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Lino Lista

FRANCO SANTAMARIA

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NARRATIVA / LINO LISTA


Raimondo di Sangro. Il Principe dei veli di pietra

Lino Lista, Raimondo di Sangro. Il Principe dei veli di pietra

Lino Lista
RAIMONDO DI SANGRO. Il Principe dei veli di pietra
Bastogi Editrice Italiana, Foggia - ISBN 88-8185-771-5, pp. 184, € 18,00

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1. La lettera sigillata

La carrozza delle scuderie papali attraversò a velocità sostenuta il vasto piazzale. Era sbucata dalla strada di collegamento con Via Toledo, fendendo l’acqua piovana che sommergeva i bàsoli della pavimentazione.
Le zampe dei cavalli e le ruote, di poco frenate dall’allagamento, schizzarono fiotti a decine di metri di distanza.
Stava per scoccare la mezzanotte del due febbraio del millesettecentocinquanta e diluviava.
Napoli, pur essendo annoverata tra le principali capitali europee, ancora era priva d’illuminazione pubblica, sebbene il secolo dei lumi avesse già valicato la soglia dei suoi primi cinquant’anni di vita.
L’area che la carrozza stava attraversando, tuttavia, non si mostrava totalmente immersa nel buio.
Era quella una zona di ricche chiese e d’importanti monasteri, di residenze di nobili in auge e di palazzi di blasonati decaduti, di dimore d’alti ufficiali dell’esercito borbonico e di parvenu in grado di pagare il fitto degli appartamenti dell’aristocra-zia in bolletta. In molti, a proprie spese, avevano badato a garantirsi un minimo di sicurezza serale e rischiaravano i portoni dei palazzi con lampade, colme d’olio puzzolente, appese nelle rientranze dei porticati. In quella notte tempestosa, con quel clima da lupi, nessuno aveva trovato il coraggio di spengerle.
L’atmosfera, d’altra parte, era carica d’elettricità. Il lucore di un lampo non aveva il tempo d’estinguersi che già quello successivo fugava le tenebre incipienti.
Il cocchiere non ebbe, dunque, problemi di visibilità. Ciò nonostante, quasi in comunanza di vedute con i suoi corsieri, costretti nel galoppo a guardare in avanti trascurando le viste laterali, nemmeno voltò lo sguardo verso la chiesa del Gesù Nuovo che, con l’alta facciata di piperno bugnata a punta di diamante, dominava lo slargo.
Manco lui si accorse della guglia barocca che troneggiava nel centro della piazza. Non notò la bellezza delle figure a tutto tondo e dei medaglioni in altorilievo che la impreziosivano in ogni lato.
Tutto preso dalla foga della corsa non sollevò, a maggior ragione, la fronte verso il cielo. Non s’avvide, quindi, della statua dell’Immacolata, svettante sull’apice del-l’artistico monumento. L’obelisco s’ergeva così alto che il duca Pignatelli di Monte-leone, sin dal giorno in cui ne fu decisa la costruzione, avrebbe trascorso insonne le notti per il timore che esso, scrollato da uno dei terribili terremoti che di tanto in tanto scuotono il suolo partenopeo, potesse rovinare sul suo palazzo costruito ai margini.
Abilmente manovrando le redini, il guidatore costrinse la doppia pariglia a rallentare già davanti al Monastero delle Clarisse, nel tratto di decumano che col-lega il piazzale del Gesù Nuovo con quello del Real Monastero di San Domenico Maggiore.
La sua maestria di conducente fu tale che, quando la carrozza ebbe percorso tutto il rettilineo, i cavalli andavano talmente piano da sembrare che segnassero il passo. Il cigolio delle ruote volventi sul lastricato e le zoccolate furono, perciò, sommersi dallo scroscio del violento acquazzone che stava ripulendo Napoli.
Giunto in San Domenico il veicolo piegò a manca e, con esasperante lentezza, attraversò diagonalmente lo spiazzo, dirigendosi verso l’edificio più distante.
Era là che viveva Raimondo di Sangro, settimo principe di San Severo, duca di Torremaggiore e colonnello dell’esercito borbonico.
Sebbene l’agognata meta fosse proprio la dimora del nobile, la carrozza non si fermò all’altezza del suo ingresso.
Un lampo più vivido n’aveva illuminato a giorno l’imponente portale in pietra vesuviana.
Per un eccesso di zelo, essendogli stato impartito l’ordine di dare il meno possibile nell’occhio, il cocchiere tirò soltanto la briglia di sinistra invece che strattonare entrambe le redini; di conseguenza proseguì parallelamente al palazzo.
Senza dubbio, con la scelta di non sostare davanti all’ingresso, volle eccedere in cautela. L’ora era così tarda ed il tempo tanto inclemente che nemmeno l’inquieto duca Pignatelli di Monteleone, seppure fosse stato colto da una crisi di panico da crollo, si sarebbe arrischiato ad uscire per strada.
Il cocchiere, prudente come può esserlo soltanto un conducente delle scuderie papali, preferì allontanarsi dal portale.
Continuò ad avanzare, nel lentissimo e silente trotto, fino al fondo della piazza.
Là giunto svoltò sulla destra, accedendo nella strada sulla quale s’affacciava l’ala interna di Palazzo di Sangro.
Fiancheggiando l’edificio proseguì in linea retta finché, sulla sinistra, non distinse lo sbocco di una stretta via: era un vicolo immerso nel buio più assoluto, nonostante lampeggiasse ad intermittenza quasi regolare.
Nei vicoli di Napoli non penetrano i raggi del sole nel Leone di luglio ed agosto; si consideri, allora, se mai possono i bagliori di un temporale illuminarli.
Il cocchiere ritenne che fosse quello il luogo più sicuro nel quale scaricare il passeggero e si fermò una decina di metri dopo d’averlo imboccato, davanti al portone principale dello stabile d’angolo.
Povero conduttore delle scuderie papali, che mai avrebbe immaginato, dopo tante precauzioni, d’aver sostato giusto davanti al luogo più caro al principe di San Severo! Nell’edificio d’angolo, infatti, era ospitata la Pietatella, la cappella della famiglia di Sangro. Il sacello era stato eretto, verso la fine del 1500, sul terreno dell’antico giardino del palazzo nobiliare ... (Cap. 1, pp. 9-10)

...Assorto nei ricordi, l’uomo non s’avvide dello strano movimento che occorse a distanza, a qualche metro dalla statua del Nilo.
Due individui, che fino a quel momento avevano sostato stando seduti sopra un grosso cesto capovolto, s’alzarono di scatto e s’infilarono nel viottolo dov’era l’appartamento del Deputato.
Dominique li scorse. Non diede, però, importanza all’evento.
Un istante dianzi che don Arcangelo ed il prete svoltassero l’angolo, ad una quarantina di passi frontalmente a loro, grazie all’alone di luce diffuso da un’edicola religiosa, notarono sbucare altre figure dall’oscurità.
Erano tre lazzari, apparentemente brilli, che avanzavano barcollando. L’uomo al centro, un vero energumeno, si teneva con le braccia sulle spalle dei compari, facendosi trascinare come se fosse il più sbronzo del gruppetto.
Non appena si resero conto d’essere stati avvistati, i ceffi cominciarono a cantare sguaiatamente.
Arcangelo Pellecchia intuì il pericolo.
Presto Dominique, verso casa, presto!
I tre finti ubriaconi si svincolarono e, avanzando fermamente sulle gambe, accele-rarono il passo.
Il francese, a questo punto, comprese cosa stava accadendo.
Ce ne sono altri, sotto casa!
Scappa tu che puoi correre, scappa!“ gridò il Deputato.
Manco per sogno, don Arcangelo! Non vi lascio da solo, a farvi massacrare per la seconda volta.
Tu sei un prete pazzo. Non dovevo coinvolgerti nei miei guai. Mettiamoci con la schiena contro il muro, svelto!
In un batter d’occhio gli assalitori furono loro addosso.
Mal ne colse al più grosso della masnada che, ridendo beffardamente, si parò per primo davanti al giureconsulto, convinto di potergli affondare il coltellaccio nella carne come ad agnellino inerme.
Arcangelo Pellecchia, poco stabile sulle gambe ma saldo della saldezza del muro contro il quale sospingeva le spalle, sollevò da terra il bastone da sinistra verso de-stra, col movimento di un manrovescio. S’udì distintamente lo scatto metallico della lama.
La ghignata dell’energumeno si mutò in un gorgoglio sommesso.
Il sangue gli colò dalla bocca e zampillò dalla giugulare recisa come acqua da viva pomice. Si voltò verso i complici rantolando e li investì coi fiotti ematici.
I soci del malcapitato arretrarono, atterriti dalla scena.
Stu’ sciancato l’ha scannato!“ sbraitò uno di loro.
Dal viottolo, attirati dalle grida, accorsero gli altri agguatanti. Assieme alla coppia notata da Dominique, armata di coltello, c’erano due bifolchi che impugnavano for-coni a doppia punta.
Nel frattempo che cinque aggressori si sistemavano a semicerchio intorno ad Arcangelo Pellecchia, uno degli uomini armati di bidente si scagliò contro Domini-que, bloccandogli il collo tra i rebbi dell’arnese e costringendolo contro il muro.
Nu’ l’accidere ‘o munacone, porta jella!“ strillò un compare.
Il francese, però, seppe far uso dei suoi lunghissimi arti.
Afferrato a due mani il terminale dell’asta del bidente, lo sospinse in avanti, distan-ziandosi dal muro di quel tanto che bastò per portare indietro una gamba.
Il calcio che sferrò fu tremendo... (Cap.3, pp 116-117)

© Lino Lista, da “Raimondo di Sangro. Il Principe...”

Il libro

“Raimondo di Sangro. Il Principe dei veli di pietra” di Lino Lista (Recensione di Andrea C. Galluzzo)

Una carrozza, proveniente da Roma e guidata da un cocchiere delle scuderie papali, si ferma davanti alla Cappella San Severo in una tempestosa notte del 1750... L’unico passeggero, un canonico regolare francese, ha tra le mani un’epi-stola di Benedetto XIV indirizzata a Raimondo di Sangro, principe di San Severo... È l’avvio di un complotto che coinvolge i poteri dominanti dell’epoca (Chiesa, Carlo III, nobiltà e Massoneria) e che, forse, ha mutato la storia del Settecento. Il tutto è ambientato nel Centro Storico di Napoli, tra congiure e tesori d’arte, veleni ed alchimie. Tra questi intrighi e misteri si dipana la trama del romanzo “Raimondo di Sangro, il Principe dei veli di pietra”, edito dalla Bastogi. Il libro, ultima opera di Lino Lista, ha riacceso i riflettori sulla vicenda umana di Raimondo di Sangro, con-troverso personaggio della storia napoletana del millesettecento, il cui nome è indis-solubilmente legato alle opere da lui commissionate nella Cappella San Severo, uno dei tesori d’arte all’ombra del Vesuvio. Un personaggio ed una Cappella che, coi loro affascinanti misteri, hanno contribuito a diffondere nel mondo l’immagine di una Napoli “città magica”. Si racconta, addirittura, che il famigerato conte di Cagliostro, interrogato nel 1790 dal Tribunale dell’Inquisizione, confessò di avere appreso tutte le sue conoscenze alchemiche da “un principe napoletano molto amante della chimica”.
Ma chi fu, realmente, Raimondo di Sangro? Fu un uomo “... di bello e gioviale aspetto, filosofo di spirito, molto dedito nelle meccaniche, di amabilissimo e dol-cissimo costume, studioso e ritirato, amante la conversazione di uomini di lettere”, come scrisse di lui Antonio Genovesi e come sembra confermare la delicata arte del “Cristo Velato”, l’incredibile scultura esposta nel tempietto-museo della famiglia di Sangro? Oppure, come si narra in centinaia di pagine d’Internet, egli fu uno stre-gone dedito a negromantici esperimenti, tra i quali la realizzazione delle mostruose “macchine anatomiche”, i due scheletri rivestiti dei sistemi venosi ed arteriosi “metallizzati” ed esposti nella Cappella? Molti sono gli enigmi che aleggiano sulla figura del Principe. La natura del lenzuolo che ricopre il Cristo Velato, in primo luogo. È marmo oppure è una sostanza sintetica, frutto delle ricerche chimiche di don Raimondo? Perfino la fede e la militanza politica del Principe sono dibattute. Fu un massone sincero (avendo egli assunto la carica di Gran Maestro della più importante Loggia del Regno) oppure, essendo stato un fervente cattolico, fu un traditore della Massoneria, giacché consegnò a Carlo III l’elenco degli affiliati, provocando in tal modo la dissoluzione delle organizzazioni massoniche? Per ulti-mo, ma non ultimo: ci sono segreti tramandati nel simbolismo delle sculture della Cappella San Severo? Sono questi gli arcani e le cospirazioni che pervadono il libro di Lino Lista, recentemente pubblicato dalla Bastogi, una casa editrice da sempre attenta agli scritti concernenti il “principe maledetto”. Occorre immediatamente recensire che, dal punto di vista letterario, ci troviamo al cospetto di un romanzo storico, un genere che ben si presta a divulgare presso il vasto pubblico, e non sol-tanto tra gli appassionati d’esoterismo, la vicenda umana di Raimondo di Sangro. È un tentativo, il genere del romanzo storico incentrato sulla figura del Principe, che già è stato esperito nel passato: questa volta, però, la categoria letteraria appare rispettata. Scorrendo tra le pagine gli avvenimenti, le sequenze dei fatti e i documenti citati, si ha la percezione della plausibilità degli eventi narrati e dello sforzo di ricerca e studio delle fonti, sforzo che ha costituito la premessa culturale dell’opera. Un presupposto, la storicità degli avvenimenti, che non inficia la godibilità del testo, il quale si sviluppa tra complotti e colpi di scena, amori e tradimenti, calunnie e veleni, il tutto ambientato negli scenari settecenteschi del Centro Storico di Napoli, tra personaggi famosi (veri) e comparse (inventate) che sembrano tratte da dipinti di Gaspare Traversi. Architettura del romanzo, clima, protagonisti, immaginazioni, riflessioni e vicende appaiono ben definiti e coinvol-genti, in un riuscito “mélange” storico-letterario.
Una considerazione finale occorre fare. Lino Lista, parallelamente con la poetessa americana Kathryn Lindskoog, è stato artefice di una delle più diffuse interpreta-zioni moderne della Primavera di Botticelli, il massimo enigma della pittura. Le discussioni che, nel libro, Raimondo di Sangro intavola con i suoi scultori, quindi, assumono una valenza molto interessante, in special modo per i cultori d’arte e per gli appassionati delle allegorie della Cappella San Severo. Da questo punto di vista, allora, ha colto nel segno il professor Giuseppe Tortora, ordinario di Filosofia dell’Università Federico II di Napoli, il quale in una recensione ha sostenuto che “il vero valore aggiunto del libro consiste nel progressivo disvelamento dei misteri”.  (Andrea C. Galluzzo, in www.galluzzo.it/news.asp?id=2175)

Biobibliografia di Lino Lista

Lino Lista è nato e vive a Napoli. Laureato in ingegneria elettronica, amante della poesia allegorica e poeta allegorista egli stesso, ha acquisito una discreta notorietà per essere stato autore e diffusore in Italia della tesi “Lindskoog-Lista” –dal nome della poetessa americana Kathryn Lindskoog e dal suo– un’interpretazione che nella Primavera di Botticelli riconosce l’Eden del Purgatorio di Dante. Tra le pubbli-cazioni in prosa di Lino Lista, tutte dedicate allo studio di enigmi figurativi o lette-rari, si citano:
Il Mosaico dell’Amore, Editrice Scuderi, Avellino 1997
Le Tre Grazie della Primavera, in Episteme, An International Journal of Science, History and Philosophy, n. 6, Porzi Editore, Perugia, 2002
Il Mistero del Vino di Cana, in Episteme, An International Journal of Science, History and Philosophy, n. 7, supplemento ad Arte in Foglio, Perugia, 2003
A proposito della Primavera di Botticelli: perché Mercurio è Dante, in Episteme, An International Journal of Science, History and Philosophy, n. 8, supplemento ad Arte in Foglio, Perugia, 2004
I veli di marmo di Raimondo di Sangro, Principe di San Severo, in Episteme, An International Journal of Science, History and Philosophy, n. 8, supplemento ad Arte in Foglio, Perugia, 2004
Raimondo di Sangro, il Principe dei Veli di Pietra, Bastogi Editrice, Foggia, 2005

Recensione a "Echi ad incastro"


FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.