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Fausto Cerulli

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / FAUSTO CERULLI

Racconti inediti

Aveva deciso lui

Aveva deciso lui, Carlo, di fare quel viaggio. Ma già se ne pentiva, mentre l’auto guidata da Luciana usciva dal casello di Orte. Lui aveva deciso di farle conoscere un suo amico, un artista, che viveva in una casa isolata di campagna. Vedrai, aveva detto lui per convincerla, che Antonio è una persona stupenda, e la sua casa, poi, la sua casa è una meraviglia di gusto. Lei non era molto convinta, oltre tutto la giornata era piovigginosa, e forse avrebbe nevicato. Ma non volle scontentarlo. Durante il viaggio si stabilì tra loro un silenzio quasi complice, lui era contento di rivedere Antonio, e lei era curiosa di capire cosa ci vedesse lui in quell’Antonio di cui parlava tanto spesso e con tanto entusiasmo. Passata Orte, l’auto si diresse verso la collina, seguendo le indicazioni precise, molto precise, che lui dava mano a mano a Luciana. Ora pioveva molto forte, Luciana propose di tornare indietro; ormai siamo arrivati, disse lui. e proseguirono. Per una strada bianca, tra una muraglia di ulivi e di tufi improvvisi. Ecco, siamo arrivati disse lui: e la casa di Antonio apparve nella sua forma strana, una casa quasi tutta di vetro, immersa dentro un uliveto che sembrava una serie di cadaveri storti e rinsecchiti. Dalla porta di vetro si vedeva un piccolo cane, che faceva le feste al sole che non c’era. Il rumore dell’auto aveva allertato Antonio, che si fece sulla porta, salutò con un gesto affettuoso il suo amico, poi fece scorrere la porta a vetri, che scivolò come una nuvola in volo, leggera. Aprì e fece una specie di inchino, lui faceva sempre così, sfoggiava un eccesso di allegria, per nascondere quel brutto male che aveva avuto al cuore. Le presentazioni furono rapide: Antonio disse sono sicuro che Luciana sarà una bella conoscenza, se è amica tua. Avevano pensato, durante il viaggio, di andare tutti a pranzo in qualche trattoria del borgo. Antonio viveva solo, non li aspettava, non potevano pretendere che si mettesse a cucinare. Ma Antonio era Antonio, e per questo Carlo gli era affezionato. Disse mentre voi visitate la casa, cucino qualche cosa. La cucina di Antonio, Carlo la conosceva, una cucina raffinata, da siciliano bene, raffinata e veloce. Luciana fu incantata da quella casa, era un’esperta. Si soffermava sulle trovate bizzarre di Antonio, che quella casa l’aveva progettata e costruita. Quasi una sola stanza, ma su tre piani: legno semplicissimo, rustico, alternato a marmi preziosi. Un bagno all’aria aperta, senza chiusure. Non per sfoggio di gradevole impudicizia, ma soltanto perché le case che progettava Antonio erano tutte senza porte interne. E poi le finestre, asimmetriche, affacciate su quel mare di ulivi. Molte pitture postmoderne. Opera di Antonio, tutto opera di Antonio, andava dicendo Carlo con entusiasmo. E Luciana, poco alla volta, si lasciava contagiare da quell’entusiasmo. Sottolineava la bellezza di certi scorci, la leggerezza sicura di certe soluzioni: come quella scala di ferro che portava alla terrazza sul tetto; una scala che non toccava il pavimento, sembrava sospesa in qualche aria misteriosa, una scala che non comincia e non finisce. E quella vasca da bagno enorme, una buca nel pavimento. E quella libreria in cui si vedevano soltanto i libri, quasi non avessero sostegno. E i quadri, e il pavimento di puro cemento, e qualche tappeto che valeva per quello che non sembrava valere. Luciana era entusiasta, le brillavano gli occhi, era quasi eccitata dall’atmosfera raffinata ma senza sfarzo e sforzo di quella casa. Poi Antonio disse, con la sua voce falsamente solenne: ”Signori, il pranzo è servito”. Aveva apparecchiato alla grande, su un tavolo ovviamente di vetro, sostenuto da quattro colonnine di acciaio lucente. Aveva messo la tovaglia rossa che non copriva tutto il tavolo, un candeliere senza candele. E i segnaposto ricavati con le sue mani da un semplice tronco di ulivo. Luciana, ora, stava guardando attentamente Antonio; voleva vedere se anche il suo aspetto si confaceva alle sue creazioni. Antonio era un bell’uomo, non molto giovane, con il viso scavato, ma il sorriso splendente. Carlo, a dire il vero, lo trovò invecchiato, rispetto all’ultima volta che lo aveva visto: ma Luciana, che ormai era presa da una sorta di entusiasmo globale, disse senza pensarci troppo: “Antonio, te lo avranno già detto che assomigli a Sean Connery, e poi con questa barba leggera sei proprio l’attore del nome della rosa”. Antonio fece una risata lunga, troppo lunga, poi rispose che sì, qualche volta glielo avevano detto. Il pranzo iniziò, e la tragedia anche. Antonio era un parlatore affascinante, passava da una favola a una storia, inventava una leggenda e la smentiva. Carlo, all’inizio, era felice che Luciana non si annoiasse: anzi sembrava molto interessata, divertita e qualche volta commossa. Poi lo sguardo di Luciana cominciò a non piacergli: scrutava con troppo interesse il volto di Antonio, sembrava pendere dalle sue labbra. Allora Carlo provò ad intervenire nel discorso; ma si accorse di essere banale, di sfigurare rispetto ad Antonio. E si chiuse allora in un mutismo quasi accanito. Fu come se fosse uscito dalla stanza, e li avesse lasciati soli. Ora Antonio e Luciana parlavano di tutto, erano sciolti come due cavalli di razza. E lei seguitava a guardarlo, le brillavano gli occhi: Carlo sapeva che quando Luciana aveva quello sguardo era in qualche modo eccitata. Non resse la situazione, disse che andava a fare quattro passi nei campi, forse gli aveva fatto male il vino.
Ebbe la sensazione che loro non lo stessero neppure a sentire. Aveva smesso di piovere, ora gli ulivi bagnati brillavano come pezzi d’argento. Si trattenne a lungo fuori dalla casa, trovò una specie di magazzino che Antonio aveva arredato come un monolocale di lusso. Bevve un bicchiere di vino, si sdraiò su un divano si addormentò. Quando si svegliò era ormai notte; ad una parete della stanza era appesa una scure. Lui la prese in mano, senza sapere perché. Poi la usò, quando trovò Luciana ed Antonio addormentati, nudi e spossati, sul divano grande. Il sangue schizzò sui vetri, scivolò come una pioggia di colore. Carlo prese il cellulare, chiamò la polizia. Ed aspettò, seduto sul divano accanto a quei corpi massacrati. Quando arrivarono i poliziotti seppe dire soltanto che era stato lui, a volere quel viaggio.


Da quando era rimasto solo

Da quando era rimasto solo, aveva preso l’abitudine di andare al cinema, nell’unico cinema della città. Specialmente il mercoledì, quando si proiettavano films d’essais. Era una specie di appuntamento per le stesse persone, che si salutavano sorridendo prima dell’inizio della proiezione; e si trattenevano dopo nell’atrio a commentare. Quella sera al cinema venne una donna che nessuno aveva mai visto; un volto affilato, un vestito nero, molto lungo. E, sulle labbra un filo di rossetto molto rosso, ma solo un filo. Si sedette vicino a lui, anche perché lui era l’unico ad essere solo. Proiettavano un film cecoslovacco, una storia di un vecchio che non si rassegnava ad essere vecchio, e si inventava ogni giorno una vita. Il film era abbastanza divertente, e risate sommesse sottolineavano le battute più abili. Lui la guardava, era l’unica a non sorridere. Sembrava che fosse venuta al cinema per forza, che qualcuno l’avesse costretta. Le cadde ad un tratto la borsetta, e lui si chinò, galante, a raccoglierla, ma anche lei si chinò, e le loro teste si sfiorarono, ed anche le loro mani. Lui le chiese scusa senza sapere di cosa. Lei gli disse grazie senza sapere perché. Da quel momento si stabilì tra loro una sorta di complicità, e senza dirselo inventarono un gioco; ridevano quando c’era da piangere, piangevano quando gli altri spettatori ridevano. Il loro strano comportamento fu notato, con qualche fastidio, dagli altri spettatori. Quando il film fu finito e la sala si andava sfollando, soltanto loro due restarono; a vedere i titoli di coda, ad ascoltare la musica che era stata il tema sonoro del film. Restarono accanto, in silenzio, per molti minuti. Quando uscirono dalla sala, il cinema era chiuso, avevano abbassato la saracinesca. Lui fece per accostarsi al telefono che era sul banco della cassa, ma lei lo trattenne per un braccio: non ora, gli disse, non ora. Tornarono nella sala dove era lo schermo, lui si sedette come sfinito da qualche paura che non sapeva. Lei, sorridendo, cominciò a spogliarsi alla luce fioca delle lampade di sicurezza, le sole che erano rimaste accese. Quando fu nuda volle che lui si alzasse, lo spogliò, fecero l’amore in piedi, ed in fretta. Poi si rivestirono, scesero di nuovo nella sala d’ingresso: si sedettero in terra su una moquette polverosa. Lei accese una sigaretta, lui le disse che al cinema è vietato fumare, lei sorrise e rispose che nessuno le avrebbe fatto la contravvenzione. Poi lei cominciò a raccontargli di sé, e parlava come un fiume in piena; e piangeva e rideva e piangeva. E lui stava ad ascoltarlo, dapprima incredulo, poi sempre più interessato. Lei diceva che era uscita da una pellicola, era un fotogramma, e voleva rientrare nella pellicola perché conosceva la trama del film ma non ne sapeva la fine. Lui non era affatto stupito: tutto era accaduto così in fretta come soltanto in un film. Provò a chiederle da quale pellicola fosse uscita, di quale film fosse protagonista. Ma lei rispose che non ricordava, che non riusciva a ricordare: per questo era costretta ad andare continuamente al cinema, dovunque si trovasse: prima o poi avrebbe ritrovato il film giusto, sarebbe rientrata nella pellicola; ed allora, finalmente, avrebbe potuto dedicarsi alla propria morte. Restarono seduti sulla moquette fino alla mattina dopo: lei ogni tanto si addormentava, ma quando lui stava per imitarla, lei si svegliava di soprassalto, lo baciava, lo accarezzava: gli diceva di dirle che era viva. Quando fu mattina, vennero gli inservienti, per le pulizie: alzarono la saracinesca, trovarono la coppia addormentata, non vollero fare rumore per non svegliare quei due: il professore, che loro per tale lo conoscevano, e quella donna che non avevano mai visto. La luce del giorno finì per svegliare la coppia: lui la guardò come fosse la prima volta che la vedeva, lei gli sorrise e gli disse che aveva molta fretta. Uscirono, presero un cappuccino ed una brioche al primo bar che incontrarono. Poi lei gli chiese di accompagnarla all’albergo, voleva rinfrescarsi, fare una doccia. Lui l’attese nella hall; l’attese a lungo. Dopo un’ora chiese al portiere di chiamarla, nella sua stanza. Nessuno rispose; attesero ancora, lui e il portiere. Poi, allarmati, decisero di dover fare qualcosa. Il portiere aprì con la doppia chiave la porta della stanza di lei. La stanza era vuota. Nell’aria un profumo che dapprima apparve strano: poi lui capì che era il profumo di una pellicola bruciata.
La sera lui tornò al cinema: davano un film di Fellini. Mentre scorrevano i titoli di coda, e lui era rimasto ad attendere chissà cosa nella sala ormai vuota, la donna riapparve: gli sorrise, poi si avvicinò allo schermo sul quale apparivano le ultime scene; lei gli disse ora vado, torno nel film da cui sono uscita. Si avviò verso lo schermo, e scomparve in esso. La mattina dopo gli addetti alle pulizie trovarono il professore immobile su una poltrona; senza vita; forse un infarto. Aveva negli occhi ancora un poco aperti un sorriso tra il cinico e il malinconico,una sigaretta ad un angolo della bocca, un cappello calato sulla fronte. La morte gli aveva stampato sul volto la maschera di Humphrey Bogart.

© Fausto Cerulli

L’Autore
“Innanzitutto ve lo presento. Fausto Cerulli fa l’avvocato penalista. Lui si definisce “molto imputato”, i suoi reati sono quelli d’opinione! Ha difeso brigatisti rossi ed esponenti di Prima Linea. Ha difeso Pelosi, l’omicida di P.P.Pasolini. È stato legale del Manifesto. È stato anche candidato al Senato per la lista Bonino-Coscioni, pur non rinunciando alle sue idee di sinistra. Attualmente è consulente legale dell’Associttadini. Ha sempre scritto ma senza pubblicare, salvo su piccoli siti locali e salvo i circa duecento articoli apparsi su Libero di Feltri, con il quale ha collaborato per un anno e mezzo, invitato da lui, ci tiene a precisarlo, testata nella quale si occupava di costume e malcostume, con una rubrica personale. La rottura con Feltri è avvenuta per “inosservanza delle regole dell’ossequio al direttore” come mi spiega lui stesso, ed aggiunge “ho chiuso con il giornalismo.” E nonostante tutte queste attività riesce a trovare il tempo per essere un ottimo poeta. Le sue poesie le potete trovare in diversi siti di poesia moderna: “I sogni nel cassetto”; “Libero di scrivere”; “Scrivi.com”; “Club dei poeti” e naturalmente “Nuoviautori.org” dove troverete un’ampia raccolta delle sue oltre 300 liriche.” (da un’intervista di Monia di Biagio)
Ha in cantiere la pubblicazione di un libro di poesie con la casa editrice Rupe Mutevole di Piacenza, ed un diario dal titolo “Perché NON dovevo fare l’avvocato” con Stampa Alternativa.
Si interessa, oltre che di scrittura creativa (poesia e narrativa), anche di fotografia. Con alcuni lavori fotografici ha conseguito riconoscimenti in mostre specializzate.
Vive a Porano, un borgo medievale a cinque chilometri da Orveto.


 

 

Fausto Cerulli, Poesie inedite

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.