Marxista, Studi Storici, Teorj in praxis (Lubiana), Hortus Musicus, Almanacco Odradek, Avvenimenti.
Ha pubblicato:
Poesia: La traccia (Roma 1983); Oblò appannato (Padova 1989); Materia del contendere (Roma 1992); Perché un occhio l’osserva (Roma 1994); Variazioni (Roma 2001); Gra (2005).
Narrativa: A Roma, novembre (Lecce 1999); Tariffe (Roma 2000); Il Governatore (Lecce 2001); La formula (hardboiled) (Lecce 2002). Con Robin–Biblioteca del Vascello: È normale, commissario Marè (2001 – 2007); Troppi morti, commissario Marè (2003 – 2007); Hai perso, commissario Marè (2004); Questione di tariffe, commissario Marè (2005); È novembre, commissario Marè (2006); Una vedova per Marè (2006); Che spettacolo, commissario Marè (con Alessandra Vitali, 2008); Marè in luogo di mare (2009); Fattacci brutti a via del Boschetto (2010).
Di prossima pubblicazione: sempre per la Robin La formula (hard boiled) - Nuova edizione; per Onix Finis Historiae, Racconti.
Dirige la collana Segmenti delle Edizioni Quasar e la collana Libri di Poesia della Robin.

 

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Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.