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Franco Ceradini
TEATRO DELLE CENERI - romanzo
Mobydick - ISBN 978.88.8178.391.6, pp. 219, € 15,00
Collana "I Libri dello Zelig", 232
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Diciassettesimo
Come pensavo,
era sceso nella metro. All'interno, le tracce si interrompevano e
dovetti procedere a intuito. Dopo un paio di svolte, il corridoio
principale sboccava in uno spazio ampio e circolare da cui si
dipartivano vari passaggi. A occhio, doveva corrispondere al
Gianicolo. Qui, per mia fortuna, il progettista aveva previsto
un'apertura verso l'alto, e nel mezzo della rotonda la neve era
scesa abbondante.
La traccia ricompariva. La seguii e sboccai in un breve corridoio,
stretto e diritto, che portava a un largo androne illuminato. Era un
atrio piuttosto grande. Controllai con cura le possibili uscite.
Esclusi le scalinate, inagibili. Da lì solo un acrobata avrebbe
potuto passare. Restavano gli ascensori. Dei due, uno solo era in
funzione. Premetti il tasto di chiamata. Con sorpresa, dopo qualche
attimo avvertii un frusciare di funi metalliche e, con uno
"stunffhhh" appena percepibile, la porta si aprì.
Entrai. Uno dei tasti, quello del secondo piano sotterraneo, era più
usurato degli altri. Premetti e aspettai. Contai mentalmente: uno,
due, tre ... Al quattro l'ascensore, velocissimo, si arrestò. Scesi.
Dopo la semioscurità del camminamento, mi assalì una luce
intensissima e dovetti schermarmi gli occhi.
Riacquistata la vista, davanti a me apparve una scena inverosimile.
Era notte, ormai, ma lì, nel cuore sotterraneo di Roma, la vita
ferveva animatissima. Dall'atrio in cui mi trovavo si apriva una
lunga prospettiva di uffici, corridoi, stanze disposte a raggiera e
separate le une dalle altre da pareti di vetro, per cui
l'impressione era di una vastissima città sotterranea, un termitaio
dalle proporzioni infinite, abbagliante di neon. Dalle varie stanze,
entrava e usciva una quantità di uomini e di donne, in un silenzio
quasi assoluto.
Del mio uomo, nemmeno una traccia. Poco male. Avevo ben altro di cui
occuparmi, ora. Era dunque quello il centro di tutto! La sede
dell'Ufficio Generale. La testa della piovra. Cosa aveva detto
Kaufmann? Scava sottoterra! Ed eccola, la città sottoterra!
Il termitaio era ordinato in base a una suddivisione rigida. Dalla
pianta, riprodotta su un pannello al centro dell'ingresso in cui mi
trovavo, potei ricostruirne l'architettura. Ogni corridoio
costituiva un dominio: Dominio Storico, Dominio Sociale, Dominio
dell'Economia, Dominio degli Affari Spirituali, Dominio delle
Strategie Comunicative ... Ogni dominio era a sua volta distinto in
aree, le aree in sottoaree, le sottoaree in sezioni, settori,
parcelle, ciascuna delle quali aveva un responsabile, che si trovava
in un suo ufficio adiacente a quelli dei sottoposti. Il responsabile
di dominio, invece, stava in una vasta stanza in capo al corridoio,
dalla quale poteva controllare, a vista attraverso le vetrate, o per
mezzo della rete di comunicazione interna, i vari impiegati, come un
ragno la sua tela.
In quella vastità, nessuno sembrava far caso a me. Mi avviai a caso
per il corridoio delle Strategie Comunicative. Entrai in uno degli
uffici. Un ometto basso e tarchiato, vestito di grigio, credendomi
uno dei loro mi passò un plico con dei documenti. L'iscrizione in
copertina indicava l'ufficio di destinazione, nella stanza di
fianco. Entrai e consegnai. L'addetta lo prese e lo passò a un altro
impiegato, che mi passò un nuovo incartamento. Consegnai anche
questo, due o tre stanze più in là, ricevendone un terzo.
Passai così attraverso vari uffici. In ognuno di essi, gli impiegati
non parevano fare altro che passarsi fascicoli, senza nemmeno
aprirli. Non osavo chiedere nulla, per timore di essere scoperto.
Alla fine, stanco del passamano, uscii con l'ultima cartelletta
sottobraccio e con aria disinvolta mi diressi verso il fondo del
corridoio. Se volevo capire qualcosa di tutto questo, tanto valeva
parlassi col responsabile.
Per arrivare, dovetti passare per una serie lunghissima di settori e
sottosettori, sulle prime un po' imbarazzato, poi, dopo che mi
accorsi che nessuno faceva caso alle mie mosse, più disinvolto.
Nell'andare, calcolai che solo in quel dominio, della ventina
segnati sulla pianta, dovevano esservi fra le dieci e le
quindicimila persone. In tutto, almeno duecentomila. Una città
sotterranea occupata a passarsi delle carte. Tutti uguali, vestiti
di grigio e in silenzio, nel cuore della notte.
Ero arrivato. Accostandomi all'ingresso, la porta a vetri si aprì
automaticamente, scorrendo di lato.
L'uomo dietro la scrivania mi voltava le spalle, occupato ad
armeggiare dietro una sorta di enorme
computer. Restai lì, in piedi, la cartella sottobraccio, ad
aspettare. Prima o dopo, mi dissi, si sarebbe
pur accorto di me.
- Buongiorno, Dallara!
Restai sbigottito. No, non era possibile, non poteva essere ...
proprio lui, proprio ...
- Corcovizzo! Ma che ci fa lei qui? In questo ... questo ...
- Caro Dallara! - disse protendendo la mano verso di me attraverso
al scrivania. - Vede quanto il
mondo è piccino!
No. Decisamente questo era troppo. Corcovizzo! Lì, nel ventre di
Roma. A capo di una tecnostruttura
di passacarte!
- Eh! Che faccia, Dallara! Smetta quel broncio, per carità!
La voce sonora di Corcovizzo risaltava nel vasto silenzio del
sotterraneo.
- Lei non sa quanto sia complicato reggere tutto questo, Dallara!
Poi, vedendo il mio stupore:
- So cosa si sta chiedendo, Frido. E la televisione? E Giordano
Bruno, il Candelaio? Oh, quello è
passato, preso in carico da altra istanza. Tutto passa, Dallara!
- Non ... non capisco. Mi vuole spiegare?
- Dia retta: non creda alle apparenze. O a quello che le possono
aver detto. In fede mia, Dallara,
quello che vede è il più grande progetto di ingegneria umana che mai
sia stato tentato. Ha qualche
dubbio?
- Be', non vedo cosa ci stia a fare, tutta questa gente.
- Oh, non siamo che all'inizio. In una fase sperimentale. Ci sono
altri quattro piani sotterranei da
completare, più la struttura in superficie. A regime, il centro
dirigenziale arriverà a occupare due milioni
di addetti. Ciascuno con la sua mansione indispensabile.
- Indispensabile? Passare delle carte?
- Siamo in fase sperimentale, le ho detto. Una volta addestrata,
tutta questa gente rappresenterà
la vera mente collettiva del paese.
Mi si avvicinò.
- Ha mai sentito parlare - sussurrò - di intelligenza artificiale?
Di test di Touring?
- Sì, certo. Ma che c'entra?
- C'entra, c'entra. Avrà notato che nel paese l'uso dei computer è
piuttosto limitato.-
- Già. L'ho notato. E internet ...
- Ssshhh! Non nomini quella cosa! Ebbene, si sarà domandato come
pensiamo di poter andare
avanti.
- Difatti.
- Ecco. La soluzione ce l'ha davanti agli occhi!
- Questa, la soluzione?
- La soluzione. Sì. L'M.C.B.U.
- M.C.B.U.?
- MEGA COMPUTER A BASE UMANA! Touring e Block l'avevano previsto,
ricorda? Possiamo sostituire,
dice Block, un computer con un sistema umano, in cui ogni persona
compia una e una sola
funzione. Tipo: aprire e chiudere un contatto, secondo uno schema
preciso. Mettendo in serie un
numero sufficiente di operatori, possiamo ottenere gli stessi
risultati di un computer. E noi lo stiamo facendo. Ma senza silicio, chip, memorie elettroniche e altri
marchingegni che ci rendono
schiavi delle potenze straniere ...
- È ... mostruoso!- esclamai. - E lei ... voi ... solo per mettere a
prova una teoria strampalata, vi
giocate la libertà di due milioni di persone!
- Oh, non faccia l'intellettuale, Dallara! Vede qualche schiavo,
qui? Oh, certo, motivi di scontentezza
ce ne sono sempre, come in tutte le comunità umane, cosa crede? Ma
in generale, tutti i sentono
appagati delle loro mansioni. Sicuri. Protetti. Provi a farsi un
giro per gli uffici. Venga, venga con me.
Mi fece conoscere alcuni di quegli ometti.
- Gervasio Moriconi! Numero di matricola 234565EU. In cosa posso
servirla, signor direttore
responsabile?
- Oh, Gervasio! Non sia così formale. Si rilassi, - gli disse
Corcovizzo. - Il signor Frido Dallara è
qui in visita. Risponda tranquillamente alle sue domande, la prego.
Glielo affido. Gli faccia visitare
il centro e poi lo riporti da me.
- Va bene, signor direttore.
Così Gervasio Moriconi mi accompagnò in un breve tour per il centro
direzionale.
Erano ancora in pochi, mi disse. E molti posti erano occupati da
legionari.
Uno di questi, un uomo corpulento, dai modi spicci, mi accolse con
sospetto.
- Non sarà anche lei uno di quelli, no?
- Come, mi scusi?
- Uno di quelli che vengono a fregarci il posto! No, dico ... Non
sarà qui ad annusare l'aria!-
- Ma che dice!, - intervenne Moriconi. Poi, rivolto a me: - Lo
scusi. Ce l'ha con i nuovi, assunti
per concorso.
- Esattamente! Lo dica a quelli,- e indicò verso l'alto, - lo dica
che noi qui ci si fa in quattro! Non
meritiamo di essere trattati a questo modo. Comandati da quattro
pivelli! Ahò, dico!
Inveiva ancora quando ce ne andammo. Cosa strana, in quel posto dove
tutti parevano senza parola.
- Non faccia caso, - disse il mio accompagnatore. - Gorgoni è così.
Non riesce a superare certi
atteggiamenti da vecchio regime.
Assentii. Oltrepassammo una lunga teoria di corridoi vuoti.
All'interno delle stanze, scrivanie ancora
avvolte nel cellophane, scatoloni impilati.
- I nuovi uffici! - disse Moriconi, visibilmente compiaciuto nel
mostrami tutta quella potenza ancora
per poco inutilizzata. - Ma venga, venga ...
Lo segui in silenzio, per dieci minuti buoni, in un meandro di
corridoi, fino a un'area in apparenza
del tutto simile alle altre, ma che a ben guardare presentava una
differenza sostanziale. Gli addetti
non erano suddivisi in stanze separate, ma disposti in un unico
salone senza divisori, ampio tanto
da contenerne varie migliaia. Come gli altri che avevo incontrato,
erano tutti vestiti in grigio, ma
portavano ciascuno una fascia di diverso colore, a seconda delle
aree.
- La sezione Cultura e Cadenze. Nessuna barriera. Geniale, non è
vero?
- Oh, ne sono convinto! - risposi. - E, mi dica, perché Cultura e
Cadenze?
Ma non attesi la risposta. La mia attenzione era stata catturata da
due gruppi di persone, al braccio
una vistosa fascia violetto, che lavoravano attorno a due
lunghissime tavolate, disposte nel salone
fianco a fianco. Ciascuno dei due ordini di addetti lavoravano di
schiena l'uno all'altro, come se
una linea invisibile li separasse.
- E quelli, chi sono?
- Area semiologico-storico-sociale. Si sono divisi quasi subito in
due correnti contrapposte. "Alacre"
e "Cortese".
- Mi scusi. Cosa sarebbe?
- L'etimologia degli avverbi in -mente. Se sia nato prima
"alacremente" o "cortesemente". Capirà:
ne dipende l'orientamento generale del N. O. M. Alacre, vincono i
sostenitori della vita attiva. Cortese,
i contemplativi.
- E quelli? - chiesi indicando un altro gruppo, contrassegnato in
giallo.
- Psicomensura e prospezioni frenologiche.
Rinunciai a chiedere di cosa si trattasse.
© Franco
Ceradini, da "Teatro delle ceneri"
Il libro
Franco Ceradini si è preso il
lusso di correre un grosso rischio, trattando la materia narrativa
che innerva Teatro delle ceneri: tutti abbiamo letto
1984, e parecchi di noi hanno visto Brazil sul grande schermo ... Ma
suvvia, siamo in Italia, signori! E sebbene in questo libro si
prospetti in maniera credibile un agghiacciante per quanto ipotetico
futuro, qui da noi l’odore della farsa teatrale è spesso dietro
l’angolo (nella realtà quotidiana come nella fiction) anche quando
accadono immani tragedie, quando eventi epocali sconvolgono la
geografia e le regole della politica, o quando - addirittura - lo
spirito di Giordano Bruno, ma soprattutto quello dei suoi
persecutori, torna ad aleggiare tra i vicoli e le piazze di una
Venezia letteralmente impantanata e di una Roma allo sfascio.
Ceradini ha manipolato con efficacia trame, protagonisti e comparse
di un romanzo dove l’arte ed il bello, infine e nonostante tutto,
forse ci salveranno.
L'Autore
Franco Ceradini è nato nel 1955.
Vive e lavora a San Pietro in Cariano (Verona). Dal 1993 al 1995 ha
collaborato al quotidiano La Cronaca di Verona e della
Provincia. Ha pubblicato il romanzo Pulviscolo
(Perosini Editore), curando per lo stesso editore il
libro-intervista con lo scrittore Giovanni Dusi, Il migliore
dei mondi possibili (1999). L’ultimo suo lavoro di narrativa
è il romanzo Di Maddalena e di me (2004). Nel 2005 ha
scritto, assieme all’attore e drammaturgo Stefano Paiusco, il
monologo Il canto del sengiòn - ispirato al mondo dei
cavatori di pietra di San Giorgio di Valpolicella - sulle musiche di
Ernesto De Martino. Dal 1996 al 2005 ha diretto il festival “Poesia
in Valpolicella”.
Sitoweb: www.francoceradini.it
Email:
francoceradini@gmail.com -
francoceradini@alice.it
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