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Federica Leva
RADICI DI SABBIA - romanzo
Andante, allegretto, largo, Animato con fuoco
Zecchini Editore, Varese 2002
ISBN 88-87203-17-2; pp. 162, € 12,91
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“Nella musica vi è qualcosa
in più della melodia:
qualche cosa in più dell’armonia:
vi è la musica!”
Giuseppe Verdi
Estratto
Nell'oscurità, il silenzio era infranto dal rincorrersi dello
sciabordio della risacca. Poche lucciole - le stelle - sfocavano gli
strappi nuvolosi della notte, ma l'orizzonte era screziato dai
palpiti azzurrini della luna, un occhio che levitava, maculato
d'argento, sopra la cresta sfrangiata d’un promontorio lontano. La
notte brulicava di luccichii, il silenzio era increspato dai
pensieri. Patrick discese la scalinata che portava alla spiaggia, e
s'accostò al pianoforte affondato nella rena; nella lunga coda
bianca si rispecchiavano gli ammiccamenti opalini del mare. Accese
le candele infisse nei candelieri, e gli intagli del leggio
danzarono mimando uno spartito immaginario, percorso dai campi
coltivati del fraseggio, pianure e colline, e fiumi in piena ricolmi
della spuma delle note. Una fiammella più bassa delle altre si
contorse su se stessa e morì. Ma Patrick non le badò. Chiuse gli
occhi e respirò il mare. Lei era là, la sentiva - sottopelle, nel
cuore -, sentiva il suo nome stregare la notte, penetrare nella sua
essenza e nel sussurro delle onde. Non s’erano dati nessun convegno,
eppure era certo che l'avrebbe trovata ad aspettarlo vicino agli
scogli, indefinibile e sfuggente come un grappolo di stelle. E come
la prima volta che l'aveva incontrato, lei gli avrebbe chiesto, con
voce che sembrava l’eco del mare: «Perché hai trascinato fin qui
quel pianoforte, se non hai il coraggio di suonarlo?» Sospirò ed
aprì il pugno. Un pugnale barbagliò alla luna, ma la lama era
incrostata di sangue, e la notte le si serrò attorno, e per un
attimo il mare divenne una palude, le mani di Patrick si riempirono
di sangue, la bocca s’aprì in un urlo disperato... Quanto aveva
corso nella notte cieca, trascinato dalla musica tenebrosa e sublime
che tanto a lungo aveva riecheggiato nei suoi sogni? Si guardò le
mani, pallide al chiarore delle stelle. Il palmo della sinistra era
sfregiato da una cicatrice rosea e sottile, che talvolta, con il
cambiar del tempo, gli faceva male. La sfiorò e risalì alle dita,
slanciate e nervose, capaci di volteggiare sui tasti strappando al
pianoforte stupefacenti gemiti di piacere, e tuttavia brutali e
pericolose... Le mani di un assas-sino.
«Quanto devi averle odiate, Jessica!», mormorò. «Non sapevo leggere
nei tuoi si-lenzi, ma amavi la mia musica, e altro non mi è rimasto,
ormai...».
Per un momento, il drappeggio del mare sciolse le sue crespe e
s’acquietò, in curiosa attesa. Con un sospiro, Patrick sedette al
pianoforte ed accarezzò i tasti con tocco leggero ma sicuro,
gettando al mare qualche appunto senza armonia. Poi rincorse una
nota solitaria, la legò ad una gemella più gioiosa, e vecchi ricordi
gli riaffio-rarono alla mente, sbocciarono come fiori nella notte; e
lui improvvisò, una voce divina nel canto soffuso del mare, e la
notte ascoltò le memorie di quel giovane che, seduto al pianoforte
aperto sulla spiaggia, nel tremulo occhieggiare delle candele,
ripercorreva lo spartito invisibile della propria vita per donarlo
al vento e all’oblio.
[.....]
Era notte. La porta intarsiata venne spalancata e un giovane entrò,
reggendo un candelabro che scacciò bruscamente le torpide ombre
della notte. S'accostò ad un muro della stanza, ed illuminò i
ritratti appesi al di sopra di un filare di scranni intarsiati. Il
respiro era affannato, come se avesse corso. Lentamente, passeggiò
fino alla finestra, sorreggendo il candelabro sopra la testa. Le
fiamme danzavano su vol-ti chiari di uomini e donne vissuti nei
secoli passati, raffigurati mentre imbraccia-vano vari strumenti
musicali, un liuto, un'arpa, una viola da gamba. L'ultimo, un uomo
incipriato e alonato da boccoli bianchi, sedeva ad un clavicembalo.
E guardandolo mi parve d'udire una musica dolcissima volteggiare
fuori del quadro... ma subito m'accorsi che il giovane si era
avvicinato ad un pianoforte, e stava suonando. Lo ascoltai in
silenzio, estasiato. Mai, in vita mia, avevo sentito una musica più
bella. Ma d'improvviso il giovane s'addossò ai tasti, e si volse a
fissare i ritratti con odio. Prima ancora che me ne accorgessi,
afferrò un tagliacarte appoggiato su uno scrittoio e s'avventò sulle
antiche effigi, e le sventrò con furia animalesca. Infine,
ansimando, si fermò a contemplare il suo scempio. «Mi avevate
promesso talento e gloria», gridò. «E non mi avete lasciato
niente... niente!» Poi si gettò sul pianoforte, pugnalando i tasti
che risposero con un gemito desolato. «An-che voi... Che siate
maledetti!», urlò, e mentre li distruggeva, con ferocia inumana,
rideva sguaiatamente. Fra le tenebre sfocate del sogno, vidi rivoli
di sangue sgorgare dal pianoforte devastato e scivolare sulle gambe
ricurve, inondando il pavimento… e quando il lamento del pugnale
contro il legno e l’acciaio si placò, seppi che quel misero
strumento era morto.
[.....]
Nei due mesi in cui vissi con Jessica, i fantasmi assopiti del passato
tornarono ad infestarmi la mente. Non sognavo Hans: lui era la mia
ossessione durante il giorno, ma di notte annegavo nel torbido delle
mie angosce, e rievocavo lo schianto che aveva ucciso i miei
genitori, respiravo l'odore del sangue sull'asfalto bollente, lo
sentivo scorrere - viscido e caldo - sulle mie mani. Talvolta,
trascinato dal sogno, passeggiavo per la casa, vaneggiando, o sedevo
al pianoforte e suonavo i pezzi che mia madre aveva più amato: gli
allegri vibranti di Chopin, le arie cupe e tormentate di Mozart, la
frenesia di Debussy, i brani acerbi che avevo composto quand'ero
ragazzo. Una notte mi svegliai mentre tempestavo sui tasti la
Toccata e Fuga in re mi-nore di Bach; fuori, un temporale estivo
duettava con i passaggi più impetuosi. Sbattei le palpebre; Jessica
era china su di me, un'ombra candida, diafana, nei veli leggeri
della camicia da notte. Mi sfiorò il viso, e m'accorsi di piangere.
Singhioz-zando, nascosi il volto nelle mani, ma l'angoscia del sogno
non mi abbandonò. Come una belva famelica, il passato mi torceva
l'anima e snudava le zanne, accu-satore: quant'era stato breve il mio
lutto, mi rimproverava! L'amore di Hans aveva lenito il dolore, e
l'egoismo - ebbro d'essere soddisfatto - mi aveva accecato,
scac-ciando la sofferenza... Ah, come avevo potuto dimenticarli così?
Ero un figlio ingra-to, e non era la desolazione a sciogliersi in
pianto, quella notte, ma la colpa e la vergogna...!
«Ah, Jessy...!», gemetti. «Mia madre e mio padre sono morti, e non
li ho mai pianti. Non è mostruoso?»
[.....]
In lontananza, oltre il promontorio, il cielo era vezzeggiato dai primi
lembi dell’aurora. Sbuffi rosati cavalcavano gli ultimi retaggi
della notte, e il pulviscolo dorato del sole nascente fendeva la
corona di nubi basse, ad oriente, annunciando il levarsi del nuovo
giorno. I primi gabbiani stridevano nel cielo, sopra il pianoforte
ormai muto. Le ultime candele si erano consumate, e la spiaggia era
imbiancata da spartiti trascinati qua e là dal respiro del mattino.
Patrick s’accostò all’orlo spumeg-giante dell’oceano mare, e lasciò
che l’acqua fredda gli lambisse i piedi scalzi.
Non sei venuta al convegno, Jessica, pensò, i pugni nascosti nelle
tasche dei calzoni chiari, il vento fra i capelli. Eppure, l’aria è
intrisa della tua fragranza… Trasse un pro-fondo sospiro, e seguì con
gli occhi uno spartito che cadeva fra le onde; poi, len-tamente, si
chinò e lo salvò dall’avidità della risacca. L’acqua aveva sbiadito
le note, ma la musica gli scorse sotto la pelle, scotendolo con un
fremito incontrollabile. Tutta la mia musica è per te, nasce e canta
pensando a te…
Radunò le pagine sparse sulla sabbia, ma i passi erano pesanti, la
speranza ro-vente. Forse, se mi attardo ancora, arriverai… Perché il
tuo profumo mi inebria, se non ci sei?
In quel momento, le imposte della casetta sul mare si aprirono, e
una bimbetta bionda s’affacciò, chiamandolo assonnata. «Pat…!»
La notte si era ormai dissolta, e nello strascico delle ultime ombre
svanivano sogni, desideri, illusioni. Patrick lanciò al mare un
ultimo, accorato appello, ma gli rispose soltanto la brezza, odorosa
di salsedine. Rassegnato, si volse e s’avviò verso la ca-setta di
vacanza, da dove Astrid usciva correndo, seguita da Julian, per
abbracciar-lo.
Aveva dimenticato le partiture sul leggio, e il vento le scompigliò,
facendole volteg-giare sopra la bianca coda rialzata. E mentre il
vortice di note formava un niveo fiore trapunto di gocce
d’inchiostro, un bellissimo gabbiano lanciò un grido acuto e planò
elegantemente sull’acqua, un angelo candido fra gli spruzzi
trasparenti, una nota solitaria sullo spartito immenso del mare.
© Federica Leva,
da “Radici di sabbia”
Il libro
(Premi conseguiti da “Radici di
sabbia“: 1° Premio al Premio Internazionale “Prato, un tessuto di
cultura-2003”; Premio Speciale nell'ambito del Premio Letterario
Inter-nazionale “Firenze, Capitale d'Europa-2003“; 1° Premio al
“Gran Premio Letterario Europeo 2003, Torino"; Segnalazione speciale
al Premio “Garcia Lorca-2004“ di Torino)
"Attraverso una prosa nitida,
scorrevole, tersa e semplice, il lettore troverà momenti di pura
poesia; basti, tra gli altri, citare il musicale finale, laddove le
immagini hanno i tratti delle pennellate care agli impressionisti.
Proprio quelli poetici sono da considerarsi i momenti migliori del
libro, ché la storia procede per frammenti, trasfi-gurazioni degli
stati d'animo e dei ricordi." (tratto da La Prealpina, dicembre
2002)
"Si tratta di un libro che, come tutte le opere non banali, o si
ama, o si rigetta, un testo che non accetta le mezze misure, la
mediocre assoluzione della frase “sì, in fondo, è carino”, ma che
trova il plauso o la critica incondizionati." (Bruno Belli,
critico letterario).
Se la passione diventa romanzo: "L'idea che sorregge il racconto è
originale, la caratterizzazione dei personaggi e delle situazioni
appare ben delineata... Il valore di questa prova d'esordio risiede
nella passione quasi viscerale per la musica che si respira di
pagina in pagina. Le ore trascorse da Patrick al pianoforte, a
leggere spartiti o ad abbozzare un nuovo tema sono le più
convincenti e brillanti." (tratto da Suonare News, Alice
Bartolini)
"Come sottotitolo dell'opera è stato scelto dalla stessa Leva
"Andante, allegretto, largo, animato con fuoco" proprio per
sottolineare quanto i sentimenti siano un'al-talena fra un presente e
un passato dominato dalla musica. "E' indubbiamente un racconto che
tocca i sentimenti dell'animo. Ogni pagina è imperniata da aspetti
musicali e poetici". (Paola Crestani, giovedì 13 marzo 2003)
"Il romanzo musicale ha tutti i requisiti per essere una di quelle
storie che puntano diritte al cuore." (Lo.T., La Prealpina,
giovedì 10 aprile 2003)
"Il libro è ricco di sentimenti, ma non scade mai nel
sentimentalismo e la vicenda è efficacemente delineata con
pennellate musicali. [...] È stata sottolineata dal dottor Micci il
forte richiamo che la Leva fa alla lezione manzoniana. Osservazione,
questa, accolta e confermata dall'autrice, che si dichiara grande
ammiratrice e allie-va del grande romanziere milanese di cui, dice,
l'ha sempre affascinata "il senso d'armonia profuso nell'andamento
della narrazione". (Eva Anelli, L'Informazione, mese di
Maggio2003)
"Un romanzo stillante cultura, sapientemente dosata, la quale, mai,
grava sul lettore. La scrittrice dimostra capacità non indifferenti.
Nella cornice narrativa ‘in terza (persona)’, che occupa l’
‘unità-tempo’ di una notte, vi è inserita magistral-mente, come un
bellissimo intarsio, la narrazione ‘in prima (persona)’, di eventi
in forma di ‘flash-back’; qui troviamo il racconto vero e proprio,
che accoglie vicende di anni. Nell’arco di una notte, troviamo
racchiuse vicende di numerose vite intrecciate dal Fato.
Elegantissimi sono i disegni di maniera che impegnano descrizioni
paesaggistiche, gradevolmente commiste agli stati d’animo,
magistralmente introspettivi.Il mistici-smo evocativo di questo
romanzo lo rende un raro gioiello di narrativa." (La giuria del
Premio Internazionale "Prato, un Tessuto di Cultura")
Una storia resa particolarmente interessante anche per il modo
dell'Autrice di trattare la materia. Un vago respiro onirico,
irrealtà leggera delle situazioni, così almeno ci è parso di
cogliere, forse data anche dall'eleganza della scrittura che sa
tracciare penombre laddove il sole potrebbe infastidire. Non vi sono
falsi perbeni-smi, né ipocrisie devianti. Viene raccontato l'amore
particolare di due adolescenti, delicato, fatto di pensieri e
poesia, di amore per l'arte, il loro vicendevole coinvol-gimento
nell'attrazione verso un uomo maturo e corrotto. Uno di quegli
"amori" di cui alla fine ci si vergogna. Non verrebbe di parlare di
coraggio, da parte di Federica leva, bensì di apertura mentale, di
intelligenza, di senso di poesia, di delicatezza letteraria nella
scrittura.
La Musica qui è il fulcro di ogni cosa, il LA di ogni azione. Pagine
intense, rivolte in modo speciale più alle situazioni che ai
protagonisti, ai movimenti rapidi della mente, dove il vero mistero
umano si annida. (La giuria del Premio Internazionale "Garcia Lorca" 2004)
Sito web:
www.classicaonline.com/fleva
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