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“Gli uomini, fuggendo la morte,
l’inseguono.”
Democrito, Frammenti
Oggi la gente è più pazza del
solito. Sotto questo cielo grigio velato di piombo ogni macchina che
incrocio è un proiettile scagliato contro il vetro, contro il petto.
Percorro la strada che mi porta al paese dove sono stato assunto
come impiegato comunale, archivista per la precisione. Sposto volumi
ogni tanto da uno scaffale all’altro ed annoto, ancora su enormi
fogli di carta, nascite e morti. Ho ben poco da fare. Non accade
niente, da settimane. Proseguo, lento, la strada in salita. Schivo
volta per volta macchine e sguardi ad ogni curva, ogni strettoia.
Schivo, sudo, impreco e vado avanti.
Improvvisamente lo vedo. Rassicurante e terrificante, normalissimo,
micidiale. Seduto immobile nello spicchio di sole di questo novembre
livido, Emilio scruta il traffico come un monumento. Senza riso né
disgusto regola il tempo, lo blocca, lo cristallizza. Rarissime
macchine gli scorrono a fianco e pensano di correre. Ma nulla
cambia. E’ tutto fermo, statico. Come lui, a causa di lui. Se si
muovesse, forse, se si spostasse appena, magari cambierebbe tutto.
A volte, lo confesso, ho sognato di eliminarlo, di essere io il più
pazzo dei pazzi. Fingere di perdere il controllo della macchina e
colpirlo in pieno. Per vedere se sa urlare, ridere, piangere, per
vedere se ha sangue, rosso, nelle vene. Ma forse ha ragione lui; il
posto unico sulla panchina al sole è ambitissimo, ha diritto di
erigere giorno dopo giorno un busto a se stesso per la gioia e
l’orgoglio di averlo conquistato. Ha il diritto di credere di essere
Alessandro Magno, Napoleone, Tamerlano. Di crederlo o di esserlo
veramente. Che differenza fa?
Già, ma oggi il cielo inocula davvero liquido gelido nelle vene. Mi
fermo. Mi fermo e penso, o meglio smetto di pensare, mi avvicino a
lui e gli sorrido. Riesco a parlargli oggi, ne trovo la forza, la
ragione. Gli chiedo se è vivo o morto, deformazione professionale
con ogni probabilità. No, molto più semplicemente gli chiedo perché
rimane lì immobile per ore ogni maledetto giorno, cosa pensa, cosa
fa.
“Non sono io che penso, è la Morte che pensa a me. Vive e mi fa
vivere di un amore inappagato”.
Parole ripescate dagli abissi degli occhi che mi si spalancano
davanti, dal fluido torbido dei suoi anni. Lo guardo con una smorfia
sospesa tra gelo e sarcasmo. Vorrei andarmene via all’istante, ma
ora che non voglio, ora che non vorrei, mi scruta, ghigna a sua
volta, e mi parla. Mi racconta una storia, la sua.
“Tu sei arrivato qui da poco, amico mio, ma devi sapere che questo
scialbo paese un tempo era pieno di sole e di voci, accogliente come
il seno di una ragazza e vivo come gli occhi, il canto, il riso di
lei.
C’erano gerani rossi d’estate su ogni terrazzo, legna nei camini,
fuoco e vino caldo nelle sere d’inverno. C’erano sguardi, parole e
incontri di amici e amanti lungo il corso, quello con le pietre
antiche, il selciato sfiorato da centinaia di piedi, tanto liscio e
robusto da sembrare vivo, allora, persino lui. Sudava, respirava,
stillava lacrime e perle di bocche spalancate in un grido o in un
bacio. Ascoltava il respiro della gente, le storie, le passioni, le
lasciava traspirare dalla pelle porosa degli anni.
Io passavo rapido per le strade, attraverso i vicoli e le stradine.
Passavo ed osservavo con occhi fermi, ignari di sorrisi. Con occhi
da straniero. Sì, a te posso dirlo. A te che vieni da fuori, che sei
estraneo, anche tu, a questo luogo, al suo mistero e alla sua
realtà. Avevo occhi da straniero, lo ammetto. Nato e cresciuto in
questa valle, in mezzo alle facce, ai gesti e alle parole di questa
terra, sentivo un altro battito, cercavo un luogo, un tempo lontano.
Giravo per le vie come un criceto nella gabbia e sognavo una meta,
un altrove, uno spazio diverso, fuori e dentro di me. Ero e sono uno
straniero. Non me ne vanto e non me ne lamento, in ogni caso. E’ il
mio destino, la mia realtà, la donna aspra e fedele che mi è toccata
in sorte.
Il tempo trascorreva lento e furtivo, identico a se stesso. I vecchi
uguali ai figli e ai nipoti, stessi occhi, stesse gambe spalancate
sul muro davanti al bar, stesse urla che echeggiavano sorde nella
vallata, laggiù, verso la pianura, verso il verde dei prati e
l’azzurro del mare dove si perdevano gli sguardi, il filo dei
discorsi, le labbra sospese in una speranza annegata in un grappino.
Correvano gli anni in fila ordinata come formiche nere, come soldati
muti armati di moschetto. Correvano, ma non abbastanza da poter
scappare, estate dopo estate, all’invasione dei turisti. Tedeschi,
inglesi, romani, milanesi, negli alberghi e nelle pensioni, nelle
case e nelle tende, a portare nuova vita alla vita, la gonna di una
ragazzona di Amburgo a cui tutti cercavano di parlare la lingua
dell’amore, di un amore stagionale, dissolto dalle piogge. Io
guardavo e sorridevo, più rapido del tempo, ma uguale, anch’io, a me
stesso. Lieto della vita estranea che mi si affannava accanto e in
cui mi specchiavo tenace e distratto nella gioia malinconica di
vedermi diverso.
Un giorno come tanti, in un mattino d’autunno, la vidi. La notai,
nitida, netta. Il filo di nebbia che avvolgeva la valle si dissolse
presto al calore del sole ed apparve, comica, terrificante. Nel muro
di pietra che costeggia la strada principale del paese c’era una
crepa, una feritoia. Nel muro che regge la piazza, le case, i
terrazzi, i balconi, c’era un varco, uno spazio vuoto. Una fessura
minuscola in fondo, ma non così minuscola da non lasciare
intravedere, al di là, l’aria rarefatta dello strapiombo. Non così
minuscola da non consentire a chi ha occhi attenti di vedere la
calce stanca, fragile, desiderosa di tornare polvere per adagiarsi
al suolo.
Il giorno successivo la feritoia si era ingrandita, altre pietre
erano cadute, dissolte, sfarinate. Nell’argilla e nel granito che
reggono il paese si era aperto un tetro accenno di sorriso. Ogni
giorno un po’ più ampio, ogni volta più raggelante.
Provai in più occasioni a segnalarlo, ad indicarlo ai miei
compaesani. Vinsi la ritrosia, la mia fame di silenzio, e parlai,
gridai forte indicando le mura che si sfaldavano. Nessuno sembrava
ascoltare, nessuno vedeva né capiva. Un breve cenno con il capo, poi
ognuno tornava beato alle proprie occupazioni, i vecchi nei bar e
nei campi, i giovani sui motorini e i tedeschi a ridere e urlare
davanti ad enormi grigliate di salsicce.
Ogni mattina le aperture lungo il muro erano più vaste. Anche le
facciate delle case iniziavano a sgretolarsi. Il mosaico perdeva una
ad una le tessere. Lento ma inesorabile il vuoto si espandeva,
puntiforme dapprima, come una subdola malattia cutanea, un parassita
che divora cellula dopo cellula e lascia strie e cicatrici, macchie
biancastre prive di linfa vitale.
Loro continuavano a non vedere. Non dicevano né facevano niente.
Neppure quando, una dopo l’altra, saltarono le tubazioni, l’acqua,
il gas, il metano. Le condutture si squarciavano in più punti,
schizzavano e sibilavano. Le riparazioni tenevano per un tempo
comicamente breve, poche ore dopo si frantumavano anch’esse. Il
paese ingurgitava se stesso. Si divorava a poco a poco come un
enorme serpente affamato che si inghiotte la coda e risale squama
dopo squama al corpo, alla testa, alla sua stessa bocca. Si
annichiliva il paese, la terra assorbiva la terra e la pietra
triturava la pietra.
Avrei potuto sentirmi bene. Avrei dovuto, forse. Avrei avuto
l’occasione di sedermi comodo a guardare lo spettacolo in qualche
punto panoramico e morire lento nel sorriso di chi osserva
l’annientamento di ciò che gli è estraneo. Avrei potuto nutrirmi
della polvere e del sangue della parte avversa. Il dissolversi del
mondo altro avrebbe dato consistenza al mio, alle mie braccia, ai
piedi, ai sogni, ai pensieri. Avrei potuto, ma sarebbe stato
privilegio vano.
Corsi da lei. Sapevo cosa faceva e dove abitava, la conoscevo bene.
Sapevo che solo lei avrebbe potuto arrestare il processo di
dissolvimento, solo lei, capace di sfidare il tempo, di incantarlo,
di renderlo schiavo. Lei, vecchia e bambina, zuccherosa nel riso
d’assenzio, nella lingua che si insinua nelle voragini brune della
bocca.
Mi riconobbe all’istante. Le labbra rimasero immobili ma gli occhi
si accesero di luce intensa d’odio subito rincorsa dall’ombra di un
amore ancora in grado di eclissarla. Eravamo stati insieme un tempo,
anni addietro, prima di renderci conto di essere troppo diversi, o
troppo uguali, prima di correre via ognuno verso il suo amore più
vero e profondo, la solitudine. La mia, una camminata muta tra
strade affollate, e la sua, coltivata palmo a palmo in un eremo
distante, nell’angolo più desolato della collina, in una stanza buia
zeppa di libri e ragni, gioielli di bigiotteria e scatole di cibi
precotti, cani e gatti sulle sedie e nel cortile e una finestra
eternamente sbarrata sul lato della casa esposto al sole.
Mi lasciò entrare, non servirono molte frasi. Sapeva tutto, o forse
lo aveva intuito fissandomi negli occhi. Sapeva anche lei, persino
troppo bene, del disfacimento progressivo, la lenta agonia della
vallata. Mi guardò a lungo, senza ansia, senza la rabbia vorace di
troppe ragioni e troppi silenzi. Si sedette su una poltrona e mi
invitò con un ampio cenno a porgerle un cuscino. Dal suo viso
emanava un calore che avvolgeva e repelleva, un biancore di corsia
d’ospedale, caldo e malsano, capace di assorbire le forze e
prosciugare il midollo: le spalle, il seno, la faccia, il profumo di
lei, melassa densa, fermentata. La sfiorai, quasi per caso, per
gustarne l’opprimente inconsistenza, per verificare con tetro
sarcasmo la sua realtà, il tepore del corpo, il battito, il respiro.
Mi invitò a sederle accanto, a contatto con i suoi vestiti, i
capelli, i fianchi. La baciai. Lo so, può sembrare assurdo,
incredibile. La baciai con lo stesso gusto con cui a volte ci si
ferisce, si ingoia un cibo rivoltante, ci si getta nella pioggia
gelida e nel fango, si respira l’odore di un fiore putrescente.
La abbracciai, la strinsi a me, la cullai nella morsa di un
amplesso. Sentii l’odio, la passione, la spina dorsale, lo stomaco,
il cervello, l’essenza vitale del corpo esplodere in lei.
Sorrise. Quasi bella, quasi viva. La donna che avrei voluto, per un
istante. Sorrise quieta, appagata. Non disse niente, neppure allora.
Mi prese per mano e mi fece sentire la carezza delle unghie
lunghissime, diafane. Mi condusse alla finestra sbarrata, lo schermo
di legno e ferro, la barriera eterna ai raggi del sole. Mi fissò
negli occhi, in uno sguardo rubato, breve, infinito, inseguito una
vita intera ed ora suo, per sempre. Suo soltanto, nel tempo e contro
il tempo. Senza via di fuga, eternamente suo.
Mi scrutò, rise forte poi si fece seria, solenne. Pose la mano sulla
finestra con gesto calmo e preciso, la aprì e mi invitò a guardare.
Cercai istintivamente l’orizzonte, il mare, lo spazio libero. Capii
solo dopo di avere sbagliato prospettiva. Sotto di noi il paese era
illuminato dalle ultime luci del tramonto. Un chiarore tenue che
consentiva tuttavia di distinguere ancora gli alberi, le vie, gli
edifici. Guardai meglio ed un sorriso strano, simile a quello delle
labbra brune che avevo di fronte, mi si aprì sulla faccia. Si era
ricompattato il paese, era tornato solido, integro. Le mura erano di
nuovo salde, l’argilla, la calce e la pietra si stringevano in un
abbraccio possente.
Guardai bene, mi godetti a lungo il senso ristabilito di pienezza,
la completezza della visione. Mi voltai verso la donna della mia
gioventù e provai un istante di attrazione, un affetto agro ma
intenso. Mi avvicinai a lei per abbracciarla, per avvolgerla nel
calore della gratitudine. Mi fermò le braccia con le dita distese,
con le unghie appuntite disposte a cuneo, a testuggine come una
legione romana. Mi fermò le braccia con le mani e con un riso
glaciale. La riconobbi, la vidi di nuovo. Ritrovai le coordinate, le
forme, gli odori, la presenza più vera di lei. Ritrovai lei e me
stesso nell’attimo esatto in cui il suo indice mi indicò un punto
preciso in mezzo alla radura. Laggiù, poche decine di metri sotto
alla sua casa, si scorgeva uno spazio vuoto, un rettangolo di terra
nuda che interrompeva il verde uniforme del prato. Un rettangolo
grande abbastanza per contenere il corpo disteso di un uomo. Una
tomba aperta, spalancata come una bocca avida di carne. Ebbi
l’impressione che l’argilla che era servita per ricompattare le
voragini del paese fosse stata ricavata da lì, da quella fossa
minuscola ma priva di fondo, da quel solco che attingeva alle
viscere della terra.
La guardai ancora, la donna della mia eterna pazzia, il dolore senza
tempo. Distesi le braccia. Per afferrarle, con tutta la forza che
avevo in corpo, il collo raggrinzito stavolta. Sorrise di nuovo,
serena, inattaccabile, e pronunciò le sue prime parole.
‘Hai messo in gioco te stesso - mi disse - e le regole del gioco le
stabilisco io. Hai dato tutto ciò che hai per salvare qualcosa che
ti era estraneo. Ora sei diventato ciò a cui hai voluto ridare vita.
Sei pietra e carne, forme ed esistenze a te aliene. Non c’è spazio
per due esistenze parallele, lo sai. Il paese è tornato integro ma
non ancora vivo. Ci sono le mura, le case, le strade, ma non ancora
la vita. La vita vera, intendo. C’è solo l’ombra della vita, o il
riflesso baluginante della morte, se preferisci. Non chiedermi
perché, non saprei risponderti, così come non so dirti perché ti amo
ancora e perché ho atteso per anni il momento per poterti
distruggere. Non chiedermi perché, so soltanto che la vita,
l’armonia, la gioia, sono preziose, costano care.
Quella fossa spalancata che vedi laggiù anela a ricongiungersi a te.
Anela, si consuma nell’attesa proprio come ho fatto io per decenni.
Solo che a me è stato concesso di averti per una sera, a lei per
sempre. La invidio, è un privilegio raro. La invidio ma non posso
oppormi, appartieni a lei ormai, sei suo. Suo, come suo è il paese.
Quando avrà te deciderà di concedere la vita a coloro che lo
abitano. Tocca a te, amore mio. Tu, lo straniero di sempre, l’eterno
forestiero, hai in mano il destino di tutti quelli che hai odiato,
schivato e fuggito per anni. E’ stato bello per me ritrovarti, ma
ora va da lei. Ti attende laggiù, aperta in un interminabile
abbraccio. Quando sarai suo, quando deciderai di stringerla a te, la
morte apparente del paese avrà fine.’
Adesso sai tutto, amico mio. La storia che ho voluto raccontarti è
tutta qui. La Morte, te lo confermo, mi ama con passione sconfinata
e non corrisposta. Vive e mi fa vivere di un amore inappagato. Non
ho mai trovato il coraggio di unirmi in amplesso con la terra gelida
che mi attende ai margini della radura. Giorno dopo giorno aspetto
qui, su questa panchina, la volontà, la forza. Non ci riesco, non ne
sono capace. Sono straniero anche a me stesso ormai, o forse non lo
sono a sufficienza, non ancora, non abbastanza.
Ti chiedo perdono per averti raccontato questa vicenda. Tu non sei
nato in questa vallata, sei qui per un periodo limitato di tempo,
per la durata del tuo contratto con il Comune. Puoi farcela forse,
puoi uscirne. Te lo auguro di cuore, amico. Io avevo bisogno di
parlare a qualcuno della mia storia. Riviverla con te mi ha dato un
po’ di energia, ho sentito di nuovo per qualche istante il calore
del sangue nelle vene. Scusami ragazzo, e, se puoi, dimenticami in
fretta, dimentica queste colline, questo paese, questo silenzio che
nasce dalle fessure, dalle fontane gelate, dai solchi dei campi e
delle fosse”.
Nell’istante in cui l’uomo smette di parlare gli sono già di spalle.
Una ben misera scortesia se confrontata con lo spreco di tempo ed il
fastidio subdolo che mi ha inflitto raccontandomi la sua strampalata
odissea. Vorrei dirgli ciò che si merita e mandarlo davvero a
qualche diavolo, uomo o donna che fosse. Preferisco allontanarmi in
fretta però. Gli nego gli occhi e la faccia e mi allontano in
silenzio, a passi rapidi, sdegnati.
Risalgo in macchina e metto in moto. Decido di lanciargli un’ultima
occhiata, così, per archiviarlo definitivamente su qualche scaffale
di poco conto della memoria. Lo cerco con lo sguardo e lo intercetto
nell’attimo in cui, incredibilmente, si alza dalla panchina con
espressione compiaciuta e se ne va. Si dirige a passi lievi verso il
fondo della strada. Ha la faccia e l’atteggiamento di chi si prepara
a camminare a lungo senza sosta.
Metabolizzo dopo qualche minuto anche questa stranezza. Il vecchio
si conferma bizzarro oltre ogni misura, non c’è niente di nuovo né
di sorprendente in tutto questo. Riprendo con sollievo il viale che
conduce fuori dal paese, verso la strada statale e la pianura, verso
la civiltà. Costeggiando il muro che sostiene le case, la piazza e
il municipio, mi cade l’occhio su un dettaglio. Uno spazio vuoto,
una fessura. Poco più avanti un’altra ed altre ancora, una fioritura
di tagli e ferite nella calce e nella pietra. Vorrei riderne. Vorrei
poter sghignazzare di gusto, schiacciare a fondo l’acceleratore e
correre verso la città. Vorrei, ma non ne ho la forza. Mi sento
svuotato, abbattuto, roso all’interno da denti acuminati che
sfilacciano, rosicchiano, divorano. Mi sento stanco, stordito. Ho
bisogno di sedermi, ne ho il desiderio, la necessità. Non ho altro
sogno, meta, volontà o speranza, ora. Voglio solo sedermi, per tutto
il tempo che potrò. C’è una panchina vuota nel centro del paese. Una
panchina preziosa illuminata da uno spicchio di sole. Sole di
novembre, esile, fragile. Un sole livido, anemico, non mi
disturberà.
© Ivano Mugnaini
L'Autore
Laureato in Lettere Moderne presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Pisa.
È autore di testi di prosa, romanzi e racconti, poesia e saggistica.
Suoi testi, in particolare il romanzo “Limbo minore”
edito da Piero Manni, sono stati presentati nella Sala delle Baleari
del Comune di Pisa, nel Palazzo del Centro Studi Leopardiani di
Recanati, nella Sede dell’Ambasciata Italiana in Olanda, e nei Caffé
Letterari “Le Giubbe Rosse” di Firenze e “L’Ussero” di Pisa.
È autore di recensioni per volumi di narrativa, poesia, arte e
saggistica per alcune riviste nazionali: “Poiesis”, “L’
Immaginazione”, “La Clessidra”, e numerose
altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite
Internet. In particolare “Vico Acitillo 124 - poetry wave”,
www.vicoacitillo.it, curata
da Antonio Spagnuolo e Emilio Piccolo e sul sito “Sinestesie”,
www.sinestesie.it.
È socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di
Pisa, fondato da Renata Giambene e attualmente diretto da Maria
Paola Ciccone.
Collabora, come autore di testi, con alcune associazioni culturali,
tra cui “Il Teatro di Campana”. Nel corso delle ultime stagioni sono
stati realizzati spettacoli di prosa e recitazioni di poesie, così
come perfomances a tema dedicate ad artisti e letterati, tra cui Van
Gogh, Rimbaud, Verlaine, Campana ed altri.
Ha presentato suoi testi, prose e liriche, all’interno di
manifestazioni e rassegne artistico-letterarie nazionali tra cui
“Versinguerra” e “Bunker Poetico”, brani letterari abbinati ad opere
artistiche all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.
È autore di racconti premiati o segnalati in concorsi letterari, tra
i quali: Premio “Nuove Lettere“ giuria presied. da A. Bevilacqua,
Istit. Italiano di Cultura (NA); “Parole di carta“ (Roma) - con
pubblicazione su volume edito da Marsilio Editore - Venezia;
“Teramo” (TE) giuria Michele Prisco, Renato Minore, Barbara
Palombelli, Giuseppe Pontiggia, Raffaele Nigro; “Fiur’lini” (L’Aia,
Olanda) giuria Associaz. Culturale Forum; “Eraldo Miscia - Città di
Lanciano“ giuria Roberto Pazzi, Giuseppe Cassieri, Vincenzo Consolo;
“Arturo Loria“ - Carpi (MO) giuria Alberto Bertoni, Anna Prandi.
Ha pubblicato la raccolta di racconti “La casa gialla“
e il romanzo “Limbo minore“ (Piero Manni, Lecce).
È autore di liriche e raccolte di poesie premiate o segnalate in
concorsi letterari nazionali, tra cui:
Premio “Eugenio Montale“ (Roma) - Sez. Inediti Italiani - giuria
Goffredo Petrassi, Maria Luisa Spaziani; “Leopardi” Recanati giuria
Centro Studi Leopardiani; “Lerici-Pea“ (SP) giuria presied. da Folco
Portinari; “Rabelais“ (AP) giuria Paolo Ruffilli, Maria Jatosti,
Marco Sabellico; “Orfici” (PI) giuria Francesca Ceragioli - Scuola
Normale di Pisa, Luciano Luciani; “Fiorino d'Oro“ (FI) - Centro
Cult. Firenze Europa; “Camaiore“ (LU) - Sez. opere prime - giuria
Alberto Cappi, Valentino Zeichen; “Aspera“ (MI) ; “Felsina” (BO) ;
“Mimesis” (LT)...
Ha pubblicato la silloge dal titolo "Controtempo"
(Milano, 2001)
Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono
stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività
letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori,
ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Paolo Ruffilli, Giorgio
Barberi Squarotti, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio
Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Andrea
Camilleri ed altri.
Collabora con racconti, poesie, recensioni e saggi con riviste
letterarie nazionali, cartacee o diffuse tramite Internet.
Blog:
www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com
Email: ivmugnaini@libero.it
- Tel. 0584.954283; Cell 333 2187403
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