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Piazza Hortis
Non faccio che tornare a
incontrarti là, dove tempo non più ha linee e colori e dove il
presente non è soltanto l’attesa della fine del rimpianto; ho ancora
un sentimento di desueta (e: inconsulta) amicizia (empatica!) nei
confronti di chi non m’aveva ripetuto: “non avevi altra soluzione.
Non so come hai (o: non so come tu abbia) potuto (saputo?) resistere tanto e…”
È che l’alba non mi sprigiona più; piuttosto, m’addormenta. E che
l’acqua e il caffè hanno in fondo lo stesso sapore. Sanno d’ombra,
di negligenza, dell’asfissia bambina che figliava la polvere.
M’accende un’altra sigaretta, ed è di nuovo adolescenza. Papà, ti
rubavo le marlboro sapendo che non era furto davvero – era solo il
segreto innesco di. E avevo proprio capito bene.
La mia grafia è nervosa e preferisco impedirle d’apparire. Adoro
l’ordine falso e l’anonimato autentico della tastiera. Non vedrai mai come scrivo.
***
Ho giocato a tirare sassi contro il muro. Non contro un muro.
E giocavo ripetendomi: dovranno pur rimbalzarmi in faccia, dovrà pur
essercene uno che rinuncia a capitolare e mi offende, incidendo
cicatrice nuova su un viso non più mio; pallido e bianco e stanco; e
affranto, da te.
Quanto mi nascondono questi capelli tu nemmeno puoi immaginarlo.
Sappi soltanto che quando qualcosa accetterà l’idea di non più
battere per amore e per difetto, e per dedizione al sogno, allora
sgretolandosi parlerà di quando un sasso che ho lanciato contro il
muro m’è finalmente capitato contro, s’è rivoltato alla logica e ha
deciso d’essere, e di avere, traiettoria. Quella sua direzione m’è
parsa sgombra di esperienza e di rabbia; era intatta e irremovibile
(può essere, un sasso che vola,…?) – e aveva una sua inattesa grazia.
Ho giocato a far cadere ogni mio sguardo come piombo. E per ogni
grano d’asfalto che ho sottratto al tuo cammino, io ho sparso semi e
disteso tappeti di foglie. C’è una striscia di cielo che mi sembra
famigliare. Quindi prenderò una pietra e la scaglierò contro il
cielo. Le nuvole sono gomme inadatte al bagnato. Rughe di un dio
buffo e stupido, per ogni sbadiglio padre di dolore.
Ho un rimorso forse non degno di. È nato quando ho abbandonato
l’amore e mi sono innamorato, come un quindicenne, dei capricci. L.
è stata la compagna che avevo sempre designato e disegnato mia. M’è
bastato un vuoto a ricacciarmi nel non è. Della fanciullezza, che
impone di sragionare.
Quale passione può avere chi altro non è che: passione?
Passa una donna con. Io non ho sguardo che per quel balcone.
Sentimentalmente, ho il sospetto d’esser morto. E di doverti molto, sì: tu.
Parco
Mi bruciano sempre gli occhi quando riesco a vederla, la mattina. Le
scintille fastidiose del sole grattano ruvide sui castani rossi
(nato notturno), la frangia diventa una tenda; in fin dei conti il
sole è come i vostri sguardi – pretendo di deviarli, se ne ho
voglia. Ogni sguardo è un privilegio, perché sprigiona colori
segreti e non è meno innocuo delle mani. Queste mie mani che servono
solo a scrivere, e non carezzano e non stringono più niente – sono
fronde dell’uomoalbero, sempreverdi. Avanzo nel parco controllando
il battito del cuore, che oggi barcolla e sussurra musica che non so
ascoltare e poi accelera senza darmi pace; provo a camminare piano,
a fermarmi e a guardare i prati. Ho voglia di qualcosa che non
conosco – può esistere una nuvola che mi baci come fossi terra?
Voglio un disordine che sia altro da me, per una volta – che dei
drammi delle farse dei gioiosi lutti miei sono stanco, non più ne ho
bisogno; guardare nell’abisso dà solo nausea di me e vertigine (e
aritmico battito e ritmo porpora ai pensieri). Incrociatemi con
l’umanità – aiutatemi a debellarmi, nutritevi delle fronde
sempreverdi e dei castani deboli e della frangia sipario e dei
tronchi scolpiti di sale e sabbia che sono le mie gambe; il mio
sangue è stanco degli argini e vuole precipitare a valle (quanto
fertile sarà il domani). Leggo Rétif de la Bretonne e m’accorgo che
allora sono soltanto di passaggio: tornare ancora una volta potrà
servire ad amare nuove bianche e rivoluzionarie e incoscienti e poi
a perdermi in nuove locande a screpolare il dorso delle mani (sul
palmo voglio tatuare una lettera sola: quella che rimane).
Seduto su questa panchina che fino a ieri non aveva senso, v’ascolto.
Forse è servito consegnare giovinezza alla lettura – sono furioso e
stanco e voglio tornare a scrivere per essere grande, senza più
patire generosità e umiltà: controllo e disperante lucidità e chiara
conoscenza dell’innesco, ché adesso arte nuova può nascere e
tracimare. È solamente rabbia questa, e spazientita, di gatto
torturato da troppe dita famigliari e stupide: datemi carta bianca
che dubbi più non ho, non avrò, e non voglio mai avere – tornato
come sono per restare impresso e mostrare cosa è giusto leggere –
ricordare come dovresti scrivere. Presuntuoso, pretestuoso e
immondo. Criticami, che mi diverto. Schiaffeggia questo stile e ne
resterai infestato.
Comincio a raccontare le storie che devono essere raccontate: a
rubare a dio il presente. Voglio essere nemico di ogni cosa. Non mi
riconosco in niente, se non nell’amore – che in fondo adesso non
esiste, e non posso che sognare; voglio essere artefice
dell’espressione pura, e non rinnegarmi più. Tempo per l’abiura
dello studio adesso, e per interrompere il viaggio: io ho sempre
voluto essere quel che sentivo di essere – non rimane che scrivere,
e combattere la prima e più giusta battaglia: essere, non esistere, e creare.
Inondami di musica. Voglio musica da trasformare.
S’avvicinano due ragazzi – marinare è verbo docile – con un pallone.
Sulla panchina siamo io e Rétif de la Bretonne, che mi restituisce –
e a questo vale leggere – coscienza di me. Uno mi chiede se ho una
sigaretta. Tieni, drogati, è cosa buona e fertile. Questa è una che
dura più delle altre. È fatta per rimanere sospesa tra le nuvole e
la terra, quando aspiri.
Come la scrittura.
Se ne vanno a giocare e io strappo una pagina di Rétif e tiro fuori
l’accendino. Il resto è nella tua immaginazione. Stanotte vagherò
per i tuoi sogni – voglio che mi racconti tutto. Intanto stillerà la
mia anima. Ho in mente un’opera nuova, mi servi. Dammi parole e
ricordi e bugie. Voglio fogli pieni di bugie. Domani voglio essere
fatto a pezzi – e lasciare le mani a chi conosce questo fuoco che
niente uccide, e tutto cambia. Per sempre.
© Gianfranco
Franchi, da "Disorder"
Il libro
“[...] Abbiamo
letto di concerti, vespe e colli bolognesi, ninfette ninfomani e
imbecilli che fondano gruppi rock. Disorder è altro. È una
voce multireferenziale e persona-lissima. È una prosa originale,
partorita in anni di studio, silenzio, ricerca e speri-mentazione.
Non sta a me dire se Disorder, se questo altro, è migliore o
peggiore di quello che abbiamo già letto. Né a me né a una
generazione tanto omologata quanto vacua. Starà al singolo lettore.
Perché Disorder parla ai singoli individui, alle anime salve. E solo
dopo un corpo a corpo tra autore e lettore ognuno di noi potrà
emettere la propria personale sentenza. Una sentenza che Franchi non
può che attendere sereno e imperturbabile. Consapevole di essere un
autore in grado di far saltare per aria sia il plot che le
aspettative del lettore. Un autore spiazzante, capace di rischia-re,
renitente sia ai compromessi editoriali che a quelli stilistici." (Paolo
Mascheri, dalla Prefazione).
“La scrittura di Franchi ti si
attacca riga dopo riga, uccide e rigenera, gioca, ti mostra l’autore
in mutande, ti svela il mondo quando è abitato dal tutto e dal nulla
e allora inevitabilmente pensi, ma dov’era questo scrittore? È il
carnefice di certezze consolidate sul buon scrivere, quello giusto e
calibrato, il torturatore di quel “perbene “ di una certa scrittura
nostra contemporanea (che può contenere omicidi o incesti ma resta
perbene nel fine e nello scopo). È il kamikaze letterario del
contesto adatto. Franchi gioca fuori casa e sembra che se ne freghi,
che ci provi gusto a imporsi esili, esistenziali, letterari, fisici
e mentali. Ma non c’è noncuranza. Dietro si comprendono, sulla
pelle, appunto, letture importanti e una formazione atroce nella sua
completezza d’irresponsabile duttile flessibilità.” (Francesca
Mazzuccato) Bibliografia di Gianfranco Franchi
Gianfranco Franchi (Trieste,
1978), detto Lankelot, ha pubblicato due “laboratori” di poesia:
L’imperfezione – Opera III (2002) e Ombra della fontana
(2003), poi confluiti ne L’inadempienza (Il Foglio
Letterario, 2008).. È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti,
Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003, e anima del portale di
comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com,
dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato
racconti, coordinando 160 collaboratori. Quindi, ha rifondato un
sito collettivizzato: Lankelot.eu. È redattore del mensile di moda
“Vetrine”.
Disorder è la sua prima opera di narrativa, seguita da
Pagano
(Il Foglio Letterario, 2007).
Biobibliografia completa:
www.lankelot.eu/?biografia=34
Gianfranco
Franchi, da "L'inadempienza"
Gianfranco Franchi, recensione a "Echi
ad incastro"
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