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Personaggi:
Marinaio
Uomo
Donna
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Teatro nudo
Una pedana al centro del proscenio
Un pannello in fondo a destra
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(Donna in piedi sulla pedana Marinaio seduto
ai suoi piedi)
D - Le guerre sono sempre la
scelta degli eletti che non le dovranno combattere
Voce f.c.
Hanno affondato il Castelfidardo!
Hanno affondato il Castelfidardo!
M - Oddio! No, non può essere!
U (entrando) - Hanno affondato il Castelfidardo!
M (angosciato) - Mio Dio! E l’equipaggio?
U - Poveri ragazzi! Non se n’è salvato nemmeno uno!
D - Sfilano a uno a uno, quei volti, giorno dopo giorno, da sempre,
ovunque la mano armata di Caino si alza a colpire il fratello.
Sfilano a uno a uno, nel pensiero, nel ri-cordo. nella coscienza di
noi tutti. Noi, da sempre contrari a ogni guerra.
E non è necessario nominarli, gli innumerevoli senza nome, soldati
mandati a mori-re nel fiore degli anni, e poi bambini, donne,
vecchi, uomini, risucchiati per sempre dal vortice rosseggiante di
fiamme, lamiere contorte, macerie infuocate di fuoco ne-mico. Di
sangue innocente.
(esce)
[PAUSA]
M. - Il Castelfidardo... dove la nostra vita sembrava scorrere
immobile, quasi imme-more del passato, pressoché indifferente a un
futuro inconoscibile. L’interminabile, ossessiva distesa d’acqua che
ci teneva prigionieri. Il suo rollio sonnolento, sner-vante.
Infinito. Il terrore dei momenti in cui, all’improvviso, senza un
perché, sem-brava volerci risucchiare nei suoi vortici! E noi, povere
cose bagnate, tremanti di freddo, mute di terrore, sbattute senza
pietà da una parte all’altra, noi non pote-vamo far altro che
ascoltare sgomenti quel boato infernale che ci sovrastava . E che
sembrava voler spazzare via tutto. Tutto! Anche le noste piccole,
insignificanti esistenze.
Voce f.c.
Hanno affondato il Castelfidardo!
M - E il tempo per pensare non mi era certo mancato, durante le
interminabili scorte ai convogli.
U. - Quante volte l’illusione ti era stata compagna nelle nottate
senza fine, nelle lun-ghe ore di vedetta, quando gli occhi stanchi
avevano creduto di rivedere tutto ciò che di più caro avevi al
mondo: tuo padre, tua madre, la casa in cima alla collina.
D. (da dietro il pannello, in controluce) - Quante volte
nella nebbia dei marosi, nei riflessi della bonaccia, i tuoi occhi
appannati, brucianti di salsedine, avevano cre-duto di vedere un
volto dolce e inconfondibile: quello che ti guardava incantato d’
amore da un ritratto oramai ingiallito.
[PAUSA]
U - E già...i pensieri, i rimpianti che bruciano ancora di più,
quando si è lontani da casa...
M - Quando si è in guerra...
U - ...e la nostalgia di pace si fa ogni giorno più acuta...
M - ... e la voglia di casa fa ogni giorno più male!
[PAUSA]
D - Voglia che ti è compagna in ogni istante infinito delle
giornate, delle nottate scandite dal rollio monotono, dalla
vertigine che stringe lo stomaco quando la nave beccheggia. Voglia
di casa... Voglia di tornare...
U - Ti ricordi di quella volta che, dopo mesi di navigazione, il
Castelfidardo si stava preparando a fare scalo...
M (esultante) - ...a Messina! A poche, pochissime miglia da
Reggio! Da casa mia!
(pensoso, con amarezza) E come potrei non ricordarmelo?
(esultante) A casa! A casa, finalmente!
(rattristato e pensoso) Anche se per poche ore soltanto...
D - Sì, certo, poche ore soltanto... Ma che, in quella situazione,
valevano quanto una vita intera!
M - Il tempo sembrava non trascorrere mai. Infine eravamo entrati
nello Stretto. (gioioso) Si avvicinava il momento tanto
atteso da noi tutti. Ma io, più di ogni altro, non stavo nella
pelle: perché proprio quella mattina il destino aveva voluto me di
vedetta!
[Pausa – M impugna ora un binocolo con cui scruta lo spazio
davanti a sé]
U - La nave scivolava placidamente sulle acque dello Stretto. E tu
scrutavi con il binocolo quei luoghi familiari, che si facevano ogni
minuto più chiari, più vicini.
M - Scrutavo ansioso le alture alle spalle della città, là dove
c’era casa mia: speravo almeno di riuscire a intravederla in
lontananza. Sentivo il cuore battere forte, sem-pre più forte, man
mano che ci si avvicinava.
U - La nave procedeva lentamente, era già in prossimità del porto di
Messina, l’at-tracco era davvero questione di poco.
M - Eravamo proprio di fronte alla mia città, adesso. Le alture alle
sue spalle non erano tanto lontane alla vista. E casa mia era là!
Adesso sì che avrei potuto cercare di metterla a fuoco con il mio
binocolo. Con un movimento fulmineo avevo girato l’attrezzo dal mare
alla costa. (il gesto accompagna le parole) E infatti eccola!
Piccola, lontana ma ben visibile! Sì, sì, non c’erano dubbi! Era
proprio casa mia!
D - Come blandito da un’ondata di tepore senti adesso il tuo cuore
in tumulto di-ventare grande grande. Il trambusto delle manovre
d’attracco e quasi d’improvviso ti ritrovi sulla tolda, immerso in
una strana allegria di ragazzi.
[PAUSA]
U (cambiando tono) - E adesso, dove pensi di andare?
M - Come avrebbe potuto il tono burbero dell’ufficiale smorzare il
mio sorriso? A casa mia, signore, gli avevo detto. Io sono di Reggio e...
U - Nient’affatto. Sei consegnato!
M - Consegnato?! Ma perché?
U - Siamo in guerra, non siamo in crociera! E, se non lo sai, su una
nave da guerra non si usa il binocolo per guardare il panorama! Che
ti credevi, che non ti avevo visto?
M - Non potevo crederci! Ma io... avevo cercato di spiegare.
U - Ma tu un bel niente!
[PAUSA]
D - Eri rimasto là sulla tolda, da solo, a guardare da lontano i
tuoi compagni che scendevano felici, troppo felici per accorgersi
della tua muta disperazione. (pausa)
Incapace di piangere, avevi trascorso nel dolore più cupo quella che
doveva essere una giornata di gioia. A tratti ti eri anche sorpreso
nell’irrazionale speranza che qualcosa potesse, come per miracolo,
modificare la tua situazione.
U (con tono giocoso) - Ma che ci hai creduto veramente?
Scemo, era uno scherzo! Scen-di, che aspetti?
M - Ma non era vero, stavo solo sognando a occhi aperti. E un
istante era anche troppo per rendermene conto (pausa – M. impugna
nuovamente il binocolo)
Adesso potevo vederla chiaramente di fonte a me, la mia città, e in
lontananza, piccolissima, anche la mia casa, sulla collina verde di
ulivi e fichidindia . Tutto il mio mondo d’affetti era là, a soli
quattro chilomentir da me. Eppure irraggiungibile. Quando, quando
sarebbe capitata nuovamente un’occasione simile? Forse tra un mese,
forse tra un anno. Forse mai.
[PAUSA]
D - I marinai cominciano a rientrare. Tutti con molte cose da
raccontare. Con negli occchi la luce dei vent’anni. Degli affetti
ritrovati, anche se solo per un giorno, come anche dei baci
fuggevoli e struggenti di una sera.
U (sorpreso) - E tu che ci fai qui da solo?
M - Sono stato consegnato, signore.
Avevo visto il comandante in seconda diventare rosso di collera
mentre gli raccon-tavo ciò che era successo. Aveva immediatamente
mandato a chiamare l’ufficiale che aveva voluto punirmi.
(cambiando tono) Ma la leggerezza mostrata da questo marò mi
è parso grave, signore. Siamo in guerra e...
U (con tono duro e autorevole) - Siamo in guerra, ma sembra
che proprio voi non lo abbiate capito, signore! Siamo in guerra!
Oggi ci siamo, domani non si sa. Ma vi ren-dete conto di ciò che
avete fatto? Questi ragazzi, dopo mesi passati in navigazione, oggi
potevano scendere a terra. Alcuni potevano addirittura rivedere le
famiglie. Oggi! Domani dovremo riprendere il mare, ve lo siete
dimenticato forse? E dopo...
(dolente) Chissà dove saremo tra un mese, tra un anno!...
Chissà quanti di noi ci sa-ranno ancora, tra un mese, tra un
anno!... (pausa)
Se non addirittura domani! (pausa)
(indignato) Ciò che avete fatto a questo ragazzo è ignobile, signore!
(esce)
Voce f.c.
Hanno affondato il Castelfidardo!
Hanno affondato il Castelfidardo!
M (solo al centro del proscenio) - E adesso, così, in un
momento, di tutte quelle persone, di tutte le loro storie, niente
più era rimasto. Sofferenze, affetti, speranze: tutto finito!
Annullato, cancellato per sempre.
Tutto perduto. Tutto. La profonda umanità del comandante in seconda,
come pure la meschina arroganza dell’ufficiale che aveva voluto
punirmi. Perduti anche tutti gli altri, compagni di veglia e di
terrore nelle notti di burrasca così come in mezzo al fuoco nemico.
D - Provi adesso la stessa mesta pietà per tutti quei poveri volti
che ben conoscevi e che, lo senti, cominciano a vivere davvero
dentro di te proprio dal momento in cui hanno cessato di esserci per il mondo.
[Buio. Rintrona nell’oscurità l’annuncio ferale]
Voce f.c.
Hanno affondato il Castelfidardo!
Hanno affondato il Castelfidardo!
M [Solo al centro delproscenio, seduto su una sedia a rotelle]
- Ahhh... Quant’è più forte, quant’è più crudele adesso il battito
di questa ferita!
[si tocca il volto, come ad asciugare il pianto]
Ma... che mi sta succedendo? ...Ma.... (sorpreso) ...io...
(incredulo) ...io sto piangendo!
(Pausa. Dal volto le mani si spostano febbrilmente sul collo,
sulle spalle, sul petto, si fermano all’altezza del cuore)
Mio Dio! Ma io... io... sono vivo! Vivo! Vivo!
(Pausa) Sì, io sono vivo.
U (entrando da sinistra) - E com’è possibile? Non eri sul Castelfidardo, tu?
[PAUSA]
M - No, io non c’ero, quel giorno, sul Castelfidardo. (Pensoso,
con voce tremante) Io non c’ero, sul Castelfidardo quel giorno.
Io invece, proprio quel giorno, ero ancora in ospedale, insieme agli
altri feriti nell’ultimo bombardamento, poche settimane prima. Così,
proprio quel giorno, io ero ancora in ospedale, qui a Taranto, in
attesa di essere operato. E forse avrei perduto il piede sinistro.
[Pausa] Ma... è pazzesco! (si prende la testa tra le mani)
Come può essere strano, beffardo il destino!
D (entrando da destra) - Quest’orrenda ferita, devastando il
tuo corpo, ti ha sottratto alla morte. Quest’orrenda ferita ti ha
tenuto lontano da uno dei tanti luoghi in cui ancora una volta la
guerra si preparava a fare scempio della vita umana!
M - Così, solo per uno strano caso, non mi ero trovato sul
Castelfidardo, quel giorno.
U - Il giorno in cui il Castelfidardo era stato affondato.
M - Io invece, proprio quel giorno, ero ancora qui, in ospedale, in
attesa di essere operato. E forse avrei perduto il piede sinistro.
Ma quel timore, lungamente covato con paura, assume invece adesso un
senso del tutto nuovo: una parte di me, una piccola parte di me, in
cambio della salvezza.
[PAUSA]
TUTTI - In cambio della vita.
U - Una vita in più, sottratta all’orrenda carneficina.
D - Una vita in meno, nel bottino d’infamia e di morte che è
l’effetto atroce di ogni guerra.
M - Un trofeo di vergogna, all’ultimo momento sottratto all’orrore.
D+U - All’orrore che sempre e ovunque genera la mano armata di
Caino.
[PAUSA]
TUTTI - Alzata a colpire il fratello.
© Maria Grazia Greco
Note biografiche di Maria Grazia Greco
Maria Grazia Greco è nata a Roma,
dove dirige l’Agenzia letteraria Mondolibro. Laureata in Lettere
all’Università La Sapienza, svolge attività di consulenza per Case
editrici e conduce corsi di scrittura creativa. Ha pubblicato numerosi libri:
“Hopi- l’inidividuo come soggetto e come oggetto di rito”, “La
stanza in fondo al tempo”, “Vite in gabbia”, “Le parole sono mie”,
“Vietato esistere - Monica G., una storia di mobbing”, “Dal
territorio del diavolo”, "Fatti impuri". È autrice dei ‘corti’ teatrali
“L’età tradita” e “Hanno affondato il Castelfidardo”, nonché
dell’atto unico “Fifty/fifty - al binario di una stazione”.
Email: info@mondolibro.net
Maria Grazia Greco,
"Fatti impuri"
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