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“There is nothing either good or
bad, but thinking makes it so”
- Il buono e il cattivo dipendono dal pensiero che li rende tali -
W. Shakespeare, Amleto, II, 2, 259
Le locandine di tutti i maggiori
teatri esibivano la sua foto. Capelli cotonati, occhio assassino e
sorriso di ceramica. Candido, impeccabile. La foto era la solita, da
anni. Un po’ per comodità, un po’ perché anche lui non cambiava. Con
quel sorriso sornione irrideva anche il tempo. Respingeva con
disinvoltura i suoi attacchi, e restava immutato, stagione dopo
stagione, come un monumento vivente a se stesso.
Leandro De Fabriis, attore drammatico, non ricordava neppure più se
il nome con cui la gente lo acclamava quello suo autentico o un
appellattivo fittizio scelto dal suo primo impresario . Non lo
ricordava e tutto sommato non gli importava più di tanto. Era nato
recitando, di questo era certo. Si era sentito vivo per la prima
volta quando era salito su un palcoscenico, nel calore dei
riflettori che avevano fatto da incubatrice al suo orgoglio, nel
gelo dell’emozione che lo schiaffeggiava, nell’ovatta soffice
dell’applauso in cui si era adagiato con gioia.
Da quel momento era diventato Leandro De Fabriis, un uomo che sapeva
di essere qualcuno. Sicuro e felice, spettacolo dopo spettacolo, di
essere tutti i qualcuno che impersonava. I personaggi a cui dava
vita, e da cui prendeva, a sua volta, il sogno, l’alone magico
dell’irrealtà. In cambio del corpo, della voce, del battito del
cuore, riceveva da loro una grandezza senza tempo, il sublime,
l’arte, la bellezza. Sul palcoscenico si sentiva vivo, Leandro,
vicino alle vette che sfiorano i cieli. Respirava con voluttà la
polvere sacra di quelle tavole. Se ne riempiva i polmoni per poi
resistere, quasi in apnea, quando era costretto a scendere in basso,
tra l’erba ingiallita e l’asfalto. Si divertiva, allora, a
continuare a recitare, come se fosse ancora in un teatro. Ma in un
teatro minore, nella periferia della periferia. Là dove il solo
spettatore, cencioso e dimesso, è il tempo. Il tempo che sonnecchia
e sbadiglia rannicchiato in un pastrano da clochard. Un tempo
barbone da prendere in giro con ilare malinconia.
Ai matrimoni, ai funerali e alle altre scene goffamente dirette
dalla vita, Leandro proponeva i suoi preziosi cammei: sfolgoranti
battute. Brevi come frustate. Per il resto rimaneva in disparte, ad
osservare con un sorriso parente stretto di un ghigno le tirate
fuori luogo e fuori misura dei guitti e delle marionette che si
scalmanano tentando di recitare qualche scena decente. Osservava,
Leandro, e per lo più restava in silenzio. Se chiamato direttamente
in causa, diceva che tutto andava bene, dichiarava il suo affetto a
gente che non sopportava e definiva carino ciò che gli dava il
voltastomaco.
Poi, appena poteva, si rifugiava nelle stanze di casa sua o di
qualche albergo di lusso. Lì, serrando imposte e persiane, creava
una notte artificiale rischiarata dai lampadari. Con l’aria
condizionata generava l’inverno in piena estate e con i caloriferi
poteva restare in maglietta di cotone quando fuori i marciapiedi
erano lastre gelate. Trasformava, quando era ispirato e ne sentiva
il bisogno, il silenzio in parole. Sdraiato sul letto sussurrava
all’alone di luce che rischiarava il soffitto le frasi di Cesare, di
Amleto, di Cirano. Parlava con loro, tramite loro, e si ascoltava.
Lasciava che le battute impostate ricadessero lente sul suo corpo
disteso.
Il mondo, serrato fuori, tentava di rientrare dal pertugio del tubo
catodico. I telegiornali che a volte seguiva raccontavano di morti,
di guerre, di violenze. Mostravano volti che formulavano una sola
eterna domanda. Anche a lui la gridavano, pretendevano una risposta.
Ma Leandro sorrideva quieto. Non era la persona a cui dovevano porre
l’interrogativo. Quel copione confuso e pieno di sfondoni non aveva
niente a che vedere con lui. Si incupiva osservando quei volti. Ma
dopo qualche istante tornava tranquillo. Anzi, tra sé e sé si
divertiva, come un eccelso sciatore che osserva i principianti
rotolare sulla neve come tozzi birilli. Si beava nel vedere fallire
miseramente gli attorucoli che recitano nel circuito minore della
vita.
Ma gli anni, viscidi come serpenti, fanno scivolare le loro spire.
Le insinuano, a tradimento, nelle scarpe di pelle lucida, nelle
cuciture delle giacche di velluto, nelle feritoie del sorriso. Una
sera come tante Leandro si accorge, aprendo gli occhi d’un tratto da
un sonno prolungato e benevolo, che per interpretare il Re Lear
avrebbe dovuto rimanere in sala trucco per un tempo notevolmente
breve. Le rughe sono già lì, scavate a fondo nella pelle, e il
bianco divora inesorabile il colore dei capelli di cui andava fiero.
Guarda se stesso come si guarda un estraneo. Un tetro fantoccio
animato che ti sbeffeggia imitando i movimenti del tuo corpo. Il
primo impulso è quello di girare le spalle allo specchio. Ma si
rende conto che ciò renderebbe la situazione ancora più patetica.
Sorride alla giovane e bella truccatrice che gli sta applicando sul
viso un generoso strato di cerone. Cerca come sempre la sua
complicità. Il sorriso che dischiude le sue labbra però non è più
quello da dongiovanni che ammicca a fuggevoli avventure erotiche. E’
autoironico. Un timido invito alla pietà.
“C’è bisogno di un milagro, bella ragazzona!” - esclama Leandro,
guardando di straforo il seno e la bocca carnosa che lo sovrastano.
Gli viene spontaneo di dire milagro, in spagnolo, come in una specie
di ulteriore recitazione. Come se la variazione linguistica potesse
rendere tutto meno vero, meno ineluttabile. Come se detta in
un’altra lingua la realtà fosse meno reale. Un attimo dopo si rende
conto che quella volta il gioco di prestigio non avrebbe funzionato.
La sostanza, in ogni caso, sarebbe rimasta invariata.
Può dire milagro, miracolo, miracle, o inventare un vocabolo nuovo
di zecca, ma, al di là di tutto, la verità resta incontrovertibile.
Così come nitido è il tono e il senso della sua richiesta, della sua
preghiera. Sì perché dietro le paillettes colorate della battuta c’è
il volto teso di una preghiera. Indirizzata non soltanto alla
truccatrice. La richiesta di un prodigio tanto prezioso quanto
impossibile. La ragazza intuisce tutto e sente, nello stomaco e
nelle dita, un brivido gelido. Ma si limita ad annuire allargando un
millimetro di più la piega rosa delle labbra.
Un sorriso lieve che piomba sulle spalle di Leandro come una lapide
di marmo. Non c’è trovata o sfoggio di bravura, non c’è invenzione
da virtuoso della parola che possa servire a qualcosa, ora. Non c’è
Pirandello, né Beckett, né Jonesco. Non c’è dramma né farsa, gioco o
teoria sulla frammentazione dell’io e sulle infinite sfaccettature
dell’essere. C’è solo una procace ragazza che guarda e ascolta con
infinito distacco un vecchio attore, o meglio un attore vecchio, che
tenta invano di risultare interessante.
La verità ha bussato alla porta. E il ritardo con cui si presenta la
rende, se possibile, più fredda e determinata. Decisa a consegnare
ad ogni costo il plico avvelenato.
Leandro si scopre a sognare un improvviso colpo di scena. La discesa
di un deus ex machina, l’arrivo inatteso di un personaggio creduto
morto che si ripresenta all’improvviso e muta le sorti di una
battaglia. Un qualche provvidenziale accadimento da trovare, con
sollievo, sfogliando la pagina successiva del copione.
Stavolta non c’è copione. Non c’è copione né lieto fine garantito.
Solo uno scarno, insulso canovaccio: un uomo che si scopre vecchio e
non ha più il coraggio di guardare la sua immagine riflessa. Questo.
Nessun’altra indicazione o suggerimento. La trama, bella o brutta,
felice o tragica, deve scriverla da solo da quel momento in poi.
Le prime parole che gli tornano in mente sono quelle del dermatologo
da cui si era fatto visitare qualche giorno prima. Osservando
l’arrossamento delle guance provacato dal ristagno dei capillari, il
medico gli aveva detto, tra il serio e il faceto: “Deve far scorrere
il sangue più veloce, signor De Fabriis!”.
Già, forse ha ragione - riflette Leandro. E’ ora di decidersi.
Adelante! Adelante senza giudizio, prima che sia troppo tardi!
I copioni che gli si propongono per il suo spettacolo finale sono
due. Speculari e contrapposti: vivere per vivere o vivere per
morire. Entrambi semplici, senza fronzoli e senza vie di mezzo.
Decide di scegliere la prima alternativa: vivere. Nonostante tutto.
Il solo pensiero è vertigine. Il mondo, là fuori, corre troppo
forte. O perlomeno su ritmi a lui alieni. Cerca di adattarsi, mima
gesti e azioni, tenta di prendere parte attiva alla pantomima
cosmica. Continua a sentirsi fuori posto. Un arnese ingombrante,
stonato. Ripiega allora su piaceri rapidi e sicuri. Ma ubriacarsi
gli regala uno stomaco martoriato e le donne di strada un frettoloso
disgusto. E si vede, inoltre, continua a scrutarsi, in quei momenti.
Osserva il sudore dilapidato, l’affannosa rincorsa di un vecchio
vestito con giacche di lusso che non coprono a sufficienza la sua
miseria.
Si vede patetico, sconfitto. Ciò che lo rattrista maggiormente è la
presa di coscienza di essere diventato banale. Niente di speciale.
Un anziano come ce ne sono tanti. Un’esile comparsa in uno
spettacolo di terza categoria. Scialba replica destinata ad
esaurirsi per consunzione naturale.
Dal fondo della disperazione, dall’abisso del vuoto, riemerge,
Leandro, aggrappato alla sua unica speranza: la verità. Si rende
conto che, paradossalmente, ciò che ha schivato con orrore per una
vita intera può salvarlo in quei frangenti. La verità, la miserevole
e possente realtà delle cose, può riportarlo a galla e farlo di
nuovo respirare. La realtà sarebbe stata la scena madre della sua
esistenza. Anzi, l’attimo fuori scena, lo spettacolo nudo del suo
tempo interiore.
Capire ciò che realmente è, questo è l’imperativo. A qualunque
costo, per provare finalmente ad esistere.
Rovista nella memoria, Leandro, alla ricerca di un amico. Per la
prima volta dopo decenni si ritrova a pensare a quella parola e a
quel concetto. Gliene viene in mente uno soltanto. Il volto del
ragazzo con cui, al suo paese, aveva trascorso gli anni della
gioventù prima di partire per la città alla ricerca del successo. Ne
ricorda a mala pena il nome, e al paese hanno grandi difficoltà a
capire a chi si riferisca. Alla fine uno dei più anziani intuisce e
gli indica una casa sperduta tra le colline.
Seduto di fronte al suo tavolo, nella minuscola radura circondata
dagli alberi, Aldo l’eremita guarda a lungo, sbalordito, il
macchinone di lusso che si arrampica lungo la strada, poco più che
una mulattiera. Vede scendere un signore elegante nel suo cappotto
di cammello, e pensa che quel ricco cittadino deve essersi perduto.
Si avvicina per indicargli il modo per raggiungere la statale.
Incontra il suo sguardo. A poco a poco, guardandosi quegli occhi, i
ricordi riaffiorano. I due anziani tra lacrime e risa soffocate si
riconoscono e si abbracciano.
Ancora incredulo, con il volto rischiarato da un sorriso che pare
non poter aver fine, Aldo chiede a Leandro della sua vita, di come è
vissuto tutti quegli anni.
E gli racconta di sé, della sua casa-bunker, della scelta di vivere
da solo lassù, per decenni, lontano da tutto, senza luce né
telefono, con la sola compagnia dei pensieri e dei ricordi.
Di fronte a un bicchiere di vino, Leandro trova il coraggio di
rivelare finalmente all’amico di un tempo il vero motivo per cui è
venuto a trovarlo. Gli parla della sua solitudine, del suo sentirsi
improvvisamente smarrito, inadeguato. Del bisogno di ricominciare da
zero. Per non farsi trovare già morto quando, da lì a pochi anni, la
morte sarebbe venuta a cercarlo. Alla fine, fissando gli occhi
dell’eremita, formula la sua richiesta.
“Tu mi conosci bene, Aldo. Anche se non ci vediamo da anni, sai come
sono. Sai bene, come nessun altro, come ero da ragazzo, quando
vivevo la vita vera, prima di essere divorato dal buio e dalle luci
del palcoscenico. Tu mi conosci, amico mio. Non sono cambiato, in
fondo. Anche se ora ho questi capelli e questa faccia raggrinzita,
dentro sono ancora quel ragazzo. Sono io, non sono cambiato, solo
che... non riesco più ad andare avanti. Non sono più capace di
camminare da solo. Ho bisogno di qualcuno che mi indichi i passi
giusti, i gesti, le parole. Qualcuno che scriva il copione della mia
vita. Di questa poca vita che mi resta.
Tu sei in grado di farlo, Aldo, se vuoi. Solo tu puoi riuscirci. Hai
talento, sì, ne sono certo. Ricordo le storie che raccontavi a noi
amici, le trovate fantastiche a cui nessuno credeva ma lasciavano
tutti a bocca aperta. Le novelle che scrivevi a scuola per la
maestra, ma soprattutto per te stesso, per donarle alla ragazza che
amavi. Sì Aldo, hai talento e qualche cosa in più. Possiedi il dono
della bontà d’animo. Sei sempre stato il migliore di tutti noi anche
da questo punto di vista. Mai una malignità, una crudeltà, un
dispetto. Mai. Sei buono Aldo, anche di questo sono sicuro. Ho
bisogno anche della tua bontà per salvarmi. Per il copione della mia
vita non basta la fantasia. Per gli anni che mi restano voglio
sentimenti saldi, reali. Quelli che custodisci dentro di te. Quelli
che il tuo lungo isolamento tra questi boschi selvaggi ha reso
ancora più puri. Nitidi e rarefatti come l’aria che respiri.
Puoi salvarmi se lo vuoi. Scrivi il copione della mia vita, e io
sarò sereno e felice per il tempo che mi rimane”.
L’eremita resta a lungo in silenzio celando all’amico lo sguardo.
Con la testa stretta tra le palme delle mani, bisbiglia, dapprima,
di non aver capito ciò che Leandro gli sta chiedendo. Di fronte alla
sua accorata insistenza, replica di non essere in grado di compiere
una tale impresa. Esclama che è un impegno troppo grande, un
progetto che conviene accantonare. Alla fine però, con una lacrima
di commozione che gli riga la faccia per confondersi presto con un
nuovo sorriso, accetta. A patto che Leandro esegua alla lettera ciò
che scriverà per lui.
Alcuni giorni dopo Aldo consegna all’amico il proprio capolavoro:
una storia d’amore. La vicenda di un anziano divo del teatro sul
viale del tramonto che si innamora perdutamente di un’affascinante
fanciulla.
Leandro prende il copione dalle mani dell’eremita, lo ringrazia
abbracciandolo con enorme affetto, e va a leggerlo, con tutta calma,
al tavolo del bar del paese, là dove, da alcuni giorni, sosta
regolarmente osservando Stefania, la barista.
Stefania gli si avvicina e dimostra subito grande interesse per il
copione redatto da Aldo. Sospira e ride platealmente, affermando che
la storia è bellissima e che piacerebbe anche a lei viverne una
uguale. Quasi per scherzo Leandro le propone di provare a recitarla
assieme a lui.
Dopo mesi e mesi di silenzio il grande attore di un tempo si cimenta
di nuovo con una parte. Ma la recitazione dura pochi minuti.
Osservando le sinuose fattezze di Stefania, ascoltando la voce di
lei, acuta e tagliente come una dolcissima lama, guardando le labbra
che si avvicinano alle sue e mimano un bacio, Leandro dimentica ben
presto che la vicenda è immaginaria. Si innamora, Leandro, e di
sicuro non in ossequio al copione. Si innamora perdutamente come non
gli capitava da anni, per effetto dell’impulso, del brivido che gli
percorre la schiena e vola, inarrestabile, nelle vene.
Stefania lo osserva e ride. Vede le mani raggrinzite lievemente
tremolanti per l’emozione, e un ghigno si fa strada sull’angelica
faccina. Leandro lo nota, ma non riesce a ragionarci. Lo liquida con
volto sereno, considerandolo un peccato veniale, la manifestazione
erronea di un soave stato d’animo. Lo scambia per un riso di affetto
e gioia. Pensa che anche Stefania, frase dopo frase, sguardo dopo
sguardo, del copione si sia dimenticata. E’ convinto che anche lei
reciti a soggetto ormai. O meglio, è sicuro che non stia recitando
affatto. Che anche lei sia innamorata. Nella sola, splendida realtà,
nel solo mondo felice possibile, quello di chi ama ed è riamato.
Giorno dopo giorno Leandro porta a Stefania regali sempre più
costosi. Lei li accoglie tutti con un’identica risata, li mostra per
qualche minuto agli altri divertiti avventori, e li mette via. Si
china sui tavoli con i seni a pochi millimetri dai clienti, e scruta
la rabbia e la gelosia che stravolgono la faccia del suo anziano
spasimante.
Con sempre maggiore frequenza Stefania esalta, di fronte a Leandro,
le doti fisiche dei suoi giovani amici. Esclama che il suo uomo
ideale è un tipo atletico, uno forte, uno che osa e non sa cosa sia
la paura. Tra una bibita e un grappino la barista si avvicina ai
clienti più aitanti e con mano insinuante ne palpa i pettorali e gli
addominali. Leandro, stritolato da un’ira a cui non può dar voce,
osserva e ride.
D’estate i giovanotti del paese si dedicano all’arrampicata. Ogni
giorno si presentano al bar con corde e scarpe chiodate e raccontano
le imprese compiute e quelle ancora da realizzare. Stefania li
ascolta con un’espressione sarcastica e li irride sistematicamente
affermando che nessuno di loro vale qualcosa, perché nessuno di loro
ha mai osato affrontare la parete più impegnativa, quella che
sovrasta le antiche grotte, quella che si innalza a strapiombo per
decine di metri sopra le rocce che fiancheggiano il torrente.
“Un uomo vero in questo paese non c’è - esclama Stefania con tono
solenne. Non c’è uno solo di voi che abbia il fegato e tutto quello
che ci vuole per affrontare la parete sopra le grotte. Sapete che vi
dico, se ci fosse un uomo così io... io per lui sarei capace di fare
pazzie. Non so se mi sono spiegata. Uno così a me potrebbe chiedere
tutto ciò che vuole, e io sarei felicissima di accontentarlo!”.
Leandro sorseggia il suo vino e rimane impassibile. Non guarda
Stefania neppure per un momento mentre è impegnata a decantare le
qualità dell’uomo dei suoi sogni. Al pomeriggio però, per la prima
volta da settimane, il tavolo dell’anziano attore rimane vuoto.
Appeso ad una corda e ad un chiodo che si sta staccando a poco a
poco dalla roccia a cui è stato maldestramente fissato, Leandro
ruota su se stesso senza potersi fermare. Guarda il vuoto sotto di
sé e il grumo di case del paese. Pensa al bar e al seno prosperoso
di Stefania. Nell’attimo in cui il chiodo si stacca del tutto dalla
parete l’immagine che lo assale è quella della barista intenta ad
accarezzare i muscoli dei prestanti amici. Ed è come una pugnalata.
Avrebbe voluto pensarla tra le sue braccia in quell’istante, ma vede
solo quella piccola mano sul corpo di un altro e la bocca di lei
spalancata in un riso.
Per cancellare l’immagine allarga lo sguardo e si concentra
sull’ebbrezza bruciante del volo. La parete grigia al suo fianco
sfila fulminea, le rocce acuminate, giù in basso, lo attraggono a
sé.
In quegli istanti diluiti, sbrindellati, privi di misura e
dimensione, Leandro vede scorrere le istantanee di una vita. Ne
intercetta, tra miriadi di suoni e colori, una in particolare.
Quella di una sera al paese, trascorsa, da ragazzo, con il suo
migliore amico. L’amico del cuore, innamorato follemente di una
ragazza. La stessa ragazza che nel fotogramma successivo appare nuda
su un prato tra le braccia di Leandro. Una ragazza conquistata e
sedotta solamente per sconfiggere la noia di una sera e confermare a
se stesso di essere un irresistibile rubacuori. Una ragazza che per
l’amico rappresentava il sogno di una vita. Un’esistenza sgretolata
in un attimo, come la fiducia nel genere umano, nella possibilità
dell’amore. Una vita che poco tempo dopo era diventata, per l’amico
del cuore, fuga nei boschi, in una casa-bunker senza luce né
telefono. Lontano da tutti, a trascorrere gli anni ascoltando i
propri pensieri, e ad aspettare. Ad attendere l’arrivo di una
macchina di lusso e un cappotto di cammello.
Leandro blocca nella propria mente quell’immagine. Un vecchio
eremita che accoglie l’amico ricco che lo va a cercare dopo decenni
come se quell’arrivo fosse inaspettato, come se davvero lo avesse
colto di sorpresa.
Sorride di nuovo, Leandro. Un capolavoro di sorriso amaro. Degno di
Laurence Olivier, di Ermete Zacconi. Peccato che nessuno possa
vederlo. O forse sì. Qualcuno che vive da anni su quei monti, tra
quei boschi selvaggi, e sa cogliere ogni alito di vento, ogni
battito di ciglia strappato al silenzio.
Rientra in casa l’eremita, ai passi lenti del suo agro trionfo,
nell’attimo in cui le ossa del famoso attore si schiantano con tonfo
goffo su un palcoscenico di roccia.
Apre un cassetto dell’armadio, prende una penna, e, con mano
tremante ma lieve, in una specie di soffice danza, traccia, su un
manoscritto ingiallito da cinquant’anni di polvere e attesa, il
brano finale. Con inchiostro fresco scrive le parole dell’ultima
scena: la morte dell’attore protagonista, il noto divo venuto a
rivedere per l’ultima volta le aspre montagne della sua gioventù.
SIPARIO
© Ivano Mugnaini
L'Autore
Laureato in Lettere Moderne presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Pisa.
È autore di testi di prosa, romanzi e racconti, poesia e saggistica.
Suoi testi, in particolare il romanzo “Limbo minore”
edito da Piero Manni, sono stati presentati nella Sala delle Baleari
del Comune di Pisa, nel Palazzo del Centro Studi Leopardiani di
Recanati, nella Sede dell’Ambasciata Italiana in Olanda, e nei Caffé
Letterari “Le Giubbe Rosse” di Firenze e “L’Ussero” di Pisa.
È autore di recensioni per volumi di narrativa, poesia, arte e
saggistica per alcune riviste nazionali: “Poiesis”, “L’
Immaginazione”, “La Clessidra”, e numerose
altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite
Internet. In particolare “Vico Acitillo 124 - poetry wave”,
www.vicoacitillo.it, curata
da Antonio Spagnuolo e Emilio Piccolo e sul sito “Sinestesie”,
www.sinestesie.it.
È socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di
Pisa, fondato da Renata Giambene e attualmente diretto da Maria
Paola Ciccone.
Collabora, come autore di testi, con alcune associazioni culturali,
tra cui “Il Teatro di Campana”. Nel corso delle ultime stagioni sono
stati realizzati spettacoli di prosa e recitazioni di poesie, così
come perfomances a tema dedicate ad artisti e letterati, tra cui Van
Gogh, Rimbaud, Verlaine, Campana ed altri.
Ha presentato suoi testi, prose e liriche, all’interno di
manifestazioni e rassegne artistico-letterarie nazionali tra cui
“Versinguerra” e “Bunker Poetico”, brani letterari abbinati ad opere
artistiche all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.
È autore di racconti premiati o segnalati in concorsi letterari, tra
i quali: Premio “Nuove Lettere“ giuria presied. da A. Bevilacqua,
Istit. Italiano di Cultura (NA); “Parole di carta“ (Roma) - con
pubblicazione su volume edito da Marsilio Editore - Venezia;
“Teramo” (TE) giuria Michele Prisco, Renato Minore, Barbara
Palombelli, Giuseppe Pontiggia, Raffaele Nigro; “Fiur’lini” (L’Aia,
Olanda) giuria Associaz. Culturale Forum; “Eraldo Miscia - Città di
Lanciano“ giuria Roberto Pazzi, Giuseppe Cassieri, Vincenzo Consolo;
“Arturo Loria“ - Carpi (MO) giuria Alberto Bertoni, Anna Prandi.
Ha pubblicato la raccolta di racconti “La casa gialla“
e il romanzo “Limbo minore“ (Piero Manni, Lecce).
È autore di liriche e raccolte di poesie premiate o segnalate in
concorsi letterari nazionali, tra cui:
Premio “Eugenio Montale“ (Roma) - Sez. Inediti Italiani - giuria
Goffredo Petrassi, Maria Luisa Spaziani; “Leopardi” Recanati giuria
Centro Studi Leopardiani; “Lerici-Pea“ (SP) giuria presied. da Folco
Portinari; “Rabelais“ (AP) giuria Paolo Ruffilli, Maria Jatosti,
Marco Sabellico; “Orfici” (PI) giuria Francesca Ceragioli - Scuola
Normale di Pisa, Luciano Luciani; “Fiorino d'Oro“ (FI) - Centro
Cult. Firenze Europa; “Camaiore“ (LU) - Sez. opere prime - giuria
Alberto Cappi, Valentino Zeichen; “Aspera“ (MI) ; “Felsina” (BO) ;
“Mimesis” (LT)...
Ha pubblicato la silloge dal titolo "Controtempo"
(Milano, 2001)
Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono
stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività
letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori,
ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Paolo Ruffilli, Giorgio
Barberi Squarotti, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio
Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Andrea
Camilleri ed altri.
Collabora con racconti, poesie, recensioni e saggi con riviste
letterarie nazionali, cartacee o diffuse tramite Internet.
Blog:
www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com
Email: ivmugnaini@libero.it
- Tel. 0584.954283; Cell 333 2187403
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