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Francesca Santucci, poesia, narrativa, critica

FRANCO SANTAMARIA

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NARRATIVA / FRANCESCA SANTUCCI


 

PER UN FIORE


Che cos’è che ci fa affermare che un corpo è in vita? Il fatto che il cervello emetta regolari impulsi elettrici, che il cuore batta, il sangue pulsi nelle vene, scorra e irrori tutto l’organismo, che il fegato ed i polmoni ed i restanti organi funzionino puntualmente?
Questo è ciò che possiamo dedurre dall’osservazione scientifica, dalla registrazione delle attività sensibili, ma, dunque, la vita è data soltanto dall’armonica e concomitante azione di tutti questi eventi conoscibili, non anche dal soffio, spirito, insufflatoci alla nascita, che non è dato vedere o spiegare, ma solo intuire?
L’energia, la scintilla che ci fa vivere è veramente soltanto l’azione concomitante delle parti dell’organismo? L’azione meccanica degli organi interni è una cosa e il soffio che si spegne alla morte è altra cosa, o entrambe sono congiunte? Ma se ogni attività è cessata e non può più intervenire ed agire sul mondo e sugli altri perché, allora, un morto incute timore?
Se non parla più, non si muove più, tiene gli occhi serrati per sempre su una notte perenne, le sua carni sono destinate all’inevitabile decomposizione e al definitivo dissolvimento, perché tutti, più o meno consapevolmente, abbiamo paura del corpo senza più vita, del cadavere inerte?
L’ultimo senso che abbandona l’uomo, è accertato, è l’udito, per questo motivo bisogna fare attenzione a ciò che si dice in presenza di un comatoso o di un moribondo, potrebbe sentire discorsi che gli causerebbero turbamento; forse è questo che ci fanno paura anche i moribondi (oltre che i morti), perché pensiamo, irragionevolmente, che ancorano possano udire e comprendere le nostre parole? Li consideriamo inconsciamente come presenze mute silenziose, inerti, immobili, paralizzate, impossibilitate a vedere, eppure ancora senzienti, imbuti capaci di accogliere e filtrare i suoni ed i rumori, i gemiti ed i pianti sconsolati delle persone afflitte per l’imminente o l’avvenuta dipartita?
Esmeria non aveva paura né dei moribondi né dei morti e non s’era mai turbata al cospetto d’un cadavere, nemmeno di fronte a quello della madre, ancora bella, bionda, morbida, calda, lunga
distesa nella bara scura avvolta nell’abito di merletto nero, con le braccia serrate lungo i fianchi (ma prontamente s’era affrettata a congiungerle le mani sul petto intrecciando intorno alle dita un rosario di legno di rose).
No, non aveva paura, però la infastidiva il pensiero che fosse morta, che l’avesse abbandonata per sempre, così, d’improvviso, quella calda mattina di giugno…

***

Ad ogni ricorrenza sua madre le mandava dei soldi ripiegati in un foglio bianco chiuso in una busta bianca; sul foglio era scritta sempre la stessa frase:
- A te che sei la rosa più bella del mio giardino, perché possa comprarti un fiore!-
Ed ogni volta Esmeria comprava una rosa, un tulipano, un crisantemo, una stella di Natale, secondo la ricorrenza e la stagione. Quando, poi, i fiori appassivano non li gettava nella pattumiera, ma li conservava in un grosso quaderno nero dai fogli marginati di rosso, di quelli che si usavano una volta.
Tutti i fiori possono essere conservati, dopo essere stati debitamente essiccati, però Esmeria non conservava i fiori debitamente essiccati, ma appassiti, e così quando, diversi anni dopo, riaprì il quaderno nero dai fogli marginati di rosso, trovò solo pagine maleodoranti e petali rancidi e ammuffiti.
Ci rimase male e ne soffrì molto.
Esmeria riaprì il quaderno dopo la morte della madre. Sfogliava le pagine maleodoranti e piangeva perché davanti agli occhi le compariva sempre la stessa frase:
- Perché possa comprarti un fiore!-
E quella frase cominciò ad apparirle spesso, anche sulla tomba della defunta che non mancava mai di omaggiare ad ogni festività.
Dalla lapide di marmo bianco come per incanto svanivano il nome e le date di nascita e di morte, e riappariva la fatidica frase.
Allora un giorno decise: si alzò di buon’ora, si vestì di nero ancora una volta, raccolse i capelli alti sulla testa, calzò un cappellino con veletta di prezioso tulle ricamato, prese il quaderno e si recò al cimitero.
Sotto lo sguardo attonito di un unico spettatore (un passero solitario saltellante tra i ciuffi di ciclamini selvaticamente cresciuti negli interstizi della pavimentazione), seppellì cappellino, veletta e quaderno in una buca accanto alla tomba materna.
Sostò ancora qualche istante per accertarsi che non ricomparisse la solita scritta, diede uno sguardo fugace al cielo che s’andava rannuvolando minacciando un feroce temporale, scompigliò i bei capelli biondi lasciandoli liberi di fluire in ogni direzione, inspirò lungamente l’inebriante aria fresca del primo mattino profumata dalle mille fragranze simili dei fiori dei morti, poi si diresse verso il cancello d’uscita, lo varcò e s’ avviò verso casa.
Da quel giorno smise di piangere e di andare al cimitero, e smise anche il lutto.

© Francesca Santucci


 

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