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Ippolito Edmondo Ferrario
IL PIETRIFICATORE DI TRIORA - romanzo noir
Prefazione di Andrea G. Pinketts
Frilli Editori
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Capitolo Secondo
“Mio carissimo Cecchino, senza tanti preamboli ti dirò che domani
sera 2 giugno 1874 alle ore 10 parto per Parigi. Ho fatto questa
brillante risoluzione e la metto in atto con la massima velocità
perché non avvenga un pentimento che mi faccia piantar le radici a
Firenze. Non so quanto mi tratterrò nella grande città perché parto
senza idee preconcette per cui abbandono l’avvenire in mano della
mia dea protettrice- La Combinazione”
(Da una lettera di Federico Zandomeneghi all’amico pittore Francesco
Gioli)
I
Sanremo, ore 9.30, Special Investigation Service.
La desolazione del deserto dei tartari di Buzzati era nulla in
confronto a quella del mio ufficio, a cominciare dallo scarno
arredamento suggerito da una cronica penuria di money: tavolo Ikea
(il più scadente), sedia finta pelle, recuperata da un’asta
fallimentare di un alberghetto a ore di Diano Marina, pianta
ornamentale di plastica, portafotografie con annessi ritagli di
Glamour. Spacciavo patinate sventole per mie recenti conquiste. La
sola ragione che mi inchiodava in quell’eremo di solitudine all’alba
dei primi giorni di agosto era la mia ostinazione unita a un cliente
che mi aveva contattato due giorni prima. Aveva letto la pubblicità
dell’agenzia in quelle vetrine lerce che addobbano i sottopassi
pedonali, adibiti a pisciatoi notturni, da me stesso collaudati in
gioventù. La particolarità nasceva dal fatto che il cliente avesse
letto quella pubblicità a Milano. Nemmeno mi ricordavo di aver
pagato tre anni prima per comparire in una location di tale
prestigio. Mancavano pochi minuti all’appuntamento. Mi sforzai di
dare un tono all’ambiente riordinando le poche carte presenti sulla
scrivania: le bollette della luce e del telefono, la lettera
dell’avvocato della mia ex moglie e uno sconto di 20 euro da
spendere nel Sexy Shop sotto casa. Feci sparire quei residuati di
vita personale, non per amore dell’ordine, ma per salvare le
apparenze. A volte è l’abito a fare il monaco e non viceversa.
Misi da parte il buono acquisti, certo che l’avrei usato. Ero un
grande estimatore del cinema hard in genere ed ero sempre aggiornato
sulle novità.
Il nome del cliente mi era famigliare, anche se non riuscivo a
collegarlo a nulla: Pierleone Fossati. Avvocato. Avrei potuto
chiedere ai miei abituali informatori in divisa, ma la fortuna mi
era avversa: Gianluca Albanese, ispettore di polizia a San Remo, era
in ferie in Puglia. Il richiamo del paese natio era troppo forte per
non tornarvi ogni anno. Senza di lui difficilmente avrei estorto
informazioni in commissariato dove ero visto come la concorrenza, o
peggio come un disgraziato. Forse lo ero. Due anni prima aveva
risolto il caso della figlia di un imprenditore di Imperia rapita a
scopo di estorsione. Una brutta storia maturata nel mondo dei
produttori d’olio d’oliva taggiasca e dell’andrangheta calabrese
trapiantata al nord. Ne ero uscito vincente, liberando la ragazza e
recuperando il malloppo sganciato dal padre. Come ricompensa mi ero
visto recapitare a casa, da parte dell’industriale, due casse di
extravergine e del buon patè d’olive per bruschette. Quello però era
un passato archiviato, che mi aveva regalato una certa notorietà.
”Detective-gallerista libera la figlia del re dell’olio” titolavano
i giornali, osannando l’eroe del momento e omaggiandolo di
interviste. In quel periodo ricevetti le offerte di lavoro più
disparate: un ruolo nel film “Il commissario Trombatutte”, un porno
casalingo di un regista emergente, un posto di guardiano su una
piattaforma petrolifera nel Golfo Persico e infine il modello per un
noto stilista italiano. La natura mi aveva dotato di un buon fisico
sul quale avevo apportato sostanziali modifiche attraverso disumani
allenamenti a base di pesi e arti marziali. Una volta solleticato il
mio virile narcisismo, avevo accettato di provare anche l’esperienza
di calcare le passerelle delle sfilate, dove ci provavo con tutte.
Durai una stagione; tempo di annientare la mia invidiabile forma
fisica da atleta con grandi bevute in compagnia di asettiche modelle
che mi guardavano con orrore ingurgitare birra e mi crogiolarmi nel
racconto di episodi poco edificanti della mia turbolenta vita.
Chiusa la parentesi modaiola con una forma fisica perfetta per il
seguito de Il piccolo Buddha. Tentai il ritorno all’attività di
detective, ma una volta calato il sipario il bis non era previsto.
Fiorentini non ripete. Non mi era rimasto che relegare la mia vita
spericolata ad un’attività par-time e a rivedere la mia opinione
riguardo ad un mestiere sicuro. Dunque avevo fatto mio il lavoro di
gallerista ed esperto d’arte; dirigevo infatti, insieme a mia madre,
la blasonata Galleria d’arte Sacerdoti di Via S.Andrea a Milano,
ereditata da mio nonno. Costui, mosso dal sacro fuoco dell’arte, si
era messo a vendere e comprare tele d’autore dall’età di sedici
anni, lasciando le raccolte di figurine Panini ai suoi coetanei.
Così nel 1950 aveva comprato la galleria per la gioia dei
collezionisti dell’epoca. Oltre ad aver riempito di quadri le case
della buona borghesia milanese, il mio avo aveva stipato anche la
sua, lasciandomi una collezione d’eccezione che andava dalle tavole
dei “primitivi” del XIII secolo ai maestri del XIX secolo. Edmondo
Sacerdoti anche nel tempo libero pensava ai quadri, sua magnifica
ossessione; io invece davo sfogo alla mia seconda identità, quella
di investigatore privato. Ero nato rampollo di buona famiglia, ma
spaventato dalle mie stesse origini benestanti. Questo
disadattamento si era fatto vivo in me una volta raggiunta la
maggiore età; ero un tipo tormentato, non solo a livello
intestinale. Non volevo finire bollato come un ragazzo della Milano
bene; solo il termine ipocrita mi provocava un urto di vomito.
Desideravo conoscere i meccanismi dell’animo umano per dare a me
stesso delle esaurienti spiegazioni che mi facessero vivere meglio.
Per farlo non c’era facoltà di psicologia che reggesse né un libro
di Freud da spulciare. Ai detective privati si rivolgono coloro che
nella vita sono perseguitati dal dubbio: così, facilitato da una
naturale predisposizione a vedere il marcio anche dove non c’era, mi
ero messo a dispensare certezze, il più delle volte amare. Questa
era la parte del lavoro che meno mi piaceva, soprattutto quando
c’erano di mezzo gli affetti. Al contrario godevo un mondo
nell’assistere a furibonde lotte tra avvoltoi per un’eredità o un
gruzzolo di soldi. Giocare al detective mi piaceva e non solo perché
avevo cominciato a indossare un Panama bianco d’estate e a impestare
chi mi stava vicino con i sigari; alla ricerca di dipinti di
Giovanni Fattori, Giorgio De Chirico e Giovanni Boldini avevo
affiancato quella di persone scomparse, ma anche di amanti in fuga
da occhi indiscreti. Non riuscendo però a sopravvivere solo con
l’agenzia di investigazioni, mi dividevo tra Milano e la Liguria:
dal lunedì al giovedì bazzicavo in galleria, i restanti giorni
tornavo in Riviera a placare la mia sete d’avventura. Mi sentivo una
specie di Magnum P.I. della mutua in perenne ricerca di un
miliardario che mi ospitasse nella sua villa da sogno e mi desse la
sua Ferrari da scarrozzare in giro. Nel frattempo mi ero dovuto
accontentare di un modesto pied à terre a Sanremo in affitto e di
una macchina di seconda mano. In Riviera avevo trovato anche una
moglie, divenuta “ex” nel giro di tre anni.
Ad infierire sulle mie velleità investigative da un mese a questa
parte si era aggiunta la mancanza di clienti. Per fortuna in
galleria c’era mia madre a mandare avanti la baracca e a darmi di
che mangiare. Mentre lei furoreggiava sulla piazza milanese facendo
schizzare alle stelle i prezzi degli amati Zandomeneghi, io faticavo
a stare a galla. Con il mio attuale stipendio di spione non mi sarei
potuto permettere neppure una “natura morta” di Luigi Bartolena,
pittore post-macchiaiolo di quarta segata. Nonostante avessi
allargato da mesi il mio campo d’azione, anche i cornuti che un
tempo mi chiedevano di pedinare la moglie andavano rarefacendosi.
Probabilmente la fedeltà era tornata in gran voga o i fedifraghi si
erano fatti più scaltri. Brutto segno. Anche il collega savonese
Daniele G. Genova, detective a tempo pieno, era latitante da tempo:
da quando aveva cominciato a scrivere libri, il successo se l’era
portato via. Un rapimento in piena regola.
II
Il campanello suonò distogliendomi dalle mie meditazioni da
investigatore sull’orlo di una crisi di nervi. Aprii la porta.
-Buongiorno. Sono l’Avvocato Fossati. Ho chiamato due giorni fa-
disse il nuovo arrivato radiografandomi.
-Piacere Avvocato. Si accomodi- contraccambiai allungandogli la mano
e incon-trando una stretta d’acciaio. L’uomo, alto e brizzolato, mi
ricordava un Grizzly.
Si tolse gli occhiali da sole color petrolio e si accomodò sulla
poltrona sprofon-dandoci dentro. Temetti che la struttura in
materiale riciclato svedese cedesse.
-Le anticipo che gli investigatori privati non mi vanno a genio. Mi
sanno di gente inconcludente- esordì selvatico.
-La sincerità è una dote che non le manca- osservai, trattenendo il
giramento che la frase aveva sortito sui miei gioielli.
- Infatti- puntualizzò saggiando il mio allenamento alla diplomazia.
-Bene, allora mi chiedo cosa ci faccia qui. Non è un buon inizio-
replicai più innervosito che incuriosito.
-Non è un inizio, ma la fine. Lei è la mia ultima spiaggia-.
La frase suonò come un epiteto sepolcrale. Scaramanticamente mi toccai.
-Veramente è lei la mia ultima spiaggia- replicai a me stesso, visto
che ero al verde.
-Si spieghi meglio-
-Il nome di Silvia Fossati non le dice niente?-
Feci mente locale, ma senza i risultati sperati.
-E’ scomparsa un anno fa’. Inghiottita nel nulla.-
-Mi dispiace- dissi esalando pietà a fatica. Non credevo nella
compassione ipocrita. Ce n’era già abbastanza in televisione.
-Non si deve dispiacere. Silvia era mia nipote, figlia di mia
fratello. Se sono qui è solo per rispetto all’anima sua-
-Vuole che la ritrovi?-
-Ovvio. Anche se per me è morta dal giorno che è uscita di casa-
-Infanzia difficile?- gli chiesi sparando a caso. Il mio metodo
investigativo era intuitivo e andava di pari passo ai miei stati d’animo.
-Naturalmente. Trascorsa a vivere tra Montenapoleone e Via S. Andrea
a Milano- rispose ironico. Era chiaro che il nerboruto individuo non
sapesse che il Quadri-latero della Moda di Milano, dove avevo la
galleria d’arte, era la mia seconda casa.
Mi resi conto che di ritrovare la nipote non gliene poteva fregare
niente. Era solo una pietosa questione di principio. L’Avvocato era
uno di quegli uomini all’antica o piuttosto uno stronzo come tanti.
Si accese un Antico Toscano, il mio preferito.
Quello fu il primo punto a suo favore: avevamo gli stessi gusti in
fatto di tabacco. Me ne offrì uno e mi calai nei panni del detective navigato.
Il secondo punto che ci accomunava era l’insofferenza verso la legge
del Ministro Sirchia. Di questo passo rischiavamo di diventare amici per la pelle.
III
Mi limitai ai fatti continuando con le domande di rito.
-Dove è stata vista l’ultima volta?-
-A Triora -rispose scocciato, come se avessi dovuto conoscere i dettagli.
-Il paese delle streghe- specificò disgustato.
Anch’io conoscevo Triora per quella nomea. Era uno dei tanti borghi
dell’entroterra sanremasco, pittoresco e traboccante di leggende acchiappaturisti.
-Silvia aveva una morbosa passione per l’esoterismo. E’ la sola cosa che so-
-Ha una sua foto?-
-Tenga- disse allungandomi una polaroid.
Era una bella ragazza, occhi castani, capelli lunghi corvini, viso
angelico. Un bel bocconcino. Tipe come lei difficilmente facevano
ritorno a casa. Gli risparmiai il commento incoraggiante.
-Immagino che la polizia abbia condotto delle indagini?-
-Hanno brancolato nel buio per mesi. Il caso è stato archiviato lo scorso gennaio-.
Come da prassi gli sceriffi in divisa avevano mollato il colpo poco dopo.
A questo punto toccava al sottoscritto entrare in scena per salvare
il salvabile. L’incarico aveva il sapore di una causa persa in partenza.
-Ha tutto il tempo che vuole per trovarmela. Viva o morta che sia-
tagliò corto alzandosi in piedi. Era un uomo di poche parole; questo
fu il terzo punto a suo favore. Detestavo i perditempo.
Mi adattai a tanto cinismo senza troppa fatica.
-Ci sono dei costi-gli feci notare.
Pierleone mi sganciò sotto al naso una mazzetta di euro che sapevano di nuovo.
-Pecunia non olet- pensai alla vista dei bigliettoni.
-Duemila posso bastare per ora?- mi chiese con un sorriso da squalo.
Annuii.
-Questi sono i miei recapiti- disse appioppandomi un biglietto da
visita con una sfilza di numeri e uffici. A confronto Perry Mason
era una pulce, non solo per la stazza.
Non avevamo più niente da dirci.
Quei soldi mi servivano. Mi sentii sollevato nel racimolare un po’
spiccioli, ma al tempo stesso condannato dall’ingaggio.
Così come era arrivato se ne andò.
Rimasi col sigaro offertomi a meditare sulle disgrazie umane, sulle
mie in particolare: l’avvocato della mia ex moglie che mi stava
lentamente rovinando, una causa in corso con l’Associazione per la
Tutela dell’Opera di Filippo de Pisis e mia madre che reclamava la
mia presenza in galleria. Sosteneva che fossi cresciuto per giocare
a guardia e ladri. Forse in parte aveva ragione; ma quando la sera
camminavo solitario sulla passeggiata di corso Imperatrice,
scrutando il mare, riuscivo a dimenticare le miserie della vita e a
sentirmi un sorta di capitano di ventura pronto a salpare per lidi
misteriosi. A Milano invece quando camminavo lungo i navigli
affollati di gente, osservando le plumbee acque dei canali, provavo
il solo desiderio di affogarmici dentro per chiudere baracca e burattini.
Osservavo immobile la foto di Silvia e i soldi lasciati sul tavolo;
tutto questo non era un gioco.
IV
Era il secondo caso di persona scomparsa che mi toccava. Sapevo di
non essere all’altezza, ma tanto valeva provarci. Mal che andasse
sarebbe stato il mio ultimo incarico prima di chiudere bottega. Il
dopo non mi spaventava: avevo fior di mostre di pittura da
organizzare per la gioia di quegli ingrigiti appassionati d’arte che
come moribondi affollavano la galleria ad ogni vernisage. Pensai a
Silvia. Strano posto per scomparire, Triora. Di gente che scompare
nel nulla è pieno il mondo. A volte te ne vai di tua volontà, altre
volte ti fanno sparire tuo malgrado. Ricordo il caso di un’allegra
famigliola a detta del figlio partita per le vacanze, in realtà
fatta a pezzi e messa a riposo anzitempo; ci sono affaristi in fuga
con tesori miliardari. Avevo sentito parlare di un posto in Messico,
Ciudad Jùarez, dove ogni anno scompaiono decine di donne e bambini.
Traffico di organi o un convegno permanente di killer seriali sono
le ipotesi più accreditate.
Silvia però era scomparsa a Triora, che non era certo il Messico. A
Triora c’ero stato una volta sola. Un tizio del posto mi aveva
chiamato perché possedeva un quadro di Giuseppe Palizzi, un buon
artista dell’ottocento napoletano, specializzato in scene campestri
con animali. Avevo sempre pensato che lui e gli altri tre fratelli,
tutti pittori, fossero degli zoofili incalliti. La loro produzione
artistica traboccava di scene ossessivamente bucoliche da suggerire
una profonda e poco invidiabile conoscenza del buco del culo. Per la
cronaca il quadro in questione era l’ennesima composizione di ovini
e caprini, perfetta da regalarsi a Pasqua. Avevo dribblato
l’acquisto con la mia frase di rito: “Il quadro è piacevole, se
fossi in lei lo proporrei a una casa d’asta”. Tornando a Triora per
quel che ne sapevo era un paese tranquillo dove si respirava l’aria
buona. Avevo pure pensato di comprarmi un rustico, ma sono quelle
idee che ripeti a te stesso fino alla fine dei tuoi giorni
illudendoti che lo farai.
Preferivo andarmene a Cap D’Agde a rifarmi gli occhi sulla spiaggia
nudista e a tentare approci con femmine disinibite. L’eccessiva
tranquillità dopo un po’ mi angosciava. Così come il vedere sempre
le stesse facce.
Mi sporsi dalla finestra dell’ufficio godendomi la fumosa compagnia
del Toscano. Pensai a Lazzaro Santandrea con il quale a Milano
condividevo la passione per i sigari e i guai. L’ultima volta che lo
aveva sentito mi aveva detto di aver visto la Madonna. Beato lui,
avevo pensato. Neppure io mi lamentavo: mio nonno di “natività” ne
aveva collezionate parecchie nel corso della sua attività di
mercante. Pur essendo un ateo a parole, era un credente di fatto.
Sotto di me Piazza Colombo pullulava di umanità. Ce n’era per tutti
i gusti, eccetto che per i miei.
Respirai a pieni polmoni, nonostante i gas di scarico autobus che
sostavano sulla piazza.
Mi guardai nel riflesso della finestra. Non ero poi tanto male; alla
soglia dei trent’anni potevo dar del filo da torcere a tanti play
boy più giovani di me: capelli castani lunghi e allergici al
pettine, sorriso da baronetto un po’ fighetto e barba di tre giorni
che mi dava un’aria da uomo vissuto e forse mai cresciuto. Nel corpo
portavo i segni delle mie contraddizioni. Abbandonata ogni giovanile
velleità da culturista, avevo intrapreso una sana e gratificante
carriera di bevitore e buongustaio incallito; nonostante questo
drastico cambio di stile di vita, il mio fisico sembrava rimanere
pressochè fedele agli antichi fasti. La mattina, osservandomi allo
specchio, mi sembrava di vedere uno di quei magnifici palazzi
nobiliari dalla facciata strepitosa, ma con il retro di tutt’altro
fattura. Mi consolavo col fatto che la società di cui ero figlio
dava un grande valore alle apparenze.
Ultimamente però incappavo in un fastidioso problema sostanziale con
le donne: arrivato al dunque, facevo cilecca. Come una pistola a
salve tuonavo in una perenne esercitazione. Il dottor Vermiglione,
luminare di Ventimiglia, mi aveva rassicurato.
-Fiorentini, non è il solo. Si rilassi- .
Aveva diagnosticato impotenza da stress da lavoro, o meglio da non
lavoro. Secondo le sue previsioni presto sarei tornato a sparare
cartucce vere; in pratica mi aveva predetto il ritorno alla corsa
agli armamenti in breve tempo. Per una rapida occhiata alla rampa
missilistica mi aveva estorto due bigliettoni da cento euro.
In teoria, con il nuovo incarico, avevo risolto anche questo
inconveniente.
Eppure mi sentivo come un naufrago in mezzo al mare.
Un mare senza terraferma in vista, che mi avrebbe portato lontano
contro la mia volontà.
© Ippolito Edmondo Ferrario,
da “Il pietrificatore di Triora”
Il libro
Nel corso dei
secoli alcuni studiosi e scienziati si sono dedicati ad un’arte
tanto oscura quanto inquietante: la pietrificazione. Con essa hanno
cercato di rendere immortale ciò che per sua stessa natura non lo è:
le nostre spoglie mortali. I loro nomi sono: Giovanni Battista
Negroni, Raimondo De Sangro, Girolamo Segato, Efisio Marini,
Francesco Spirito e Paolo Gorini.
A Triora, antico borgo del Ponente Ligure, nel corso dell’annuale
kermesse di Strigora, con la quale si rievoca il processo per
stregoneria del 1587, il male si scatena.
Il paese si trova a fronteggiare masse stralunate di fanatici
dell’occulto e un piccolo chimico, decisamente traviato, deciso a
trasformare incaute turiste in statue di pietra.
Leonardo Fiorentini è sbarcato a Triora. Accompagnato dal motore
rombante e ruttante della sua Zagato 1600 il gallerista detective è
più incazzato che mai.
Assiduo frequentatore della spiaggia nudista di Cap Agde, Fiorentini
è costretto a dare l’addio alle più belle chiappe della celebre
località francese, per puntare dritto sul paese delle streghe. La
situazione richiede polso, e non solo quello; Fiorentini oltre al
polso metterà in campo anche il suo braccio, violento perché al
servizio della legge, teso perché nostalgico del Ventennio Mussoliniano.
Abituato per mestiere a ricercare dipinti introvabili con i quali
manda avanti la sua galleria d’arte a Milano, applicherà lo stesso
impegno nel trovare persone scomparse.
Sullo sfondo di una Triora intasata da fanatici dell’occulto,
l’indagine di Fiorentini dilagherà a macchia d’olio di ricino,
ottenendo insperati effetti lassativi.
L’appuntamento è con Fiorentini in tutte le librerie, le case
d’appuntamento, aperte o chiuse, i sexy shop, i circoli dell’estrema
destra e i circhi in genere...
Bibliografia di Ippolito Edmondo Ferrario
Ippolito Edmondo Ferrario, classe
1976, vive e lavora a Milano, dove dirige la sto-rica galleria
d'arte "Sacerdoti".
Dal 2000 ha curato diverse rassegne di pittura in se-di
pubbliche e private. Ha contribuito con testi critici a numerosi
cataloghi d’arte, editi dalla Mazzotta Editore, relativi a
importanti mostre.
All’attività di promotore d’arte affianca quella di scrittore e
giornalista, scoprendosi ossessionato dalla Liguria e in particolare
da Triora, il famoso paese delle streghe in provincia di Imperia.
Con l’editore genovese De Ferrari pubblica infatti una serie di
volumi dedicati alla storia della regione, di cui i più
rappresentativi sono “Liguria tra storia e leggenda” e “Triora, Anno
Domini 1587. Storia della stregoneria nel Ponente Ligure” (giunto
alla seconda ristampa), per il quale ha
ricevuto la Cittadinanza Onoraria dal Comu-ne di Triora.
Con Frilli Editori pubblica i romanzi noir “Il
pietrificatore di Triora”, con prefazione di Andrea G. Pinketts
(autunno 2006), e "Il collezionista di Apricale" (.primavera 2007).
Dal 2006 è collaboratore per le pagine della cultura de "Il Secolo
d'Italia". Di tanto in tanto scrive per "Branko", "Tuttoturismo",
"Quicittà".
www.ippolitoedmondoferrario.it
www.triora.org
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