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Giulia Massini
IL POSTO CHE CHIAMI CASA, romanzo
Prefazione di Manuel Cohen
Affinità Elettive, Ancona 2010
ISBN 978-88-7326-160-5, p.222, 16 €
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I - IN NESSUN POSTO
Agosto 2007
La ragazza è seduta, il mento piegato, il trucco nero sbavato
intorno agli occhi rovesciati verso l’alto. I capelli umidi di
sudore coprono parte della sua faccia. Sta guardando un uomo che
dopo un lungo silenzio nervoso ora per la prima volta le parla,
mentre con le mani è occupato nel suo lavoro. Un’abat-jour fa luce
sulle braccia muscolose dell’uomo tatuate di rosso, di blu e di
nero. Il caldo è insopportabile nella stanza.
Nella penombra, i raggi del sole entrano tesi e polverosi dagli
interstizi della serranda abbassata. Con il pollice guantato l’uomo
si toglie dalla faccia una ciocca di lunghi capelli grigi. Il sudore
riga il suo viso, colando tra i baffi allungati verso la punta del
mento.
La ragazza chiude le palpebre. Sono sporche di ombretto nero.
Le sue mani stanno tremando, mentre spegne una sigaretta aspirata
solo per poche boccate, dentro un posacenere sul pavimento. C’è un
odore strano lì, tenue e appena percettibile.
«Ora, signorina, faccio una pulizia e poi lo vesto. Ha già scelto il
vestito?».
«Sì, è quello».
L’uomo guarda di sfuggita verso la stampella agganciata all’anta
dell’armadio.
Il silenzio ronza.
La ragazza osserva i movimenti delle braccia dell’uomo, lo scatto
dei muscoli che muta l’espressione sul volto blu dell’angelo
tatuato, sospeso sopra un sole nero. Dopo guarda le mani, che stanno
scendendo delicate a strizzare la spugna nella bacinella, poi
passano con lentezza rilasciando morbide goccioline sulla pelle del
cadavere, disteso nudo sul letto, tranquillo e immobile, nella sua
strana magrezza gonfia, lontana ma non dissimile dal longilineo
aspetto che aveva avuto in vita.
La spugna scivola lungo una brutta abrasione, sorvola una larga
macchia scura che emerge dalla trasparenza del torace, scende verso
l’inguine rosa intenso, sulle piccole cosce piene di cicatrici,
sopra la pelle in orripilazione.
Pare che soffra il freddo, il cadavere di suo fratello.
«Cos’è quello?» chiede lei avvicinandosi.
Guarda il volto intatto e delicato, i capelli ben pettinati che
accarezzano il collo esangue, la bocca sottile serrata e violacea.
L’uomo s’interrompe e si frappone tra la ragazza e il cadavere.
«Non può toccarlo. Credo che farebbe meglio ad andarsene, ora».
Lei scuote la testa e non distoglie lo sguardo dal corpo. Disteso in
quel rigore il corpo sembra lungo eppure, nel complesso, ridotto.
Sembra che non pesi, che lo si possa sollevare come cartapesta. È
strano. Ferito, inerte, orribile. Ma attraente.
«Scusi, signorina…».
«Ma cos’è?» e con l’indice mostra all’uomo una ferita dall’aspetto
simile a una cicatrice da bruciatura, sulla parte alta del petto, a
destra sotto la spalla. Una specie di V.
Si volta e guarda negli occhi l’uomo alto e muscoloso, poi la curva
dei baffi, e dopo il suo petto cosparso di capelli grigi.
«Mio dio» dice tra i denti. «La sua anima era spaccata».
La grande mano villosa e fredda si appoggia sulla spalla lucida di
sudore della ragazza.
«Lei pensa che mio fratello si sia ammazzato, non è vero?».
«No, guardi, io non penso proprio niente».
«Lei pensa che si sia ammazzato per qualche ragione».
Un silenzio.
«Vada via, la prego».
Una lacrima taglia il viso della ragazza. Poi cade nel vuoto.
La sera d’estate era scesa con feroce pesantezza sulle montagne
azzurre, ma un vento inusuale aveva cominciato a soffiare,
portandosi dietro l’aria di un lontano temporale. Sopra le vette,
lente, ora avanzano le nubi. Conducono con sé, a poco a poco, una
coltre oscura che scende tra la terra e il cielo, come una
rivelazione che si sta preparando.
Un fulmine brilla tra il banco denso, mentre un treno corre a
fondovalle sui binari che tagliano in due una montagna. Tra le
pareti rocciose verticali come muri, il treno si addentra con moto
nervoso sempre più a fondo nell’oscurità che scende in direzione
della città di Feriano.
Uccelli solitari volano ad ali spiegate sfiorando la corrente di un
piccolo fiume che scappa nell’altro senso, tuffandosi in una
vegetazione fitta, color verde cupo, che affoga tutta la terra
disabitata. Le grida stridono e si perdono nell’aria, mancano pochi
minuti all’arrivo in città.
All’imbocco di una galleria, un ultimo raggio di sole rompe in un
tratto le nubi nel cielo, col suo celeste minimo, fermo in quel
grigio denso. E poi l’estate è per sempre alle spalle, nel tunnel
oscuro dentro il quale si è
infilato con uno sbuffo il treno che corre. Emergendo dal nero, il
convoglio rollante sbuca dalla bocca del monte, pendendo di lato,
agitando lievemente la coda. Nell’ombra, da lì, finalmente si scorge
Feriano, su ogni lato assediata dai balzi della terra che la ospita.
Ha l’aspetto di un luogo abitato rimasto isolato nel mezzo di
chilometri e chilometri di niente.
Lo straniero, unico passeggero del treno, viene da molto lontano. Da
tempo non si vedono stranieri recarsi a Feriano, nemmeno per lavoro.
È un tempo di crisi e la città è ancora più isolata. Quasi nessuno,
del resto, compie il viaggio nemmeno nel senso contrario. I treni
sono di solito così deserti che il controllore, scorgendo lo
straniero, gli rivolge uno sguardo stupito. Attraversando la
carrozza lo osserva, poi si volta indietro sospettoso dalla cabina
di comando del treno.
Abbandonata su un sedile c’è una copia dell’«Osservante» che risale
a qualche giorno prima. In apertura, evidenziato in tondo con una
traccia rossa c’è un articolo di particolare interesse per lo
straniero.
Gli indicatori economici, quest’anno, nell’intero paese e nel
mondo occidentale, sono in vorticoso decremento. Abbiamo assistito
al fallimento delle maggiori aziende in tutti i settori strategici
dell’economia. Abbiamo visto ripercuotersi il disastro con
proporzioni inquietanti su tutta la catena di fornitura, vera spina
dorsale di questo Paese. E la disoccupazione ha raggiunto dimensioni
sconcertanti. È forse alle porte una nuova grande depressione? La
corruzione dei fautori del liberismo sfrenato ci sta forse
trascinando con sé verso la catastrofe? Probabilmente è così,
altrove, tutt’intorno e vicino a noi. Rammaricati per questo
disastro, e preoccupati, noi cittadini di Feriano siamo orgogliosi
però d’appartenere ad una piccola ma solida realtà economica, che
nel disastro globale invece miracolosamente registra – pensate! –
addirittura un incremento della produttività e con essa del
benessere, dell’occupazione e perfino della crescita edilizia. La
lunga esperienza ci dice che niente di veramente sorprendente sta
accadendo alla città. Siamo abituati al successo maturato negli anni
dall’etica, dalla capacità e dalla moralità dei nostri grandi e
piccoli imprenditori, notoriamente sostenitori dei sani principi
cristiani, fautori del rispetto dei singoli interessi e della
libertà personale. I nostri cittadini sono grandi lavoratori e pii
osservanti. Ci sembra di poter dichiarare che queste sono le nostre
misure di contenimento per la crisi che minaccia il Paese.
In calce, c’è una frase in inglese di uno studioso americano, tratta
da un saggio economico su Feriano. La frase dice:
Eyes of factories look at you, well-being all around you is
breathing inside beautiful houses. Under a wonderful moon that
shines like a spotlight, you can hear some kind of silent joy acting
in the middle of nowhere.
Il treno è al capolinea e rallenta la corsa, lo straniero arrotola
il giornale, lo infila sottobraccio. Afferra la valigia e si sposta
verso l’uscita. Nota all’estremità opposta della carrozza la figura
lontana del controllore che lo osserva ancora. I freni fischiano.
Con un soffio la porta si apre e lo straniero in pantaloni neri e
camicia bianca a maniche corte scende dal treno, mentre lo sbuffo
del diesel lo investe col suo vapore nero. Impercettibili, i volti
nella penombra sotto la pensilina si voltano a guardarlo.
Un tassista sta leggendo seduto al volante. Lo straniero lo chiama,
ma l’uomo non risponde. Lui si accosta, cercandolo dietro il vetro.
La cupola di nubi cariche si riflette sul finestrino come una
montagna dai picchi accidentati apparsa d’un tratto nel cielo di
Feriano. Al bussare delle nocche, finalmente, sotto il cappello del
tassista esce una nuvola di fumo, poi due occhi torvi.
«Libero?» chiede lo straniero.
«Prego» risponde l’uomo, con voce nasale e apparentemente
canzonatoria.
Con movimento lento, svogliato, la macchina si mette in moto verso
quel denso annuvolamento. Tutte le altre automobili si stanno
muovendo in circolo, sul piazzale davanti alla stazione, e il taxi
s’infila nella coda. Così si avvia verso gli agglomerati di
condomini d’aspetto grigio, schierati sul viale, recentemente
ristrutturati. Il traffico si addensa ai semafori. Nessuno, nota lo
straniero, cammina a piedi sulle strade. Le utilitarie pulsano le
hit del momento, una dueposti romba intrappolata nella fila.
Al termine del rettilineo il taxi imbocca una salita e si dirige
verso una collina dove il traffico scompare completamente. Per tutto
questo tempo, gli occhi del tassista scrutano lo straniero dallo
specchietto retrovisore. In cima alla collina c’è un silenzio
assoluto. La macchina si arresta nel mezzo di un elegante
quartiere residenziale, sormontato da un grosso edificio rosso
sangue, l’albergo.
Dietro, un fitto bosco buio è leggermente smosso da un vento fresco.
Lo straniero scende, è fermo davanti alla scritta blu che dice
«Albergo».
Squarcia il silenzio la voce di un uccello nero che passa in volo
sopra di loro. Il tassista riceve una banconota, abbassa la testa in
segno di saluto. Anche mentre se ne va, gli occhi rimangono fissi su
di lui, riflessi nello specchietto retrovisore.
A quel punto un improvviso movimento attira lo sguardo dello
straniero.
Una folla in nero sta uscendo da una villetta bifamiliare, sulla
strada deserta.
Ecco la prima scena di vita.
Il gruppo di persone è rivolto ora verso la porta aperta. Subito
dopo, dall’apertura buia, escono un uomo e una donna che si tengono
l’un l’altra sottobraccio e avanzano con passo incerto lungo gli
scalini. Le loro facce sono rosse e tese, si direbbero quasi buffe,
se non fossero espressioni di dolore.
Esce una bara dietro di loro, in spalla a quattro grandi uomini
muscolosi.
Il mogano laccato riflette la luce livida.
Lo straniero stringe le dita fino a conficcarsi le unghie nel palmo.
Viene infine dietro la bara una ragazza, scendendo dalla soglia. Lo
straniero la guarda.
Per notti e notti, poi, avrebbe sognato di lei.
I lunghi capelli castani cadono sulle spalle incurvate verso il
petto, uno sguardo fisso biancheggia dal trucco sbavato. Poi inizia
a correre sulle facce dei presenti, spaventato, infine va con la
bara.
La ragazza non pare andare a un funerale, sembra invece una sposa,
con la sua bellezza elegante e il suo protagonismo volontario. Ma
l’ansia gioiosa che hanno le spose in lei si è mutata in un’orrenda
calma, come se fosse consapevole che non c’è vitalità da
ricompensare nell’uomo che l’aspetta alla cerimonia.
Poi il funerale si fa lontano.
Lo straniero è ancora fermo davanti alla villetta sprangata e
abbandonata.
Ora la osserva. L’aveva vista solo in fotografia. Si rende conto che
il suo aspetto ha qualcosa di anormale.
Una siepe corre perpendicolare alla facciata dividendo in due la
proprietà.
Dalla parte da cui il funerale è uscito la villa è bianca e pulita.
Nel giardino ordinato le pallide ortensie lussureggianti circondano
i coni delle tuie nane potate dal giardiniere. Dall’altra parte,
però, un’erba folta e malvagia ha divorato il prato e gran parte
della facciata. Il vetro rotto è stato rattoppato con del nastro
isolante. Alle finestre sono tirate delle pesanti tende nere. La
porta graffiata sovrasta gradini sbrecciati coperti di polvere e di
sudiciume. La casa sembrerebbe disabitata, non fosse per un nero
comignolo fumante.
Di nuovo il silenzio della collina. E la pungente sensazione di
essere osservato.
Un uomo alto con la pancia gonfia è in piedi sulla soglia
dell’albergo dietro di lui.
«Buonasera» dice lui col suo accento straniero.
«È morto un ragazzo» esordisce l’uomo. Lo straniero si morde le
labbra per dissimulare. «S’è sfasciato con la moto contro la
macchina di uno che conosceva bene».
«È orribile» dice lo straniero.
Il suo tono è piatto e non tradisce emozione.
Il silenzio del bosco. L’uomo alla porta lo guarda fissamente.
«Ha bisogno di una camera?».
Lo straniero annuisce e poi lo segue dentro l’albergo. Lungo un
tappeto rosso i due procedono fino a una porta bianca. La stanza è
particolarmente buia e la carta da parati è scura. Lo straniero
chiude la porta ringraziando, poi si accascia sul letto, stravolto.
Dentro la villetta dirimpetto all’albergo, nella parte curata e
pulita da cui è uscito il funerale, al piano di sopra c’è una stanza
vuota, con un armadio, un letto, una libreria, nemmeno l’ombra di
uno specchio. La finestra è aperta, le tende smosse dal vento. Sulla
scrivania c’è un quaderno aperto sull’ultimo foglio scritto.
© Giulia
Massini
Il libro
Il pomeriggio del 31 luglio 2007,
nella cittadina di Feriano, Matteo Fas muore in un tragico incidente
stradale. Alice, sua sorella, si sente ormai sola, in un luogo che
non sembra più lo stesso. Una pioggia incessante si abbatte tra le
oscure montagne, le industrie stanno fallendo, un ragazzino scopre
il cadavere di un parroco lungo il fiume e uno straniero misterioso
bussa alla sua porta istillando il dubbio sulle reali circostanze
della morte di Matteo. Inappagata, Alice decide di indagare sulla
vita segreta di suo fratello: riporterà alla luce paure e fantasmi,
delitti e violenze che coinvolgono tutti gli abitanti di Feriano, in
un crescendo d’inquietudine che tende verso l’altrove del
soprannaturale, per svelare il diverso che si nasconde in ogni
essere umano, quel doppio oscuro che trasforma il domestico in un
luogo inospitale e sconosciuto. Ispirato alle atmosfere dark di
David Lynch e alla schiettezza fantastica degli autori gotici tra
’800 e ’900 (da Hoffmann a Poe, da Lovecraft a Bierce), questo
romanzo racconta l’attimo folgorante in cui, caduta ogni certezza,
l’impossibile diventa realtà. Come scrive il critico Manuel Cohen
nella prefazione, «non è un sogno o una allucinazione o una fantasia
qualunque del personaggio, ma una realtà altra consegnata alla
pagina […]. Il mostro, l’ombra, il Never, che è in ogni storia, in
ogni vita, in ogni scrittura».
“L’inquietante e oscuro posto che chiamiamo casa” (Manuel
Cohen)
Dopo il buon libro d’esordio, Le voci sotto (Pendragon, 2004, Premio
Frignano Opera Prima 2005), una perlustrazione nella città degli
studi della nostra autrice, una Bologna notturna e universitaria dai
tratti velleitari e un po’ balordi di una tribù di ‘sprecati’,
tardo-adolescenziale, dinoccolata, annoiata, confusamente in cerca
di un chiarimento o specificazione di sé, con un linguaggio che
mimava l’argot ed il parlato, Giulia Massini, torna ora con un nuovo
incisivo, sorprendente, visionario romanzo, ambientato in una
irreale, allucinata, lunatica e fantomatica Feriano, in cui il
lettore non mancherà di cogliere i molti tratti di allusività e
verosimiglianza con la più reale città di Fabriano, in cui l’autrice
è nata, e nel cui contesto di civiltà e ordine ha deciso di
ambientare una cupa, sordida, violenta vicenda.
Innanzitutto, viene da chiedersi cosa leghi Il posto che chiamiamo
casa al precedente, e se sono dunque rintracciabili alcuni tratti
ricorrenti di quiddità di stile. Ѐ un fatto che la Massini prediliga
le ambientazioni notturne, che si tratti di interni di locali
loschi, o di esterni urbanizzati o di paesaggio, sempre più
accostabili ai non-luoghi abitati della nostra contemporaneità. Come
è un fatto che al centro della sua scrittura ci sia l’inseguimento e
la ricerca o il tentativo della individuazione-specificazione
dell’identità, o ancora meglio, delle molteplici, liquide e
polimorfe identità plurali, colte sia nei movimenti dei singoli
personaggi, sia nelle dinamiche di gruppo, o di branco: nei motivi
del sesso, del sangue, dello sballo e della violenza, ma anche
dell’amicizia, dei rapporti interpersonali e conflittuali, delle
relazioni amorose. Altro fatto che lega a un filo di continuità le
due prove narrative è nell’assoluto oscuramento dell’autrice, che
preferisce dimidiare e dare voce ai vari personaggi, e mai
raccontare in prima persona. La cosa acuisce l’attitudine razionale
dell’occhio narrativo del racconto, che trova una congrua resa nella
propensione alla descrizione asciutta e per tratti incisivi,
precipitati in frasi brevi, in cui si privilegia la paratassi e
l’economia delle parole del discorso libero diretto, affidandosi a
primi piani, zoomate, e repentini passaggi di sequenza, come a brevi
ed efficaci inserti descrittivi. (Manuel Cohen -
continua) L’Autrice -
Giulia Massini
È nata a Fabriano nel 1980. Dottore di ricerca in Italianistica
all’Università di Bologna, svolge attività di critica militante
sulla letteratura italiana contemporanea per alcune riviste
specializzate. Nel 1997 ha vinto il Premio Campiello Giovani con il
racconto L’amore verrà, nel 2000 ha ottenuto il premio Marco
Cardellini con l’opera teatrale Silenzio. Ha pubblicato il romanzo
Le voci sotto (Pendragon, 2004), vincitore del Premio Frignano Opera
Prima nel 2005. Alcuni suoi saggi di prossima pubblicazione:
Affresco di un mondo perso. Note su L’estate dell’altro millennio di
Umberto Piersanti (L’orecchio di Van Gogh Editore), Maria Corti:
Metodi e fantasmi (in Atti di Colloquio Critici del Novecento,
Edizioni Aspasia) e la monografia La poetica di Rodari. Utopia del
folklore e nonsense (Carocci Editore).
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