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Aveva deciso lui
Aveva deciso lui, Carlo, di fare quel viaggio. Ma già se ne pentiva,
mentre l’auto guidata da Luciana usciva dal casello di Orte. Lui
aveva deciso di farle conoscere un suo amico, un artista, che viveva
in una casa isolata di campagna. Vedrai, aveva detto lui per
convincerla, che Antonio è una persona stupenda, e la sua casa, poi,
la sua casa è una meraviglia di gusto. Lei non era molto convinta,
oltre tutto la giornata era piovigginosa, e forse avrebbe nevicato.
Ma non volle scontentarlo. Durante il viaggio si stabilì tra loro un
silenzio quasi complice, lui era contento di rivedere Antonio, e lei
era curiosa di capire cosa ci vedesse lui in quell’Antonio di cui
parlava tanto spesso e con tanto entusiasmo. Passata Orte, l’auto si
diresse verso la collina, seguendo le indicazioni precise, molto
precise, che lui dava mano a mano a Luciana. Ora pioveva molto
forte, Luciana propose di tornare indietro; ormai siamo arrivati,
disse lui. e proseguirono. Per una strada bianca, tra una muraglia
di ulivi e di tufi improvvisi. Ecco, siamo arrivati disse lui: e la
casa di Antonio apparve nella sua forma strana, una casa quasi tutta
di vetro, immersa dentro un uliveto che sembrava una serie di
cadaveri storti e rinsecchiti. Dalla porta di vetro si vedeva un
piccolo cane, che faceva le feste al sole che non c’era. Il rumore
dell’auto aveva allertato Antonio, che si fece sulla porta, salutò
con un gesto affettuoso il suo amico, poi fece scorrere la porta a
vetri, che scivolò come una nuvola in volo, leggera. Aprì e fece una
specie di inchino, lui faceva sempre così, sfoggiava un eccesso di
allegria, per nascondere quel brutto male che aveva avuto al cuore.
Le presentazioni furono rapide: Antonio disse sono sicuro che
Luciana sarà una bella conoscenza, se è amica tua. Avevano pensato,
durante il viaggio, di andare tutti a pranzo in qualche trattoria
del borgo. Antonio viveva solo, non li aspettava, non potevano
pretendere che si mettesse a cucinare. Ma Antonio era Antonio, e per
questo Carlo gli era affezionato. Disse mentre voi visitate la casa,
cucino qualche cosa. La cucina di Antonio, Carlo la conosceva, una
cucina raffinata, da siciliano bene, raffinata e veloce. Luciana fu
incantata da quella casa, era un’esperta. Si soffermava sulle
trovate bizzarre di Antonio, che quella casa l’aveva progettata e
costruita. Quasi una sola stanza, ma su tre piani: legno
semplicissimo, rustico, alternato a marmi preziosi. Un bagno
all’aria aperta, senza chiusure. Non per sfoggio di gradevole
impudicizia, ma soltanto perché le case che progettava Antonio erano
tutte senza porte interne. E poi le finestre, asimmetriche,
affacciate su quel mare di ulivi. Molte pitture postmoderne. Opera
di Antonio, tutto opera di Antonio, andava dicendo Carlo con
entusiasmo. E Luciana, poco alla volta, si lasciava contagiare da
quell’entusiasmo. Sottolineava la bellezza di certi scorci, la
leggerezza sicura di certe soluzioni: come quella scala di ferro che
portava alla terrazza sul tetto; una scala che non toccava il
pavimento, sembrava sospesa in qualche aria misteriosa, una scala
che non comincia e non finisce. E quella vasca da bagno enorme, una
buca nel pavimento. E quella libreria in cui si vedevano soltanto i
libri, quasi non avessero sostegno. E i quadri, e il pavimento di
puro cemento, e qualche tappeto che valeva per quello che non
sembrava valere. Luciana era entusiasta, le brillavano gli occhi,
era quasi eccitata dall’atmosfera raffinata ma senza sfarzo e sforzo
di quella casa. Poi Antonio disse, con la sua voce falsamente
solenne: ”Signori, il pranzo è servito”. Aveva apparecchiato alla
grande, su un tavolo ovviamente di vetro, sostenuto da quattro
colonnine di acciaio lucente. Aveva messo la tovaglia rossa che non
copriva tutto il tavolo, un candeliere senza candele. E i segnaposto
ricavati con le sue mani da un semplice tronco di ulivo. Luciana,
ora, stava guardando attentamente Antonio; voleva vedere se anche il
suo aspetto si confaceva alle sue creazioni. Antonio era un
bell’uomo, non molto giovane, con il viso scavato, ma il sorriso
splendente. Carlo, a dire il vero, lo trovò invecchiato, rispetto
all’ultima volta che lo aveva visto: ma Luciana, che ormai era presa
da una sorta di entusiasmo globale, disse senza pensarci troppo:
“Antonio, te lo avranno già detto che assomigli a Sean Connery, e
poi con questa barba leggera sei proprio l’attore del nome della
rosa”. Antonio fece una risata lunga, troppo lunga, poi rispose che
sì, qualche volta glielo avevano detto. Il pranzo iniziò, e la
tragedia anche. Antonio era un parlatore affascinante, passava da
una favola a una storia, inventava una leggenda e la smentiva.
Carlo, all’inizio, era felice che Luciana non si annoiasse: anzi
sembrava molto interessata, divertita e qualche volta commossa. Poi
lo sguardo di Luciana cominciò a non piacergli: scrutava con troppo
interesse il volto di Antonio, sembrava pendere dalle sue labbra.
Allora Carlo provò ad intervenire nel discorso; ma si accorse di
essere banale, di sfigurare rispetto ad Antonio. E si chiuse allora
in un mutismo quasi accanito. Fu come se fosse uscito dalla stanza,
e li avesse lasciati soli. Ora Antonio e Luciana parlavano di tutto,
erano sciolti come due cavalli di razza. E lei seguitava a
guardarlo, le brillavano gli occhi: Carlo sapeva che quando Luciana
aveva quello sguardo era in qualche modo eccitata. Non resse la
situazione, disse che andava a fare quattro passi nei campi, forse
gli aveva fatto male il vino.
Ebbe la sensazione che loro non lo stessero neppure a sentire. Aveva
smesso di piovere, ora gli ulivi bagnati brillavano come pezzi
d’argento. Si trattenne a lungo fuori dalla casa, trovò una specie
di magazzino che Antonio aveva arredato come un monolocale di lusso.
Bevve un bicchiere di vino, si sdraiò su un divano si addormentò.
Quando si svegliò era ormai notte; ad una parete della stanza era
appesa una scure. Lui la prese in mano, senza sapere perché. Poi la
usò, quando trovò Luciana ed Antonio addormentati, nudi e spossati,
sul divano grande. Il sangue schizzò sui vetri, scivolò come una
pioggia di colore. Carlo prese il cellulare, chiamò la polizia. Ed
aspettò, seduto sul divano accanto a quei corpi massacrati. Quando
arrivarono i poliziotti seppe dire soltanto che era stato lui, a
volere quel viaggio.
Da quando era rimasto solo
Da quando era rimasto solo, aveva preso l’abitudine di andare al
cinema, nell’unico cinema della città. Specialmente il mercoledì,
quando si proiettavano films d’essais. Era una specie di
appuntamento per le stesse persone, che si salutavano sorridendo
prima dell’inizio della proiezione; e si trattenevano dopo
nell’atrio a commentare. Quella sera al cinema venne una donna che
nessuno aveva mai visto; un volto affilato, un vestito nero, molto
lungo. E, sulle labbra un filo di rossetto molto rosso, ma solo un
filo. Si sedette vicino a lui, anche perché lui era l’unico ad
essere solo. Proiettavano un film cecoslovacco, una storia di un
vecchio che non si rassegnava ad essere vecchio, e si inventava ogni
giorno una vita. Il film era abbastanza divertente, e risate
sommesse sottolineavano le battute più abili. Lui la guardava, era
l’unica a non sorridere. Sembrava che fosse venuta al cinema per
forza, che qualcuno l’avesse costretta. Le cadde ad un tratto la
borsetta, e lui si chinò, galante, a raccoglierla, ma anche lei si
chinò, e le loro teste si sfiorarono, ed anche le loro mani. Lui le
chiese scusa senza sapere di cosa. Lei gli disse grazie senza sapere
perché. Da quel momento si stabilì tra loro una sorta di complicità,
e senza dirselo inventarono un gioco; ridevano quando c’era da
piangere, piangevano quando gli altri spettatori ridevano. Il loro
strano comportamento fu notato, con qualche fastidio, dagli altri
spettatori. Quando il film fu finito e la sala si andava sfollando,
soltanto loro due restarono; a vedere i titoli di coda, ad ascoltare
la musica che era stata il tema sonoro del film. Restarono accanto,
in silenzio, per molti minuti. Quando uscirono dalla sala, il cinema
era chiuso, avevano abbassato la saracinesca. Lui fece per
accostarsi al telefono che era sul banco della cassa, ma lei lo
trattenne per un braccio: non ora, gli disse, non ora. Tornarono
nella sala dove era lo schermo, lui si sedette come sfinito da
qualche paura che non sapeva. Lei, sorridendo, cominciò a spogliarsi
alla luce fioca delle lampade di sicurezza, le sole che erano
rimaste accese. Quando fu nuda volle che lui si alzasse, lo spogliò,
fecero l’amore in piedi, ed in fretta. Poi si rivestirono, scesero
di nuovo nella sala d’ingresso: si sedettero in terra su una
moquette polverosa. Lei accese una sigaretta, lui le disse che al
cinema è vietato fumare, lei sorrise e rispose che nessuno le
avrebbe fatto la contravvenzione. Poi lei cominciò a raccontargli di
sé, e parlava come un fiume in piena; e piangeva e rideva e
piangeva. E lui stava ad ascoltarlo, dapprima incredulo, poi sempre
più interessato. Lei diceva che era uscita da una pellicola, era un
fotogramma, e voleva rientrare nella pellicola perché conosceva la
trama del film ma non ne sapeva la fine. Lui non era affatto
stupito: tutto era accaduto così in fretta come soltanto in un film.
Provò a chiederle da quale pellicola fosse uscita, di quale film
fosse protagonista. Ma lei rispose che non ricordava, che non
riusciva a ricordare: per questo era costretta ad andare
continuamente al cinema, dovunque si trovasse: prima o poi avrebbe
ritrovato il film giusto, sarebbe rientrata nella pellicola; ed
allora, finalmente, avrebbe potuto dedicarsi alla propria morte.
Restarono seduti sulla moquette fino alla mattina dopo: lei ogni
tanto si addormentava, ma quando lui stava per imitarla, lei si
svegliava di soprassalto, lo baciava, lo accarezzava: gli diceva di
dirle che era viva. Quando fu mattina, vennero gli inservienti, per
le pulizie: alzarono la saracinesca, trovarono la coppia
addormentata, non vollero fare rumore per non svegliare quei due: il
professore, che loro per tale lo conoscevano, e quella donna che non
avevano mai visto. La luce del giorno finì per svegliare la coppia:
lui la guardò come fosse la prima volta che la vedeva, lei gli
sorrise e gli disse che aveva molta fretta. Uscirono, presero un
cappuccino ed una brioche al primo bar che incontrarono. Poi lei gli
chiese di accompagnarla all’albergo, voleva rinfrescarsi, fare una
doccia. Lui l’attese nella hall; l’attese a lungo. Dopo un’ora
chiese al portiere di chiamarla, nella sua stanza. Nessuno rispose;
attesero ancora, lui e il portiere. Poi, allarmati, decisero di
dover fare qualcosa. Il portiere aprì con la doppia chiave la porta
della stanza di lei. La stanza era vuota. Nell’aria un profumo che
dapprima apparve strano: poi lui capì che era il profumo di una
pellicola bruciata.
La sera lui tornò al cinema: davano un film di Fellini. Mentre
scorrevano i titoli di coda, e lui era rimasto ad attendere chissà
cosa nella sala ormai vuota, la donna riapparve: gli sorrise, poi si
avvicinò allo schermo sul quale apparivano le ultime scene; lei gli
disse ora vado, torno nel film da cui sono uscita. Si avviò verso lo
schermo, e scomparve in esso. La mattina dopo gli addetti alle
pulizie trovarono il professore immobile su una poltrona; senza
vita; forse un infarto. Aveva negli occhi ancora un poco aperti un
sorriso tra il cinico e il malinconico,una sigaretta ad un angolo
della bocca, un cappello calato sulla fronte. La morte gli aveva
stampato sul volto la maschera di Humphrey Bogart.
© Fausto Cerulli
L’Autore
“Innanzitutto ve lo presento. Fausto Cerulli fa
l’avvocato penalista. Lui si definisce “molto imputato”, i suoi
reati sono quelli d’opinione! Ha difeso brigatisti rossi ed
esponenti di Prima Linea. Ha difeso Pelosi, l’omicida di
P.P.Pasolini. È stato legale del Manifesto. È stato anche candidato
al Senato per la lista Bonino-Coscioni, pur non rinunciando alle sue
idee di sinistra. Attualmente è consulente legale
dell’Associttadini. Ha sempre scritto ma senza pubblicare, salvo su
piccoli siti locali e salvo i circa duecento articoli apparsi su
Libero di Feltri, con il quale ha collaborato per un anno e mezzo,
invitato da lui, ci tiene a precisarlo, testata nella quale si
occupava di costume e malcostume, con una rubrica personale. La
rottura con Feltri è avvenuta per “inosservanza delle regole
dell’ossequio al direttore” come mi spiega lui stesso, ed aggiunge
“ho chiuso con il giornalismo.” E nonostante tutte queste attività
riesce a trovare il tempo per essere un ottimo poeta. Le sue poesie
le potete trovare in diversi siti di poesia moderna: “I sogni nel
cassetto”; “Libero di scrivere”; “Scrivi.com”; “Club dei poeti” e
naturalmente “Nuoviautori.org” dove troverete un’ampia raccolta
delle sue oltre 300 liriche.” (da un’intervista
di Monia di Biagio)
Ha in cantiere la pubblicazione di un libro di poesie con la casa
editrice Rupe Mutevole di Piacenza, ed un diario dal titolo “Perché
NON dovevo fare l’avvocato” con Stampa Alternativa.
Si interessa, oltre che di scrittura creativa (poesia e narrativa),
anche di fotografia. Con alcuni lavori fotografici ha conseguito
riconoscimenti in mostre specializzate.
Vive a Porano, un borgo medievale a cinque chilometri da Orveto.
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