|
 |
Irene Caliendo
FAVOL'IO - racconti
Albus Edizioni, ISBN 978-88-902949-6-9; p. 124, € 8,90
Per ordinare il libro:
- Albus Edizioni, via Donadio 7, 80023 Caivano (Napoli)
Cell. 339 2740860 - Postepay n.4023 6004 4555 5370 intestato a Rita Esposito
- www.albusedizioni.it,
info@albusedizioni.it |
‘Sefosse’
Era lo scemo del villaggio.
Era il ragazzone dal cappello nel dì di festa.
Era l’uomo di fatica che, per 5 lire, ti scaricava un carico di
legna da ardere.
Era colui il quale, per un bicchier di vino ed un pezzo di frittata
avanzata, ti ripuliva l’orto dalle erbacce mettendoci la stessa cura
nel selezionare i fili d’erba, quasi fosse l’angelo della Morte che
estirpa il male dal mondo. Qualcuno in paese sosteneva che era
preciso nell’estirpare le erbacce perché non era capace di eliminare
i cattivi pensieri da sé. Quei cattivi pensieri che il curato
chiamava atti impuri e che per lui, povero sciocco del villaggio,
erano considerati ancora più impuri quasi che l’amore fosse una
concessione e non un diritto.
Al bar della piazzetta molti lo solleticavano raccontando di
mirabolanti storie con donnine di facili costumi solo per studiare
la sua reazione a fantasiose storie di sesso. Altri lo schernivano
quando nel dì di festa, usciva dal casale vestito di tutto punto con
“l’abito”: un pantalone grigio col risvolto, una giacca blu ormai di
due taglie più stretta ed il vecchio cappello di feltro beige a tesa
larga. Incurante delle parole, elargiva a tutti un gran sorriso e
rispondeva portando due dita della mano destra al cappello. Si
dirigeva spedito verso la chiesa, ma non entrava se non aveva
varcato la sacra soglia anche l’ultimo fedele ritardatario. Salutato
anche costui, si accomodava al banco di coda della fila di sinistra,
come si conveniva ad un fedele di sesso maschile.
Non tutti però rispondevano con la stessa sincerità ai suoi saluti;
alcuni lo facevano con commiserazione peccando un attimo prima di
entrare in chiesa, con la domanda “perché il buon Dio permette a
questo infelice di vivere tanto a lungo”. Altri invece tiravano
decisamente dritto. Fra questi c’erano le donne incinte a cui era
consigliato addirittura di non guardarlo e questo solo perché
l’anziana saggia del villaggio affermava, dall’alto della sua
senilità, che lui fosse il frutto di uno sguardo insistente verso un
infelice. Come dire che guardando un cane si potesse partorire un
cane!
In realtà sua madre uno sguardo lo aveva posato su qualcuno e anche
più di uno, visto che il risultato di quegli sguardi era proprio
quel bambinone di quasi 40 anni: sicuramente il commerciante di
bestiame passato in paese proprio una quarantina di anni prima. Ad
esser precisi era più probabile che avesse posato lui lo sguardo
sulla bella Luisa di soli 16 anni, ma ai fini della nostra storia
poco cambia! Fatto sta che dopo tanti sguardi la pancia di Luisa
cominciò a crescere e la sua famiglia iniziò a guardarla indignata.
I suoi genitori non vollero sapere più nulla di lei né del bastardo,
si diceva proprio così in paese, del bastardo che Luisa portava in
grembo.
Ben presto, in una sera senza luna, furono invitati alla casa del
Padre a render nota del loro operato terreno… dopo un volo nel
dirupo insieme al calesse sul quale ritornavano dalla contrada.
Fu così che Luisa si trovò sola con la pancia che cresceva ed il
campo da arare. Del prestatore d’opera per la creazione del suo
bambino non seppe più nulla. Si sa, i commercianti di bestiame sono
giramondo per natura! da quel giorno Luisa rimase sola al mondo.
Cosa fece da sola evitata da tutti al villaggio? Arò la terra, zappò,
curò le bestie, lavorò presso chiunque, di nascosto, avesse il
coraggio di dare lavoro ad una fanciulla perduta. Lavorò tanto, più
di un uomo, più di 100 uomini e non pensò mai più al commerciante di
bestiame. Fino a che un giorno sotto un albero le colsero i dolori
del parto. Lei non capì cosa stesse accadendo e perché un rivolo le
bagnasse le gambe e scendesse giù fino ai calzerotti di lana
infilati negli zoccoli di legno ma siccome il dolore era forte, si
stese a terra attendendo cosa non sapeva . Il dolore passò e Luisa
riprese ad arare.
Questo andirivieni di fitte dolorose durava troppo e Luisa pensò
essere giunta la sua ora, piuttosto che fosse il tempo di far
nascere il suo bambino. Ma come avrebbe potuto pensarlo? Nessuna
donna le parlava mai di queste cose, sua madre non le aveva mai
accennato di come era nata lei ed infine era morta troppo presto
perché ravvedendosi potesse aiutare sua figlia a partorire come era
tradizione per le donne del villaggio. In quei momenti,dunque, Luisa
era ancora più sola. Avrebbe dovuto pregare, si diceva, ma non
entrava in una chiesa dal giorno della sua prima comunione e
ricordava ancora la disperazione del curato per la sua incapacità a
mandare a memoria tutte quelle preghiere in latino!
Pensò allora di trascinarsi in casa perché qualunque cosa dovesse
accaderle voleva accadesse lì, in un luogo familiare e non in fondo
ad un dirupo. Fu lì che la trovarono, dopo alcuni giorni, due
sventurati quanto lei entrati nel casale alla ricerca di chissà
quali tesori.
Giaceva a terra distesa accanto al suo neonato piangente.
Luisa era morta di solitudine più che di parto ma nella sua
ignoranza di donna aveva saputo fare quello che le femmine d’ogni
specie sanno fare: dare la vita.
Sefosse iniziò la sua vita così.
Questo era il nomignolo che avrebbe accompagnato il suo bambino per
tutta la vita: “Se fosse”, le due parole che il
bambino usava per intercalare i discorsi che lo riguardavano. Alla
sua nascita il giovane curato, quasi a scusante col Signore per non
essersi occupato della pecorella smarrita, lo aveva battezzato con
un bel nome altisonante, la perpetua poi pensava di guadagnarsi un
posto in cielo allevandolo col latte della sua capretta, le anziane
del paese, che prima avevano approvato la decisione presa dai suoi
nonni, compravano indulgenze divine portando in canonica quanto a
loro superfluo e le altre donne dedicavano al bambino lo stesso
tempo che dedicavano agli animali da cortile. Tutto poteva andare
per il meglio. Sefosse cresceva forte ma… non bello e non
intelligente. Gli stenti patiti dalla madre, gli sforzi fatti nei
campi e le stesse modalità con cui si era svolto il parto, avevano
lasciato il segno nella testolina riccia di Sefosse.
Non appena le comari identificarono nei suoi discorsi da grullo la
stupidità che era propria di sua madre, si disinteressarono a lui,
al suo piccolo pezzo di terra col cascinale e al suo futuro. Non fu
mandato a scuola, non imparò a leggere e a scrivere e neanche a
firmare. Ma cresceva tranquillo con la carità e la sua terra fertile
.Quando questa non produsse più tanto ed il suo cascinale divenne un
castello diroccato, si dedicò ai piccoli lavori come moneta di
scambio senza vedere cattiveria nell’approfittarsi continuo di lui
che facevano i suoi paesani.
Sefosse era sicuramente più felice di ogni altro al
villaggio… ma nessuno se ne accorgeva.
Un giorno prese a dire ”Se fosse che io mi sposerei con Gina…” e la
madre di Gina iniziò a preoccuparsi.
”Buon sangue non mente” sentenziò la vecchia saggia e dunque essendo
noto che Sefosse era figlio di Luisa si poteva
calcolare il tempo in cui un suo sguardo poteva tramutarsi in
azione. Enunciato il teorema ecco pronta la soluzione al problema
algebrico: la povera Gina doveva essere guardata a vista. Ma nelle
parole di Sefosse non c’era quello che la madre di
Gina e le comari del villaggio avevano pensato! Sefosse
pensava di sposare Gina per regalarle un bel abito bianco lungo con
lo strascico e condurla in chiesa tra gli applausi di tutto il
paese, come aveva visto fare tante volte.
Gli sembrava tanto bella quella cosa! Gina avrebbe sorriso mostrando
i suoi denti bianchi e lui si sarebbe sentito importante al suo
fianco… Gina fu promessa sposa al fioraio con una gran festa, come a
togliere all’innamorato sgradito qualsiasi pensiero in merito a lei.
Sefosse tornò tra i campi a sognare ed ogni domenica
mattina, indossata la solita giacca blu ed il solito pantalone
grigio, si recava alla messa . Tutti continuarono a chiedersi cosa
capisse lui del latino del curato e perché il buon Dio faceva vivere
tanto questo infelice! Come ogni domenica l’indignazione del
villaggio esplodeva quando Sefosse si avvicinava alla
balaustra mettendosi in coda tra i fedeli comunicandi per ricevere
l’ostia.
”Ancora prende l’ostia quel grullo!” si dicevano in molti e
cercavano di allontanarlo dall’altare, ma lui prima o poi ci
arrivava, e dopo aver preso l’ostia tra le labbra come tutti, si
girava verso i fedeli e diceva… ”Se fosse!”. I presenti pronti si
segnavano la fronte con la croce battendosi il petto per non
sentirsi complici del sacrilegio di offrire i sacramenti ad uno
stupido.
Un po’ prima del termine della funzione Sefosse si
precipitava verso la porta della chiesa ed attendeva l’uscita dei
fedeli che salutava con un’alzata di cappello e la mano tesa.
Qualcuno meno duro di cuore gli mollava una monetina o un sigaro, le
buone comari gli porgevano pagnottelle di pane cotto a legna o fette
di torte casalinghe, ma i più stringevano soltanto la mano o neanche
quello. Le donne incinte ripetevano il gesto di voltarsi altrove .
Finito il rito dei saluti, i monelli lo accompagnavano al casale
cantando in coro “Sefosse è scemo, Sefosse
è grullo, Sefosse crede all’asino che vola”, ma lui,
nella sua immensa bontà d’animo, accettava queste parole come gesti
d’affetto e sorrideva loro. Non era difficile vederlo allontanarsi
mentre uno gli toglieva il cappello, lo lanciava agli altri in una
sorta di palla prigioniera, costringendo il bambinone di quasi 40
anni a correre da una parte all’altra.
Successe proprio così quella domenica.
Il solito gioco si ripeteva invariato, immobile come il tempo del
villaggio, quando il cappello, non si sa come, fuggì di mano ad uno
dei contendenti e finì nel fiume. Un ragazzo tentò di riprenderlo
con una canna ma la corrente era troppo forte. Sefosse
rimase imbambolato a guardare il suo copricapo andar via, poi con
uno sguardo furtivo verso i monelli gridò “Se fosse che io mi
arrendessi come voi… ma io non lo lascio affogare“ e si lanciò nel
fiume prima che gli altri ragazzi potessero fermarlo.
La corrente lo trasportò via. Quella stessa corrente restituì invece
il suo cappello più in basso lungo il corso d’acqua.
Nel paese subito si sparse la voce della fine accidentale di
Sefosse.
Quegli stessi uomini prepararono la cassa per un corpo che nessuno
di loro avrebbe pensato mai di andare a recuperare dal greto del
fiume, le donne si recarono al mercato a comprare i fiori dal marito
di Gina, i monelli ne gettarono alcuni nella corrente e il vecchio
curato fu costretto ad allestire la farsa di un funerale ad un
feretro vuoto.
Al villaggio si parlava con rimpianto della dolcezza e della
semplicità di Sefosse mentre contribuivano ad
allestire il più bel funerale di cui si doveva parlare in paesi
viciniori avrebbero parlato e di cui Sefosse sarebbe
stato fiero se soltanto… ma il feretro vuoto, che troneggiava
sull’altare, riportava tutti alla certezza che lui non era lì!
In chiesa i bambini cantavano inni sacri e le vergini in abito
bianco spargevano di petali il percorso che Gina doveva fare per
deporre il vecchio cappello ancora intriso d’acqua assassina, sui
fiori bianchi della bara di Sefosse.
Mentre tutti piangevano commossi ed il curato intonava il
deprofundis, dal fondo della chiesa si udì ”Se fosse che non
sono morto?”
© Irene
Caliendo da "Favol'io"
Il libro
Frutto dell'amore è Favol'io, conseguentemente l'Autrice - ed
è il suo merito maggiore - non dispensa un livido moralismo, ma
avvolge il lettore in un'atmosfera di religiosità pudica e schiva,
per nulla declamatoria e apodittica. Irene fa dono al lettore di un
periodare mobilissimo, incalzante, nervoso, a tratti
cinematografico; ideale supporto formale per far emergere l'intentio
sostanziale che la motiva a scrivere: l'ambizione di sottrarre dallo
scempio della devastazione dei tempi in cui viviamo esistenze,
valori, ideali che le stanno a cuore. E, all'uopo, felicissimo
instrumentum, si rivela il fiabesco, con la sua antica capacità di
far lievitare le cose piccole a simboli metafisici, gocce di fresca
rugiada sulle piaghe della nostra tormentata contemporaneità.
"Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se
ne ricordano)". Così recita la dedica che Saint - Exupéry appose al
suo capolavoro, segnalando in parentesi quella che è forse la
segreta origine di tutti i mali della società: il rifiutare lo stato
fanciullesco di quella condizione di semplicità e di candore che ci
permette di accogliere filosoficamente il mistero dell'esistenza.
Irene Caliendo lo ha ben compreso e, a sua volta, indirizza il suo
lavoro a "tutti i lettori che vogliono dar voce al loro bambino
interiore" e per esaltare questa dimensione ormai negletta, si offre
di raccontare agli "adulti" tredici fiabe per "bambini"... Anche in
ciò Irene Caliendo ci fa rivivere la lezione di Antoine Marie Roger
de Saint - Exupéry: ".si vede bene solo col cuore. L'essenziale è
invisibile agli occhi". (Dalla Prefazione di Alfredo Omaggio)
Biografia
Irene Caliendo, nata a Caserta il 28.01.57, residente a Maddaloni, sociologa.
Primi approcci con la scrittura creativa iniziati all’età di 11 anni
con la compo-sizione di favole e fiabe stile Esopo per il giornalino
scolastico ed altre pubblica-zioni locali per bambini.
All’età di 13 anni prime forme poetiche con la composizione di una
ballata a rime sciolte tra la Guerra e la Pace. (Tutti questi testi
sono stati distrutti).
Dopo la fase adolescenziale la scrittura creativa subisce una
battuta d’arresto per ri-prendere in età giovanile con la
composizione di testi per drammaturgia, sceneggia-ture teatrali di
poesie ed opere letterarie destinate alla scuola dell’obbligo e
rappre-sentate in concorsi per le scuole e manifestazioni locali.
Contemporaneamente ini-zia la scrittura di commedie e musical, cura la
regia teatrale di personali adatta-menti di opere antiche e moderne e
dei suoi testi.
Il passaggio dal teatro alla narrativa è avvenuto in tempi recenti
dopo un lungo periodo di silenzio, ma l’impronta del testo teatrale
si ritrova nello stile della sua scrittura creativa. Attualmente la
composizione di racconti è affiancata dalla crea-zione di testi per
canzoni, poesie, piccola saggistica ecc.
Oltre "Favol'io" del 2008, ha pubblicato nel
2005 una prima raccolta di racconti dal titolo "Alchimia alímenos" (MEF,
Firenze).
Da "Alchimia alímenos"
|