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Franco Ceradini

FRANCO SANTAMARIA

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NARRATIVA / FRANCO CERADINI


Teatro delle ceneri

Franco Ceradini, Teatro delle ceneri

Franco Ceradini
TEATRO DELLE CENERI - romanzo
Mobydick - ISBN 978.88.8178.391.6, pp. 219, € 15,00
Collana "I Libri dello Zelig",  232

Per ordinare il libro:
Mobydick, Corso Mazzini 85 - 48018 Faenza
Tel. 0546 681819
www.mobydickeditore.it/abbonarsi.html

 

Primo

Dall'uscita della metro al Press Club de France il tratto non è lungo. Era un bel giorno di fine estate in una delle più belle città del mondo, tra poco avrei potuto incontrare degli italiani, dopo tanto tempo: non avevo motivo di essere nervoso. E allora, perché tanta agitazione?
Per scacciare il cattivo umore avevo indossato il completo nuovo ed ero uscito di casa prima del solito, lasciando il Faubourg Bergère, dove vivevo in un appartamentino in affitto, giusto appena pranzato.
- Il sort, monsieur Dallara? Tout bien? Il tournera tard, cette soir? - mi aveva chiesto la portinaia nel vedermi uscire.
- Pas tard, madame. Pas trop tard.
Intanto, nell'aprire la porta della guardiola, il grosso soriano che teneva in braccio scappò via.
Era un gatto grasso e pacioso, non feci fatica a catturarlo e, tenendolo per la collottola, lo restituii alle amorose cure della padrona.
- Oh, merci! - disse accoccolandoselo in braccio. - Merci. Vous êtes un vrai gentilhomme ... E toi, mon cher, - lo redarguì arruffandogli il pelo, - toi es un démon, bien sûr!
Una brava donna, mi dissi. Mi voleva bene.
Mi voleva bene? Uhm ... C'era qualcuno che mi volesse bene, in quella città? Probabilmente, convenni fra me, la portinaia non era diversa dagli altri, e mi teneva in buona per la mancia che le passavo ogni tanto.
Così, avevo vagabondato un poco per il Faubourg, cercando di scacciare la noia che quasi subito aveva preso il posto dell'agitazione, e ben presto mi ritrovai a passeggiare sul Lungosenna, fermandomi di tratto in tratto a sbirciare la mercanzie delle bancarelle o, appoggiato al parapetto, a osservare i bateaux che scendevano pigramente il corso del fiume.
Chissà cosa mi aveva preso. Forse, proprio l'idea dell'incontro al Press Club. O forse semplicemente il senso di asfissia che mi coglieva, al solito, appena finito il lavoro. O il pensiero dell'età e, con esso, la sensazione di inutilità che mi angustiava. Non è facile vivere da straniero. Da quindici anni mi ero aggrappato ai riti di una vita metodica. Alzarsi di buonora, preparare la colazione. Uscire, il giornale italiano, il giornale francese. La metro, un salto in redazione. Due parole col caporedattore, l'impiegata caruccia: Bonjour, m'sieur Fridò ... Buongiorno a lei, signorina ... Poi di nuovo a casa. Lettura del giornale, internet, telefonate. Quindi lavoro fino a mezzogiorno. Pranzo, di nuovo internet, di nuovo scrittura.
Questo, per l'ordinario. Ma non quel giorno. L'estate, si sa, è un momento particolare nella vita di un giornalista. I colleghi vanno in ferie e capita di doversi sobbarcare una mole di lavoro extra, malamente compensata da una retribuzione straordinaria. Stranamente, invece, quell'anno tutto questo non accadeva, e, come oggi, poteva capitarmi di stare intere giornate senza far nulla.
Forse era questo, mi dissi, che mi toglieva serenità: sentirmi messo da parte, inutile, padrone di una vita che ormai non sembrava interessare più a nessuno.

Per strada, indugiai a lungo davanti alle vetrine. Il vestito mi stava a pennello. Accompagnava i movimenti del mio corpo lungo e ossuto con naturalezza, e il mio passo di goffo calabrone assumeva tratti perfino eleganti, di un'indolenza strascicata da flâneur ottocentesco.
Mancava qualcosa, però. Un capo così fine aveva bisogno di un complemento.
Un cappello! Questo mancava!
A una bancarella, adocchiai un feltro leggero, a tese larghe, che sembrava fatto apposta per me. Contrattai sul prezzo, riuscendo a strappare uno sconto sostanzioso all'ambulante, un maghrebino dagli occhi lucidi e dai modi cerimoniosi. Lo provai e riprovai, un po' per vanità, un po' per perdere del tempo. Alla fine, soddisfatto dell'acquisto, presi anche una dozzina di fazzoletti, pagandoli così cari che ci lasciai quanto risparmiato in mezzora di contrattazioni e anche qualcosa di più.
Ma che importava? Il cappello, con le tese che calavano morbide sui lati, mi dava un'aria proprio distinta!

Sul Lungosenna cercai di distrarmi. Mi attirava quell'acqua color fango. Ogni città ha il suo fiume, e quello di Parigi poteva essere molte cose: il fiume degli artisti, il fiume degli innamorati, il fiume ... Non era mai venuto in mente a nessuno che potesse essere il fiume della noia. Un fiume non dà assuefazione. I quartieri sulle sue rive non sono mai periferia, anche se stanno in periferia. Hanno sempre qualcosa di imprevedibile: una scala che non porta da nessuna parte, un rialzo che
non dovrebbe esserci, un marciapiedi troppo largo o troppo stretto. È come se la città, in quei punti, avesse dovuto interrompere la sua espansione per lasciar strada al fiume, per accomodarsi alle sue giravolte. Una città, pensavo, trae la sua forza da tante cose, ma solo il suo fiume le dà il carattere, quello per cui si distingue da tutte le altre. In vita mia, non avevo mai conosciuto una città senza carattere. Verona, Firenze, Roma, Berlino, tutte col loro fiume. Venezia ... No, Venezia è un caso a parte. Non l'attraversa un fiume nel pieno delle sue forze, ma gore d'acqua morta.
All'edicola, mi fermai come al solito a fare quattro chiacchiere col giornalaio, un ometto piccolo e magro che a stento spuntava da dietro il bancone.
Aveva sempre voglia di chiacchierare, ma io, a quell'ora del pomeriggio, dopo che le notizie avevano perso la loro freschezza, non avevo granché da dire.
- Buongiorno, signor Dallara. Ha visto? In Cina va molto meglio, adesso. Non trova?
- Se lo dice lei ...
Sapevo che il signor Hulot simpatizzava per il Nuovo Ordine Morale, ma ugualmente ogni suo accenno alla questione mi metteva di malumore. Non sopportavo l'idea che il mio paese, uscito semidistrutto dalla guerra civile, non avesse trovato di meglio che mettersi alla guida di una coalizione anticinese. Oltre tutto, in contrasto con l'Europa.
- Dia tempo al tempo. Non ne verrà niente di buono, mi creda ...
L'uomo scrollò il capo, poco convinto.
- Intanto in Italia si vive meglio, non trova?
- Se lo dice lei, Hulot!
- Forse ogni tanto fa bene menar le mani. Si eliminano le scorie ...
- Oh, basta! Dovrebbe apprezzare la pace. È un giocattolo fragile, non lo sa? Poi si fa fatica a rimettere insieme i pezzi.
Hulot non se ne diede per vinto.
- E di Roma? Che ne dice di Roma, signor Dallara? Non trova che sia straordinaria?
- Straordinaria?
- Massì. La rapidità con cui la stanno ricostruendo, dopo ...
- Oh, sì, m'sieur. Straordinario davvero - lo troncai. Quel discorso era andato avanti anche troppo. Ma su una cosa aveva ragione: Roma si stava dimostrando davvero straordinaria. Tra le città italiane, era l'unica ad avere la forza di sopravvivere a qualsiasi tempesta. Bombe, terrore, caccia all'uomo, ancora bombe ... tutto questo non era bastato a metterla in ginocchio.
- Vedrà, quello che non hanno fatto anni di attentati,- dissi, - riuscirà al nuovo regime ...
Hulot avrebbe voluto ribattere, ma davanti all'edicola si stava formando una piccola fila, e decise di rimandare i discorsi ad altra occasione.
- Lei li conosce meglio di me, m'sieur Dallara. Arrivederci.
- Arrivederci, m'sieur Hulot. A domattina.
Bah! Cosa mi era venuto in mente di fermarmi all'edicola ... Abitavo da quindici anni a Parigi, vedevo ogni giorno le stesse persone, pensai, ma per loro ero sempre l'italien.
Guardai l'orologio. Le sei passate. A forza di bighellonare rischiavo di arrivare in ritardo. Per fortuna il Press Club non era lontano. Allungai il passo, scantonai per una via secondaria e arrivai al Gran Palais. Da lì al club sono due minuti di strada.
Il luogo, come tutto lì intorno, aveva un'intonazione austera e, a modo suo, sfarzosa. Di quella sontuosità che trasudano i palazzi antichi rammodernati e arredati senza risparmio, seguendo una ispirazione razionale. Come la biblioteca, dove si poteva passare qualche ora in relax, o incontrare qualche scrittore di passaggio. O come la Terrasse des Signatures, in cui amavo per solito rifugiarmi nelle ore più calde della giornata, durante le lunghe pause del lavoro.
All'entrata, con qualche preoccupazione affidai le mie cose alla ragazza del guardaroba. - Signorina, mi raccomando il cappello! -. Mi sorrise. Un sorriso d'ordinanza che non mi tranquillizzò affatto. - Il cappello! - insistetti. - Stia attenta che non si schiacci ...
Un altro sorriso.
Lo diedi per perso. Mi diressi alla sala convegni. Le poltroncine di raso rosso erano quasi tutte libere. Gli ospiti, una quarantina, sostavano nell'atrio, chiacchierando amabilmente.
Diedi un'occhiata al programma, sul cavalletto a lato della porta: LES MARDIS DU PRESS CLUB. - 25 AOÛT 2020 - DE 18H45 À 20H00 - ACTUALITÉE DE GIORDANO BRUNO: "IL CASO CANDELAIO". AVEC BARTOLOMEO CORCOVIZZO, PRES. TELEWEB - ITALIE.
Storia curiosa. Bartolomeo Corcovizzo e il Candelaio: ovvero, il magnate delle televisioni private italiane, uomo dalle mille facce, e la commedia dimenticata di un monaco morto sul rogo. Una commedia che Corcovizzo, chissà per quale motivo, si era messo in mente di riproporre per il cinema.
C'è spesso, nella storia di una nazione, un fatto, anche minimo, che a un certo punto assume il ruolo di evento simbolico, e segna il punto di passaggio da un'epoca all'altra. Una donna che rifiuta di sposare l'uomo che l'ha rapita; un ragazzo che, da solo, sfida l'avanzare di un carro armato; un sindacalista che si ostina a non chiudere un contratto... Possibile che il Candelaio, mi dissi, rappresentasse qualcosa del genere? Che dopo anni di censura, repressione, moralismo imperante e ossessivo l'Italia si trovasse sul punto di voltar pagina per effetto di una commedia dimenticata? E che, paradosso del paradosso, proprio Corcovizzo, un uomo che sembrava fino allora lo specchio fedele della politica italiana, conformista e pronto a ogni compromesso pur di sopravvivere, potesse dare il via al rinnovamento?

© Franco Ceradini, da "Teatro delle ceneri"


Il libro

Franco Ceradini si è preso il lusso di correre un grosso rischio, trattando la materia narrativa che innerva Teatro delle ceneri: tutti abbiamo letto 1984, e parecchi di noi hanno visto Brazil sul grande schermo ... Ma suvvia, siamo in Italia, signori! E sebbene in questo libro si prospetti in maniera credibile un agghiacciante per quanto ipotetico futuro, qui da noi l’odore della farsa teatrale è spesso dietro l’angolo (nella realtà quotidiana come nella fiction) anche quando accadono immani tragedie, quando eventi epocali sconvolgono la geografia e le regole della politica, o quando - addirittura - lo spirito di Giordano Bruno, ma soprattutto quello dei suoi persecutori, torna ad aleggiare tra i vicoli e le piazze di una Venezia letteralmente impantanata e di una Roma allo sfascio. Ceradini ha manipolato con efficacia trame, protagonisti e comparse di un romanzo dove l’arte ed il bello, infine e nonostante tutto, forse ci salveranno.

L'Autore
Franco Ceradini è nato nel 1955. Vive e lavora a San Pietro in Cariano (Verona). Dal 1993 al 1995 ha collaborato al quotidiano La Cronaca di Verona e della Provincia. Ha pubblicato il romanzo Pulviscolo (Perosini Editore), curando per lo stesso editore il libro-intervista con lo scrittore Giovanni Dusi, Il migliore dei mondi possibili (1999). L’ultimo suo lavoro di narrativa è il romanzo Di Maddalena e di me (2004). Nel 2005 ha scritto, assieme all’attore e drammaturgo Stefano Paiusco, il monologo Il canto del sengiòn - ispirato al mondo dei cavatori di pietra di San Giorgio di Valpolicella - sulle musiche di Ernesto De Martino. Dal 1996 al 2005 ha diretto il festival “Poesia in Valpolicella”.

Sitoweb: www.francoceradini.it
Email: francoceradini@gmail.com - francoceradini@alice.it

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.