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Ivano Mugnaini

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / IVANO MUGNAINI

La feritoia

“Gli uomini, fuggendo la morte,
l’inseguono.”
Democrito, Frammenti
 

Oggi la gente è più pazza del solito. Sotto questo cielo grigio velato di piombo ogni macchina che incrocio è un proiettile scagliato contro il vetro, contro il petto. Percorro la strada che mi porta al paese dove sono stato assunto come impiegato comunale, archivista per la precisione. Sposto volumi ogni tanto da uno scaffale all’altro ed annoto, ancora su enormi fogli di carta, nascite e morti. Ho ben poco da fare. Non accade niente, da settimane. Proseguo, lento, la strada in salita. Schivo volta per volta macchine e sguardi ad ogni curva, ogni strettoia. Schivo, sudo, impreco e vado avanti.
Improvvisamente lo vedo. Rassicurante e terrificante, normalissimo, micidiale. Seduto immobile nello spicchio di sole di questo novembre livido, Emilio scruta il traffico come un monumento. Senza riso né disgusto regola il tempo, lo blocca, lo cristallizza. Rarissime macchine gli scorrono a fianco e pensano di correre. Ma nulla cambia. E’ tutto fermo, statico. Come lui, a causa di lui. Se si muovesse, forse, se si spostasse appena, magari cambierebbe tutto.
A volte, lo confesso, ho sognato di eliminarlo, di essere io il più pazzo dei pazzi. Fingere di perdere il controllo della macchina e colpirlo in pieno. Per vedere se sa urlare, ridere, piangere, per vedere se ha sangue, rosso, nelle vene. Ma forse ha ragione lui; il posto unico sulla panchina al sole è ambitissimo, ha diritto di erigere giorno dopo giorno un busto a se stesso per la gioia e l’orgoglio di averlo conquistato. Ha il diritto di credere di essere Alessandro Magno, Napoleone, Tamerlano. Di crederlo o di esserlo veramente. Che differenza fa?
Già, ma oggi il cielo inocula davvero liquido gelido nelle vene. Mi fermo. Mi fermo e penso, o meglio smetto di pensare, mi avvicino a lui e gli sorrido. Riesco a parlargli oggi, ne trovo la forza, la ragione. Gli chiedo se è vivo o morto, deformazione professionale con ogni probabilità. No, molto più semplicemente gli chiedo perché rimane lì immobile per ore ogni maledetto giorno, cosa pensa, cosa fa.
“Non sono io che penso, è la Morte che pensa a me. Vive e mi fa vivere di un amore inappagato”.
Parole ripescate dagli abissi degli occhi che mi si spalancano davanti, dal fluido torbido dei suoi anni. Lo guardo con una smorfia sospesa tra gelo e sarcasmo. Vorrei andarmene via all’istante, ma ora che non voglio, ora che non vorrei, mi scruta, ghigna a sua volta, e mi parla. Mi racconta una storia, la sua.
“Tu sei arrivato qui da poco, amico mio, ma devi sapere che questo scialbo paese un tempo era pieno di sole e di voci, accogliente come il seno di una ragazza e vivo come gli occhi, il canto, il riso di lei.
C’erano gerani rossi d’estate su ogni terrazzo, legna nei camini, fuoco e vino caldo nelle sere d’inverno. C’erano sguardi, parole e incontri di amici e amanti lungo il corso, quello con le pietre antiche, il selciato sfiorato da centinaia di piedi, tanto liscio e robusto da sembrare vivo, allora, persino lui. Sudava, respirava, stillava lacrime e perle di bocche spalancate in un grido o in un bacio. Ascoltava il respiro della gente, le storie, le passioni, le lasciava traspirare dalla pelle porosa degli anni.
Io passavo rapido per le strade, attraverso i vicoli e le stradine. Passavo ed osservavo con occhi fermi, ignari di sorrisi. Con occhi da straniero. Sì, a te posso dirlo. A te che vieni da fuori, che sei estraneo, anche tu, a questo luogo, al suo mistero e alla sua realtà. Avevo occhi da straniero, lo ammetto. Nato e cresciuto in questa valle, in mezzo alle facce, ai gesti e alle parole di questa terra, sentivo un altro battito, cercavo un luogo, un tempo lontano. Giravo per le vie come un criceto nella gabbia e sognavo una meta, un altrove, uno spazio diverso, fuori e dentro di me. Ero e sono uno straniero. Non me ne vanto e non me ne lamento, in ogni caso. E’ il mio destino, la mia realtà, la donna aspra e fedele che mi è toccata in sorte.
Il tempo trascorreva lento e furtivo, identico a se stesso. I vecchi uguali ai figli e ai nipoti, stessi occhi, stesse gambe spalancate sul muro davanti al bar, stesse urla che echeggiavano sorde nella vallata, laggiù, verso la pianura, verso il verde dei prati e l’azzurro del mare dove si perdevano gli sguardi, il filo dei discorsi, le labbra sospese in una speranza annegata in un grappino. Correvano gli anni in fila ordinata come formiche nere, come soldati muti armati di moschetto. Correvano, ma non abbastanza da poter scappare, estate dopo estate, all’invasione dei turisti. Tedeschi, inglesi, romani, milanesi, negli alberghi e nelle pensioni, nelle case e nelle tende, a portare nuova vita alla vita, la gonna di una ragazzona di Amburgo a cui tutti cercavano di parlare la lingua dell’amore, di un amore stagionale, dissolto dalle piogge. Io guardavo e sorridevo, più rapido del tempo, ma uguale, anch’io, a me stesso. Lieto della vita estranea che mi si affannava accanto e in cui mi specchiavo tenace e distratto nella gioia malinconica di vedermi diverso.
Un giorno come tanti, in un mattino d’autunno, la vidi. La notai, nitida, netta. Il filo di nebbia che avvolgeva la valle si dissolse presto al calore del sole ed apparve, comica, terrificante. Nel muro di pietra che costeggia la strada principale del paese c’era una crepa, una feritoia. Nel muro che regge la piazza, le case, i terrazzi, i balconi, c’era un varco, uno spazio vuoto. Una fessura minuscola in fondo, ma non così minuscola da non lasciare intravedere, al di là, l’aria rarefatta dello strapiombo. Non così minuscola da non consentire a chi ha occhi attenti di vedere la calce stanca, fragile, desiderosa di tornare polvere per adagiarsi al suolo.
Il giorno successivo la feritoia si era ingrandita, altre pietre erano cadute, dissolte, sfarinate. Nell’argilla e nel granito che reggono il paese si era aperto un tetro accenno di sorriso. Ogni giorno un po’ più ampio, ogni volta più raggelante.
Provai in più occasioni a segnalarlo, ad indicarlo ai miei compaesani. Vinsi la ritrosia, la mia fame di silenzio, e parlai, gridai forte indicando le mura che si sfaldavano. Nessuno sembrava ascoltare, nessuno vedeva né capiva. Un breve cenno con il capo, poi ognuno tornava beato alle proprie occupazioni, i vecchi nei bar e nei campi, i giovani sui motorini e i tedeschi a ridere e urlare davanti ad enormi grigliate di salsicce.
Ogni mattina le aperture lungo il muro erano più vaste. Anche le facciate delle case iniziavano a sgretolarsi. Il mosaico perdeva una ad una le tessere. Lento ma inesorabile il vuoto si espandeva, puntiforme dapprima, come una subdola malattia cutanea, un parassita che divora cellula dopo cellula e lascia strie e cicatrici, macchie biancastre prive di linfa vitale.
Loro continuavano a non vedere. Non dicevano né facevano niente. Neppure quando, una dopo l’altra, saltarono le tubazioni, l’acqua, il gas, il metano. Le condutture si squarciavano in più punti, schizzavano e sibilavano. Le riparazioni tenevano per un tempo comicamente breve, poche ore dopo si frantumavano anch’esse. Il paese ingurgitava se stesso. Si divorava a poco a poco come un enorme serpente affamato che si inghiotte la coda e risale squama dopo squama al corpo, alla testa, alla sua stessa bocca. Si annichiliva il paese, la terra assorbiva la terra e la pietra triturava la pietra.
Avrei potuto sentirmi bene. Avrei dovuto, forse. Avrei avuto l’occasione di sedermi comodo a guardare lo spettacolo in qualche punto panoramico e morire lento nel sorriso di chi osserva l’annientamento di ciò che gli è estraneo. Avrei potuto nutrirmi della polvere e del sangue della parte avversa. Il dissolversi del mondo altro avrebbe dato consistenza al mio, alle mie braccia, ai piedi, ai sogni, ai pensieri. Avrei potuto, ma sarebbe stato privilegio vano.
Corsi da lei. Sapevo cosa faceva e dove abitava, la conoscevo bene. Sapevo che solo lei avrebbe potuto arrestare il processo di dissolvimento, solo lei, capace di sfidare il tempo, di incantarlo, di renderlo schiavo. Lei, vecchia e bambina, zuccherosa nel riso d’assenzio, nella lingua che si insinua nelle voragini brune della bocca.
Mi riconobbe all’istante. Le labbra rimasero immobili ma gli occhi si accesero di luce intensa d’odio subito rincorsa dall’ombra di un amore ancora in grado di eclissarla. Eravamo stati insieme un tempo, anni addietro, prima di renderci conto di essere troppo diversi, o troppo uguali, prima di correre via ognuno verso il suo amore più vero e profondo, la solitudine. La mia, una camminata muta tra strade affollate, e la sua, coltivata palmo a palmo in un eremo distante, nell’angolo più desolato della collina, in una stanza buia zeppa di libri e ragni, gioielli di bigiotteria e scatole di cibi precotti, cani e gatti sulle sedie e nel cortile e una finestra eternamente sbarrata sul lato della casa esposto al sole.
Mi lasciò entrare, non servirono molte frasi. Sapeva tutto, o forse lo aveva intuito fissandomi negli occhi. Sapeva anche lei, persino troppo bene, del disfacimento progressivo, la lenta agonia della vallata. Mi guardò a lungo, senza ansia, senza la rabbia vorace di troppe ragioni e troppi silenzi. Si sedette su una poltrona e mi invitò con un ampio cenno a porgerle un cuscino. Dal suo viso emanava un calore che avvolgeva e repelleva, un biancore di corsia d’ospedale, caldo e malsano, capace di assorbire le forze e prosciugare il midollo: le spalle, il seno, la faccia, il profumo di lei, melassa densa, fermentata. La sfiorai, quasi per caso, per gustarne l’opprimente inconsistenza, per verificare con tetro sarcasmo la sua realtà, il tepore del corpo, il battito, il respiro. Mi invitò a sederle accanto, a contatto con i suoi vestiti, i capelli, i fianchi. La baciai. Lo so, può sembrare assurdo, incredibile. La baciai con lo stesso gusto con cui a volte ci si ferisce, si ingoia un cibo rivoltante, ci si getta nella pioggia gelida e nel fango, si respira l’odore di un fiore putrescente.
La abbracciai, la strinsi a me, la cullai nella morsa di un amplesso. Sentii l’odio, la passione, la spina dorsale, lo stomaco, il cervello, l’essenza vitale del corpo esplodere in lei.
Sorrise. Quasi bella, quasi viva. La donna che avrei voluto, per un istante. Sorrise quieta, appagata. Non disse niente, neppure allora. Mi prese per mano e mi fece sentire la carezza delle unghie lunghissime, diafane. Mi condusse alla finestra sbarrata, lo schermo di legno e ferro, la barriera eterna ai raggi del sole. Mi fissò negli occhi, in uno sguardo rubato, breve, infinito, inseguito una vita intera ed ora suo, per sempre. Suo soltanto, nel tempo e contro il tempo. Senza via di fuga, eternamente suo.
Mi scrutò, rise forte poi si fece seria, solenne. Pose la mano sulla finestra con gesto calmo e preciso, la aprì e mi invitò a guardare. Cercai istintivamente l’orizzonte, il mare, lo spazio libero. Capii solo dopo di avere sbagliato prospettiva. Sotto di noi il paese era illuminato dalle ultime luci del tramonto. Un chiarore tenue che consentiva tuttavia di distinguere ancora gli alberi, le vie, gli edifici. Guardai meglio ed un sorriso strano, simile a quello delle labbra brune che avevo di fronte, mi si aprì sulla faccia. Si era ricompattato il paese, era tornato solido, integro. Le mura erano di nuovo salde, l’argilla, la calce e la pietra si stringevano in un abbraccio possente.
Guardai bene, mi godetti a lungo il senso ristabilito di pienezza, la completezza della visione. Mi voltai verso la donna della mia gioventù e provai un istante di attrazione, un affetto agro ma intenso. Mi avvicinai a lei per abbracciarla, per avvolgerla nel calore della gratitudine. Mi fermò le braccia con le dita distese, con le unghie appuntite disposte a cuneo, a testuggine come una legione romana. Mi fermò le braccia con le mani e con un riso glaciale. La riconobbi, la vidi di nuovo. Ritrovai le coordinate, le forme, gli odori, la presenza più vera di lei. Ritrovai lei e me stesso nell’attimo esatto in cui il suo indice mi indicò un punto preciso in mezzo alla radura. Laggiù, poche decine di metri sotto alla sua casa, si scorgeva uno spazio vuoto, un rettangolo di terra nuda che interrompeva il verde uniforme del prato. Un rettangolo grande abbastanza per contenere il corpo disteso di un uomo. Una tomba aperta, spalancata come una bocca avida di carne. Ebbi l’impressione che l’argilla che era servita per ricompattare le voragini del paese fosse stata ricavata da lì, da quella fossa minuscola ma priva di fondo, da quel solco che attingeva alle viscere della terra.
La guardai ancora, la donna della mia eterna pazzia, il dolore senza tempo. Distesi le braccia. Per afferrarle, con tutta la forza che avevo in corpo, il collo raggrinzito stavolta. Sorrise di nuovo, serena, inattaccabile, e pronunciò le sue prime parole.
‘Hai messo in gioco te stesso - mi disse - e le regole del gioco le stabilisco io. Hai dato tutto ciò che hai per salvare qualcosa che ti era estraneo. Ora sei diventato ciò a cui hai voluto ridare vita. Sei pietra e carne, forme ed esistenze a te aliene. Non c’è spazio per due esistenze parallele, lo sai. Il paese è tornato integro ma non ancora vivo. Ci sono le mura, le case, le strade, ma non ancora la vita. La vita vera, intendo. C’è solo l’ombra della vita, o il riflesso baluginante della morte, se preferisci. Non chiedermi perché, non saprei risponderti, così come non so dirti perché ti amo ancora e perché ho atteso per anni il momento per poterti distruggere. Non chiedermi perché, so soltanto che la vita, l’armonia, la gioia, sono preziose, costano care.
Quella fossa spalancata che vedi laggiù anela a ricongiungersi a te. Anela, si consuma nell’attesa proprio come ho fatto io per decenni. Solo che a me è stato concesso di averti per una sera, a lei per sempre. La invidio, è un privilegio raro. La invidio ma non posso oppormi, appartieni a lei ormai, sei suo. Suo, come suo è il paese. Quando avrà te deciderà di concedere la vita a coloro che lo abitano. Tocca a te, amore mio. Tu, lo straniero di sempre, l’eterno forestiero, hai in mano il destino di tutti quelli che hai odiato, schivato e fuggito per anni. E’ stato bello per me ritrovarti, ma ora va da lei. Ti attende laggiù, aperta in un interminabile abbraccio. Quando sarai suo, quando deciderai di stringerla a te, la morte apparente del paese avrà fine.’
Adesso sai tutto, amico mio. La storia che ho voluto raccontarti è tutta qui. La Morte, te lo confermo, mi ama con passione sconfinata e non corrisposta. Vive e mi fa vivere di un amore inappagato. Non ho mai trovato il coraggio di unirmi in amplesso con la terra gelida che mi attende ai margini della radura. Giorno dopo giorno aspetto qui, su questa panchina, la volontà, la forza. Non ci riesco, non ne sono capace. Sono straniero anche a me stesso ormai, o forse non lo sono a sufficienza, non ancora, non abbastanza.
Ti chiedo perdono per averti raccontato questa vicenda. Tu non sei nato in questa vallata, sei qui per un periodo limitato di tempo, per la durata del tuo contratto con il Comune. Puoi farcela forse, puoi uscirne. Te lo auguro di cuore, amico. Io avevo bisogno di parlare a qualcuno della mia storia. Riviverla con te mi ha dato un po’ di energia, ho sentito di nuovo per qualche istante il calore del sangue nelle vene. Scusami ragazzo, e, se puoi, dimenticami in fretta, dimentica queste colline, questo paese, questo silenzio che nasce dalle fessure, dalle fontane gelate, dai solchi dei campi e delle fosse”.
Nell’istante in cui l’uomo smette di parlare gli sono già di spalle. Una ben misera scortesia se confrontata con lo spreco di tempo ed il fastidio subdolo che mi ha inflitto raccontandomi la sua strampalata odissea. Vorrei dirgli ciò che si merita e mandarlo davvero a qualche diavolo, uomo o donna che fosse. Preferisco allontanarmi in fretta però. Gli nego gli occhi e la faccia e mi allontano in silenzio, a passi rapidi, sdegnati.
Risalgo in macchina e metto in moto. Decido di lanciargli un’ultima occhiata, così, per archiviarlo definitivamente su qualche scaffale di poco conto della memoria. Lo cerco con lo sguardo e lo intercetto nell’attimo in cui, incredibilmente, si alza dalla panchina con espressione compiaciuta e se ne va. Si dirige a passi lievi verso il fondo della strada. Ha la faccia e l’atteggiamento di chi si prepara a camminare a lungo senza sosta.
Metabolizzo dopo qualche minuto anche questa stranezza. Il vecchio si conferma bizzarro oltre ogni misura, non c’è niente di nuovo né di sorprendente in tutto questo. Riprendo con sollievo il viale che conduce fuori dal paese, verso la strada statale e la pianura, verso la civiltà. Costeggiando il muro che sostiene le case, la piazza e il municipio, mi cade l’occhio su un dettaglio. Uno spazio vuoto, una fessura. Poco più avanti un’altra ed altre ancora, una fioritura di tagli e ferite nella calce e nella pietra. Vorrei riderne. Vorrei poter sghignazzare di gusto, schiacciare a fondo l’acceleratore e correre verso la città. Vorrei, ma non ne ho la forza. Mi sento svuotato, abbattuto, roso all’interno da denti acuminati che sfilacciano, rosicchiano, divorano. Mi sento stanco, stordito. Ho bisogno di sedermi, ne ho il desiderio, la necessità. Non ho altro sogno, meta, volontà o speranza, ora. Voglio solo sedermi, per tutto il tempo che potrò. C’è una panchina vuota nel centro del paese. Una panchina preziosa illuminata da uno spicchio di sole. Sole di novembre, esile, fragile. Un sole livido, anemico, non mi disturberà.

© Ivano Mugnaini

L'Autore
Laureato in Lettere Moderne presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Pisa.
È autore di testi di prosa, romanzi e racconti, poesia e saggistica.
Suoi testi, in particolare il romanzo “Limbo minore” edito da Piero Manni, sono stati presentati nella Sala delle Baleari del Comune di Pisa, nel Palazzo del Centro Studi Leopardiani di Recanati, nella Sede dell’Ambasciata Italiana in Olanda, e nei Caffé Letterari “Le Giubbe Rosse” di Firenze e “L’Ussero” di Pisa.
È autore di recensioni per volumi di narrativa, poesia, arte e saggistica per alcune riviste nazionali: “Poiesis”, “L’ Immaginazione”, “La Clessidra”, e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare “Vico Acitillo 124 - poetry wave”, www.vicoacitillo.it, curata da Antonio Spagnuolo e Emilio Piccolo e sul sito “Sinestesie”, www.sinestesie.it.
È socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa, fondato da Renata Giambene e attualmente diretto da Maria Paola Ciccone.
Collabora, come autore di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui “Il Teatro di Campana”. Nel corso delle ultime stagioni sono stati realizzati spettacoli di prosa e recitazioni di poesie, così come perfomances a tema dedicate ad artisti e letterati, tra cui Van Gogh, Rimbaud, Verlaine, Campana ed altri.
Ha presentato suoi testi, prose e liriche, all’interno di manifestazioni e rassegne artistico-letterarie nazionali tra cui “Versinguerra” e “Bunker Poetico”, brani letterari abbinati ad opere artistiche all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.
È autore di racconti premiati o segnalati in concorsi letterari, tra i quali: Premio “Nuove Lettere“ giuria presied. da A. Bevilacqua, Istit. Italiano di Cultura (NA); “Parole di carta“ (Roma) - con pubblicazione su volume edito da Marsilio Editore - Venezia; “Teramo” (TE) giuria Michele Prisco, Renato Minore, Barbara Palombelli, Giuseppe Pontiggia, Raffaele Nigro; “Fiur’lini” (L’Aia, Olanda) giuria Associaz. Culturale Forum; “Eraldo Miscia - Città di Lanciano“ giuria Roberto Pazzi, Giuseppe Cassieri, Vincenzo Consolo; “Arturo Loria“ - Carpi (MO) giuria Alberto Bertoni, Anna Prandi.
Ha pubblicato la raccolta di racconti “La casa gialla“ e il romanzo “Limbo minore“ (Piero Manni, Lecce).
È autore di liriche e raccolte di poesie premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio “Eugenio Montale“ (Roma) - Sez. Inediti Italiani - giuria Goffredo Petrassi, Maria Luisa Spaziani; “Leopardi” Recanati giuria Centro Studi Leopardiani; “Lerici-Pea“ (SP) giuria presied. da Folco Portinari; “Rabelais“ (AP) giuria Paolo Ruffilli, Maria Jatosti, Marco Sabellico; “Orfici” (PI) giuria Francesca Ceragioli - Scuola Normale di Pisa, Luciano Luciani; “Fiorino d'Oro“ (FI) - Centro Cult. Firenze Europa; “Camaiore“ (LU) - Sez. opere prime - giuria Alberto Cappi, Valentino Zeichen; “Aspera“ (MI) ; “Felsina” (BO) ; “Mimesis” (LT)...
Ha pubblicato la silloge dal titolo "Controtempo" (Milano, 2001)
Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Paolo Ruffilli, Giorgio Barberi Squarotti, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Andrea Camilleri ed altri.
Collabora con racconti, poesie, recensioni e saggi con riviste letterarie nazionali, cartacee o diffuse tramite Internet.

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Email: ivmugnaini@libero.it - Tel. 0584.954283; Cell 333 2187403

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