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Non sono venuto a Ustica per
cercare la verità. Sarebbe folle, assurdo. Non riesco a trovare
neppure la mia di verità, i come, i quando e i perché della vita che
mi è toccata in sorte. Sono venuto qui solo per viaggiare, per
allontanarmi dalla morsa del quotidiano. Sono qui per riposarmi e
guardare il panorama. Per stare giornate intere sotto il sole a fare
niente. Qualche granita da succhiare pigramente, un po’ di pesca
senza nessuna convinzione, un buon libro e molte ore di sonno
profondo e assoluto come quello di un bambino.
Il pensiero però è infido. Sguscia via, scivola come un ladro dalle
fessure degli occhi, dalle labbra socchiuse, dalle dita mollemente
intrecciate sul petto. Fugge via, si allontana di molti passi.
Respira aria che odora di sangue. Trasforma se stesso negli scogli
su cui si è schiantato l’acciaio, nelle onde su cui si sono
frantumate le ossa. Trasforma le rocce, il mare, tutto ciò che vedi
e senti, in se stesso. Resta soltanto lui, in ogni ombra, ogni gioco
di luce. Come se niente altro potesse esistere qui. Come se il nome
dell’isola, la terra, la sabbia e la calce che la compongono non
fossero altro che la materializzazione dell’evento che l’ha resa suo
malgrado nota al mondo.
Il fatto bizzarro è che, a ben pensare, la tragedia non è avvenuta
qui. Si è verificata a diverse miglia di distanza. Ustica è stata
scelta come punto di riferimento di massima. Luogo fisico utile per
fare il punto. Ustica, tutto sommato, non c’entra niente. Eppure
ancora oggi, per gli altri e per se stessa, per gli abitanti e per i
turisti, è la cristallizzazione di un momento tragico. Un mostro che
divora il proprio corpo cresciuto contro il suo volere. Il punto di
riferimento si è trasformato nell’identità esclusiva, lo schianto
avvenuto fuori dai confini è divenuto simbolo, essenza. Da semplice
testimone di un mistero Ustica è diventata il mistero per
antonomasia. Coordinata spaziale puramente teorica, e,
paradossalmente, in virtù di questo, buona per incarnare i misteri
di ogni luogo e di ogni epoca.
Inutile negarlo: è per questo che sono qui. Ho provato a
nasconderlo, ad ingannare perfino me stesso. E’ inutile. Ne subisco
il fascino, la bellezza funerea come uno scialle nero sul petto nudo
di una ragazza dai capelli normanni. Una donna dallo sguardo
tagliente. Se ti sfiora con gli occhi una sola volta non riesci più
a liberarti di lei. Sai che è micidiale, ma le ronzi attorno come
un’ape sul miele. Ne hai orrore eppure passi giornate intere nel bar
sotto casa sua scrutando la porta. Con la speranza che possa
entrare, bere un bicchiere di vodka con labbra morbide, ed uscire
lenta passandoti accanto, lasciandoti un profumo che stilla dentro
un veleno.
Osservo il cielo per l’ennesima volta. E’ terso, immensamente
sereno. Penso a quel giorno, ai preparativi di quegli uomini e
quelle donne. Alle valigie riempite di abiti leggeri e parole lievi
come una brezza estiva. I gesti, le frasi di sempre, qualche
pettegolezzo, qualche nota stonata di un motivetto sentito alla
radio. La corsa in macchina verso l’aeroporto, l’autostrada, le
file, il sudore sulle camicie, lungo la schiena calda, ignara di
brividi. Un giorno come tanti, un volo simile a centinaia di altri.
Poi, la notte. Il buio sordo, la stanchezza che preme sulle tempie e
sulle palpebre. Il sonno incolla le teste agli schienali. Solo le
hostess vanno avanti e indietro, scarpe basse senza tacco, frasi
sussurrate, gesti rapidi, sicuri. Ordinaria amministrazione. Il
solito cielo e il solito mare, laggiù, un tappeto scuro percorso da
strie arancioni.
Un sibilo lacera la notte. Un fischio acutissimo ferisce i timpani e
fa scattare come molle le gambe e le spine dorsali. Un lampo di
fuoco. L’aria si fa urlo, terrore, sorpresa troppo breve per
assumere la forma di un pensiero.
Del resto, di tutto il resto, sono testimoni gli oggetti. Le cose, i
frammenti di plastica e metallo. Lamiere sempre più sbiadite
lasceranno che la verità esali da sola come una bottiglia di birra
mezza piena e mezza vuota gettata in un angolo da un turista
ubriaco. Non avrei mai voluto trovarmi a dover sfiorare con le dita
quella bottiglia, guardarci dentro, aspirarne l’odore di alcool
fermentato. A me bastava una bibita molto più leggera, una limonata,
un’aranciata buona anche per i bambini, con un po’ di zucchero e un
po’ di anidride carbonica. Solo un po’. Un liquido tutto sommato
innocuo e quasi insapore. Mi sarebbe bastato e avanzato. Invece, per
caso forse, mi sono trovato un giorno a parlare con un vecchio del
posto, un anziano pescatore, uno che guarda il cielo per vedere la
terra e viceversa.
Mi ha invitato a casa sua. Ufficialmente per farmi assaggiare il
pesce appena pescato e cucinato come si deve. In realtà, l’ho
scoperto dopo qualche minuto di conversazione, il cibo a me
riservato era di altra natura: miele. Miele amaro. Il privilegio di
essere stato scelto tra tanti per cercare, dopo anni, la verità
vera.
Mi guardava fisso negli occhi, il vecchio. Pronunciava rare e lente
parole muovendo appena la bocca e le rughe della faccia dai tratti
arabi. Cerimonioso, cupo, solenne, attese che finissi l’ultimo
boccone, poi si alzò per preparare un caffè dentro un recipiente di
terracotta color ocra. Mi osservò mentre sorbivo la bevanda scura
che ustionava la gola, e solo in quel momento, con una smorfia che
somigliava ad un sorriso, prese a parlare di ciò che aveva a cuore.
Non è successo niente di nuovo quel giorno nel nostro cielo.
La vicenda si ripete da secoli. Scilla e Cariddi, pietra, ferro,
fuoco, carne umana. Il mostro ingurgita, inghiotte. Qualcosa rimane
però. La memoria. La memoria dell’acqua. Anche l’uomo è acqua. Anche
l’uomo. Limpido, buio, gelido, caldo di luce.
Io quel giorno ho veduto tutto. Ho veduto le luci rosse lampeggiare
nel buio, ho veduto la fiamma vermiglia, ed ho veduto anche
qualcos’altro. Una piuma bianca oscillava nel vento e scendeva verso
il mare. Con la mia barca mi sono avvicinato. Ho lottato assieme a
lui per liberarlo dall’imbracatura e dalla tela chiara distesa sulle
onde come un enorme lenzuolo. Ho disteso il braccio e l’ho aiutato
ad issarsi a bordo. Era alto, possente. Indossava una divisa blu
scuro. L’ho aiutato anche in seguito. Mi ha chiesto di non parlare
con nessuno di lui e del suo volo notturno sulle ali di un
paracadute. Gli ho trovato una casa appartata nei pressi della
spiaggia e ho raccontato ai miei compaesani che è un mio lontano
parente, uno del nord venuto da noi a fare il pescatore. E’ qui da
anni. Ormai nessuno fa caso a lui. Lo vedono come una specie di
guardiano di un faro inesistente. Uno che se ne sta chiuso dentro un
bugigattolo dalle mura bianche a fissare il mare e il cielo. Viene
di rado in paese e non parla quasi con nessuno. Sorride, a volte. Ma
i più dicono che non dà l’impressione di vedere la gente che gli
cammina accanto. I suoi occhi riflettono le stelle e le ombre di un
altro cielo.
Nessuno per tutti questi anni ha mai voluto sapere niente di lui, e
lui è stato felice di non essere cercato e di non dover cercare
nessuno. Ora però quell’uomo è invecchiato. Come me. Mi ha chiesto
di andare a casa sua, la settimana scorsa. Ha parlato a lungo come
non faceva da tempo. Mi ha detto che non riesce più ora, guardando
nello specchio l’immagine della sua fine imminente, a sostenere la
pressione degli incubi. Ha bisogno di confidarsi con qualcuno.
Qualcuno che saprà ascoltare, assorbire i discorsi e i silenzi.
Qualcuno che in seguito, dopo aver accumulato in sé il sole e le
alghe limacciose, ripartirà. Tornerà nelle sue terre lontane
lasciandolo qui, vecchio, fragile, ma sollevato, sgravato del
fardello della verità. Quel qualcuno sei tu.
Il pescatore smette di parlare, si alza con misurata lentezza, mi
pone sulla spalla una mano pesante come pietra, e mi invita ad
andare a bere con lui un caffè più denso e scuro del suo. Nella casa
dell’uomo piovuto dal cielo.
Lo troviamo in piedi nel portico di fronte alle pareti di calce
candida. Ci aspettava. E’ imponente come mi era stato descritto. Mi
stringe la mano con forza febbrile. Ha fretta. Ci sediamo
all’esterno, su un muricciolo sfiorato da onde chiare. Il mare ci
ascolta in modo discreto. Solo qualche gabbiano svolazza curioso per
poi scostarsi a rovistare tra i ciottoli.
Il guardiano del faro che non c’è cerca i miei occhi. Li perde un
attimo dopo. Nell’istante in cui inizia a parlare. Le frasi sembrano
rimanere dentro di lui, negli occhi, nel petto. Solo il fiato esce,
esile come il vento di una giornata di bonaccia.
Ieri mattina mi sono alzato all’alba - sussurra.
Pioveva. Una pioggia rossa e fitta. Mi cadeva sulla faccia, sulle
mani, sui vestiti. E’ strano, qui non piove mai. Se lo raccontassi a
qualcuno non mi crederebbe. Solo i delfini possono capire. Loro
hanno visto. Erano lì, con me. Erano con me anche quel giorno.
In questi anni ho cercato un accordo, un compromesso. Con Lui. Gli
ho anche scritto una lettera. A Lui, sì, a Dio. Una lettera lunga,
scritta con cura, con tutto l’impegno di cui sono capace. Ho cercato
di parlargli. Di ascoltare. Ho chiesto la pietà del tempo. L’oblio.
L’oblio, e la comprensione. La chiave, il chiarore di un istante. Ho
scritto a Dio calcando con passione ogni sillaba, ogni virgola, ogni
punto. Gli ho scritto perché ciò che ho compreso nell’arco della mia
esistenza è troppo poco. Ho capito che il ciclo eterno ruota
sull’asse dell’ingiustizia, dell’oppressione. Ho capito che corriamo
lungo una strada buia a bordo di un veicolo guidato per lunghi
tratti da occhi ciechi al rispetto per la vita umana. Occhi schiavi
di altre logiche, altre passioni, altre avidità. Ho compreso che c’è
un filo sottile che lega corpo a corpo, sangue a sangue. Ogni strage
è figlia di un’altra, Brescia, Milano, Bologna, Firenze e troppe
altre ancora. Figlia di un’altra e a sua volta madre, membra nuove
spezzate e divorate dal potere.
Ho scoperto, fissando per ore il mare di quest’isola, che la verità
la trovi, forse, quando smetti di cercarla. Quando è lei a
recuperarti, a tirarti su verso il cielo come un relitto ripescato
dalle acque. E’ un rapace, un falco che ti afferra, ti lacera la
schiena e ti porta con sé. In un volo radente, incontrastabile.
Tutto ciò che ti rimane è un riflesso sulle onde. Uno squarcio di
luce. Ma quello squarcio è tutto: magia, terrore, visione, sbuffo
perlato di schiuma. La verità nasce da lì come Afrodite, e come lei
sorride enigmatica, eterna, beffarda Gioconda.
Gli aerei si rincorsero nel cielo quella notte. Attori di uno
spettacolo di burattini. Nessuno aveva in mano i fili. Tranne i fili
stessi. Coloro che sapevano ed erano ignari. Tutti recitavano un
ruolo scritto e diretto da qualcuno o qualcos’altro. Solo le vittime
non recitavano. Impersonavano la parte di loro stesse, spietatamente
realistica. Io, seduto di fronte ai comandi dell’aereo, quel giorno,
dalle conversazioni via radio, dai dispacci, da una serie di
dettagli solo in apparenza minuscoli, avevo percepito un’atmosfera
strana. Risolini ebeti, dialoghi grotteschi. Le parole di chi sa o
intuisce che sta per scorrere sangue. Gli spettatori di una corrida
che ripetono a loro stessi e agli altri di non avere alcuna colpa e
alcun potere, ma intanto, nell’attesa, ghignano e bisbigliano
compiaciuti. Ero già preparato. Quando vidi comparire la sagoma del
caccia all’orizzonte ero pronto, già in volo nell’aria scura, con la
mano aggrappata alla maniglia di un paracadute. Mi sono salvato per
un caso fortuito. Ancora non so dire perché, né so sia stato un bene
o un male. Forse però mi sbaglio. Mi sono salvato perché avevo un
compito. Guardare il mare, il baluginare di un’immagine, un mosaico
d’acqua che si è ricomposto con immane lentezza. Ora è concluso. E
adesso posso, e devo, indicare a te quell’immagine affinché tu possa
vederla, fissarla nelle pupille e non scordarla mai.
Per comprendere magari quel poco che sono riuscito a capire io, e
quel tanto che, da sempre, ho provato a sognare. Per capire che la
Storia, quella con la S maiuscola, si gioca sulla pelle degli
uomini. Su centinaia di storie, vite che aspirano alla pace, alla
realizzazione di sé. Ribaltare l’assurda equazione, riuscire, tutti
insieme, a far prevalere le migliaia di s minuscole, private,
autentiche, sarebbe il vero Paradiso. Farebbe volare di nuovo le ali
degli uccelli d’acciaio schiantati al suolo, brandelli di tessuti
insanguinati ritroverebbero forza e colore.
Vado davanti allo specchio e mi guardo. Sì, è vero, la fine è
imminente. Sono stanco. Anche di raccontare all’immagine riflessa
una storia che conosce meglio di me. Sono stanco e ingrassato. Il
pesce che tiro su ogni mattina nel tratto di mare davanti alla mia
casa di calce bianca è troppo buono per resistergli. La divisa blu
da pilota che tengo nascosta nell’armadio non riuscirei più a
indossarla neppure se volessi. Meglio indossare ancora una volta,
anche domani magari, gli abiti da turista che ho comprato nel
negozio di abbigliamento del paese. Per raccontare di nuovo a me
stesso la storia di un uomo che fuggì volando dalla morte ma non
riuscì a fuggire dalle ali di albatros della verità. La verità di
una storia che racconterò ad uno specchio fino al giorno in cui mi
crederà. Fino a quando sarò in grado di crederci io. O di non
crederci più. Sognare un altro sogno. Verità nuova, bugia liscia,
generosa. Una divisa blu pronta per altri voli. Ossigeno limpido,
pulito. Terra ed aria calda di respiri di vita, di armonia
© Ivano Mugnaini
L'Autore
Laureato in Lettere Moderne presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Pisa.
È autore di testi di prosa, romanzi e racconti, poesia e saggistica.
Suoi testi, in particolare il romanzo “Limbo minore”
edito da Piero Manni, sono stati presentati nella Sala delle Baleari
del Comune di Pisa, nel Palazzo del Centro Studi Leopardiani di
Recanati, nella Sede dell’Ambasciata Italiana in Olanda, e nei Caffé
Letterari “Le Giubbe Rosse” di Firenze e “L’Ussero” di Pisa.
È autore di recensioni per volumi di narrativa, poesia, arte e
saggistica per alcune riviste nazionali: “Poiesis”, “L’
Immaginazione”, “La Clessidra”, e numerose
altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite
Internet. In particolare “Vico Acitillo 124 - poetry wave”,
www.vicoacitillo.it, curata
da Antonio Spagnuolo e Emilio Piccolo e sul sito “Sinestesie”,
www.sinestesie.it.
È socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di
Pisa, fondato da Renata Giambene e attualmente diretto da Maria
Paola Ciccone.
Collabora, come autore di testi, con alcune associazioni culturali,
tra cui “Il Teatro di Campana”. Nel corso delle ultime stagioni sono
stati realizzati spettacoli di prosa e recitazioni di poesie, così
come perfomances a tema dedicate ad artisti e letterati, tra cui Van
Gogh, Rimbaud, Verlaine, Campana ed altri.
Ha presentato suoi testi, prose e liriche, all’interno di
manifestazioni e rassegne artistico-letterarie nazionali tra cui
“Versinguerra” e “Bunker Poetico”, brani letterari abbinati ad opere
artistiche all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.
È autore di racconti premiati o segnalati in concorsi letterari, tra
i quali: Premio “Nuove Lettere“ giuria presied. da A. Bevilacqua,
Istit. Italiano di Cultura (NA); “Parole di carta“ (Roma) - con
pubblicazione su volume edito da Marsilio Editore - Venezia;
“Teramo” (TE) giuria Michele Prisco, Renato Minore, Barbara
Palombelli, Giuseppe Pontiggia, Raffaele Nigro; “Fiur’lini” (L’Aia,
Olanda) giuria Associaz. Culturale Forum; “Eraldo Miscia - Città di
Lanciano“ giuria Roberto Pazzi, Giuseppe Cassieri, Vincenzo Consolo;
“Arturo Loria“ - Carpi (MO) giuria Alberto Bertoni, Anna Prandi.
Ha pubblicato la raccolta di racconti “La casa gialla“
e il romanzo “Limbo minore“ (Piero Manni, Lecce).
È autore di liriche e raccolte di poesie premiate o segnalate in
concorsi letterari nazionali, tra cui:
Premio “Eugenio Montale“ (Roma) - Sez. Inediti Italiani - giuria
Goffredo Petrassi, Maria Luisa Spaziani; “Leopardi” Recanati giuria
Centro Studi Leopardiani; “Lerici-Pea“ (SP) giuria presied. da Folco
Portinari; “Rabelais“ (AP) giuria Paolo Ruffilli, Maria Jatosti,
Marco Sabellico; “Orfici” (PI) giuria Francesca Ceragioli - Scuola
Normale di Pisa, Luciano Luciani; “Fiorino d'Oro“ (FI) - Centro
Cult. Firenze Europa; “Camaiore“ (LU) - Sez. opere prime - giuria
Alberto Cappi, Valentino Zeichen; “Aspera“ (MI) ; “Felsina” (BO) ;
“Mimesis” (LT)...
Ha pubblicato la silloge dal titolo "Controtempo"
(Milano, 2001)
Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono
stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività
letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori,
ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Paolo Ruffilli, Giorgio
Barberi Squarotti, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio
Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Andrea
Camilleri ed altri.
Collabora con racconti, poesie, recensioni e saggi con riviste
letterarie nazionali, cartacee o diffuse tramite Internet.
Blog:
www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com
Email: ivmugnaini@libero.it
- Tel. 0584.954283; Cell 333 2187403
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Desaparesidos
Il circuito della memoria
Il dono
Il palcoscenico naturale
La feritoia |