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Luciano Scateni
NINÌ SANTAGATA. COMMISSARIO PER CASO
Editore Kairòs, Napoli, 2009
ISBN 978-88-95233-36-9, pagg. 112, € 14,00
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1
Il commissario è un omaccione burbero, di mole imponente e questo è
l’elevato pensiero delle vecchie volpi in divisa che gli sono
fedeli: “Quanno don Ninì sta int’o stritto, dà ’o meglio”. E lo
stretto arriva.
Non piove e non c’è sole.
È
uno di quei giorni che deludono i turisti, ancora emozionati dal
mito di Napoli eternamente solare; è uno di quei giorni ostili al
commissario, convinto che qualcuno abbia proditoriamente deciso di
disturbare il fitto dialogo con Santo Porfirio, amicone degli
ottimisti.
La responsabile è una femmina.
È
la vedova nera di un capo branco ammazzato nel corso di uno fra
tanti round degli agguati tra militanti di clan concorrenti, eseguti
con pistola cecoslovaca maggiorata e proiettili dum-dum che aperta
la strada attraverso l’inconsistenza della pelle, anche di pellacce,
e scavata la carne, anche se di bisonte, squarciano arterie, nervi,
muscoli ossa.
La “signora” del delinquentone di cui è vedova recente, in fine di
una sofferenza tutta lacrime, bestemmie e lamentazioni, ha scelto
nel mazzo della folta prole il rampollo under 14 a cui mancano pochi
giorni per soffiare sulle candeline. Non ha bisogno di altri motivi
per sapere che è l’esecutore perfetto della vendetta. Il boss, preso
in marito nella parrocchia dell’Immacolata, sapeva di tradimenti e
traditori. Da cornuto pensava: “Soffro molto meno a esser becco
facendo finta di niente, almeno non le dò lo sfizio di giudicarmi un
disgraziato senza palle”. L’intraprendente compagna, pur avendolo
usato per sistemare lo stato civile di un nugolo di figli senza
padre, che “se li manda la Provvidenza, che faccio, dico di no ?”,
gli si era affezionata e in ogni caso da socia del boss non poteva
certo lasciar correre. Il pargolo designato alla vendetta,
“Cazzimma” nell’ambiente, riceve dalla madre la 7 e 65 regalata da
un boss amico della famiglia ai figli del boss. Il ragazzino è
obbediente e addestrato: porta il corpo snello e la mente
ammaestrata nel corridoio del Tribunale dove cammina in transito
pre-processuale l’assassino del padre che ha i ferri ai polsi e una
maxi “Pall Mall” che pende da un labbro; l’espressione è sprezzante,
ha capelli incolti e quel tipo di barba dura come setole di cavallo
che ci si può sfregare contro uno “svedese” e accenderlo. Il
virgulto della vedova sta per accreditarsi come erede del bos
ammazzato. Si pianta dinanzi al bersaglio, gambe larghe e occhi
dritti negli occhi del nemico, le mani serrate sul calcio della
pistola, l’indice che sfiora il grilletto. La canna si accende con
una successione impressionante, il sangue tinge di rosso maglia
“intima”, camicia, pullover e giacchino a vento da inviato di guerra
della vittima . Attorno al corpo ripiegato su se stesso si accalca
una piccola folla di avvocati, di loro assistiti, curiosi,
magistrati e carabinieri. Qualcuno copre il corpo con le pagine di
un giornale. Il giovanissimo vendicatore getta la pistola e si
consegna ai carabinieri. Sorride, pensando alla madre appagata, alla
condizione di impunibilità su cui la vedova ha costruito la
vendetta, al padre che da qualche parte dell’al di là avrà
approvato, agli amici che lo invidieranno, a Teresa che potrebbe
decidersi a diventare la sua ragazza.
E’ questo il prologo della rottura di palle telefonica che a
Santagata ancora una volta dice male del nuovo giorno: “Ninì, siete
voi ? ...Angelo Roversi, sono il giudice Roversi, salve. Ho saputo
che siete stato per alcuni anni a San Giovanni e che conoscete
fatti, uomini, alberi genealogici delle Famiglie locali. Mi sono
permesso di chiedere al Questore di distaccarvi al caso del delittto
nel tribunale, ma giusto per il tempo dell’indagine preliminare. Vi
aspetto in Procura...subito.”
Sul limitare del palazzotto dei Santissimi Apostoli, di dove
Santagata sta per muovere alla volta della Procura, la tasca del
giacchino di camoscio vibra insieme al cellulare. “So’ Caruso,
dottò, spiacente di disturbare sul cellulare, ma il ragazzino killer
credo che può aspettare. C’è stato un triplice omicidio. Vi dico, un
macello. Due di quelli crepati, so’ femmine. Venite più presto che
potete”. Tre morti ammazzati in un lago di sangue battono tre a uno
l’omicidio del Palazzaccio e anche il giudice Roversi lo capirà,
benché in difetto di perspicacia secondo la maggior parte di
conoscenti, amici e uomini sottoposti al suo sindacabile giudizio.
Santagata è sul posto.
2
La prima volta nella mansarda della bella professoressa nessuno dei
due ha voluto anticipare di un attimo l’esordio del rapporto
sessuale. È piccola la casa. È un rifugio, la soluzione giusta per
mettere da parte preoccupazioni e stress, per godere in pace gli
spazi di solitudine, spesi nella lettura e nell’ascolto di buona
musica. Patrizia continua a condividere la villa del marito e
conferma la scelta di metter fine a una storia divenuta
insostenibile senza traumi per tenerne fuori i figli. Il
piède-à-terre si conclude con grandi travi di legno a vista e uno
svolgimento degli spazi razionale. Da una piccola stanza di
passaggio si accede all’ampio spazioso soggiorno-letto, arredato con
sobrietà e al terrazzo. È grande il tavolo e ordinatamente caotico,
non c’è traccia del vezzo femminile di collezionare ninnoli e invece
libri, dappertutto, il lettore di compact disc e una favolosa
macchina fotografica che porta sempre con sé, quasi un prolungamento
degli occhi. Il lato della stanza che s’apre sul terrazzo è una
grande parete di vetro, con due pannelli scorrevoli che si
congiungono al centro e guardano agevolmente il mare di Posillipo,
di lassù di un blu intenso, brillante dall’alba al tramonto per il
volgere del sole da est a ovest che investe la casa, esposta a
mezzogiorno, fino all’ultimo raggio. Al sorgere, il sole avanza
maestoso alle spalle del cratere del Vesuvio e quando si prepara al
riposo scende rapido dietro il profilo di Nisida. La prima volta.
Patrizia si era liberata delle scarpe appena oltrepassata la porta
d’ingresso per accoccolarsi sul letto, i cuscini dietro la schiena,
il posacenere accanto, una gamba ripiegata sotto il corpo, l’altra
scoperta ben oltre il ginocchio. Il commissario, sprofondato in
un’avvolgente poltrona di pelle, non era completamente a suo agio,
come sorpreso dalla spontaneità dell’invito della donna e dalla
consapevolezza che era lei a guidare l’incontro, che era sua
l’iniziativa, l’intraprendenza, il protagonismo. “Commissario cosa
pensi?” “Che sei in vantaggio di un paio di punti, ma temo per te,
non per molto” “Presuntuoso”. “Penso di pareggiare la partita.
Perlomeno pareggiare. Esempio: una delle cose che faccio meglio è
l’amore” “Dottore, ma quale impudenza…” “Tu a che pensi?” “Alla
madonna del Carmine” “Sì, e io a sant’Agata, martire e stuprata” “Va
bene, anch’io all’amore. E se fossi più esigente di quel che pensi?”
“Non discuto, scommetto. Un milione?” “Anche due. Che altro
attraversa la tua testa?” “Che spesso un uomo e una donna si
guardano negli occhi senza vedersi. Anche rimanendo occhi negli
occhi, quasi mai oltrepassano la cortina delle pupille. Prova a
guardami negli occhi, così…ferma lo sguardo, prova ad accogliere il
mio e lascia che vada oltre l’iride, in profondità, mentre cerca il
profondo dell’anima, i pensieri meno accessibili, i luoghi delle
emozioni, dei desideri, dei segreti inconfessabili”. L’idea di
essere violata è sconvolgente, l’esito della resa altrettanto e
Patrizia finisce inconsapevolmente nello spazio della memoria che le
racconta di “O”, donna schiava per amore, della dipendenza
illimitata dall’uomo padrone. E’ come lasciarsi cullare dall’ipnosi
che genera pensieri inaspettati. “Perché proprio lui...Perché
quest’uomo che arresta malavitosi e legge Proust, che sogna come un
bambino e dice di far l’amore come un dio?” Quella prima volta nella
mansarda sembrava non dovesse finire più.
“Ninì”
“Sì”
“Portami via”
“Sì, vieni sulla galassia Assia”
“Esiste ?”
“Se vuoi”
“Chi l’abita ?”
“Angeli e belzebù”
“Tu da che parte stai ?”
“Dov’è il fuoco...”
“E bruci ?”
“Brucio”
“Di quale fuoco ?”
“Di quello che fa ribollire il ventre dei vulcani”
“Vuoi dannare anche me ?”
“Sei già dannata, mi stai dentro”
“Durerà ?”
“Non scommetto mai sul futuro”
“Io sì”
“Diventa padrona del tuo destino e se ci riesci, del mio”
“E’ così facile ?”
“Così”
“Non mi hai ancora toccato”
“E tu ?”
“Ecco”
© Luciano
Sateni
Il libro
Commissario di frontiera, Ninì
Santagata. Nella Napoli della Camorra e delle bande organizzate,
risolve i casi più difficili grazie all’umanità e alla sua simpatica
pellaccia. Questa volta è un triplice e assurdo omicidio con cui
deve fare i conti. E sbuffa, contro la burocrazia e i metodi
sbrigativi della polizia di Stato, lui che si propone, oltre che di
svelare i colpevoli, anche di recuperare un baby killer o redimere
boss sanguinari e spietati.
Insomma, un poliziotto sui generis, di quelli che
fanno pensare. Un giallo che viene sospeso fino a un irrisolto
finale, e un geniale metodo di investigazione sociale in un mondo di
violenza e di sopraffazione.
L'Autore
Luciano Scateni, giornalista
professionista, scrittore, pittore, vive e lavora a Napoli. È stato
sindacalista della CGIL e, nel 1975, addetto stampa del sindaco di
Napoli Maurizio Valenzi. Caporedattore del quotidiano “Paese sera”
responsabile dell’edizione della Campania. In Rai, dal 1980 ha
ricoperto i ruoli di caposervizio, di inviato radiotelecronista e,
per tredici anni, di conduttore del TG3 Campania. Collabora alla
fondazione del periodico “La Voce della Campania”, ora “Voce delle
Voci”. Ha pubblicato i volumi Violenze e dintorni (edizioni L’altra
Napoli), Io comunista (edizioni L’altra Napoli), Diciassette
(edizioni Lo Stagno incantato), L’ospitalità tollerata (Associazione
Jerry Essan Masslo), Racconti minimi (Edizioni Elio De Rosa) e per
le edizioni Intra Moenia: Amore e/o Morte, Ferri vecchi, Scugnizzi,
Comunicare, Vite disobbedienti, Napoli nel tempo, L’Italia inedita
di un secolo fa.
Ha esposto i propri quadri e disegni in numerose mostre personali e
collettive.
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