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Irene Caliendo

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / IRENE CALIENDO


Alchimia alímenos

Irene Caliendo, Alchimia alímenos

Irene Caliendo
ALCHIMIA ALÍMENOS - racconti
MEF L'Autore Libri, ISBN 88-517-0717-0; p. 58, € 6,20

Per ordinare il libro:
- MEF L'Autore Libri, via Duccio di Buoninsegna 13, 50143 Firenze - www.firenzelibri.com

 

UN CAFFÈ LUNGO IL FIUME

Lassù, sull’altra sponda del fiume, si muovevano cumuli nubiformi dall’aspetto minaccioso. .Il borbottio che li accompagnava dava l’impressione che essi volessero esplodere da un momento all’altro come il caffè nero ben pressato nella moka di Maggie. Più in là, verso i monti, ruzzolavano invece allegri fumi di nuvole che sembravano uscire dalla vecchia napoletana che sua madre metteva sul fuoco ogni mattina per “servire” il caffè caldo al capofamiglia. La vecchia caffettiera napoletana ereditata dalla nonna ed oramai annerita dai fumi come le nuvole lassù!
Era triste il cielo quella mattina, d’un nero plumbeo, che riportava alla mente proprio il colore dell’antica bevanda quando a preparala non erano le mani esperte di sua madre. Erano ormai tre giorni che non smetteva di nevicare ed intorno a lui era tutto bianco inclusa quell’ennesima tazza di liquido nerastro che avrebbe dovuto essere un buon caffè. Per i tanti venuti a passare le vacanze in montagna tutto quel bianco era una visione splendida, ma per Harry Finn non lo era. Accostò il thermos alle sue labbra livide e bevve l’ultimo sorso di caffè caldo che in esso era contenuto. Strano, finito il caffè, aveva smesso di nevicare. Si stirò come se volesse afferrare nel cielo l’illusione della macchinetta da caffè napoletano, si sistemò il cappello sugli occhi, alzò il bavero e riprese a camminare. Stava camminando da molto tempo, tanto da non sapere da quanto. Il suo incedere era lento e pesante, la sua camminata era interrotta spesso dal sorseggiare il liquido nero che era nel suo thermos. L’andatura lasciava orme profonde sulla neve, impronte diseguali perché disuguale era il suo passo. Inspirò una lunga boccata d’aria fredda e volse lo sguardo lontano verso i monti. Il cielo andava rasserenandosi dietro le colline dall’altra parte del fiume.
Pensò che era presto. A quest’ora anche Maggie aveva bevuto il suo caffè da sola, come ormai faceva sempre più spesso, ed i bambini si preparavano per la scuola…Lui invece era libero.
Libero. Poteva andare dove voleva. Ma dove voleva andare?
Harry questo non lo sapeva. In realtà non sapeva neanche chi fosse veramente… o forse lo sapeva? Era tutto così confuso nella sua mente! Non ricordava più nulla. Non aveva certezze.
Sentiva solo che Maggie e i bambini a quell’ora erano a scuola… ma non sapeva che ora era!
Harry non conosceva il perché di questo suo non sapere. Era tutto sempre più confuso nella sua mente, da un po’ di tempo!. Era una vita che cercava i perché, i perché di ogni cosa.
Si rese conto che così facendo si era smarrito più volte nei ricordi belli e brutti, nei pensieri, nei sogni,  nelle strade …perso, considerò tra sé. Semplicemente perso nelle sue sensazioni da PC formattato!
Ma questa volta non voleva smarrirsi, voleva sapere chi era, cosa voleva e dove andava.
Una sensazione di freddo lo attraversò. Toccò il suo thermos: era freddo anche lui. Freddo e vuoto come ora Harry si sentiva, l’uno senza liquido caldo l’altro senza linfa vitale!
Infilò le mani nel soprabito ed vi trovò un documento consunto sul quale si leggeva un nome: “Harry Finn”, lesse a voce alta, ”il mio nome dunque è Harry Finn”, ripetè ancora come per convincersi.
“Adesso sono certo di sapere chi sono” e si incamminò di nuovo lungo il fiume alla ricerca di un bar dove poter rifornire il suo amico thermos della sua linfa calda.
Camminando senza meta si chiedeva se il suo nome era veramente Harry Finn?
Non poteva affermarlo con certezza.

L’acqua del fiume scorreva tumultuosa come i suoi pensieri. Gli sembrava più scuro e minaccioso di prima, chissà perché. Guardandolo, quella sensazione di freddo lo prese di nuovo.
Dunque aveva un altro ricordo? Harry pensò. Allora nella sua mente c’era un altro ricordo, oltre quello del caffè, di Maggie e dei bambini: l’acqua tumultuosa.
Quell’acqua scura lo riportò alla sua infanzia. Lo chiamavano Harry allora? Non sapeva.
Abitava al mare da bambino in una casa allegra, piena di fiori, e un po’ fuori del centro abitato, distante dal brontolio del mare. Da quel mare che in un lontano giorno di settembre aveva inghiottito suo padre lasciando così il piccolo futuro Harry Finn nello sconforto più assoluto. Quel giorno anche lui avrebbe dovuto andare a pesca con suo padre, ma la madre riteneva quel mare ancora troppo pericoloso per un bambino. E dunque girata la vecchia napoletana che borbottava sul fuoco, mentre fuori ancora non nasceva il giorno, la mamma aveva versato il caffè al babbo con la dolcezza e la dedizione di sempre e lui l’aveva salutata con un casto bacio. Con gran disappunto del piccino il babbo si era imbarcato senza di lui e senza di lui il mare lo aveva inghiottito.
“Chissà che sapore aveva mio padre?” aveva pensato allora mentre ascoltava le donne di casa che tra un lamento e l’altro della veglia funebre ad un corpo che non c’era, gli ripetevano che il mare aveva inghiottito suo padre.
Aveva provato a mordersi per capirlo, ma le vedove del mare, credendo fosse una manifestazione di dolore per la perdita, lo avevano consolato porgendogli dei bi-scotti presi dal vassoio dei numerosi caffè consumati. Ma no, lui pensava al mare.
Ad un mare minaccioso, fornito di denti aguzzi come uno squalo.
Una volta la barca di suo padre aveva arpionato uno squalo e lui ricordava quelle file di denti enormi. In realtà lo squalo non era poi tanto grosso ma il ricordo di bambino lo rendeva enorme come enormi erano le balle che raccontavano i pescatori al ritorno dalle battute di pesca!

“Chissà se lo ha masticato”, si era chiesto. Ad un tratto si rese conto: il mare non aveva i denti! Ne era certo: il mare non aveva i denti, di nascosto della mamma era entrato spesso fra le onde e se il mare avesse avuto i denti lo avrebbe certamente morso! Dunque il mare non poteva masticare nessuno e se suo padre era stato inghiottito dal mare, questo lo aveva inghiottito intero! Chissà se nel mare suo pa-dre aveva incontrato una mamma che gli versava il caffè, pensava e rise tra sé di questo inopportuno pensiero infantile.
Il mare restò sempre per lui un gran mistero! Ne era affascinato, attratto, anche impaurito, ma voleva ritrovare suo padre e dunque vi sarebbe entrato di nuovo an-che contro il parere della mamma: era lui l’uomo di casa ora! E se avesse inghiottito anche lui, lontano da suo padre, ed entrambi non ne fossero più usciti ?
“Forse questa è la morte” aveva pensato, ma non poteva essere questa la morte perché quando era morto il nonno il corpo c’era: era lì sul letto. Lo aveva visto. Lo aveva toccato, era freddo e immobile. Come ora anche allora le donne si erano affrettate a portare biscotti e numerosi caffè caldi che proprio il babbo aveva consumato. L’unica debolezza che suo padre aveva mostrato in quel giorno di lutto era stato proprio l’indulgere ai tanti caffè non preparati dalle indaffarate mani di sua moglie! Ma ora non c’era. Il corpo di suo padre non c’era .Al suo posto solo la nenia funebre delle donne di casa e quella strana sensazione di un babbo inghiot-tito dal mare e l’odore acre di caffè bruciato, oggi come allora. Ma forse il babbo non era morto?
Le sue domande alle adulte di casa non ricevevano mai risposta ma solo lacrime e dolcetti e….caffè. La mente fu pervasa da quell’odore di caffè che aveva accompa-gnato la sua infanzia.
Si convinse così che le sue argomentazioni non erano comprese dalle donne! E questa convinzione non lo lasciò mai più.
Nacque in quell’occasione il futuro signor Harry Finn: le donne erano come i pescatori al ritorno dalla battuta di pesca. Avrebbe cercato suo padre da solo!

Un fruscio e i pensieri si dissolsero. Harry si incamminò di nuovo lungo il fiume. Il paesaggio era sempre più vuoto e di un bar neanche l’ombra.
I suoi passi ripresero a segnare la neve.
Le orme erano a volte pesanti a volte leggere. Seguivano il fluttuare dei suoi pensieri ora leggeri ora pesanti e gravi.
Il piede non gli faceva più male, pensò, forse il freddo aveva anestetizzato il dolore fisico così come stava facendo con la sua anima.
Di nuovo la mente lo riportò ai risvegli col caffè di Maggie e a quello che era stata per lui in tutti questi anni.
La neve depositata sul cappello lo rendeva ridicolo. Ben presto avrebbe dovuto toglierselo ma non poteva togliersi il cappello: il suo cranio pelato avrebbe potuto rivelare ai passanti quello che considerava essere il suo segreto!
Il passo era diventato più pesante. La stanchezza si faceva sentire. Chissà da quan-to tempo stava camminando. D’improvviso gli apparve una vecchia mendicante, sembrava lo stesse aspettando. Anzi lo stava proprio aspettando.
Gli porgeva il sospirato caffè fumante. Ma come poteva sapere che lui sarebbe passato di lì se neanche lui sapeva dov‘era e dove stava andando?
Harry si sentiva attratto da lei come un ferro verso la calamita. In modo ineluttabile avanzava verso di lei, dentro di sé sentiva salire un senso di irrequietezza: non voleva camminare ma le gambe avanzavano sulla scia di un profumo. Non avver-tiva più la fatica di affondare nelle neve fresca .Non avvertiva più il dolore al piede che pure lo costringeva a zoppicare. Volava sulla neve come una piuma, avanzava come un automa verso la vecchina che da vicino era molto più piccola. Minuta, rattrappita, quasi ibernata in quello sguardo pungente che occupava tutto il suo viso. Harry la fissò: aveva occhi neri volpini. Uno sguardo veloce, penetrante, rischioso. Un suo solo sguardo avrebbe potuto infrangere quel muro di certezze costruito come un castello di carte al vento.
Fu uno sguardo che non avrebbe visto mai più.
Le gambe presero a volare, le corse incontro felice. Gli porgeva il caffè degli uomini veri.
L’aveva trovata finalmente: era lei la “cosa” che andava cercando, questa volta non se la sarebbe fatta scappare. L’avrebbe seguita fino a raggiungerla per bere il caffè con lei...
“Eccomi sono a te”...

La neve riprese a cadere ed il fiume, ignaro, continuò a scorrere.

© Irene Caliendo da "Alchimia alímenos"

Il libro

Recensione di Antonella Desiderio:
Un libro di facile lettura, scorrevole, con stile fluido, pulito, piacevole, è coinvolgente fin dalle prime battute, ispira curiosità; è affascinante; non è mai scontato; è sempre sorprendente e dinamico.
Le storie sono attraenti, ma non intriganti, colpiscono per il modo originale con cui vengono trattate le tematiche del vissuto quotidiano di ciascuno.
È un lavoro impegnato, che rispecchia la contemporaneità in ogni sua parte, i rac-conti sono contestualizzati in un tempo ed in uno spazio ben definito; è un frutto dei nostri giorni, del nostro tempo, della nostra società.
Le tematiche affrontate sono quelle che da sempre assillano, affliggono, coinvolgo-no, fanno riflettere tutti.
Una lettura attenta, critica, analitica non può prescindere dall’evidenziarne l’auten-ticità e la profonda riflessione che ha prodotto questo scritto.
Non è possibile evadere, ma è necessario seguire l’evoluzione del racconto coglien-do ogni sfumatura e ogni passaggio, soffermandosi sulle parole che esprimono emozioni e sentimenti forti.
I protagonisti/attori dei racconti sono persone comuni, inseriti in un immaginario collettivo, con la frenesia dell’agire e il bisogno emergente del vivere il momento, l’istante, il presente.
Personaggi che vogliono essere persone, affermarsi, rivelarsi con la loro identità e autenticità nei rapporti interpersonali, attori di ruoli e copioni spesso imposti, co-stretti a rispettare regole e comportamenti, a seguire degli schemi e dei modelli con-divisi, a non deludere le aspettative degli altri nei loro confronti.
Tutti i protagonisti dei racconti sono spinti da una forza esterna, da un’energia indefinita, ma non propria che li porta a “fare” meno che ad “essere” e fanno ciò che gli altri vogliono: sono “personaggi in cerca d’autore”.
La dicotomia dell’ ”essere” e del “fare” è una dicotomia dei nostri giorni; vissuta con conflitti forti nell’attimo in cui si sente la necessità di esprimersi, di provare i sentimenti e l’emozione, senza nascondersi; nel tempo in cui il ”penso dunque sono” si trasforma nel “sento quindi sono”, il protagonista decide di provare quei sentimenti che si era negato e di non farsi guidare ancora da una ragione senza cuore.
In una società nella quale ci si impegna a “fare” prima che ad “essere e sentirsi”, questa riflessione sembra del tutto appropriata, infatti la mancanza di respon-sabilità in alcune situazioni è forse proprio il risultato di quanto poco si ci sente coinvolti da ciò che si vive; di recente si è posto l’accento sull’”essere genitori” pri-ma ancora di “fare i genitori” e naturalmente dell’ ”essere famiglia” prima di “fare famiglia”, discorso ripreso dopo dieci anni dal 1994, anno internazionale della famiglia, con cadenza 15 maggio 2004, con lo stesso messaggio propositivo di un bisogno sempre crescente di unione e sentimento, rafforzato dall’ intervento del Presidente Ciampi che ha donato alla famiglia il logo della ginestra come simbolo di un fiore che profuma e sboccia anche nell’aridità delle rocce.
E nei racconti di Irene Caliendo si avverte sempre forte il desiderio di vivere fino in fondo alcune situazioni, in una società dove spesso mancano universi simbolici per rappresentarsi, dove sono assenti punti di riferimento e modelli opportunamente adeguati, in questa società che va verso l’anomia, che diventa sempre più tollerante, che alleggerisce il controllo su alcune posizioni prima sanzionate, si scopre la voglia di tenerezza, la voglia di provare sensazioni uniche, sentimenti che hanno sempre accompagnato l’uomo dalla nascita alla morte.
Sentimenti umani, dei nostri tempi e di quelli passati, l’amore per i genitori, per i figli, per gli amanti... la paura della morte, il bisogno di comprenderla, la necessità di accettarla ad ogni età e in ogni tempo; la morte, che spesso, in questi racconti è sinonimo di fine, una fine che qualcun altro si può inventare, perché il lettore può sempre trovare il finale che più gli aggrada...
La lettura diventa così una lettura attiva, dove il lettore trova delle risposte alterna-tive, può scegliersi la conclusione, in questo modo tutte le volte che il racconto è riletto scopre altre possibilità di risoluzione.
È il lettore che da vita e anima alla storia, si ci immerge e si ritrova con fascino e sorpresa.
Nonostante ciò, nei racconti della dottoressa Caliendo c’è proprio lei che esplode nella modalità di esprimersi e di trasmettersi attraverso i suoi protagonisti che ha adottato con affetto e dolcezza per portare avanti i messaggi più significativi di un vissuto.
Le tematiche della solitudine, dell’incertezza, dell’incomunicabilità e dell’attesa, sono proprie dell’inizio secolo, quelle che hanno espresso gli scrittori all’inizio del 1900 e che oggi sono stati riproposte, forse in versione diversa, al cominciare del 2000 con gli autori contemporanei.
Il destino come non scelta e l’attesa come stasi o riflessione che nel libro della Ca-liendo diventano strategie di coinvolgimento e partecipazione, perché i protagonisti non scelgono ma si fanno trasportare apparentemente dagli eventi, ma sostan-zialmente dal lettore, come nel libro “La casa in cima all’albero” di Holly Kennedy.
La stessa inquetudine che diventa amarezza e poi desiderio di vivere autentica-mente, provando sentimenti ed emozioni, è ritrovata nel libro di Paulo Coelho in “Veronika decide di morire” nel quale si assaggia il bisogno di essere se stessi sempre, accettando le diversità: “mantenetevi folli e comportatevi da persone nor-mali.
La dicotomia tra la morte e la vita, nel libro “Rispondimi” della Tamaro, risulta significativa nel parallelo con i racconti della Caliendo, dove la vita è ricercata anche dove la morte sopraggiunge e nel bisogno di affermarsi e gridare alla felicità in un unico inno difficile da pronunciare: “Ti restituisco la vita”, “vivi” contrap-posto alla morte. (Antonella Desiderio)

Biografia

Irene Caliendo, nata a Caserta il 28.01.57, residente a Maddaloni, sociologa.
Primi approcci con la scrittura creativa iniziati all’età di 11 anni con la compo-sizione di favole e fiabe stile Esopo per il giornalino scolastico ed altre pubblica-zioni locali per bambini.
All’età di 13 anni prime forme poetiche con la composizione di una ballata a rime sciolte tra la Guerra e la Pace. (Tutti questi testi sono stati distrutti).
Dopo la fase adolescenziale la scrittura creativa subisce una battuta d’arresto per ri-prendere in età giovanile con la composizione di testi per drammaturgia, sceneggia-ture teatrali di poesie ed opere letterarie destinate alla scuola dell’obbligo e rappre-sentate in concorsi per le scuole e manifestazioni locali. Contemporaneamente ini-zia la scrittura di commedie e musical, cura la regia teatrale di personali adatta-menti di opere antiche e moderne e dei suoi testi.
Il passaggio dal teatro alla narrativa è avvenuto in tempi recenti dopo un lungo periodo di silenzio, ma l’impronta del testo teatrale si ritrova nello stile della sua scrittura creativa. Attualmente la composizione di racconti è affiancata dalla crea-zione di testi per canzoni, poesie, piccola saggistica ecc.
Oltre alla raccolta di racconti "Alchimia alímenos" del 2005, ha pubblicato nel 2008 un'altra raccolta dal titolo "Favol'io" (Albus edizioni).

Da "Favol'io"

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.