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Gianfranco Franchi, scrittore, critico

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / GIANFRANCO FRANCHI


Disorder / Unknown pleasures

Gianfranco Franchi, Disorder

Gianfranco Franchi
DISORDER Unknown pleasures - racconti
Edizioni Il Foglio 2006 - Autori Contemporanei Narrativa
ISBN 88-7606-136-3; p. 118, € 10,00

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Piazza Hortis

Non faccio che tornare a incontrarti là, dove tempo non più ha linee e colori e dove il presente non è soltanto l’attesa della fine del rimpianto; ho ancora un sentimento di desueta (e: inconsulta) amicizia (empatica!) nei confronti di chi non m’aveva ripetuto: “non avevi altra soluzione. Non so come hai (o: non so come tu abbia) potuto (saputo?) resistere tanto e…”
È che l’alba non mi sprigiona più; piuttosto, m’addormenta. E che l’acqua e il caffè hanno in fondo lo stesso sapore. Sanno d’ombra, di negligenza, dell’asfissia bambina che figliava la polvere. M’accende un’altra sigaretta, ed è di nuovo adolescenza. Papà, ti rubavo le marlboro sapendo che non era furto davvero – era solo il segreto innesco di. E avevo proprio capito bene.
La mia grafia è nervosa e preferisco impedirle d’apparire. Adoro l’ordine falso e l’anonimato autentico della tastiera. Non vedrai mai come scrivo.

***

Ho giocato a tirare sassi contro il muro. Non contro un muro.
E giocavo ripetendomi: dovranno pur rimbalzarmi in faccia, dovrà pur essercene uno che rinuncia a capitolare e mi offende, incidendo cicatrice nuova su un viso non più mio; pallido e bianco e stanco; e affranto, da te.
Quanto mi nascondono questi capelli tu nemmeno puoi immaginarlo. Sappi soltanto che quando qualcosa accetterà l’idea di non più battere per amore e per difetto, e per dedizione al sogno, allora sgretolandosi parlerà di quando un sasso che ho lanciato contro il muro m’è finalmente capitato contro, s’è rivoltato alla logica e ha deciso d’essere, e di avere, traiettoria. Quella sua direzione m’è parsa sgombra di esperienza e di rabbia; era intatta e irremovibile (può essere, un sasso che vola,…?) – e aveva una sua inattesa grazia.
Ho giocato a far cadere ogni mio sguardo come piombo. E per ogni grano d’asfalto che ho sottratto al tuo cammino, io ho sparso semi e disteso tappeti di foglie. C’è una striscia di cielo che mi sembra famigliare. Quindi prenderò una pietra e la scaglierò contro il cielo. Le nuvole sono gomme inadatte al bagnato. Rughe di un dio buffo e stupido, per ogni sbadiglio padre di dolore.
Ho un rimorso forse non degno di. È nato quando ho abbandonato l’amore e mi sono innamorato, come un quindicenne, dei capricci. L. è stata la compagna che avevo sempre designato e disegnato mia. M’è bastato un vuoto a ricacciarmi nel non è. Della fanciullezza, che impone di sragionare.
Quale passione può avere chi altro non è che: passione?
Passa una donna con. Io non ho sguardo che per quel balcone. Sentimentalmente, ho il sospetto d’esser morto. E di doverti molto, sì: tu.

Parco

Mi bruciano sempre gli occhi quando riesco a vederla, la mattina. Le scintille fastidiose del sole grattano ruvide sui castani rossi (nato notturno), la frangia diventa una tenda; in fin dei conti il sole è come i vostri sguardi – pretendo di deviarli, se ne ho voglia. Ogni sguardo è un privilegio, perché sprigiona colori segreti e non è meno innocuo delle mani. Queste mie mani che servono solo a scrivere, e non carezzano e non stringono più niente – sono fronde dell’uomoalbero, sempreverdi. Avanzo nel parco controllando il battito del cuore, che oggi barcolla e sussurra musica che non so ascoltare e poi accelera senza darmi pace; provo a camminare piano, a fermarmi e a guardare i prati. Ho voglia di qualcosa che non conosco – può esistere una nuvola che mi baci come fossi terra? Voglio un disordine che sia altro da me, per una volta – che dei drammi delle farse dei gioiosi lutti miei sono stanco, non più ne ho bisogno; guardare nell’abisso dà solo nausea di me e vertigine (e aritmico battito e ritmo porpora ai pensieri). Incrociatemi con l’umanità – aiutatemi a debellarmi, nutritevi delle fronde sempreverdi e dei castani deboli e della frangia sipario e dei tronchi scolpiti di sale e sabbia che sono le mie gambe; il mio sangue è stanco degli argini e vuole precipitare a valle (quanto fertile sarà il domani). Leggo Rétif de la Bretonne e m’accorgo che allora sono soltanto di passaggio: tornare ancora una volta potrà servire ad amare nuove bianche e rivoluzionarie e incoscienti e poi a perdermi in nuove locande a screpolare il dorso delle mani (sul palmo voglio tatuare una lettera sola: quella che rimane).
Seduto su questa panchina che fino a ieri non aveva senso, v’ascolto.

Forse è servito consegnare giovinezza alla lettura – sono furioso e stanco e voglio tornare a scrivere per essere grande, senza più patire generosità e umiltà: controllo e disperante lucidità e chiara conoscenza dell’innesco, ché adesso arte nuova può nascere e tracimare. È solamente rabbia questa, e spazientita, di gatto torturato da troppe dita famigliari e stupide: datemi carta bianca che dubbi più non ho, non avrò, e non voglio mai avere – tornato come sono per restare impresso e mostrare cosa è giusto leggere – ricordare come dovresti scrivere. Presuntuoso, pretestuoso e immondo. Criticami, che mi diverto. Schiaffeggia questo stile e ne resterai infestato.
Comincio a raccontare le storie che devono essere raccontate: a rubare a dio il presente. Voglio essere nemico di ogni cosa. Non mi riconosco in niente, se non nell’amore – che in fondo adesso non esiste, e non posso che sognare; voglio essere artefice dell’espressione pura, e non rinnegarmi più. Tempo per l’abiura dello studio adesso, e per interrompere il viaggio: io ho sempre voluto essere quel che sentivo di essere – non rimane che scrivere, e combattere la prima e più giusta battaglia: essere, non esistere, e creare.
Inondami di musica. Voglio musica da trasformare.

S’avvicinano due ragazzi – marinare è verbo docile – con un pallone. Sulla panchina siamo io e Rétif de la Bretonne, che mi restituisce – e a questo vale leggere – coscienza di me. Uno mi chiede se ho una sigaretta. Tieni, drogati, è cosa buona e fertile. Questa è una che dura più delle altre. È fatta per rimanere sospesa tra le nuvole e la terra, quando aspiri.
Come la scrittura.

Se ne vanno a giocare e io strappo una pagina di Rétif e tiro fuori l’accendino. Il resto è nella tua immaginazione. Stanotte vagherò per i tuoi sogni – voglio che mi racconti tutto. Intanto stillerà la mia anima. Ho in mente un’opera nuova, mi servi. Dammi parole e ricordi e bugie. Voglio fogli pieni di bugie. Domani voglio essere fatto a pezzi – e lasciare le mani a chi conosce questo fuoco che niente uccide, e tutto cambia. Per sempre.

© Gianfranco Franchi, da "Disorder"

Il libro

“[...] Abbiamo letto di concerti, vespe e colli bolognesi, ninfette ninfomani e imbecilli che fondano gruppi rock. Disorder è altro. È una voce multireferenziale e persona-lissima. È una prosa originale, partorita in anni di studio, silenzio, ricerca e speri-mentazione.
Non sta a me dire se Disorder, se questo altro, è migliore o peggiore di quello che abbiamo già letto. Né a me né a una generazione tanto omologata quanto vacua. Starà al singolo lettore. Perché Disorder parla ai singoli individui, alle anime salve. E solo dopo un corpo a corpo tra autore e lettore ognuno di noi potrà emettere la propria personale sentenza. Una sentenza che Franchi non può che attendere sereno e imperturbabile. Consapevole di essere un autore in grado di far saltare per aria sia il plot che le aspettative del lettore. Un autore spiazzante, capace di rischia-re, renitente sia ai compromessi editoriali che a quelli stilistici." (Paolo Mascheri, dalla Prefazione).

“La scrittura di Franchi ti si attacca riga dopo riga, uccide e rigenera, gioca, ti mostra l’autore in mutande, ti svela il mondo quando è abitato dal tutto e dal nulla e allora inevitabilmente pensi, ma dov’era questo scrittore? È il carnefice di certezze consolidate sul buon scrivere, quello giusto e calibrato, il torturatore di quel “perbene “ di una certa scrittura nostra contemporanea (che può contenere omicidi o incesti ma resta perbene nel fine e nello scopo). È il kamikaze letterario del contesto adatto. Franchi gioca fuori casa e sembra che se ne freghi, che ci provi gusto a imporsi esili, esistenziali, letterari, fisici e mentali. Ma non c’è noncuranza. Dietro si comprendono, sulla pelle, appunto, letture importanti e una formazione atroce nella sua completezza d’irresponsabile duttile flessibilità.” (Francesca Mazzuccato)


Bibliografia di Gianfranco Franchi

Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), detto Lankelot, ha pubblicato due “laboratori” di poesia: L’imperfezione – Opera III (2002) e Ombra della fontana (2003), poi confluiti ne L’inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008).. È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti, Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003, e anima del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti, coordinando 160 collaboratori. Quindi, ha rifondato un sito collettivizzato: Lankelot.eu. È redattore del mensile di moda “Vetrine”.
Disorder è la sua prima opera di narrativa, seguita da Pagano (Il Foglio Letterario, 2007).
Biobibliografia completa: www.lankelot.eu/?biografia=34

Gianfranco Franchi, da "L'inadempienza"
Gianfranco Franchi, recensione a "Echi ad incastro"

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.