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“Le cose si scoprono attraverso
i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa
significa vederla, ora soltanto, per la prima volta”
C. Pavese “Il mestiere di vivere”
Barcellona, metropoli vasta,
fascinosa, capace di alternare esuberanze mediterranee a razionalità
germaniche. Una rambla ti fa respirare miele e spezie come un vicolo
di Casablanca, e, qualche metro oltre, ti si aprono di fronte
prospettive di vetro e acciaio di grattacieli. Mi sento un po’ Don
Chisciotte impegnato a sfidare i mulini a vento e un po’ Cristoforo
Colombo pronto a sentire nel sibilo dell’aria l’eco di terre
lontane. In realtà sono un turista per caso condotto qui dalla
bizzarria degli scali di una compagnia aerea. Scaraventato qui come
un bagaglio inviato ad una destinazione sbagliata. Sballottato tra
due estremi: da un lato la soddisfazione di poter girovagare per un
pomeriggio intero in una città bellissima, dall’altro la fretta di
arrivare alla mia meta reale, l’ansia di dare un peso e una ragione
ad ogni passo.
Il settembre spagnolo è carezzevole e malinconico. Un flamenco
lento, estenuato, si muove nella mente. Un ritornello immutabile
orchestra i pensieri e mi porta, contro la mia stessa volontà, a
mischiare presente e passato, desideri e ricordi.
Rivedo ora, nitida, una sequenza di immagini e suoni. Tre settembre
1973. Un televisore in bianco e nero, la voce cristallina di Adriano
De Zan. L’essenza sonora del ciclismo, colta e popolare, impastata
del fango della Parigi-Roubaix ma anche eterea, vibrante
dell’ossigeno rarefatto delle vette dolomitiche. Tre settembre 1973,
prova in linea del Campionato del Mondo. La sigla dell’Eurovisione
mi attira come una calamita. Ho nove anni ma so già alla perfezione
che quelle note hanno il potere di evocare magie, vittorie e
sconfitte, il Messico, la Germania, il Brasile, Benvenuti, i pugni
presi e dati, le braccia alzate al cielo e l’asciugamano gettato sul
ring in segno di resa. Vittorie e sconfitte in grado di generare
nuovi sogni.
Accanto a me, nel salotto della mia infanzia, è seduto mio padre.
Giovane, forte, denti saldi e volto abbronzato. Sorride. Mi guarda e
sorride, già pronto ad un’immancabile sfida.
Partono i corridori. Inizio incerto, la confusione causata come
sempre dalle nazioni meno esperte. Ma a Barcellona, nel Campionato
Mondiale dell’anno 1973, il copione è scritto da un regista geniale
e per nulla paziente. Dopo pochissimi giri, contro ogni pratica
consolidata, contro ogni tattica studiata a tavolino, l’esito della
gara è già deciso. I campioni delle squadre più forti sono da soli
in fuga. Gli altri, dietro, non osano neppure sognare di abbozzare
un inseguimento. Il mondiale dopo pochi chilometri è divenuto una
lunga, lenta, torturante partita a scacchi. La scacchiera è
circolare ed immensa, i giocatori sono quattro: Mercks, il
cannibale, favorito sempre e comunque, il prototipo del vincente;
Gimondi, bergamasco silenzioso capace di sorridere, abile a celare
dentro di sé la fonte della sua voce e della sua forza; Maertens, il
meno atteso, temibilissimo outsider, velenoso in caso di arrivo allo
sprint; Ocana, idolo del pubblico locale, spagnolo dalla schiena
curva come un tornante dei Pirenei, costantemente a testa bassa come
un toro sulla sabbia infuocata di un’arena.
Si studiano, i battistrada. Si conoscono a memoria ma non si perdono
di vista un istante, cercano ognuno negli occhi degli altri una
crepa, un’esitazione, un’incertezza. Una stilla in più che possa
amplificare, facendo da specchio, la propria potenza, la sete di
trionfo.
Sul divano del salotto, intanto, altri occhi si incrociano. Mi
scruta mio padre, si gusta la mia agitazione. Lascia scorrere ancora
qualche minuto, permette al silenzio di acquisire metri di
vantaggio. Lo annulla immediatamente poi, in un sol colpo, facendo
scattare fulminee le sue prime parole. Prevedibili, e tuttavia
dirette allo stomaco, come un pugno, come un carezza.
“Sentiamo, chi vince secondo te?”
Lo guardo anch’io. Esito a rispondere. So che è un gioco, ma, come
tutti i giochi autentici, estremamente serio. Vorrei dargli la
risposta che si attende, quella che desidera. Alla fine però, ancora
una volta, l’orgoglio prevale. So bene chi è il favorito, so che è
bello vincere, qualsiasi cosa, e questo, nella mia mente di bambino,
supera ogni barriera, cancella tutto il resto. Vorrei dire Gimondi,
perché è italiano, perché è vicino a noi, parla la nostra lingua, ha
la nostra espressione, la faccia simile a quelle che vedo nelle
strade e nei bar del mio paese. Vorrei dire Gimondi ma dico Mercks,
il belga che non perdona, che divora ogni traguardo, ogni
avversario. Dico Mercks, anche se so che è il nemico da battere,
l’uomo che non riesce a sopportare neppure mia madre, lei che di
sport sa poco o nulla, abbastanza tuttavia per affermare che questo
tipo che vince sempre le sta sullo stomaco. Ci penso, sento gli
occhi di tutti su di me, la ruota dei secondi e dei minuti gira
lenta.
“Mercks! Vince Mercks di sicuro!”.
Alla fine la voce che mi esce dalla gola è quasi un grido. Urlo di
battaglia che attraversa il terreno di un’infanzia che sta per
sconfinare nell’adolescenza e cerca qualche metro di terreno solido
su cui poggiare un fragile orgoglio. Mercks. Modello odiato ma
vincente. Come mi sentivo io, in qualche modo. Contro tutto e tutti.
Mercks, perché alla fine, ne ero certo, avrebbe vinto lui. Solo
quello sarebbe rimasto. Mi sarei alzato con un sorriso ironico,
quasi altrettanto bianco e saldo di quello di mio padre, avrei
allargato le braccia con trionfale nonchalance, e mi sarei chiuso
alle spalle la porta di camera mia. Avrei atteso la fine della sigla
dell’Eurovisione, mi sarei infilato le cuffie e mi sarei gustato la
rabbia ritmata di un po’ di rock acquistato clandestinamente, duro e
graffiante come le pedalate del cannibale.
Il bianco e nero del televisore sfuma l’azione, pare quasi
rallentarla. Sembra di assistere alla passeggiata di Armstrong sul
suolo lunare. Si tratta invece del procedere cadenzato delle gambe,
l’interminabile roteare. Si avvicinano al traguardo con la lentezza
di una navicella che approccia metro dopo metro la meta di un
satellite agognato per anni. Gimondi si piazza alla ruota di Mercks.
Forse per provare ad innervosirlo, forse per antica abitudine.
Sorrido. La mia certezza sull’esito della gara è assoluta.
Commenta l’andamento della corsa, mio padre. Come un pugile mi
lavora ai fianchi. Osserva i primi piani degli atleti. Sostiene che
Ocana è troppo teso, messo fuori combattimento dalla responsabilità
di correre in casa. Maertens è forte, prosegue, ma non ha
personalità a sufficienza per vincere una gara di questa importanza.
Restano Mercks e Gimondi, conclude. Dopo la consueta pausa piazza
l’affondo finale. Esclama, con un riso nasale, che sta meglio
Gimondi. E’ più in forma secondo lui. Ne è certo. Pronto a
scommetterci.
Provo a rispondere al riso con un contrattacco. Cerco di ghignare
anch’io, ma la tensione accumulata fa sì che mi esca dalla gola un
suono che vibra quasi di pianto. Rabbia, frustrazione, non ne ho
idea. So solo che accetto la sfida. La accetto e rilancio: mi
dichiaro sicuro che il belga vincerà per distacco.
“Quando vuole resta da solo. Per ora gioca come il gatto con il
topo. Tra poco però vedrai che scatta e non lo prendono più. E’ il
più forte di tutti”.
Un sibilo, un sussurro. Non so neppure se queste parole le ho
pronunciate realmente o le ho solo pensate, se ho lasciato che il
loro senso e il loro suono percorresse senza tregua la mente.
De Zan inizia a riassumere l’andamento generale della gara e propone
scenari possibili per il finale. Il traguardo, chilometro dopo
chilometro, si avvicina, è ipotesi concreta ora, miraggio che, nella
nebbia luminosa del televisore, assume consistenza. La telecamera
indugia sui volti dei fuggitivi, li va a cercare uno per uno,
spietatamente innocente, scava nelle speranze, nelle paure, nelle
espressioni strette nella morsa di fatica e grinta, volontà e
rassegnazione, agonismo e fatalismo. Ocana è spento: un soldato
pronto al sacrificio ma ignaro di vittoria. Maertens possiede il
brio di chi non ha nulla da perdere, danza sui pedali come un
ragazzo che torna a casa dopo ore di scuola. Mercks è una maschera
impenetrabile. Serio, apparentemente sereno. Solo una goccia di
sudore in più percorre la fronte liscia e bianca di squalo. Gimondi
sorride ancora. L’angolo della bocca si allarga in un’ironia densa,
concentrata. Scivola liscio sull’asfalto, leggero, compatto. Non
molla un istante la scia del pescecane. La groppa del quieto cavallo
dei Monti Orobici è diventata schiena guizzante di delfino.
La campana che annuncia l’inizio dell’ultimo giro sveglia me e i
corridori da un torpore ipnotico. Inizia il valzer conclusivo. Ogni
pedalata da questo momento in poi, ogni gesto, ogni pensiero,
stabiliranno l’esatta distanza tra sogno e realtà. Il gruppo alle
spalle è lontano, fuori portata, nessun pericolo di riaggancio in
extremis. Il titolo andrà ad uno degli uomini in fuga, a chi saprà
staccarsi magari con uno scatto da finisseur. Chi saprà infilarsi
nell’esile fessura lasciata aperta per un attimo dagli avversari e
dal tempo. Provare l’assolo tuttavia è un azzardo. Ogni energia è
preziosa in caso di arrivo in volata. Un tentativo solitario espone
al vento e al ritorno rabbioso degli altri. E’ preferibile restare a
ruota, giocare a difendersi, rintuzzare gli attacchi eventuali di
chiunque osi uscire di traiettoria alzandosi sui pedali.
Danzano, i battistrada. Disegnano ampie volute sul grigio
dell’asfalto. Dopo aver percorso decine di chilometri in linea
retta, paiono divertirsi ora a dipingere arabeschi. Ogni giro
soffice di manubrio è un’esca, un invito all’avversario che segue a
tentare la fuga, a bruciarsi nel vento. Troppo esperti però, troppo
consci ciascuno del valore degli altri. Solo qualche abbozzo,
qualche breve scatto simulato per saggiare la qualità e l’intensità
delle reazioni. Niente di più. Sarà la volata a decidere.
Mi giro di lato facendo attenzione a nascondere un sorriso
compiaciuto. Pregusto la zampata finale. Non ricordo di avere mai
visto Mercks lasciare un traguardo agli altri compagni di fuga.
Neppure nelle gare di contorno, neanche nelle competizioni minori.
Figuriamoci in un campionato del mondo. La volata di un gruppetto,
meno di una manciata di corridori, è l’ideale per lui. Regolerà
tutti anche stavolta. Mio padre tace. Il suo sguardo ora è più teso,
meno strafottente. Prepara la volata anche lui. La sua bocca si
serra, assume la forma arcuata della schiena di Gimondi, ne segue
l’oscillare, le scosse, le contrazioni. Avvicino la poltrona al
televisore quasi a voler sopravanzare anche in questo il mio
avversario. Scatto verso il traguardo, come, tra breve, farà anche
il cannibale.
Rettilineo finale. Largo, sconfinato. Entrano in azione le
telecamere fisse. Dalla cucina, con incredibile tempismo, appare mia
madre. Si piazza alle spalle di mio padre, una mano sul bracciolo ed
una sulla sua spalla. Mio padre si volta un istante verso di lei,
con frasi concise le riassume la gara e la prepara alla conclusione
imminente. Istanti di silenzio totale. Non un suono in casa né in
strada. Non una macchina, una moto, un viandante che fischietta una
canzone. Tacciono i gatti nel giardino di fronte. E’ muto perfino il
vecchio frigorifero.
Parte Ocana, la mossa della disperazione. Tentativo suicida di chi
attende la pugnalata per poter giacere sereno con la malinconia
della sconfitta. Controscatto di Maertens. Alla sua ruota il suo
connazionale, Mercks, proprio lui. Maertens conferma di non avere
timori reverenziali. Prosegue furioso lo scatto. Si stacca. Si
stacca. Resta indietro, il cannibale. Inghiottito dall’asfalto,
dalla fatica, dalla mancanza di ritmo, di potenza. Viene
risucchiato, per forza di inerzia, perfino da Ocana. Solo Gimondi
tiene il passo di Maertens. Risponde ai guizzi con una progressione
fluida, inesorabile. Sorride Gimondi, denti bianchi e saldi,
nell’istante in cui supera il belga di slancio e taglia il traguardo
per primo. Quietamente, immensamente trionfante.
Salta sulla poltrona mio padre. Un abbraccio caldo e fulmineo a mia
madre, poi, di scatto, la testa rivolta verso di me. Inghiottito
dalla poltrona, dalla sorpresa, dall’umiliazione, sento lacrime
calde come sudore che mi scendono sulla faccia. Ride. Ride
fragorosamente. Mia madre è sorpresa in un primo momento, poi, una
volta scoperto il motivo del pianto, sorride ironica anche lei.
Sparisco rapido all’interno della mia camera. A ripercorrere i metri
finali, a rimuginare il mistero di un colpo di pedale mancato, un
verdetto che non ammette repliche.
Ora, scosso dalle ondate del ricordo, cammino da solo lungo questo
viale. Lo immagino limitato da transenne, colmo, ai lati, di una
folla festante. E’ qui che, oltre trent’anni fa, si è svolta la
memorabile volata. Su questo asfalto, sulle rughe coperte adesso da
un manto liscio, nuovo. Provo a visualizzare la direzione, le
distanze. Cerco di stabilire in quale punto esatto fosse posto il
traguardo. Impresa ardua. Tutto è cambiato. Mancano punti di
riferimento fondamentali.
Tutto è cambiato. Il tempo, passista inesorabile, ci ha raggiunti e
superati. Mio padre non è più robusto e abbronzato. Sorride, ora,
con occhi quasi timidi che ammiccano alla fine, al traguardo cupo,
senza abbracci di sole. E’ cambiata ogni cosa. Anche in me. Oggi so
apprezzare la schiena salda e il passo regolare. So esaltare la
capacità di Gimondi di essere campione nell’epoca di un mostro,
gigante nell’era di un gigante. So apprezzare l’arte di restare alle
spalle, eterno secondo, per poi, in un pomeriggio di settembre,
trasformare le attese e le delusioni in un orizzonte iridato. So
apprezzare il sorriso tenace del corridore, e il sorriso di affetto
dell’uomo seduto a fianco a me sul divano. La forza del gioco, la
sfida che invita a crescere, a lottare.
Forse non è troppo tardi. Se ci mettiamo d’accordo, se sappiamo
parlarci, se ci diamo cambi regolari, possiamo riprenderlo. Possiamo
riagganciare il tempo andato in fuga con un ghigno di sfida.
Possiamo percorrere assieme ancora molti chilometri, sentire lo
stesso vento sulla faccia, vedere insieme, con la coda dell’occhio,
panorami illuminati da un riflesso di luce. Procedere ruota a ruota,
spalla a spalla, senza rabbia, senza lacrime mute e sorrisi di
acciaio tagliente. Riprendere il fuggitivo. Superarlo, guardarlo in
faccia e sorridergli assieme mostrandogli di non temerlo più, di
avere energia e volontà per reggere il passo.
Pedalare appaiati, io e lui, senza chiederci più chi sia Gimondi e
chi Mercks, chi abbia torto e chi ragione, chi sia il primo e chi il
secondo. Assieme, salite e discese, aria e respiro. Arrivando
gradualmente ognuno al proprio traguardo, braccia alzate in segno di
saluto. Senza prevaricazione, guardando la strada di fronte e, per
qualche attimo, il cielo.
Verso il traguardo. La linea finale che, anche adesso, non trovo.
Non riesco a individuarla, e, a ben pensare, è bello che sia così.
Non c’è. Non c’è, su questo viale di Barcellona come sul rettilineo
ideale della vita, alcun segno tangibile in grado di porre un limite
al ricordo, all’affetto, alla memoria. Si può ripercorrere
all’infinito il circuito del tempo, assaporando la malinconia, il
dolore, la gioia, la volontà di cambiare, mutare il ritmo della
pedalata. La sopresa di una vicinanza riscoperta, rivissuta,
ripartita di slancio con un sorriso placido, formidabile. Felice
Gimondi che, contro ogni logica, contro ogni attesa, supera tutti e
vince in volata.
© Ivano Mugnaini
L'Autore
Laureato in Lettere Moderne presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Pisa.
È autore di testi di prosa, romanzi e racconti, poesia e saggistica.
Suoi testi, in particolare il romanzo “Limbo minore”
edito da Piero Manni, sono stati presentati nella Sala delle Baleari
del Comune di Pisa, nel Palazzo del Centro Studi Leopardiani di
Recanati, nella Sede dell’Ambasciata Italiana in Olanda, e nei Caffé
Letterari “Le Giubbe Rosse” di Firenze e “L’Ussero” di Pisa.
È autore di recensioni per volumi di narrativa, poesia, arte e
saggistica per alcune riviste nazionali: “Poiesis”, “L’
Immaginazione”, “La Clessidra”, e numerose
altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite
Internet. In particolare “Vico Acitillo 124 - poetry wave”,
www.vicoacitillo.it, curata
da Antonio Spagnuolo e Emilio Piccolo e sul sito “Sinestesie”,
www.sinestesie.it.
È socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di
Pisa, fondato da Renata Giambene e attualmente diretto da Maria
Paola Ciccone.
Collabora, come autore di testi, con alcune associazioni culturali,
tra cui “Il Teatro di Campana”. Nel corso delle ultime stagioni sono
stati realizzati spettacoli di prosa e recitazioni di poesie, così
come perfomances a tema dedicate ad artisti e letterati, tra cui Van
Gogh, Rimbaud, Verlaine, Campana ed altri.
Ha presentato suoi testi, prose e liriche, all’interno di
manifestazioni e rassegne artistico-letterarie nazionali tra cui
“Versinguerra” e “Bunker Poetico”, brani letterari abbinati ad opere
artistiche all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.
È autore di racconti premiati o segnalati in concorsi letterari, tra
i quali: Premio “Nuove Lettere“ giuria presied. da A. Bevilacqua,
Istit. Italiano di Cultura (NA); “Parole di carta“ (Roma) - con
pubblicazione su volume edito da Marsilio Editore - Venezia;
“Teramo” (TE) giuria Michele Prisco, Renato Minore, Barbara
Palombelli, Giuseppe Pontiggia, Raffaele Nigro; “Fiur’lini” (L’Aia,
Olanda) giuria Associaz. Culturale Forum; “Eraldo Miscia - Città di
Lanciano“ giuria Roberto Pazzi, Giuseppe Cassieri, Vincenzo Consolo;
“Arturo Loria“ - Carpi (MO) giuria Alberto Bertoni, Anna Prandi.
Ha pubblicato la raccolta di racconti “La casa gialla“
e il romanzo “Limbo minore“ (Piero Manni, Lecce).
È autore di liriche e raccolte di poesie premiate o segnalate in
concorsi letterari nazionali, tra cui:
Premio “Eugenio Montale“ (Roma) - Sez. Inediti Italiani - giuria
Goffredo Petrassi, Maria Luisa Spaziani; “Leopardi” Recanati giuria
Centro Studi Leopardiani; “Lerici-Pea“ (SP) giuria presied. da Folco
Portinari; “Rabelais“ (AP) giuria Paolo Ruffilli, Maria Jatosti,
Marco Sabellico; “Orfici” (PI) giuria Francesca Ceragioli - Scuola
Normale di Pisa, Luciano Luciani; “Fiorino d'Oro“ (FI) - Centro
Cult. Firenze Europa; “Camaiore“ (LU) - Sez. opere prime - giuria
Alberto Cappi, Valentino Zeichen; “Aspera“ (MI) ; “Felsina” (BO) ;
“Mimesis” (LT)...
Ha pubblicato la silloge dal titolo "Controtempo"
(Milano, 2001)
Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono
stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività
letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori,
ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Paolo Ruffilli, Giorgio
Barberi Squarotti, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio
Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Andrea
Camilleri ed altri.
Collabora con racconti, poesie, recensioni e saggi con riviste
letterarie nazionali, cartacee o diffuse tramite Internet.
Blog: www.ivanomugnaini.splinder.com
Email: ivmugnaini@libero.it
- Tel. 0584.954283; Cell 333 2187403
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