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Ippolito Edmondo Ferrario
IL COLLEZIONISTA DI APRICALE - romanzo noir
Frilli Editori
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Capitolo Primo
Milano, 20 ottobre 2006, venerdì
I
La mia partenza da Milano coincise con l’arrivo della settimana
della moda. La lassativa manifestazione che al posto di liberare la
città, la intasava ulteriormente, mi costringeva a trasformarmi in
un esule in cerca di lidi migliori. Anche le tenaci barricate a base
di ricercati dipinti dell’Ottocento che avevo innalzato nella mia
galleria d’arte di via S. Andrea non erano sufficienti ad arginare
il cattivo gusto di-lagante. Abbandonata la mia dorata trincea, avevo
deciso di svignarmela, dando il momentaneo addio alle tele del
veneziano Zandomeneghi, del toscano Fattori e del ferrarese Boldini
che avevo in mostra in quei giorni.
Liberatomi dall’assedio dei fanatici della griffe, avevo deciso di
rievocare i vecchi fasti delle mie indagini liguri che risalivano
ormai a un anno prima. Con il pretesto di una perizia su una serie
di dipinti, ero partito per Apricale, borgo mozzafiato
del-l’entroterra di Ventimiglia. Il paese, arroccato sulle montagne,
era stato costruito nel corso dei secoli rimanendo fedele a se
stesso e conservando intatto il suo aspetto medioevale: sottopassi,
galleria, case di pietra, stretti carruggi invasi di gatti e
soli-tudine. Anche ad Apricale mantenevo vive e salde alcune amicizie
provenienti dal mio passato di detective. Avevo smesso di ricercare
persone scomparse, ma conti-nuavo nella disperata ricerca di quadri.
La presenza ad Apricale di una piccola collezione era quello che mi
ci voleva per evadere da una Milano che più che da bere era alla
frutta.
Era stato lo stesso sindaco del paese, al secolo Roberto Pizzio,
alias il Re Mida di Apricale, a segnalarmi l’appetibile
concentrazione di quadri che il collezionista era intenzionato a
vendere. Ero partito da Milano al volante della mia Alfa Romeo
Za-gato SZ 1600 del 1972 che sopravviveva alla modernità incalzante
come il sotto-scritto. Resistevamo alle tasse, alle revisioni, ai
super bolli e ai superstronzi del governo che ci tartassavano.
Eravamo due fossili in fuga da un museo che non ci voleva più e che
cercava di farci sparire dalla circolazione. Era venerdì e in
com-pagnia del mio inseparabile sigaro Toscano cantavo un motivo
della spensierata Italia degli anni Trenta.
II
Lanciato sui rettilinei che attraversano la Lomellina assaporavo
tutta la libertà che la Milano del fashion e della moda si era
divorata in questi anni, trasformando il capoluogo lombardo in un
avamposto d’illusioni vendute a caro prezzo e di paradisi
artificiali a base di polvere bianca. A quella Milano popolata dai
lugubri fantasmi che affollavano i locali notturni di corso Como,
preferivo le grandi cascine frutto della millenaria vocazione
agricola di quella terra che stavo attraversando. Nonostante i mie
trent’anni spesi nelle vie del Quadrilatero della Moda, l’apparente
lucentezza di quel lusso nel quale vivevo da sempre non aveva alcun
potere sul sottoscritto.
Io me ne fregavo, esattamente come mio nonno che in via S.Andrea
aveva aperto la galleria e vi era rimasto alla faccia degli
“straccivendoli”, come li chiamava lui, che nel giro di vent’anni si
erano divorati ogni altro negozio che non vendesse vestiti o scarpe.
Una strage silenziosa in piena regola.
La bucolica visione a base di sottile nebbia e stoppie di grano
turco, fu utile per distrarmi dai miei propositi di vendetta contro
le griffe, ma al contempo servì a ri-cordarmi che ero in ritardo con
la consegna del mio nuovo libro che avevo promesso di presentare per
il mese successivo all’editore Frilli di Genova. Dopo aver dimesso i
panni del detective, a quelli del gallerista avevo affiancato
l’attività di giornalista scrittore. Il mio ultimo parto letterario
era “L’albero delle zoccole”, un curioso e quasi speleologico saggio
sull’evoluzione del meretricio, a partire dalla seconda metà
dell’Ottocento fino ai giorni nostri. La conclusione della ricerca,
compiuta dal sottoscritto esponendosi in prima persona, si
concludeva con l’amara consape-volezza che non ci fossero più le
zoccole di una volta. Speravo solo che lo spessore dell’argomento,
trattato con la mia personale verve, non fosse di ostacolo per la
pubblicazione. Per mettermi la coscienza a posto avevo chiesto una
prefazione all’amico scrittore Andrea G. Pinketts che dopo una prima
lettura aveva definito il saggio “un’autentica puttanata“ e dunque
meritevole di una sua altrettanto degna introduzione. Ora spettava a
quella gran canaglia comunista di Marco Frilli, editore genovese al
quale ero legato da un contratto da strozzino, l’ultimo giudizio che
ne avrebbe sancito la pubblicazione.
III
All’altezza dell’area di servizio di Marengo, mi ricordai del
celebre pollo alla Marengo che venne cucinato il 14 giugno del 1800
da Dunand, lo chef personale di Napoleone durante la battaglia
contro gli Austriaci che si risolse con la vittoria dei francesi.
Contemporaneamente, per rimanere in tema di pennuti, riflettei sul
mio ritorno in Liguria. Ero una specie di piccione viaggiatore,
perennemente in viaggio. Mancavo dalla Riviera da tre mesi. L’ultima
volta risaliva all’estate precedente.
L’ipercinetico Ippolito Edmondo Ferrario aveva organizzato una
serata letteraria a base di pietrificati e pietrificatori e il
sottoscritto era stato invitato come esperto del-l’argomento. Una
fama che cominciava a perseguitarmi con devastanti effetti:
necro-fili incalliti che mi chiamavano al telefono giorno e notte,
titolari di agenzie di pom-pe funebri che volevano assoldarmi come
uomo immagine, organizzatori di sagre paesane che mi reclamavano
come attrazione pubblica.
Era passato parecchio sangue sotto i ponti dalla mia ultima
indagine; avevo chiuso in bellezza la carriera di detective privato
risolvendo il caso del famigerato pietri-ficatore di Triora prima che
lui stesso risolvesse me. Avevo corso il rischio di finire
archiviato dalla mia stessa indagine. Così avevo sotterrato il mio
Panama bianco e il tesserino di investigatore che mi ero
autoprodotto agli esordi della mia carriera. Il solo souvenir a cui
non riuscivo a dare l’addio era la mia Colt 1911 con la quale, in
tutti questi anni, avevo instaurato un rapporto di reciproca
fiducia: io la tenevo in ordine e lei era sempre pronta a tutelare
la mia incolumità. Naturalmente il mestiere di mercante d’arte
difficilmente portava a fare pericolosi incontri. Nel mio ambiente i
pugnalatori erano sempre in agguato, ma pronti a colpirti con
sotterfugi di quarta segata. Ero reduce di fresco dalla bocciatura
di un dipinto del lombardo Francesco Hayez che l’esperto di turno,
nonostante la numerosa precedente bibliografia desse il quadro per
autentico, non lo aveva ritenuto attribuibile al pittore. Questa è
la quotidianità del mio lavoro dove autentici babbi di minchia, una
volta allestita la mostra di un pittore, ne diventano
automaticamente gli esperti, elargendo autenti-che che valgono
soldoni e facendo diventare buoni quadri che non lo sono e
vice-versa. Verba Volant, merda manent. E il mondo dell’arte di
materiale concimante ne trabocca. Potevo sempre sperare che una
volta morto, il nuovo critico di turno avrebbe reinserito l’opera
tra i quadri del pittore lombardo provvedendo così alla sua
redenzione. Con questa magra consolazione archiviai le mie
elucubrazioni da gallerista desideroso di chiudere bottega e
sigillarla con un “vaffa” indirizzato a tutti. La tentazione era
forte, ma mia madre era per la resistenza assoluta, nel senso
lavorativo del termine. Lei credeva nella condotta morale e
nell’etica del lavoro. Io avrei voluto aggiungere il mio
personalissimo contributo a base di manganellate e olio di ricino da
distribuire ai più meritevoli.
Nel frattempo la strada scivolava sotto le gomme roventi dell’Alfa
che sulla Genova- Voltri mi faceva fare sempre la mia porca figura
di fronte ad auto più blasonate e più moderne della mia. Tornai alle
mie riflessioni.
IV
Io e mia madre avevamo spesso opinioni diverse, ma eravamo uniti da
un solo obbiettivo: portare avanti la galleria che aveva aperto mio
nonno, l’intraprendente Edmondo Sacerdoti, nel 1950. Per far si che
le cose continuassero ad andare avanti bisognava trovare la materia
prima: i quadri. Visto che i quadri non si rigenerano annaffiando le
pareti e sperando in una buona annata, ecco che allora mia madre mi
affidava il duro compito della ricerca che perseguivo con lo stesso
entusiasmo di quando andavo la sera al club privè La Gare di Milano.
Riuscivo infatti a scardinare i sigilli delle più segrete collezioni
nel tentativo di portare a casa qualche tela; non mi servivano
strategie particolari per convincere il collezionista di turno a
cedermi un quadro. Mi bastava la serietà del nome che rappresentavo
e la garanzia di un pagamento rapido.
Da quello che Pizzio “Re Mida” mi aveva annunciato, ad Apricale
c’erano ad at-tendermi alcuni quadri dell’Ottocento, tra cui un
Cesare Tallone, un Giovanni Fat-tori e un Pellizza da Volpedo,
insieme ad altri autori che non mi aveva specificato. Insomma, tutta
roba ghiotta per cui voleva alzare le chiappe dalla poltrona e
partire. Pur di lasciare la Milano di quei giorni modaioli mi sarei
mosso anche per una tela del vivente Gonzaga, l’emulo traviato e
deviato del maestro Giorgio di De Chirico.
V
Il mio arrivo ad Apricale fu
accolto da un fastoso e festoso comitato d’accoglienza che mi fece
ringalluzzire. Alle prime case del paese uno stuolo di gnocche
tirate a lucido per l’occasione, e damerini che le accompagnavano,
si accalcava ai lati della strada in attesa dell’evento. Sentendomi
il naturale protagonista della scena, arrivai strombazzando e
facendo ruggire il vecchio 1600 Alfa. Dispensai saluti ai presenti,
rammaricandomi di non potermi fermare per baciare le donne e
rilasciare autografi. Per il caso del pietrificatore Triora ero
stato eletto personaggio dell’anno dall’Eco della Riviera. Non badai
allo striscione che campeggiava all’ingresso di via IV novembre:
“Anna e Marco oggi sposi”. Superai il ristorante verandato di Delio
alla mia sinistra e La Lucertola, una piccola trattoria con vista
sulla valle del Merdanzo, il cui nome era tutto un programma. Erano
le quattro del pomeriggio. Proseguii fino al parcheggio sottostante
al paese dove un autista, secondo accordi presi con Pizzio, mi
attendeva per accompagnarmi al mio alloggio. Scordate le arroganti
auto blu che scortano i nostri politicanti, Pizzio aveva mandato il
migliore pilota del paese, uno che tra gli i tortuosi carruggi di
Apricale avrebbe dato filo da torcere a Valentino Rossi. Censin,
l’uomo dalla barba bianca che pareva lavata con Perlana, abbronzato
come un dio greco, mi aspettava puntuale per caricarmi come uno dei
tanti bagagli che portava quotidianamente in paese. Era un tipo di
poche parole e già per questo mi era simpatico. Mi salutò con un
grugnito cinghialesco non dissi-mile da quello dei lanuti quadrupedi
che regnavano nei boschi circostanti il paese. Contraccambiai.
L’aria di Apricale era pregna dei sentori dei boschi circostanti. Un
toccasana per chi veniva dalle città. Preso il mio scarno bagaglio
consistente in una borsa da viaggio nera balzai sul cassone dell’Ape
rosso fuoco. Partimmo a tutto gas. Mi aggrappai al roll-bar per
rimanere saldo durante la nostra ascesa verso l’acro-poli apricalese.
VI
Durante la salita spirava una
brezza tiepida, con sentori di umido che risalivano dal fondo valle.
Censin imboccò via Roma imitando Capirossi al gran Premio di
Montecarlo; io, per non essere da meno, imitai un pupazzo a molla
impazzito. Re-sistetti alle forze centripete e centrifughe
ancorandomi al mezzo con la mia erculea forza. Fui fotografato da un
gruppo di giapponesi in cerca di attrattive turistiche. L’Ape,
incurante del pubblico allibito, arrancava lungo le stradine
ciotolate con di-sperazione lasciando alle spalle una nuvola nera.
Respiravo odore di miscela e gomme bruciate. Man mano che salivamo
mi accorsi che i turisti apricalesi quel giorno avevano tutti un
comune denominatore: la calvizia.
I fans di Yul Brinner, ma agghindati come i reduci di una guerra
dalla quale erano tornati lobotomizzati, si erano dati appuntamento
nel tranquillo borgo medioevale. Ipotizzai la presenza di Silvio
Berlusconi in procinto di svelare ai pelati lì accorsi il segreto
della sua incredibile ricrescita. Forse era il caso di chiamare
Cesare Ragazzi e lasciare che fosse lui a dipanare il mistero di
quelle inquietanti presenze. Mentre mi perdevo in ipotesi da
parrucchiere sull’orlo di una crisi di calvizia , arrivammo sulla
ciassa, la piazza di Apricale. Cuore del paese, autentico gioiello
architettonico con le sue arcate, la chiesa e il castello, vi si
consumava tutta la vita del paese. Con un gesto atletico saltai dal
cassone dell’Ape e ripresi il controllo della terraferma. Per poco
non inciampai assaggiando la consistenza della nuova pavimentazione
Ero ufficialmente sbarcato nei possedimenti di “Sir Pizzio”. Presi
il borsone e salu-tai Censin che faticava a tenere a bada la
cavalleria del Piaggio. Scomparve poco dopo con un ruggito da
coniglio. Presto archiviato il comitato di accoglienza matri-moniale,
mi venne incontro proprio lui, il Rudolph Giuliani di Apricale,
Roberto Pizzio, da me ribattezzato Re Mida per la sua capacità di
trasformare in oro ogni cosa toccasse. Grazie al suo mitologico
tocco infatti Apricale era diventata in pochi anni una miniera
turistica che dava da mangiare a tutti. Da tutto il mondo arriva-vano
per visitare quel paese che in ogni stagione manteneva le sue
sembianze da presepe vivente, con tanto di figuranti vivi e vegeti.
Alcuni dicevano che da lì a poco anche Gesù Bambino vi sarebbe
arrivato, ma questa volta per fermarvisi, vista la beatitudine del
luogo.
VII
Alto e spallato, pochi capelli
neri come il carbone e occhi penetranti da manager nato, Pizzio
sembrava il braccio violento del comune, nonostante fosse il
promoter delle migliori manifestazioni culturali di tutta la zona.
Apricale gli doveva molto, forse tutto. Di fronte a tanta autorità e
prestanza, concentrata in un uomo solo, mi venne da salutarlo
romanamente. In nome del buongusto tenni a bada il nostalgico che era in me.
-Leonardo, come stai? Ti stavo aspettando- disse abbracciandomi in
una morsa d’acciaio. Ricambiai proponendogli un “patto d’acciaio”,
tanto per essere political-ly correct.
-Sono arrivato giusto per l’ora dell’aperitivo- osservai
fregandomene che fossero appena le quattro passate e pensando alla
mia gola arsa come il deserto dei tartari del defunto Buzzati. Ero
un accanito bevitore e un lettore da strapazzo.
-Offro io- proposi trascinandolo sottobraccio verso le Cantine delle
Locanda, un simpatico locale con splendide volte di pietra dove si
serviva dell’ottimo Rossese di Dolceacqua. In estate si poteva
sorseggiare del buon vino al riparo di un deor diret-tamente sulla
piazza. Sopra le nostre teste la scultura “Albatros” di Enzo
Pazzagli, ancorata alla ringhiera del sagrato della chiesa
parrocchiale, si librava nell’azzurro del cielo; sembrava che da un
momento all’altro potesse staccarsi dal ferro al quale era ancorata
e fuggire via verso montagne più alte.
Ci sedemmo all’aperto guardandoci intorno. Dall’ultima volta che ero
stato ad Apricale le cose erano mutate in peggio.
Pizzio era insolitamente nervoso. Ordinammo due calici di Rossese,
di quello cor-poso. Il colore era di un rosso rubino, tendente al
granato. Mi accostai per saggiarne gli aromi scimmiottando un vero
somelier: odore vinoso, con sentori di ribes, rosa e viola.
Brindammo a noi, come due indefessi e un po’ fessi camerati. Il
primo cittadino afferrò il bicchiere disintegrandolo in un fatale cin cin.
-Ti vedo teso- osservai impassibile, pulendomi dal nettare del divin
Bacco che mi aveva macchiato la camicia bianca e i jeans che indossavo.
-E come non potrei esserlo?!- disse sputando veleno in direzione
dell’avariato pub-blico che sostava sulla ciassa, un tempo regno di
arzilli vecchietti dagli occhi felici e orde di bambini.
Da ogni angolo dell’agorà spuntavano pelati addobbati con anfibi,
magliette nere e lugubri cimeli da nazista in sedia a rotelle. Roba
da museo degli orrori o da manico-mio criminale.
-Sono neo nazisti- disse specificando inutilmente l’appartenenza dei
presenti ad un gruppuscolo di minorati scappati dalle tribune dello stadio.
Non potevano certo passare per dei seguaci di Baden Powell, il
fondatore degli scout.
-Non dirmi che hanno eletto il paese a loro roccaforte…
-Quasi. Uno dei loro leader ha comprato casa ad Apricale e da
qualche giorno que-sti fanatici girano per il paese facendo scappare
la gente- disse preoccupato del flusso turistico prossimo al
tracollo.
-E’ una brutta faccenda- osservai sentendo Apricale anche un po’
mia. Soffrendo della sindrome di Don Chisciotte, mi sentivo già
schierato dalla parte del paese, pronto a dispensare calci nel culo
agli ospiti indesiderati.
-Da quanto tempo ci conosciamo, Leonardo?- mi chiese Roberto
cercando un momentaneo quanto rassicurante rifugio nei ricordi.
-Avevo venticinque anni la prima volta che arrivai ad Apricale. Me
lo ricordo come se fosse ieri. Ero in compagnia di una ragazza
appena conosciuta. L’avevo invitata a cena. Usciti dal ristorante
vomitai sulla piazza tutta la cena, dall’antipasto allo zabaione.
Quella sera andai in bianco – gli confessai amaramente.
-Dunque sono passati cinque anni- conclusi sentendomi di colpo
vecchio, ma esaudendo la curiosità del primo cittadino.
Pizzio sorrise per metà; gli anni passavano per tutti, ma non era
questo a intristirlo. Era l’attuale presente a renderlo funereo. Mi
chiesi come avrei potuto consolarlo. Pensai alla mia pistola lì a
portata di mano e alle sagome nere in giro per la ciassa. Ero un
ottimo tiratore.
VIII
Nazisti a parte, e annessi Digos
in borghese a pedinarli, tutto era immutato. Guardai la bicicletta
attaccata al campanile della chiesa dall’artista Sergio Bianco
durante la sua mostra “La forza della non gravità”; a seguire feci
una panoramica sui gatti randagi e i baffoni sabaudi di Giachi,
proprietario del ristorante “a Ciassa” di fronte a noi.
Dalla balconata del castello si affacciò pure il bel Renè che con
l’omonimo bandito Vallanzasca, condivideva solo il nome. Aveva una
sessantina d’anni, la faccia tonda, capelli argentei e occhi vispi.
Custode del castello della Lucertola da tempo immemore, e dunque
considerato a tutti gli effetti il castellano, scrutava la piazza
come un falco pronto a piombare sulle prede. In realtà stava
aspettando l’ora di chiudere i battenti per tornare a casa e
dimenticare la giornata funerea: i nazi non erano amanti della
cultura e in tutta la giornata al castello si erano staccati una
decina di biglietti d’ingresso.
-Dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco, volenti o nolenti-
aggiunse Pizzio digeren-do il boccone amaro.
-Bisogna accontentarsi di quello che passa il convento- commentai
anch’io, ap-pellandomi alla saggezza popolare e alla saggezza in
genere che per l’occasione si era data latitante.
Nessuno sano di mente, per alcun motivo al mondo, si sarebbe messo
ad andare in giro scimmiottando le mostruosità del nazismo. In un
certo senso mi sentivo tirato in mezzo. Ero dell’idea che i panni
sporchi andassero lavati in casa propria: la questione “nazi” da
sempre ammalorava la credibilità della destra italiana. Stavo per
offrirmi a Pizzio come carta vincente per scacciare il manipolo di
scellerati quando “Re Mida” mi ricordò il vero motivo per cui ero ad Apricale.
-Domani mattina abbiamo appuntamento con il collezionista. Ti va
bene per le dieci?
-Perfetto. Stasera non prevedo di fare le ore piccole. Vorrei andare
a trovare Zacca-ria-
-Il giornalista del Vaticano?
-Già- dissi sconsolato.
Dopo l’indagine sul pietrificatore di Triora, sulla quale Zaccaria
aveva scritto l’impossibile per il Secolo XIX, il prolifico
giornalista ficcanaso, e mio fido amico, aveva dovuto risolvere le
sue questioni affettive. Defenestrato da casa sua, nel senso più
autentico del termine, dalla moglie, stanca delle corna, lo spione
della carta stampata aveva scoperto la sua dimensione spirituale
rifugiandosi nell’entroterra di Ventimiglia e vivendo da santone,
diviso tra i richiami del Papa e quelli della gnocca, ai quali
resisteva quasi sempre imperturbabile.
-Dovrebbe essere in paese. Mi hanno raccontato che proprio ieri
cercava di fare proseliti da Apricolio, il negozio di prodotti
tipici- mi raccontò Pizzio facendomi immaginare l’ex sniffatore di
coca nelle vesti di un novello Cristo impegnato nella spasmodica
ricerca di discepoli. Aveva scambiato Apricale per la Galilea di
duemi-la anni fa. Peccato che di pescatori pronti a mollare le reti
per seguirlo non ce ne fosse l’ombra. Forse a Varigotti sarebbe
stato più fortunato.
-Sarà meglio che gli faccia visita- dissi con la prospettiva di
impedire il collasso definitivo dell’amico. Di destini segnati dalla
misticanza ne traboccava il movi-mento di Don Giussani, al quale
preferivo di gran lunga il defunto Movimento Sociale, anche al
rischio di essere scambiato per un necrofilo. Verso Zaccaria avevo
un debito di riconoscenza essendo stato per anni, prima che
informatore, il mio af-fittuario di casa. Non si contavano le volte
che lo avevo pagato in ritardo.
© Ippolito Edmondo Ferrario,
da “Il collezionista di Apricale”
Il libro
Deluse le
speranze di chi lo credeva definitivamente archiviato dopo
l’indagine sul pietrificatore di Triora (v. Il pietrificatore di
Triora, Frilli Editori, 2006), il detective gallerista Leonardo
Fiorentini è tornato. Più giurassico e coriaceo che mai. Nostal-gico
e fascistoide quanto basta. Fiorentini si prepara a naufragare
nuovamente nel tranquillo entroterra di Ponente per turbare la
paciosa provincia imperiese con un’ indagine dai contorni più
roventi di un ferro da stiro Rowenta, per chi non si accon-tenta
Giunto da Milano direttamente ad Apricale sulle tracce di una
collezione di dipinti, si troverà, suo malgrado, a scoperchiare un
vaso che in quanto a sorprese non è per nulla inferiore a quello
della leggendaria Pandora: vecchi collezionisti di quadri, avvocati
dal grilletto facile, appassionati del sesso sado maso, seguaci
dello zio Adolfo (in arte Fuhrer), fanciulle da salvare (e da
violare), rincoglioniti assortiti.
Bibliografia di Ippolito Edmondo Ferrario
Ippolito Edmondo Ferrario, classe
1976, vive e lavora a Milano, dove dirige la sto-rica galleria
d'arte "Sacerdoti".
Dal 2000 ha curato diverse rassegne di pittura in se-di
pubbliche e private. Ha contribuito con testi critici a numerosi
cataloghi d’arte, editi dalla Mazzotta Editore, relativi a
importanti mostre.
All’attività di promotore d’arte affianca quella di scrittore e
giornalista, scoprendosi ossessionato dalla Liguria e in particolare
da Triora, il famoso paese delle streghe in provincia di Imperia.
Con l’editore genovese De Ferrari pubblica infatti una serie di
volumi dedicati alla storia della regione, di cui i più
rappresentativi sono “Liguria tra storia e leggenda” e “Triora, Anno
Domini 1587. Storia della stregoneria nel Ponente Ligure” (giunto
alla seconda ristampa), per il quale ha
ricevuto la Cittadinanza Onoraria dal Comu-ne di Triora.
Nell’autunno 2006 con Frilli Editori pubblica il romanzo noir “Il
pietrificatore di Triora”, con prefazione di Andrea G. Pinketts.
Dal 2006 è collaboratore per le pagine della cultura de "Il Secolo
d'Italia". Di tanto in tanto scrive per "Branko", "Tuttoturismo",
"Quicittà".
www.ippolitoedmondoferrario.it
www.triora.org
Ippolito E.
Ferrario, da "Il Pietrificatore di Triora" |