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Franco Ceradini

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / FRANCO CERADINI


Teatro delle ceneri

Franco Ceradini, Teatro delle ceneri

Franco Ceradini
TEATRO DELLE CENERI - romanzo
Mobydick - ISBN 978.88.8178.391.6, pp. 219, € 15,00
Collana "I Libri dello Zelig",  232

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Mobydick, Corso Mazzini 85 - 48018 Faenza
Tel. 0546 681819
www.mobydickeditore.it/abbonarsi.html

 

Diciassettesimo

Come pensavo, era sceso nella metro. All'interno, le tracce si interrompevano e dovetti procedere a intuito. Dopo un paio di svolte, il corridoio principale sboccava in uno spazio ampio e circolare da cui si dipartivano vari passaggi. A occhio, doveva corrispondere al Gianicolo. Qui, per mia fortuna, il progettista aveva previsto un'apertura verso l'alto, e nel mezzo della rotonda la neve era scesa abbondante.
La traccia ricompariva. La seguii e sboccai in un breve corridoio, stretto e diritto, che portava a un largo androne illuminato. Era un atrio piuttosto grande. Controllai con cura le possibili uscite. Esclusi le scalinate, inagibili. Da lì solo un acrobata avrebbe potuto passare. Restavano gli ascensori. Dei due, uno solo era in funzione. Premetti il tasto di chiamata. Con sorpresa, dopo qualche attimo avvertii un frusciare di funi metalliche e, con uno "stunffhhh" appena percepibile, la porta si aprì.
Entrai. Uno dei tasti, quello del secondo piano sotterraneo, era più usurato degli altri. Premetti e aspettai. Contai mentalmente: uno, due, tre ... Al quattro l'ascensore, velocissimo, si arrestò. Scesi. Dopo la semioscurità del camminamento, mi assalì una luce intensissima e dovetti schermarmi gli occhi.
Riacquistata la vista, davanti a me apparve una scena inverosimile. Era notte, ormai, ma lì, nel cuore sotterraneo di Roma, la vita ferveva animatissima. Dall'atrio in cui mi trovavo si apriva una lunga prospettiva di uffici, corridoi, stanze disposte a raggiera e separate le une dalle altre da pareti di vetro, per cui l'impressione era di una vastissima città sotterranea, un termitaio dalle proporzioni infinite, abbagliante di neon. Dalle varie stanze, entrava e usciva una quantità di uomini e di donne, in un silenzio quasi assoluto.
Del mio uomo, nemmeno una traccia. Poco male. Avevo ben altro di cui occuparmi, ora. Era dunque quello il centro di tutto! La sede dell'Ufficio Generale. La testa della piovra. Cosa aveva detto Kaufmann? Scava sottoterra! Ed eccola, la città sottoterra!
Il termitaio era ordinato in base a una suddivisione rigida. Dalla pianta, riprodotta su un pannello al centro dell'ingresso in cui mi trovavo, potei ricostruirne l'architettura. Ogni corridoio costituiva un dominio: Dominio Storico, Dominio Sociale, Dominio dell'Economia, Dominio degli Affari Spirituali, Dominio delle Strategie Comunicative ... Ogni dominio era a sua volta distinto in aree, le aree in sottoaree, le sottoaree in sezioni, settori, parcelle, ciascuna delle quali aveva un responsabile, che si trovava in un suo ufficio adiacente a quelli dei sottoposti. Il responsabile di dominio, invece, stava in una vasta stanza in capo al corridoio, dalla quale poteva controllare, a vista attraverso le vetrate, o per mezzo della rete di comunicazione interna, i vari impiegati, come un ragno la sua tela.
In quella vastità, nessuno sembrava far caso a me. Mi avviai a caso per il corridoio delle Strategie Comunicative. Entrai in uno degli uffici. Un ometto basso e tarchiato, vestito di grigio, credendomi uno dei loro mi passò un plico con dei documenti. L'iscrizione in copertina indicava l'ufficio di destinazione, nella stanza di fianco. Entrai e consegnai. L'addetta lo prese e lo passò a un altro impiegato, che mi passò un nuovo incartamento. Consegnai anche questo, due o tre stanze più in là, ricevendone un terzo.
Passai così attraverso vari uffici. In ognuno di essi, gli impiegati non parevano fare altro che passarsi fascicoli, senza nemmeno aprirli. Non osavo chiedere nulla, per timore di essere scoperto. Alla fine, stanco del passamano, uscii con l'ultima cartelletta sottobraccio e con aria disinvolta mi diressi verso il fondo del corridoio. Se volevo capire qualcosa di tutto questo, tanto valeva parlassi col responsabile.
Per arrivare, dovetti passare per una serie lunghissima di settori e sottosettori, sulle prime un po' imbarazzato, poi, dopo che mi accorsi che nessuno faceva caso alle mie mosse, più disinvolto.
Nell'andare, calcolai che solo in quel dominio, della ventina segnati sulla pianta, dovevano esservi fra le dieci e le quindicimila persone. In tutto, almeno duecentomila. Una città sotterranea occupata a passarsi delle carte. Tutti uguali, vestiti di grigio e in silenzio, nel cuore della notte.

Ero arrivato. Accostandomi all'ingresso, la porta a vetri si aprì automaticamente, scorrendo di lato.
L'uomo dietro la scrivania mi voltava le spalle, occupato ad armeggiare dietro una sorta di enorme computer. Restai lì, in piedi, la cartella sottobraccio, ad aspettare. Prima o dopo, mi dissi, si sarebbe pur accorto di me.
- Buongiorno, Dallara!
Restai sbigottito. No, non era possibile, non poteva essere ... proprio lui, proprio ...
- Corcovizzo! Ma che ci fa lei qui? In questo ... questo ...
- Caro Dallara! - disse protendendo la mano verso di me attraverso al scrivania. - Vede quanto il mondo è piccino!
No. Decisamente questo era troppo. Corcovizzo! Lì, nel ventre di Roma. A capo di una tecnostruttura di passacarte!
- Eh! Che faccia, Dallara! Smetta quel broncio, per carità!
La voce sonora di Corcovizzo risaltava nel vasto silenzio del sotterraneo.
- Lei non sa quanto sia complicato reggere tutto questo, Dallara!
Poi, vedendo il mio stupore:
- So cosa si sta chiedendo, Frido. E la televisione? E Giordano Bruno, il Candelaio? Oh, quello è passato, preso in carico da altra istanza. Tutto passa, Dallara!
- Non ... non capisco. Mi vuole spiegare?
- Dia retta: non creda alle apparenze. O a quello che le possono aver detto. In fede mia, Dallara, quello che vede è il più grande progetto di ingegneria umana che mai sia stato tentato. Ha qualche dubbio?
- Be', non vedo cosa ci stia a fare, tutta questa gente.
- Oh, non siamo che all'inizio. In una fase sperimentale. Ci sono altri quattro piani sotterranei da completare, più la struttura in superficie. A regime, il centro dirigenziale arriverà a occupare due milioni di addetti. Ciascuno con la sua mansione indispensabile.
- Indispensabile? Passare delle carte?
- Siamo in fase sperimentale, le ho detto. Una volta addestrata, tutta questa gente rappresenterà la vera mente collettiva del paese.
Mi si avvicinò.
- Ha mai sentito parlare - sussurrò - di intelligenza artificiale? Di test di Touring?
- Sì, certo. Ma che c'entra?
- C'entra, c'entra. Avrà notato che nel paese l'uso dei computer è piuttosto limitato.-
- Già. L'ho notato. E internet ...
- Ssshhh! Non nomini quella cosa! Ebbene, si sarà domandato come pensiamo di poter andare avanti.
- Difatti.
- Ecco. La soluzione ce l'ha davanti agli occhi!
- Questa, la soluzione?
- La soluzione. Sì. L'M.C.B.U.
- M.C.B.U.?
- MEGA COMPUTER A BASE UMANA! Touring e Block l'avevano previsto, ricorda? Possiamo sostituire, dice Block, un computer con un sistema umano, in cui ogni persona compia una e una sola funzione. Tipo: aprire e chiudere un contatto, secondo uno schema preciso. Mettendo in serie un numero sufficiente di operatori, possiamo ottenere gli stessi risultati di un computer. E noi lo stiamo facendo. Ma senza silicio, chip, memorie elettroniche e altri marchingegni che ci rendono schiavi delle potenze straniere ...
- È ... mostruoso!- esclamai. - E lei ... voi ... solo per mettere a prova una teoria strampalata, vi giocate la libertà di due milioni di persone!
- Oh, non faccia l'intellettuale, Dallara! Vede qualche schiavo, qui? Oh, certo, motivi di scontentezza ce ne sono sempre, come in tutte le comunità umane, cosa crede? Ma in generale, tutti i sentono appagati delle loro mansioni. Sicuri. Protetti. Provi a farsi un giro per gli uffici. Venga, venga con me.

Mi fece conoscere alcuni di quegli ometti.
- Gervasio Moriconi! Numero di matricola 234565EU. In cosa posso servirla, signor direttore
responsabile?
- Oh, Gervasio! Non sia così formale. Si rilassi, - gli disse Corcovizzo. - Il signor Frido Dallara è qui in visita. Risponda tranquillamente alle sue domande, la prego. Glielo affido. Gli faccia visitare il centro e poi lo riporti da me.
- Va bene, signor direttore.
Così Gervasio Moriconi mi accompagnò in un breve tour per il centro direzionale.
Erano ancora in pochi, mi disse. E molti posti erano occupati da legionari.
Uno di questi, un uomo corpulento, dai modi spicci, mi accolse con sospetto.
- Non sarà anche lei uno di quelli, no?
- Come, mi scusi?
- Uno di quelli che vengono a fregarci il posto! No, dico ... Non sarà qui ad annusare l'aria!-
- Ma che dice!, - intervenne Moriconi. Poi, rivolto a me: - Lo scusi. Ce l'ha con i nuovi, assunti per concorso.
- Esattamente! Lo dica a quelli,- e indicò verso l'alto, - lo dica che noi qui ci si fa in quattro! Non meritiamo di essere trattati a questo modo. Comandati da quattro pivelli! Ahò, dico!
Inveiva ancora quando ce ne andammo. Cosa strana, in quel posto dove tutti parevano senza parola.
- Non faccia caso, - disse il mio accompagnatore. - Gorgoni è così. Non riesce a superare certi atteggiamenti da vecchio regime.
Assentii. Oltrepassammo una lunga teoria di corridoi vuoti. All'interno delle stanze, scrivanie ancora avvolte nel cellophane, scatoloni impilati.
- I nuovi uffici! - disse Moriconi, visibilmente compiaciuto nel mostrami tutta quella potenza ancora per poco inutilizzata. - Ma venga, venga ...
Lo segui in silenzio, per dieci minuti buoni, in un meandro di corridoi, fino a un'area in apparenza del tutto simile alle altre, ma che a ben guardare presentava una differenza sostanziale. Gli addetti non erano suddivisi in stanze separate, ma disposti in un unico salone senza divisori, ampio tanto da contenerne varie migliaia. Come gli altri che avevo incontrato, erano tutti vestiti in grigio, ma portavano ciascuno una fascia di diverso colore, a seconda delle aree.
- La sezione Cultura e Cadenze. Nessuna barriera. Geniale, non è vero?
- Oh, ne sono convinto! - risposi. - E, mi dica, perché Cultura e Cadenze?
Ma non attesi la risposta. La mia attenzione era stata catturata da due gruppi di persone, al braccio una vistosa fascia violetto, che lavoravano attorno a due lunghissime tavolate, disposte nel salone fianco a fianco. Ciascuno dei due ordini di addetti lavoravano di schiena l'uno all'altro, come se una linea invisibile li separasse.
- E quelli, chi sono?
- Area semiologico-storico-sociale. Si sono divisi quasi subito in due correnti contrapposte. "Alacre" e "Cortese".
- Mi scusi. Cosa sarebbe?
- L'etimologia degli avverbi in -mente. Se sia nato prima "alacremente" o "cortesemente". Capirà: ne dipende l'orientamento generale del N. O. M. Alacre, vincono i sostenitori della vita attiva. Cortese,
i contemplativi.
- E quelli? - chiesi indicando un altro gruppo, contrassegnato in giallo.
- Psicomensura e prospezioni frenologiche.
Rinunciai a chiedere di cosa si trattasse.

© Franco Ceradini, da "Teatro delle ceneri"


Il libro

Franco Ceradini si è preso il lusso di correre un grosso rischio, trattando la materia narrativa che innerva Teatro delle ceneri: tutti abbiamo letto 1984, e parecchi di noi hanno visto Brazil sul grande schermo ... Ma suvvia, siamo in Italia, signori! E sebbene in questo libro si prospetti in maniera credibile un agghiacciante per quanto ipotetico futuro, qui da noi l’odore della farsa teatrale è spesso dietro l’angolo (nella realtà quotidiana come nella fiction) anche quando accadono immani tragedie, quando eventi epocali sconvolgono la geografia e le regole della politica, o quando - addirittura - lo spirito di Giordano Bruno, ma soprattutto quello dei suoi persecutori, torna ad aleggiare tra i vicoli e le piazze di una Venezia letteralmente impantanata e di una Roma allo sfascio. Ceradini ha manipolato con efficacia trame, protagonisti e comparse di un romanzo dove l’arte ed il bello, infine e nonostante tutto, forse ci salveranno.

L'Autore
Franco Ceradini è nato nel 1955. Vive e lavora a San Pietro in Cariano (Verona). Dal 1993 al 1995 ha collaborato al quotidiano La Cronaca di Verona e della Provincia. Ha pubblicato il romanzo Pulviscolo (Perosini Editore), curando per lo stesso editore il libro-intervista con lo scrittore Giovanni Dusi, Il migliore dei mondi possibili (1999). L’ultimo suo lavoro di narrativa è il romanzo Di Maddalena e di me (2004). Nel 2005 ha scritto, assieme all’attore e drammaturgo Stefano Paiusco, il monologo Il canto del sengiòn - ispirato al mondo dei cavatori di pietra di San Giorgio di Valpolicella - sulle musiche di Ernesto De Martino. Dal 1996 al 2005 ha diretto il festival “Poesia in Valpolicella”.



Sitoweb: www.francoceradini.it
Email: francoceradini@gmail.com - francoceradini@alice.it

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.