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Incipit del romanzo
Qualcuno lo cerca ancora l’oro di Bicio Soligo, tra i roveri e le
fargne del Montello.
In qualche anfratto, in una forra o in un pozzo, oppure in un
vallone, dove è più rigoglioso l’intrico delle sterpaglie. Vicino al
Forame da cui zampilla la Giavera, proprio sotto la vecchia chiesa
del paese.
O dalla parte opposta del monte, nel Buoro di Ciano, dove le
puerpere vanno a bere l’acqua sacra e a pregare san Mamante di
gonfiare i loro seni di latte denso e vigoroso, o magari tra le
rovine della certosa antica dove dormono i frati che per secoli
hanno abitato la collina. Forse in qualche nicchia della grotta di
san Girolamo in cui nelle notti di luna piena torna l’anima degli
eremiti che vi hanno trascorso la loro vita solitaria.
Faustino “Bicio” Soligo, un imputato tra i tanti in quel lontano
processo celebrato in Corte d’assise a Treviso, tra il gennaio e il
febbraio del 1888. Una Treviso povera, dissanguata dall’emigrazione,
preoccupata dal colera alle porte.
Ai margini del progresso. Solo il 3 ottobre 1886, una domenica, in
piazza dei Signori si inaugura il servizio a un primo, sparuto
gruppo di abbonati telefonici. I concessionari del servizio,
Salvuzzi e Arcani, aprono, a chi lo vuole visitare, l’ufficio
centrale di piazza dei Signori. I primi abbonati sono in tutto 12.
Tra di loro la prefettura, le guardie municipali, il cavalier
Giovanni Appiani, la tipografia Longo e un commerciante di vini,
Provera. La luce elettrica è riservata alle città e si raccolgono le
adesioni dei privati per comperare le lampade elettriche, cinque
lire l’una. A Treviso si spera di raggiungere la quota di 500
lampadine.
Proprio in quel 1886, nella notte tra il 27 e il 28 aprile, una
banda di ladri svaligiò, a Solighetto, il palazzotto del conte Guido
Brandolin. Solighetto è un villaggio di poche case, a nordest del
Montello, sulla strada che da Pieve, costeggiando il Soligo, va
verso Follina.
I banditi asportarono una cassaforte pesantissima e realizzarono la
più imponente refurtiva di cui mai si fosse avuta notizia: vicenda
terribile e dolorosa, che aveva radici nella miseria e
nell’ignoranza indotte dal secolare esilio delle genti montelliane
dalla loro collina.
Più di quattro secoli erano trascorsi dal nevoso natale del 1471,
quando il doge Nicolò Tron bandì il Montello alla gente che da
millenni abitava la collina, destinando per sempre la ricchezza
immensa del bosco, i suoi alberi, agli squeri e agli arsenali della
Serenissima.
Il Montello sarebbe tornato alla sua gente pochi anni dopo il
processo, il 21 febbraio 1892, quando re Umberto firmò la legge che,
vincendo durissime resistenze, Pietro Bertolini aveva fatto
approvare. E tuttavia i Montelliani, quando ripresero possesso della
loro collina, 421 anni dopo esserne stati esiliati, trovarono un
mondo distrutto e impoverito di ogni risorsa. Non recò il miracolo
di una improvvisa ricchezza, il ritorno sul Montello.
Nei secoli le genti montelliane avevano vissuto una diaspora
irreversibile. Il popolo che abitava alle falde del Montello e
viveva di espedienti, di furtarelli, di commercio illegale del
legname strappato con grave rischio alla collina, scontava una
condanna perenne alla povertà e all’ignoranza, al malessere e al
disagio.
Le statistiche dell’emigrazione, per lo più verso il mato brasiliano
e le pampas argentine, indicano cifre altissime: i paesi si
svuotavano per riempire la terza e la quarta classe dei vapori che
incessantemente varcavano l’oceano tra i due continenti con il loro
carico di disperazione.
Ai primi di marzo del 1887 passa per la stazione di Treviso un treno
carico di settecento emigranti del territorio di Oderzo. Vanno in
Brasile. I procacciatori di braccia hanno promesso viaggio gratuito
e trenta lire di premio per ogni famiglia che accetta di partire
intera. Stiperanno 18 carrozzoni ferroviari nel loro viaggio fino a
Genova, il porto d’imbarco. Da Levada a Ponte di Piave i migranti
sono accompagnati da una banda musicale che “rallegra i loro ultimi
momenti di permanenza nei luoghi natii”, come scrive la cronaca
della Gazzetta di Treviso.
I giornali di tanto in tanto pubblicano qualche lista di nomi
ripresa da fogli brasiliani avventurosamente giunti in redazione e
spesso è l’unico modo in cui si viene a sapere che il fratello
partito un anno prima o i cugini assenti ormai da dieci anni vivono
in quel certo distretto brasiliano, in quella certa provincia.
Formano dei nuclei, come si dice: i nomi sono quasi sempre
brasilianizzati. Tommaso diventa Thomaz, Giuseppina ora si chiama
Josephina. E perfino i cognomi: Mazzocato arrotonda la durezza delle
zeta in Massocatto.
Qualche volta si fa sentire sulle colonne dei giornali la voce dei
grandi agrari preoccupati per il continuo venir meno della
manodopera. Soprattutto se ne vanno i mezzadri “sedotti dagli agenti
di emigrazione”, ma è alto (e allarma!) anche il numero dei piccoli
possidenti.
Mai un rigo per dire che i contadini affrontano l’ignoto perché non
hanno proprio nulla da perdere. In compenso i giornali pubblicano
con cadenza quasi giornaliera notizie tragiche sulle condizioni di
vita in America Latina. Lo scopo è incutere terrore in chi sta
progettando di imbarcarsi, di distogliere dal proposito. Notizie di
disagi reali, di condizioni oggettivamente disumane vengono
scientemente ingigantite.
Gli Italiani, si legge, vanno in Brasile a sostituire gli schiavi
dopo l’abolizione della schiavitù. E gli emigrati vengono trasferiti
da una zona all’altra di quel paese immenso senza preavviso e senza
loro consenso. Famiglie intere supplicano re Umberto di concedere
loro il biglietto di rimpatrio gratuito. La febbre gialla miete
vittime tra gli immigrati ammassati come bestie sul molo di Porto
Alegre e in attesa di un collocamento. L’Argentina sta pianificando
la politica di sviluppo ferroviario e recluta duemila operai in
Italia: essi saranno almeno per un anno “in balia dell’impresa”
appaltatrice dei lavori, scrivono i giornali. Se qualcuno vuole
andarci ugualmente, sappia che il lavoro si trova comunque con
difficoltà estrema e i beni di primo consumo sono soggetti a
vertiginosi aumenti di prezzo: un chilo di pasta passa in poche ore
da una lira a due lire e mezza. La conseguenza è che il paese è in
preda agli scioperi. E in Cile “per questioni di razza e lingua” gli
Italiani sono discriminati e “languono”.
Giornali, ma anche libri. L’editore Treves pubblica, nel marzo del
1889, Sull’Oceano. Edmondo De Amicis vi descrive l’orrore che si
vive, da Genova a Montevideo, durante i trenta giorni di viaggio da
parte dei 1500 migranti imbarcati nella terza classe del Galileo.
Eppure i vapori sono sempre pieni e gli agenti procacciatori fanno
affari d’oro, anche se nel marzo del 1889 un decreto del ministero
dell’interno inibisce la loro attività. Naturalmente non smettono,
continuano sottobanco. Florio e Rubattino continuano a reclamizzare
su tutti i giornali le loro linee per Montevideo e Buenos Aires,
anche se avvertono che le partenze per Rio de Janeiro e Santos sono
sospese per decreto ministeriale.
Il malessere sociale è diffuso. Nel febbraio del 1887 mille operai,
impegnati in lavori idraulici a Motta di Livenza, incrociano le
braccia. Intervengono i bersaglieri. E l’esercito interviene anche a
Treviso per sedare i tumulti scoppiati nelle carceri criminali di
piazza Duomo: il pane dei detenuti è immangiabile. Per sedare la
sommossa bisogna far uso delle celle di rigore.
Dal meridione è sbarcato a Venezia, proprio nei giorni del furto
Brandolin, il colera: si registrano decine di nuovi casi al giorno,
migliaia nella sola provincia di Treviso. Denutrizione, pellagra,
pessime condizioni igieniche hanno spianato la strada e la malattia
miete vittime. La mortalità è altissima: ogni due persone che
contraggono il colera, una muore.
Ma è attorno al Montello che il colera infuria nel modo più
terribile e virulento. Qui decine di persone vivono ammucchiate come
bestie in casupole miserabili.
Scrive un cronista nei giorni più terribili del morbo: “La piaga dei
poveri boscaioli che vivono intanati, affollati nei meschini tuguri
che contornano il bosco, è divenuta orribile cancrena. Ben sapevamo
che c’era della miseria, credevamo anzi che ad essa fosse dato largo
tributo dal vizio e dall’ignavia: ma non credevamo in un male così
profondo, in un dolore giunto a tal grado”.
A Giavera, in una casa colonica, cinque famiglie vivono ammassate in
poche stanze. Il contagio le devasta. Muore un bambino di cinque
anni e in poche ore anche sua madre. Il padre, Bepi Volpato, sta
tirando gli ultimi su un miserabile pagliericcio e si vede passare
davanti i cadaveri della moglie e del figlio.
Angelo Marchiori (è soprannominato Morte, quasi il destino volesse
farsi beffe di lui) vive in una stamberga di due stanze e cucina. È
in agonia, sul giaciglio vicino al suo sta morendo un figlio, altri
figli sono riversi su giacigli improvvisati. Gli infermieri, per
portare via la moglie morta da poche ore, devono camminare sopra di
lui.
Per i sopravvissuti il quadro è, se possibile, ancor più penoso. Il
cronista ha un moto di pietà perfino per chi vive di furti: “I
guariti ischeletriti dal male e dall’inedia offrono uno spettacolo
non meno compassionevole dei malati. Come potranno essi il prossimo
inverno fare i 12 o 14 chilometri necessari per raggiungere il bosco
e portarsi via un fascio di legna che venderanno poi per 60
centesimi se riusciranno ad eludere la vigilanza dei carabinieri?”.
Proprio queste cronache aiuteranno Bertolini a risolvere con una
legge la questione del Montello che per decenni era stata perfino
irrisa dal parlamento italiano.
La zona montelliana è il ventre molle del Veneto. Qui problemi
migratori e problemi sanitari si saldano. Sui Montelliani, già
stremati dal colera, si abbatté una malattia importata da emigranti
di ritorno dall’America e sbarcati a Genova, il vaiolo. I primi
ammalati furono ricoverati a metà di maggio del 1889 nel lazzaretto
di Volpago.
I Montelliani erano, nella diceria comune, un popolo di ladri. I
Montelliani nascevano ladri.
Al processo Brandolin il pubblico ministero Cisotti evocherà
l’immagine del bosco Montello come quella di una “prospera terra che
avrebbe dovuto essere rispettata da tutti”. E tuttavia “una
popolazione raminga, passato il Piave, facendosi ladra di
professione, devastò tanta bellezza”.
Più di 21 mesi tra il furto di Solighetto e la sentenza, un delitto
mai del tutto chiarito durante la spartizione del bottino, 17
imputati fra cui due donne, quasi tutti condannati. Cinque furono le
condanne ai lavori forzati a vita. Agli altri imputati furono
inflitte decine di anni di lavori forzati, di reclusione, di libertà
vigilata. L’aula della Corte d’assise di via Canova fu gremita di
gente di tutte le condizioni sociali, il pisnente accanto al nobile,
in ogni giorno e in ogni ora del processo. Le gazzette aumentarono
le tirature, gli stenografi delle diverse redazioni si davano in
continuazione il cambio. La fantasia popolare arricchì l’evento di
elementi fantastici.
Le condanne furono pesanti. Ma probabilmente il cervello
dell’operazione non era tra gli imputati. E tanti furono gli
interrogativi che il processo non chiarì. Soprattutto non risolse
l’enigma di fondo: chi aveva dato l’avvio al colpo? Il bottino fu
recuperato solo in parte.
Il pubblico ministero Cisotti chiuderà la sua arringa parlando di
bande di malfattori inevitabilmente sorte attorno al Montello,
proclamando una verità indiscutibile agli occhi dei più: “divenuti
ladri di legna divennero ladri di tutto”.
Faustino Soligo faceva parte di una di quelle bande. Esisteva una
manovalanza criminale costituita da persone che conducevano quasi
sempre una vita apparentemente normale. Si conoscevano un po’ tutti,
si aggregavano all’occorrenza, facevano gruppo, diventavano banda
attorno al progetto di un colpo.
La banda di Soligo non era certo la meglio organizzata ma
probabilmente la più numerosa, quella che mise a segno il colpo più
clamoroso. Del processo che seguì non è traccia alcuna nella memoria
della gente veneta. Eppure fu tragico blasone, un emblema della
storia di quegli anni.
Ora la vicenda riemerge e il merito spetta ad un quaderno sgualcito,
rinvenuto nel retrobottega di un robivecchi, tra scatoloni di carte
polverose. Un caso, una fortuna. Manca la copertina e l’autore è
destinato a restare anonimo. Una grafia minuta, regolare, che occupa
ogni spazio, meticolosa. Uno scrivere sensibile, uno scrivere di
donna, verrebbe da dire. E la lettura corre sotto gli occhi veloce:
colta, disincantata, acuta, a tratti pungente e ironica.
L’autore viveva a Treviso, ne respirava gli umori. Leggeva i
giornali, ascoltava le ciacole della gente. Certo non mancò ad
alcuna delle udienze processuali. Fu colpito soprattutto dal gran
nome del derubato, Guido dei conti Brandolin, dai misteri mai
risolti dall’inchiesta, dalle dicerie corse tra la gente. E
naturalmente dall’enormità del bottino.
Una refurtiva immensa contenuta in una poderosa cassaforte austriaca
incassata nel muro, una Wertheim del 1860: “I valori erano 12
cartelle di rendita italiane di lire mille ognuna il che forma un
importo capitalizzato realizzabile ai corsi di giornata di circa
lire 230mila più 500 napoleoni d’oro (10mila lire) più gioie,
argenterie ecc. (10mila lire) per un totale di 250mila lire”, riesce
a computare il cronista del tempo sulle colonne delle gazzette.
250mila lire, una cifra enorme. Il conte Guido Brandolin fornisce ai
giornali i numeri di serie delle cartelle di rendita e promette la
somma di 5mila lire a chi darà indicazioni utili per recuperarle.
Anche 5mila lire (un nulla, peraltro, a confronto dell’entità del
bottino) possono cambiare una vita. I Brandolin sono una potenza,
una grande famiglia nobiliare diramata tra Veneto e Friuli.
Annibale, fratello di Guido e gentiluomo di corte, possiede il
magnifico castello di Cison di Valmarino, un altro Brandolin è
vescovo a Ceneda, un altro ancora ha terre immense e villa a San
Cassan di Meschio.
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© Gian Domenico Mazzocato
Il libro
“La narrativa
di Mazzocato dà la sensazione di essere dentro i grandi romanzi
siciliani. Al tempo stesso il mondo veneto ne risulta portato al
massimo di estensione e di completezza”. Così Fulvio Tomizza ha
individuato il principale filone della narrativa di Gian Domenico
Mazzocato che, sempre secondo la definizione dello scrittore di
Umago, ha avuto il merito di delineare in questi anni una vera e
propria “saga dei vinti veneti”.
Vinti in senso verghiano. Dalle pagine dello scrittore trevisano
scaturisce una umanità dolente, l’umanità del profondo Veneto tra
Ottocento e Novecento, quando pellagra e colera, ignoranza e miseria
condizionavano la vita di un intero popolo. Un passato che la
scrittura di Mazzocato rivela (dal suo primo, fortunato romanzo, "Il
delitto della contessa Onigo", in poi) senza retorica, nella sua
crudezza ed emozionante verità.
In questo volume vengono riunite due storie già narrate da Gian
Domenico Mazzocato: 1909, "Delitto a Filò" e "Il ritorno". (Il testo
di entrambi è integralmente presente nel sito
www.giandomenicomazzocato.it). Ad esse l’autore premette una
lunga, appassionante storia inedita, "Banditi del Montello".
Tre romanzi che raccontano eventi dimenticati ma che, tra il 1890 e
il 1910, ebbero nel Veneto una risonanza enorme. Tre vicende
umanissime, tre ampie inchieste storiche e sociali, tre fatti
raccontati in presa diretta, con la verve del grande romanzo e
l’incalzante interesse della cronaca.
In particolare, "Banditi del Montello" racconta quello che dovette
sembrare ai contemporanei il colpo del secolo: per entità del
bottino, per il terribile delitto che ne scaturì, per il suo
amplificarsi nella fantasia popolare, per il fluviale processo in
cui furono giudicati i colpevoli, per la diffusa consapevolezza che
anche altri avevano partecipato al colpo e che probabilmente il
“cervello” dell’operazione rimaneva nel buio.
Mazzocato racconta questo suo VENETO OSCURO con la forza
coinvolgente che solo i grandi romanzi possiedono.
FU IL COLPO DEL SECOLO. MA NESSUNO NE RICORDA PIÙ NULLA
Bibliografia di Gian Domenico Mazzocato
Gian Domenico Mazzocato (Treviso,
1946) ha pubblicato le raccolte di liriche "Il fuoco vecchio",
"Straniarsi è qui", "Diapason con variazioni". Ha tradotto per la
Newton Compton le "Historiae" di Tacito e le opere minori dello
stesso autore. Sempre per la Newton ha curato la traduzione
dell’opera storiografica di Tito Livio. Ha tradotto anche la "Vita
di San Martino" di Venanzio Fortunato, ultimo grande poema della
classicità latina.
Il suo primo romanzo, "Il delitto della contessa Onigo" (ed. Santi
Quaranta) è un caso editoriale: sette edizioni in pochi mesi, il
prestigioso premio Gambrinus Mazzotti, una pièce teatrale di
successo. Le altre opere di narrativa: "Il bosco veneziano" (ed.
Santi Quaranta), "Gli ospiti notturni" (ed. Santi Quaranta), "Il
caso Pavan" (ed. san Liberale, finalista Premio Chianti 2005). Una
silloge di racconti, "Crepuscoli", è inserita nel volume di
fotografie, "Alte Terre". Ha curato i testi di alcuni volumi
fotografici tra i quali il recente "Veneto per sempre" di Cesare
Gerolimetto. Per il teatro ha scritto anche "Mato de guera" che è
attualmente la pièce drammatica più rappresentata di uno scrittore
veneto.
Per Zanetti Editore ha curato la riedizione del romanzo di Vincenzo
Morgantini, "Un fiore delle Alpi", autentico gioiello della
narrativa veneta dell’Ottocento. |