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Giulio Stocchi

FRANCO SANTAMARIA

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Franco Santamaria
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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / GIULIO STOCCHI

da "Perdono a Lulù"
(romanzo inedito)


Anja
[...]
I miei giochi si svolgevano in uno scenario simile a quello che vedete ogni sera alla televisione quando guardate, magari distrattamente, le città irachene o afghane devastate dalle bombe che oggi chiamiamo pudicamente “umanitarie”: uno scenario di macerie, perché tale era in molti quartieri la Milano della mia infanzia, la Milano ferita che esibiva ancora le sue piaghe negli immensi crateri scavati dagli ordigni che per cinque anni erano caduti sulla città dal cielo, in quelle case rimaste ancora in piedi, ma come se un immenso colpo di rasoio le avesse divise esattamente a metà, trasformandole in quinte aperte che, come i buoi squartati che si vedono nelle macellerie, mettevano in mostra le viscere di una intimità violata, le piastrelle azzurre di una cucina, una specchiera rimasta miracolosamente intatta, un letto a pencoloni sul vuoto…
Eppure quei resti della follia e della ferocia degli uomini erano il regno incantato delle avventure di noi bambini, i fortini delle nostre battaglie, la campagna in cui la natura ci veniva incontro nell’avvicendarsi delle stagioni col suo corteo di fiori, di lucertole e di gatti, i cunicoli in cui i più coraggiosi si avventuravano riemergendone con qualche trofeo, l’ogiva di uno spezzone incendiario, tronconi di suppellettili, una volta persino un elmetto. La nostra infanzia, nei suoi primi lentissimi anni, trascorreva così, incurante degli ammonimenti dei genitori e dei manifesti dei piccoli mutilati, affissi dovunque, che raccomandavano ai bambini di non raccogliere nessun oggetto, fosse pure una penna o una bambola, che avrebbe potuto rivelarsi una bomba micidiale.

Poi le macerie cominciarono pian piano a diradarsi per lasciare il posto ai cantieri e alle gru della ricostruzione col loro formicolio di muratori e manovali in pantaloni corti e canottiera, molti dall’accento esotico e incomprensibile, giunti dal Sud. Ci pensavano le radione a valvole che troneggiavano nei salotti e nei bar diffondendo le canzoni del primo Festival di Sanremo, a costruire una koinè, una lingua comune. Canzoni come Vola colomba, Vecchio scarpone, Papaveri e papere, raccolte in libretti in vendita all’edicola che mia madre sfogliava, silenziosa e assorta, neanche fossero le liriche di Leopardi.
Correva l’Anno Santo, il 1950, ormai ero grandicello, avevo 6 anni e pian piano, come alle macerie i cantieri, subentrava in me una nuova passione e un nuovo modo di divertirmi: il cinema.
Ora, se qualcuno di voi ha visto il bel film di Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso, può avere una pallida idea di quello che erano le sale cinematografiche di allora, così diverse dalle multisale asettiche di oggi: panche di legno, fumo denso di sigarette, un tappeto di brustoline, i semi abbrustoliti di girasole che gli spettatori degustavano, per terra, boati e improperi al proiezionista quando la pellicola si rompeva e, nelle ultime file, giovani coppie che approfittavano del buio per amoreggiare. Sale il cui nome era già tutta una favola: Rialto, Apollo, Luna, Vittoria, Rubino, Orchidea, Arlecchino…
Io andavo al cinema con lo zio Trojsi, un amico di famiglia, un eroe di guerra, non quella fra i detriti della quale avevo giocato io, ma la Prima Guerra Mondiale che riviveva nei suoi racconti e nei miei occhi spalancati ad ascoltarli.
Un conte, lo zio Trojsi, il quale aveva mantenuto il suo nome e il suo stemma ma aveva perduto tutti i soldi e quindi era considerato e chiamato, nel gergo di allora, un “nobile decaduto” che viveva vendendo i resti del suo patrimonio, quadri, tappeti, ninnoli, gioielli e aveva quindi molto tempo a disposizione per me, a differenza di mio padre avvinto dalla catena degli uffici che lo tenevano fuori fino a sera.
Lo zio Trojsi mi teneva per mano e io entravo in quelle sale stringendo nell’altra mano il pacchetto di more di liquerizia o di gommoni alla frutta che il vecchio gentiluomo nella sua squisita signorilità non mancava mai di offrirmi.
Uno dei cinema da noi più frequentati era l’Alcione perché, insieme ai film che vi si proiettavano, offriva un’ulteriore delizia agli spettatori: l’avanspettacolo, quegli intermezzi teatrali che precedevano il film nei quali si alternavano fantasisti, giocolieri, guitti, intrattenitori di barzellette, battutacce e doppi sensi che mandavano in visibilio la platea… E soprattutto, ed era il momento clou e da tutti atteso dell’esibizione, il corteo di ragazze seminude, in paillettes e guépière, che sfilavano su una lunga passerella proprio in mezzo agli spettatori. Lo zio Trojsi, infilatasi “la caramella”, il monocolo che era costretto a portare per via di un occhio offeso dai gas nelle trincee sul fronte del Piave, osservava con aristocratico distacco le belle discinte che certo gli ricordavano le soubrettes e le attrici che aveva conosciuto, frequentato e amato durante i suoi giorni fasti, quando era direttore di un teatro a Bologna ed era diventato l’amante di una delle donne più belle degli anni trenta, Milly, la cantante che avrei avuto modo di ammirare nel ’64 in uno straordinario allestimento di Strelher, Milanin milanon. E quando in camerino, dopo lo spettacolo, insieme a un fiore le avevo porto i saluti dello zio Trojsi, Milly, con la civetteria di una donna che sa di essere ancora affascinante malgrado l’età, si era limitata ad esclamare: “Oh, ma è stato tanto tempo fa…”.
Poi le luci in sala si spegnevano e iniziava il film. O i film, perché spesso in quelle sale se ne proiettavano due di fila. Si trattava di film soprattutto americani e per lo più di guerra. Una guerra ossessivamente declinata su due temi: la guerra contro “i musi gialli”, i giapponesi appena sconfitti, sciolti e inceneriti dal fungo atomico di Hiròshima e Nagasaki, e quella contro “i musi rossi”, la guerra fondativa degli Stati Uniti d’America quali oggi li conosciamo, il sistematico genocidio dei nativi del continente.
Uno di quei western mi aveva colpito e mi era rimasto particolarmente impresso: Pony express, interpretato da un giovanissimo Charlton Heston, un gigante biondo, capelli al vento, giacca di camoscio con le frange, winchester sempre pronto: un Buffalo Bill perfetto, tale e quale noi bambini ce lo immaginavamo dai fumetti che avevamo letto.
Ebbene, nel film si racconta la storia di come Buffalo Bill avesse dato vita al sistema postale degli Stati Uniti: gruppi di coraggiosissimi e valorosi cavalieri partivano coi loro sacchi di posta, galoppavano attraverso le pianure dell’immenso paese fino alla stazione di cambio dei cavalli, dove un altro gruppo li attendeva, prendeva al volo i sacchi della posta che i primi gli lanciavano e ripartiva al galoppo, in una staffetta che consentiva a una lettera spedita a New York di giungere in pochi giorni a San Francisco. Cavalieri che, naturalmente, dovevano affrontare pericoli di ogni sorta, banditi, bestie feroci, manigoldi, agguati e, soprattutto, costantemente inseguiti da torme di pellerossa urlanti, dipinti e impennacchiati, che invece dei fucili usavano archi e frecce e al posto delle lettere si servivano dei segnali di fumo per comunicare. Ma, si sa, la civiltà è la civiltà…

Mi era rimasto talmente impresso quel film che ancora oggi, ogni volta che mi metto al computer e mi accingo a compiere quel gesto, così ovvio per noi, di premere un tasto e ricevere posta da ogni parte del mondo, ancora oggi il turbine del galoppo di quei cavalieri non manca di tornare a risuonare nella mia testa.
Ebbene, una mattina di febbraio di qualche anno fa, tutto circondato d’alba –io mi sveglio molto presto- schiaccio il tasto del check-mail e compaiono i soliti messaggi che appaiono sullo schermo: pillole che promettono erezioni di acciaio, orgasmi da favola, delle tavolette per dimagrire, servigi di ragazze compiacenti per piacere o per denaro, annunci di vincite al lotto favolose, richieste di collaborazioni che ti renderanno miliardario…
Quand’ecco che in tutta questa spazzatura, proprio come nelle favole, brillanti e splendenti come diamanti, compaiono queste parole: “Salve sono una ragazza di quattordici anni. Ho letto le sue poesie: sono molto belle… Io ho vissuto in Bosnia al tempo della guerra e le sue poesie hanno rievocato piccole lacrime… Grazie”.
Queste sono parole che mi hanno profondamente commosso, non mi vergogno a dire, fino alle lacrime, le ho stampate, le ho ritagliate e le tengo ancora sulla mia scrivania, perché mi rammentano una cosa per me molto importante, e cioè che una delle funzioni della poesia, e dell’arte, è proprio quella di fare ricordare. Questo lo sapevano gli Antichi che attribuivano alle Muse, cioè le protettrici delle arti e della cultura in generale, una madre che era Mnemosine, la Memoria.
Ma quelle parole, anche, erano, per così dire, un riconoscimento di un lavoro molto difficile, che avevo cominciato anni prima di ricevere quelle parole e quella lettera. Ai tempi in cui, nel ’91-’92, i popoli della ex Jugoslavia hanno cominciato a dilaniarsi a vicenda e opponendo non solo gli eserciti, ma spesso il vicino al vicino e qualche volta spezzando e dilaniando le stesse famiglie. In quegli anni avevo cominciato a scrivere delle poesie su questa situazione, poesie che andavano raccogliendosi a comporre, quasi naturalmente, un libro che, altrettanto naturalmente, avevo intitolato In tempo di guerra.
E nell’imminenza di una nuova guerra, quella che vediamo tutte le sere in televisione, la guerra dell’Iraq, ricordando quello che facevo da giovane, come ha detto poco fa la vostra compagna, cioè che andavo nelle piazze, durante le manifestazioni popolari, nelle fabbriche, ai cortei antifascisti e così via, a recitare le mie poesie, avevo deciso di rivolgermi alla piazza virtuale, cioè a Internet, al Web, diffondendo in rete le poesie de In tempo di guerra in tre versioni, italiana, inglese e spagnola in modo che fossero comprensibili al maggior numero di persone possibile.
E lì, in Internet, queste poesie sono cadute sotto gli occhi di una ragazza, che è Anja Borojevic, la vostra compagna di scuola che mi siede accanto e che mi ha presentato, la quale Anja –io la vedo oggi per la prima volta- è diventata mia amica, ci siamo scritti e questo grazie alla poesia: un uomo in età come me e una poco più che bambina allora, adesso è una giovane donna, hanno potuto intrecciare un’amicizia che altrimenti avrebbe potuto assumere toni, per così dire, ambigui, grazie a delle poesie che questa giovinetta aveva letto e grazie alle quali aveva ricordato la sua infanzia in Bosnia.

Il ponte sulla Drina
In Bosnia, prima che follia degli uomini lo distruggesse, esisteva un ponte chiamato, talmente era antico, lo Starì, il vecchio. E questo ponte ha ispirato un romanzo di Ivo Andric, Il ponte sulla Drina. Ivo Andric che era uno scrittore jugoslavo, bosniaco proprio, segue la storia del ponte, dalla sua costruzione agli inizi del ’400 fino alla Prima Guerra Mondiale. E, di generazione in generazione, su questo ponte uomini e donne si sono incontrati e hanno parlato fra di loro. Di generazione in generazione, i bambini e le bambine facevano il girotondo al suono delle loro filastrocche; di generazione in generazione, giovani ragazze come voi guardavano, affacciandosi dal ponte, il riflesso delle stelle nell’acqua confidandosi i loro segreti; di generazione in generazione, ragazze e ragazzi si sono scambiati i loro primi teneri baci e il pope, il sacerdote ortodosso discuteva col bey, con il funzionario turco. Così nei secoli il ponte sulla Drina è stato un luogo di incontro.
Ebbene, io credo che le opere d’arte in genere, non solo le poesie, ma tutte le opere d’arte, romanzi, quadri, film, fumetti, canzoni e così via, sono dei ponti gettati fra gli uomini perché gli uomini imparino a parlare fra di loro. Perché questo incontro fra gli uomini avvenga occorre, naturalmente, che ci si avventuri sui ponti, come ha fatto la piccola Anja, cioè che si leggano i libri, che si ascoltino la musica o le canzoni, che si assista ai film, che si ammirino i quadri. Se voi farete questo, vi accorgerete che questi ponti fatti di parole, di suoni, di immagini, di colori che sono le opere d’arte vi insegneranno a parlare, perché vi insegneranno qualcosa di voi, vi insegneranno la grammatica e il lessico dei vostri stessi sentimenti; e vi insegneranno quindi ad esprimerli e perciò a comunicarli. A parlare con gli altri.
Sarà capitato anche a voi: quante volte una canzone avrà posato sulle vostre labbra le parole con cui poi vi sarete rivolti al vostro innamorato o alla vostra innamorata; quante volte ascoltando una musica avrete riconosciuto in quel ritmo la colonna sonora delle vostre emozioni e dei vostri sentimenti, di rabbia, di gioia, di ribellione, di speranza, di dolore, di scoramento, di rimpianto, di tenerezza, di amore; quante volte, camminando per la strada, magari un manifesto o il graffito di un writer sui muri vi avrà dato come una illuminazione perché vi avrà fatto scoprire qualcosa di voi che prima ignoravate; e così i film, così i quadri, così i contorni dei fumetti…
Tante volte i libri diventano anche dei ponti su cui può sbocciare l’amore. C’è un esempio famosissimo nella nostra letteratura nel canto di Paolo e Francesca:

Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante
questi che mai da me non fia diviso
la bocca mi baciò tutto tremante

Tutto questo avviene perché le opere d’arte, non solo le poesie, vi offrono la lente con cui guardare a voi stessi, lo specchio in cui riconoscervi e, per così dire, il cannocchiale con cui potete rivedere delle cose lontane e che credevate magari dimenticate.
E’ quanto è successo alla piccola Anja, questa bambina vissuta in Bosnia, nel bagliore degli incendi e nel fragore delle bombe, in un paese dove delle ragazzine poco più grandi di lei venivano trascinate via come preda di guerra ai bordelli dei vincitori….
Una di queste giovinette oltraggiate racconta la sua storia in una mia poesia de In tempo di guerra che certo Anja avrà letto.
E sulla quale magari avrà versato qualche piccola lacrima rivedendo i grandi fuochi che da bambina forse non riusciva a capire.

Piccole lacrime
Incendiavano tutto: case
stazzi, capanne, con animali e contadini
ancora vivi dentro

C’era tanto fumo nel cielo. Chissà perché
ho pensato alle bolle di sapone, agli aquiloni.
Era un martedì

Nel piazzale ci hanno messe su due file
e il mio vicino mi ha picchiata col calcio del fucile.
Le vecchie le hanno portate nel bosco.
La spalla mi faceva male quando siamo partite.
Abbiamo sentito tanti spari

La strada era lunga. Quando siamo entrate
un soldato mi ha toccato i capelli. C’erano tante
casse con i proiettili, una lampadina
e una branda

Dopo, mi hanno dato da mangiare.
Adesso lo facciamo ancora, mi hanno detto.
Non sentivo più niente quando sono andata alla finestra. Le
zolle fumavano, c’era una fila d’alberi lontana e una mucca bianca.
Allora ho pianto

Quel pianto della ragazzina offesa sono lacrime versate sul bene più prezioso che la guerra strappa a chi non viene ucciso e sopravvive: la tenerezza dei sogni con cui i bimbi si affacciano alla vita in un mondo che ai loro occhi appare un incanto, una favola, una promessa…
E che certo Anja avrà ricordato, commuovendosi a quel tripudio di sole, di colori, di sussurri, di fruscii che contrasta col cielo livido della guerra e delle sue urla, leggendo una poesia in cui la figurina sottile di una bimba –forse la stessa creatura che anni dopo subirà la violenza-viene avanti cantando nella magia di un mattino immerso nella luce:

Il cielo è alto
Sulla proda del fosso il cane
Annusa nel vento

Cicale sospese
Hanno ripreso il canto
Eco larga luce lenta

Nel riflesso dell’acqua
Elusiva un’ala
Lieve disegna
L’arabesco la scia
Al pesce e va via

La strada alla campagna
Unisce orizzonte e
Covoni una vestina avanza
Esaudisce una canzone

Donerò il mio fiore
A chi lo saprà curare
Nascerà il mio astro nella notte
Zenitale roteando poserà
Ai piedi del mio amore

Facciamo finta che
Ora, voi mi vedete, qui davanti a voi, sono un uomo maturo, ai più giovani sembrerò straordinariamente vecchio, e certo sembrerò anche piuttosto strano. Sicuramente non sono una ragazzina di quattordici anni violentata, e non sono quella bambinetta che viene avanti, cantando e confidando i suoi sogni, nella vestina fra i campi.
Queste creature io me le sono immaginate, cioè me le sono, come dice Leopardi, “finte nel mio pensiero”. E cioè, ho fatto finta che… Come facevamo da bambini… “Facciamo finta che io ero un cavaliere…”, dice il bambino alla bambina… “Facciamo finta che io ero una principessa….”, risponde la bambina… E giocando al cavaliere che libera la bella principessa, i due bambini saranno serissimi, perché le loro avventure, pur svolgendosi nella cornice di mondi inventati e immaginari, esigono impegno e serietà perché la magia non svanisca. E, giocando, i due bambini apprenderanno i primi rudimenti del linguaggio dell’avventura e del linguaggio dell’amore.
Cioè nel gioco si apprende sempre qualcosa. Come fanno i cuccioli degli animali, i quali a loro volta giocano: quando due cani giocano alla guerra, cioè fanno finta di combattere senza mordersi, apprendono, da una parte, le regole del combattimento e, dall’altra, a seconda di chi vince e di chi perde, il ruolo dominante o succube che la società canina assegna ai due contendenti.
Ebbene, il poeta è un adulto che, come i cuccioli degli animali e come i piccoli dell’uomo, continua a giocare.
E con che cosa gioca il poeta? Il poeta gioca con le parole.
E un gioco che si può fare con le parole –adesso vedo qui soprattutto molte ragazze, a parte le signore naturalmente, e forse solo un paio di ragazzi, adesso non vedo bene- Ma se ci fossero degli innamorati nella vostra classe io consiglierei questo gioco che si può fare con le parole.
Facciamo finta che ci sia un innamorato di Anja, che senz’altro ne avrà a dozzine. Allora lo spasimante prende il nome Anja, scrive la A su una riga, va a capo, scrive la N su un’altra riga, scrive la J –facciamo la I semplice se no nella nostra lingua non ce la caveremmo più- e a capo ancora A:

A
N
I
A

E si tratta allora di trovare dei versi che comincino con la A, con la N, con la I e con la A per comporre il nome di Ania.
E questi versi potrebbero essere, vediamo un po’… Se c’è un innamorato di Anja le dovrà dichiarare il proprio amore, quindi, A, Amor di te mi prese. E come logica conseguenza, N, Nel cuore mio ti porto. E poi ci vuole il complimento alla bella Anja, e allora la lettera I, anche se sarebbe J, ma facciamo che è I semplice, potrebbe essere Il più bel fior del’orto, e A, a capo, Ai tuoi color s’arrese. Quindi:

Amor di te mi prese
Nel cuore mio ti porto
Il più bel fior dell’orto
Ai tuoi color s’arrese

Naturalmente questo è uno scherzo, più che un gioco, perché la bella Anja si merita ben altro, ben altri versi per conquistarla in modo che doni le sue grazie e le sue bellezze.

Isa: realtà, gioco, mondi possibili
Ma una poesia congegnata in questo modo si chiama “acrostico”. E questa tecnica non è stata inventata da me, è stata inventata dai poeti alessandrini attorno al 350-340 prima di Cristo. Ha avuto un grande successo, questa forma di poesia, l’acrostico, una grande fortuna in età romana, è andata un po’ persa nei cosiddetti “secoli bui”, ha avuto una grande rinascita in età carolingia ed è giunta fino ai giorni nostri.
E’ talmente giunta fino ai giorni nostri, che la prima poesia che avete sentito, Incendiavano tutto, quella poesia plumbea, piena dei colori lividi della guerra, del fumo, del bagliore degli incendi, del freddo che si intuisce della neve e l’ultima poesia, Il cielo è alto, che invece è piena di fruscii, di riverberi, di luce, di profumi, sono due acrostici. Anzi, sono lo stesso acrostico.
Se voi leggeste questa poesia messa sulla pagina e stampata facendo risaltare la prima lettera di ogni verso, leggereste la frase: Isa che nella luce danza.
Questa Isa chi è? Isa Traversi è una mia amica, una mia amica danzatrice, la quale in un momento in cui io ero proprio molto depresso, infelice, chiuso in casa, come forse capita spesso a voi, adolescenti –perché, ecco, il poeta è anche un eterno adolescente-, insomma in un periodo in cui vedevo la vita molto grigia, che mi diceva di no, questa mia amica danzatrice Isa mi ha scritto una lettera, testimoniandomi della sua amicizia in maniera così toccante che mi ha spinto a risponderle per ringraziarla componendo gli acrostici che avete ascoltato ed altri cinque: sette acrostici, dunque, Isa che nella luce danza, che poi ho raccolto in un libretto che le ho donato, intitolato: Suite in sette movimenti e una gratitudine.
Ora, questo dice qualche cosa sui termini del “gioco” del poeta. C’è sempre un’occasione –quella volta che ero chiuso in casa e che il mondo mi appariva qualcosa di ostile e che la mia amica Isa mi ha scritto-. E poi il poeta prende a giocare con le parole, nel mio caso componendo un acrostico, e componendo l’acrostico, cioè giocando con le parole, questo gioco spalanca le porte di mondi possibili, di realtà possibili. Nel caso dei due acrostici che avete ascoltato, la realtà della guerra nel suo orrore e nella sua violenza, e il sogno dell’infanzia che si affaccia al mondo. E poiché gli acrostici erano sette, gli altri acrostici parlavano anche di amore, di solitudine, della danza di Isa e così via… Cioè con la stessa intelaiatura verbale è possibile cogliere diversi aspetti della realtà.
Vi dicevo, questo è sempre il modo in cui il poeta lavora, qualsiasi tecnica usi. Quella volta che Dante ha incontrato Beatrice il giorno di Pentecoste, se non sbaglio, del 1274 e Beatrice Portinari era una bambina e Dante si è innamorato di lei e non solo ha scritto i versi che ha scritto d’amore:

Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia quand’ella altrui saluta

Ma ha costruito tutto l’edificio, per così dire, della Divina Commedia che in fondo è una scala che porta Dante a incontrare per l’ultima volta Beatrice dopo la morte.
Quella volta che Giacomo Leopardi è salito sul colle del suo “natìo borgo selvaggio” e ha sentito frusciare il vento e, seguendo il gioco degli endecasillabi, E come il vento odo stormir fra queste piante Io quell’infinito silenzio, ecc., ha colto nel vento la vicenda delle generazioni che si sono affacciate sulla terra.

Si va a capo
E questo, dicevo, è il modo in cui il poeta “ nel suo pensier si finge”, il modo in cui il poeta immagina.
Però se voi richiamate una poesia con la mente, con la vostra fantasia, davanti agli occhi, come la vedete sulla pagina, poniamo L’infinito, vedrete come dei segni neri che si allineano su delle righe che all’improvviso vanno a capo, disponendosi su linee più o meno della stessa lunghezza. Tant’è vero che Umberto Eco, che non è solo l’autore del romanzo che forse qualcuno di voi avrà letto, Il nome della rosa, da cui è stato tratto il film che molti avranno visto, ma che è uno studioso di questi problemi di cui stiamo trattando, dice argutamente che la poesia è ciò in cui si va a capo.
Quello che raramente si pensa, leggendo una poesia sulla pagina, è che quei segni tipografici, quelle parole, abbiano un suono. Noi stiamo attenti al significato delle parole, tant’è vero che una delle cose più noiose che viene imposta agli scolari –almeno mi ricordo io quand’ero studente- è quello di dire in prosa quello che la poesia dice in poesia, la parafrasi della poesia.
E questo stare attenti soprattutto al significato è quello che avviene anche nella comunicazione ordinaria, quella che stiamo facendo adesso. Se io dicessi la prima parola dell’acrostico scherzoso di Anja, “Amor”, voi stareste attenti non tanto al suono della parola, quanto al suo significato e, a seconda del vostro stato d’animo, nascerebbero diversi concetti nella vostra mente. Per cui se siete, che so io?, degli sfegatati nazionalisti, alla parola “amore” fareste corrispondere quel sentimento che vi unisce alla patria; se siete invece dei localisti o dei leghisti, “amore” per voi sarà la particolare venerazione e ammirazione che avete per le valli bresciane, dato che siamo a Brescia; se volete diventare tanti Berlusconi, “amore” sarà per voi lo smodato desiderio di denaro e di successo, e così via… Cioè questa parola “amore” susciterà in voi tutto il paradigma che quell’etichetta verbale comporta.
Ma se io stessi attento al suono della parola, “Amor”, e fossi un grande poeta, poniamo Dante, potrei cominciare a giocare con le parole, unendole secondo i suggerimenti che le loro somiglianze foniche mi offrono, intrecciando le parole secondo i nodi delle loro parentele sonore, che è quello che succede a chiunque di voi suoni uno strumento, quando stringete le note in accordi, basati sulle loro armonie.
Allora seguendo questi criteri, ed essendo un grande poeta, Dante, potrei scrivere questi versi famosissimi, sempre del canto di Paolo e Francesca:

Amor che a nullo amato amar perdona
Mi prese del costui piacer sì forte
Che come vedi ancor non mi abbandona

Dove ogni parola fa eco a un’altra –amor, amare, ancor, perdona, abbandona-. Ebbene questi echi, queste rispondenze sonore sono proprio ciò che lega, fa prendere a braccetto, per così dire, le parole e le fa iniziare a danzare, secondo un ritmo di cui quegli echi sonori sono la cadenza.
Ebbene, quel ritmo è notato sulla pagina con quell’andare a capo. Amor che a nullo amato amar perdona, un endecasillabo, una unità ritmica, Mi prese del costui piacer sì forte, secondo endecasillabo e così via…
Tutti voi sapete che quelle righe che vanno a capo si chiamano versi. Forse quello che non tutti sanno è che la parola “verso” deriva dal latino “versus”, che indicava in origine quel modo che hanno i buoi di trascinare l’aratro… Non so se voi avete mai visto, sarà difficilissimo, un bue trascinare l’aratro…
Ma proviamo a immaginare. Facciamo finta che siamo in campagna: l’ora è ferma, c’è una leggera bruma, ed ecco che dalla foschia la sagoma massiccia del bue riemerge sulla sinistra trascinando l’aratro e, tracciato il solco, l’animale svolta a destra spezzando con un ansito lungo le zolle e quindi lo vediamo più lontano riapparire a sinistra secondo il ritmo della sua fatica, quel continuo svoltare sui suoi passi che gli antichi chiamavano versus e che ha ispirato quella prima forma di scrittura detta bustrofedica, che si dispone cioè alternativamente da sinistra a destra e da destra a sinistra, secondo il modo di volgersi dei buoi.

Corpo di danza
Quel ritmo è il ritmo stesso della poesia che proprio nel nome della sua cellula fondamentale, “verso”, continua a ricordarci che tutta la sua magia consiste in questo qualcosa che ritorna, che ricompare, che si ripresenta, che gira, che ruota, che danza…
Ecco, le poesie sono parole che danzano a un ritmo. E danzano come le facevamo danzare quand’eravamo bambini, nelle nostre filastrocche: “Ambarabà ciccì coccò Tre galline sul comò Che facevano l’amore Con la figlia del dottore Il dottore s’arrabbiò….”.
E non vi sembri irriverente questo accostamento fra la filastrocca infantile e i versi del nostro più grande poeta, perché, voglio dire, il principio è lo stesso: solo che il poeta inventa le regole del suo gioco, mentre il bambino nella filastrocca ripete qualche cosa che ha imparato. Però il principio di accostamento sonoro è lo stesso che vige nella filastrocca e nella grande poesia, nella filastrocca e in tutti i giochi che con la voce facevamo da bambini.
E qui, una volta di più, il poeta è ancora affascinato da quella magia di suoni che l’aveva colpito da bambino, che l’aveva travolto da bambino e, in un certo senso, il poeta suona la sua lingua, ne trae accordi come fa chi suona il piano con il pianoforte, con la tromba, con il contrabbasso, con la chitarra, come fa la mia piccola Anja e così via… E il poeta suona la sua lingua con la sua stessa voce, con la sua stessa parola pronunciata, convoca le parole a danzare al suono della propria voce e con questo si ricorda, il poeta, dell’origine antichissima della poesia, quando non esisteva ancora la parola scritta che della parola pronunciata è una trascrizione, e il poeta era chiamato il rapsoidòs, il cucitore, colui che cuce insieme i canti. E le parole volteggiano al ritmo del canto della voce del poeta e non hanno bisogno di musica, si sostengono con le ali del loro stesso suono. –Amor che a nullo amato amar perdona…-
Ma, come abbiamo visto, la parola è un suono che porta, che è rivestito, da un significato. E allora provate un po’ a immaginare la mia amica Isa sul palcoscenico che danza, volteggia, turbina. I riflettori la inquadrano, il suo bel corpo che danza, che volteggia, che turbina, traspare sotto lo chiffon del suo tutù o del suo abito di scena. Ebbene, per la poesia è la stessa cosa: il corpo della poesia, che è un corpo fatto di suoni, traspare, si intravede, traluce sotto i veli del significato della parola. Amor, che ha questo suono, e poi il significato “amore” della parola.

Un amore carnale
Ebbene, il poeta desidera quel corpo di suoni, così come accade –non so se accade a voi femmine, ma che ai maschi accade molto spesso- andando in giro per la strada e vedendo una bella ragazza che ondeggia sotto i vestiti prendiamo a immaginarne, a volerne indovinare le forme, cominciamo a fantasticarne il seno, la curva delle anche, percorriamo magari con le dita della fantasia quella pelle che immaginiamo morbida come la seta.
E qualche volta succede che la fantasia si avveri e che il fortunato possa stringere il corpo nudo della sua bella. E in quell’attimo, che è il primo attimo in cui due corpi nudi si toccano, i due vengono travolti da una sensazione di turbamento, di vertigine, di rapimento, di batticuore, di eccitazione, di sangue che va alla testa. Che è esattamente la stessa cosa che prova il poeta quando intravede il corpo nudo della poesia. E’ quello che si chiama “l’ispirazione” del poeta, che dura un attimo e che bisogna cogliere e che qualsiasi poeta ha sempre descritto in questi termini fisici, come qualcosa che viene dall’esterno. Gli antichi invocavano la Musa, gli dei, prima di cantare; Dante a un certo punto nella Vita nova dice: “la mia lingua quasi di per se stessa mossa gittò voce di fuori e disse: ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’’”. Che è una famosa canzone di Dante. Un poeta più vicino a noi, Valéry, un poeta francese del secolo scorso, è morto nel 1949, dice: “Una mattina mi sono trovato come ossessionato da un ritmo, e a poco a poco questo ritmo mi è salito nelle ossa e si è impadronito di tutto me stesso; ed era un ritmo che aspettava di essere rivestito di parole”. Ecco, per Valéry il ritmo è il corpo nudo della poesia e le parole sono gli abiti di cui il poeta deve rivestire questo ritmo. Però, a differenza degli innamorati che possono abbandonarsi alla vertigine dei loro corpi nudi, fanno l’amore, consumano come si dice il coito, questa parola che puzza un po’ di ambulatorio medico e che invece è una parola bellissima perché viene dal latino “coire”, che vuol dire andare insieme, incontrarsi insieme, camminare insieme… Così che quando l’amato al culmine del piacere grida “Vengo!” e l’amata risponde “Vengo!”, non dice una cosa volgare, ma esprime proprio il grido di questi due esseri che uscendo fuori da se stessi si incontrano su uno dei ponti più piacevoli, insieme a quello dell’arte, che esseri umani possano percorrere, il ponte dell’amore e del piacere fisico.
Però, dicevo, a differenza degli innamorati, il povero poeta, mentre gli amanti si abbandonano alla loro ebbrezza, invece è costretto a rivestire immediatamente quel corpo nudo, e cioè articolare, fuor di metafora, quel ritmo in parole perché altrimenti quel ritmo di dissolve, l’ispirazione passa, è un attimo, e non si riesce più a far danzare le parole. E in questa opera di sarto delle parole da parte del poeta, di Dolce e Gabbana o Armani della parola, il poeta deve stare molto attento, perché se gli abiti sono troppo pesanti, i movimenti riusciranno goffi o impediti, e la poesia, il corpo, non riuscirà più a danzare, e si avranno quelle “poesie” che sembrano prosa che va a capo non si sa bene per quale ragione; ma se il corpo è troppo esibito, diventerà letteralmente osceno, cioè qualcosa che sta troppo sul proscenio, in primo piano, come quelle ragazzine divaricate che si masturbano alla televisione per il piacere degli impotenti. E allora avremo quelle poesie che scadono appunto nella filastrocca infantile, o nel non senso. Essenziale è questo equilibrio, fra il suono e il senso, come avviene nelle sfilate di moda in cui un corpo perfetto si sposa col trionfo dei colori di un abito che lo riveste e che allo stesso tempo lo rivela.
Ma quello che è ancora più essenziale è quel corpo da rivestire, e cioè essenziale è l’attenzione del poeta verso la materia sonora della lingua, perché questa attenzione verso la materia sonora della lingua è ciò che fa di un uomo un poeta; così come l’attenzione verso i colori colti nella loro materialità e fisicità, fa di un uomo un pittore; o l’attenzione verso il suono, l’altezza e il timbro, anche qui fisico, delle note, fa di un uomo un musicista… E allora vedete come nell’arte, in ogni forma d’arte, si potrebbe andare avanti con gli esempi, nelle opere d’arte che sono, come dire?, le creazioni spirituali più alte dell’umanità, centrale, sempre, in ogni forma d’arte, è l’attenzione verso la materia.
Ebbene, la materia della poesia è il suono rivestito di senso, come la materia invece della prosa è il senso nelle sue articolazioni concettuali.
Ma allora, per tornare al discorso con cui ho cominciato queste riflessioni, voi capite che quello che vi appare sulla pagina non è altro che la pallida trascrizione, inerte, muta, di una voce che un giorno si è sciolta in canto; o, se volete, quelle parole sulla pagina sono come le impronte che sulla polvere di un palcoscenico lasciano i piedi di un corpo che ha danzato nel trionfo della sua luce; o, se volete, sono come una formula magica che il poeta affida alla pagina e aspetta che qualcuno la ripeta per riportare a vita e splendore quel corpo che il poeta ha tanto amato.

Terra di sogni
E’ proprio perché è in questa disposizione amorosa che il poeta parla e scrive tanto d’amore. Perché ogni poesia d’amore per un uomo o per una donna è nello stesso tempo un atto d’amore per la poesia che quell’uomo o quella donna permette di cantare.
“Terra di sogni…”, io chiamavo Carole, una ragazza di cui ero perdutamente innamorato quando avevo poco più della vostra età:

Terra di sogni
e fino al tuo ultimo confine
mia sorridente
mia fuggitiva
mia acqua
unica cifra
di tutti i passi raccolti
per giungere
alla fonte pura di un bacio
mio fuoco
mio sguardo
mia sabbia
per scorrere
da tutte le ore
per dire semplicemente
ti amo
mio bosco
mio silenzio
mio canto
erba delle chitarre
signora dei numeri
specchio degli anni
per imprigionarmi
ogni giorno che passa
nella semplicità
della tua luce
e nel lungo sospiro
del tempo

Ecco, “terra di sogni”, io chiamavo Carole… Ma “terra di sogni” potrebbe essere anche una definizione della poesia, e cioè l’argilla con cui il poeta “fingit”, nel senso proprio etimologico della parola latina, cioè dà forma, plasma, modella, come fa il vasaio con la creta, al proprio immaginario, ai propri sentimenti, alle proprie emozioni, alle esperienze che ha vissuto per offrirle all’ammirazione di tutti in quella sorta di vasi, di “opera ficta”, come dicevano i latini, dal participio passato del verbo “fingere”, che sono le poesie, che sono cioè le finzioni del poeta.

La scommessa
Ma, se come abbiamo visto, nel suo particolare modo di “fingere”, cioè di costruire i suoi artefatti, i suoi congegni sonori e danzanti, il poeta gioca con le parole e con i suoni delle parole, fa finta che, unisce le parole secondo i principi armonici, “nel suo pensier si finge”, ciononostante il poeta non mente, come dicevano alcuni Antichi, Senofane per esempio: “assai mentono i cantori…”. No, il poeta non mente, fa piuttosto una scommessa: cioè la scommessa che quello che il poeta immagina, dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, o della realtà che vive, possa trovare consenso in qualcuno che si possa in queste sensazioni riconoscere e queste sensazioni e queste realtà condividere.
In altre parole, il poeta introduce dei modelli di interpretazione della realtà, soprattutto della nostra realtà interiore. E in questo senso il poeta è molto vicino, stranamente, allo scienziato. Io so che le ragazze qui sono del Liceo scientifico e al Liceo scientifico vi insegneranno che Maxwell, un fisico dell’ ’800, descrive l’elettricità come un fluido, secondo il modello dei fluidi. Ora, quello che importa non è che l’elettricità sia veramente una corrente, come si dice, qualcosa che scorre come l’acqua, quello che importa è che il modello convenzionale che Maxwell introduce permetta di cogliere alcuni aspetti dell’elettricità. Ed è tanto convenzionale questo modello che l’elettricità può essere descritta, secondo un altro modello, che è quello della teoria corpuscolare di Helmoltz, che vede l’elettricità come un insieme di particelle, permettendo con questo modello di cogliere altri aspetti dell’elettricità.
Allo stesso modo, allora, quello che importa non è che la ragazzina violentata sia veramente esistita, che la bambina della seconda poesia che avete ascoltato abbia veramente fantasticato i suoi sogni con le parole che ho immaginato io.
Quello che importa è che queste creature fittizie, o fittive, offrano a chi legge o a chi ascolta il vocabolario per dare un nome ai propri sentimenti di sdegno, di dolore e così via… Che diano, cioè, contorno e consistenza a delle piccole lacrime che altrimenti andrebbero perdute nel grande fiume del tempo che tutto travolge.
Nel caso mio e di Anja la scommessa è riuscita perché Anja attraverso quelle poesie ha rievocato, cioè ha richiamato a presenza attraverso la mia voce, sentimenti ed emozioni che aveva provato da bambina.
Ma nel caso delle grandi opere d’arte, grandi opere d’arte che sono state scelte a modello universale dall’umanità, perché l’umanità in questi modelli si riconosce e comprende se stessa, nel caso dei grandi poeti che voi studiate, magari annoiandovi, a scuola, il rapporto non è più fra un poeta e un lettore ma fra il poeta e la cerchia degli uomini fra cui ha vissuto e le innumerevoli generazioni che si sono susseguite sulla terra. E quindi quello che viene rievocato, richiamato a presenza attraverso la sua voce, è il poeta stesso.
Troia è caduta, secondo la leggenda, 3500 anni fa, eppure Omero è ancora lì e ci racconta di quella volta che Elena è salita sugli spalti della città a contemplare la piana dello Scamandro dove l’indomani gli eserciti si sarebbero affrontati in battaglia per lei e dove Achille avrebbe trascinato il cadavere di Ettore tre volte attorno alle mura.
Papa Bonifacio è morto, ma l’edificio della Divina Commedia è intatto e Dante continua a salire alla ricerca di quella Beatrice bambina di cui si era innamorato tanti anni prima.
Lo Stato Pontificio codino, bigotto, di Leopardi –anche se tante, tante cose sembrano oggi riproporsi- comunque lo Stato Pontificio codino e bigotto di Leopardi non esiste più, eppure Giacomo è ancora lì, che sale sul suo colle dietro casa, che ode il vento, e nel vento ode le voci delle generazioni che col vento si sono perdute.
La voce del poeta è lì. Ha varcato i secoli e i millenni. E cioè ha sconfitto la morte. E questo è quello che io chiamo l’altezza del gioco.

Il picchio
E ora, nel ringraziarvi per la vostra attenzione, mi congedo da voi con una breve poesia che forse sarà l’unica cosa che ricorderete, quando, fra tanti anni magari ripenserete a questo pomeriggio, che certo vi apparirà più luminoso, perché appartiene ai giorni felici della vostra giovinezza.
E forse riemergerà alla vostra memoria, questo starì, questo vecchio signore, un po’ strambo, con orecchino e medaglione, che vi ha parlato di infanzia, di filastrocche, di giochi.
Una poesia che parla di un simpatico abitatore dei nostri boschi, un picchio, il quale sì chiede, ma poi agisce per ottenere ciò cui ha diritto:

picchio

e lui testardo
bussa

evangelico
ed insistente

ma poi la porta
sbarrata

la scava
la fora

per accedere
al regno

della propria
dimora

Ecco, ricordate sempre che il cammino verso la tenerezza, la libertà e la felicità, non ve lo donerà nessuno e che, come fa il picchio per accedere alla propria dimora, dovrete scavarvelo da soli.
E con l’augurio che quel sentiero possa trasformarsi nella strada maestra che tutti possano percorrere, vi ringrazio ancora una volta e vi saluto.

© Giulio Stocchi

 

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