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Federico Moro

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / FEDERICO MORO


L'oro e l'Argento

Federico Moro, L'Oro e l'Argento / romanzo

Federico Moro
L'ORO E L'ARGENTO - romanzo
Supernova Edizioni, ISBN 88-88548-41-6

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Incipit del romanzo

Bruna Ferialdi ha molta cura dei suoi piedi: bagni, massaggi, creme, lozioni e attenzione nella scelta delle scarpe. Quando le indossa perché, di solito, cammina scalza o porta appena un paio di sandali. Abitudini prese in famiglia, a Calais città portuale del Maine sulla costa orientale degli Stati Uniti, quasi al confine con il Canada. E mantenute quando s’è trasferita a New York. Prima come studente alla Columbia University e poi in qualità di ricercatrice presso la stessa università. Una carriera veloce, culminata con l’assegnazione della cattedra di storia moderna.
Appena due le case della sua vita: la grande villa sulla scogliera dei genitori a Calais e l’appartamento incastrato al centro del Greenwich Village a New York. Forse per questo ama tanto i viaggi, specie in paesi lontani ed esotici. Come dice sua madre Dorothy, la si può definire “una trottola giramondo”.
Bruna è tornata a Calais in anticipo sulla fine del semestre alla Columbia per la morte improvvisa del padre, Anthony. Il vecchio Ferialdi stava davvero male da almeno un anno, ma neppure il medico di famiglia, il bonario polacco Witold Kula, avrebbe mai immaginato di assistere a una fine tanto rapida.
Arresto cardio-circolatorio, recita il burocratico referto ospedaliero anche se in tanti, e Bruna tra questi, si sono convinti che Anthony Ferialdi sia morto per avere alla fine esaurito la voglia di vivere. Così sua moglie Dorothy s’è trovata unica inquilina della villa, mentre la figlia ha rimandato il previsto viaggio a Venezia, in Italia.
Rinviato non cancellato borbotta Bruna, mettendosi gli occhiali e riprendendo l’esame dei fogli sparsi sulla scrivania della biblioteca al secondo piano della villa dei genitori a Calais. Poi, si alza per avvicinarsi alla finestra. Da lì spazia fino al cancello d’ingresso in ferro battuto. Piove. Gli aceri nel giardino assomigliano a disciplinati soldatini di piombo. Davvero l’ideale per riflettere, pensa, tornando con lo sguardo ai suoi appunti. Nel farlo incrocia il quadro raffigurante l’intera famiglia, commissionato a un pittore di Calais dalla madre Dorothy un paio d’anni dopo il matrimonio con Anthony. Al centro, ancora alto e vigoroso a dispetto dell’età, il nonno paterno, Luigi Ferialdi: il capostipite emigrato con la moglie da Venezia agli inizi del Novecento in cerca di un futuro migliore nel Nuovo Mondo. E l’ha trovato qui a Calais, osserva Bruna togliendosi gli occhiali, nel Maine, 45° e 26’ di latitudine Nord, guarda caso la stessa di Venezia, sospira scuotendo la testa, diceva d’averla scelta per questo: secondo lui la latitudine rappresentava un segno del destino. Sente bussare. Un colpo secco, poi il battente si apre e la voce di Dorothy riempie la biblioteca. “Tè e biscotti!”
“Aspetta, mamma, ti aiuto.”
“Ferma dove sei, in due rovesciamo,” Dorothy aggira un pacco di libri sparpagliati proprio sotto il lampadario centrale e appoggia il vassoio sulla scrivania, “ho preparato i tuoi preferiti” sorride.
“Sono a dieta, mamma.”
“Dieta, dieta… il cervello consuma, hai bisogno di energia.”
“Stando seduti si brucia poco.”
“Sei già troppo magra,” fa una breve pausa, “a proposito, quando ti sposi?” e così dicendo le allunga la tazza di tè, guardandola da sotto in su.
Bruna allarga le braccia. Ancora! pensa. Per imparare a non toccare l’argomento a sua madre non è stato sufficiente vivere nel Maine, occuparsi della fabbrica e della famiglia, della parrocchia e di infinite attività benefiche, nonché di se stessa… perché a nessuno verrebbe in mente di darle settant’anni.
Per lei, italiana d’America di seconda generazione, nata ed educata nel Nuovo Mondo, la figlia nubile rappresenta ancora un problema. E questo benché l’intellettuale di casa, la professoressa in storia moderna della Columbia University Bruna Ferialdi, occupi un posto speciale nella sua considerazione.
“Qual è il problema, mamma?” le chiede Bruna.
“Hai quasi quarant’anni.”
“Per favore!”
“Lasciami finire,” la fissa dritta nelle iridi verdi uguali a quelle di papà Anthony, “senza i legami che ci uniscono alla comunità, ognuno di noi diventa nessuno. I libri non bastano. Possono soddisfare un aspetto della tua personalità, ma hanno la maledetta tendenza a isolarti dagli altri. E poi, mica si fa l’amore con loro!”
Bruna scuote la testa, ma come faccio a spiegarle che io, da sola, sto benissimo? poi torna a sedersi, appoggia i piedi nudi sulla scrivania e butta all’indietro i capelli biondo cenere.
“A cosa lavori, Bruna?”
“Cerco i nostri antenati.”
“Ce n’è qualcuno d’interessante?” chiede Dorothy, avvicinandosi a un fascio di fotocopie.
“Queste, per esempio,” Bruna alza il piede destro, sfiorando con le dita il bordo dei fogli, “sono lettere scritte due secoli fa da qualcuno che viveva anche lui alla latitudine di 45° e 26’ Nord, come ripeteva nonno Luigi: noi a Ovest e lui a Est del meridiano di Greenwich, nel Vecchio Mondo, a Venezia.”
“E quando le hai trovate?”
“Da poco e perché spendo il mio tempo tra i libri, come sai, invece che nella caccia al maschio. E adesso fuori di qui, ho da fare” sbuffa Bruna, alzandosi e fingendosi seccata.
“Sei maleducata e impertinente, per forza nessuno ti sposa” protesta Dorothy uscendo spinta dalla figlia.
Bruna chiude la porta e prende la sua tazza di tè. Quindi torna alla scrivania. Guarda l’intestazione della busta in cui custodisce l’incartamento passatole dalla capo bibliotecaria della Columbia University su consiglio di James W. Taliaferro, l’ex Preside della Facoltà, il primo a credere nelle sue capacità e ad aiutarla agli inizi della carriera universitaria. Bruna legge.
“Lettere inviate da Venezia ad Andrea Vitturi, figlio di Francesco, Vice Podestà e Capitano di Feltre. Scritte dal genero, Stefano Guerra, dal cognato, Michelangelo da Riva, e dal cugino, Pietro Marcello, figlio di Andrea, del ramo di Santa Caterina. Conservate dalla nobile signora Francesca de Besi Mozzetti Monterumici.”
Prova una strana vertigine. Eppure è abituata a frugare nel tempo. Venezia e Calais, pensa, chissà cos’è saltato in mente a nonno Luigi quella volta! incassa la testa tra le spalle e si rimette al lavoro.
Calais nel Maine: un grumo di case aggrappate alle rocce di un fiordo, la corrente fredda del Labrador a ricamare la scogliera e il vento dell’Atlantico a spazzare l’intera costa.
All’ora di cena, Bruna esce finalmente dalla biblioteca. In salotto, sdraiata sul divano con la televisione accesa e una rivista in mano, trova Dorothy. “Hai voglia di raccontarmi di nonno Luigi, mamma?” le chiede senza preamboli, “di quando venne in America, intendo.”
“Non possiamo parlare di qualcosa di più recente?” borbotta lei, schiarendosi la gola.
“D’accordo, lasciamo perdere.”
“Te l’ho già descritto tante volte l’arrivo di nonno Luigi nel Maine,” insiste Dorothy, “non c’è niente di nuovo. Con l’età, ormai, rischio di dimenticare qualcosa, invece.”
“Sei sempre splendida, mamma” le sussurra Bruna, accarezzandole i capelli.
“E tu un’ipocrita, figlia mia, farai carriera.”
I rami degli aceri nel giardino sgocciolano spruzzi salmastri contro gli spessi vetri della villa.
“Luigi Ferialdi,” comincia Dorothy, “veneziano povero, mingherlino e ignorante a vent’anni aveva già famiglia,” sorride, “una moglie bambina, Irene Tagliapietra di sedici anni, e un figlio, tuo zio Luca, pace all’anima sua. Nei primi anni del Novecento, me l’insegni, la miseria spinse milioni d’italiani a emigrare. Nonno Luigi, per nostra fortuna, scelse il Nord America.”
“Tu sai, però, dove voglio arrivare” suggerisce Bruna.
“Certo, certo… perché invece di fermarsi a New York o di proseguire per il New Jersey, la Pennsylvania o l’Illinois venne proprio quassù, nel Maine?” Dorothy si guarda intorno, indicando i muri di quell’edificio, “mia cara professoressa, Calais…”
“… si trova alla stessa latitudine di Venezia,” la interruppe Bruna, “di nuovo… ancora il mito nato per giustificare il successo della Ferialdi & Co. Ltd, la maggiore azienda di legname del NordEst americano: peccato Luigi Ferialdi fosse analfabeta!”
Dorothy le sfiora la mano e si alza, allontanandosi in direzione della sala da pranzo. Spera di riunire un po’ di amici quella sera e ha lavorato tutto il giorno. Una vera fatica. Lei odia le faccende domestiche, le costa meno capire il funzionamento di una fresatrice a controllo numerico che quello di un tostapane. “Che ne dici?” chiede a Bruna, mostrandole la tavola ingombra.
“Una meraviglia,” commenta la figlia, “hai cucinato tu?”
Dorothy vorrebbe risponderle di sì e forse riuscirebbe a ingannarla, Bruna possiede poche e confuse idee in materia culinaria. “Sai, stavo pensando che sei a dieta… meglio se digiuni!”
Bruna si sfrega i piedi nudi. La minaccia non la colpisce. A lei piacerebbe sapere la verità sul conto di nonno Luigi, piuttosto: perché un analfabeta può anche avere un’intuizione fortunata, ma di sicuro non sa niente di latitudine.
[..........]

© Federico Moro


Il libro

Uno sguardo sul NordEst tra terrorismo e immigrazione. Il terrorismo è quello di matrice islamica, il romanzo richiama esplicitamente gli attentati dell’11 settembre 2001, l’immigrazione è invece quella cinese.
I due fenomeni sono visti, analizzati e raccontati quali particolari di un unico macro-evento, battezzato Terza Guerra Mondiale da alcuni osservatori. Forse, sarebbe più esatto definirlo Quarta Guerra Mondiale perché anche la Guerra Fredda è stata conflitto su scala planetaria.
Questo, comunque, il quadro di riferimento del romanzo, la cui ambientazione nel NordEst contemporaneo non solo non contraddice, ma, anzi, sottolinea l’intenzione di affrontare eventi di portata tanto ampia: per L’Oro e l’Argento il NordEst diventa terra d’elezione per tutto quanto è glocal, nasce cioè in ambito locale e si sviluppa con effetti assolutamente globali. Così la fabbricazione della Superarma per il cui possesso si affrontano tra continui colpi di scena i protagonisti del romanzo avviene in un NordEst in cui tradizione artigiana e aristocratica, di una nobiltà dai trascorsi mercantili, si fondono originando un tessuto sociale ed economico vario e differenziato. Come i personaggi del romanzo.
In questo NordEst dalle radici multiple, l’incontro con la modernità si trasforma spesso in violento scontro… tutto, allora, diventa possibile, plausibile, accettabile, a cominciare dal ritorno di una figlia di emigranti d’inizio secolo, la ricercatrice Bruna Ferialdi, il cui arrivo a Venezia è destinato a sparigliare le carte del gioco in atto. Sulla figura di Bruna voglio spendere qualche parola. Non c’è nessuna, vera, necessità a spingerla a lasciare la natia Calais nel Maine o l’adottiva New York per Venezia, ma solo la spinta di una scelta morale. Lo stesso ordine di motivi che anima la giornalista veneziana Elisa Franchetti, già copratogonista del precedente romanzo Donne all’asta-intrighi veneziani, imponendosi un po’ a tutti i personaggi presenti ne L’Oro e l’Argento… il bisogno di esserci e di fare, di non stare con le mani in mano, di agire, quale autentico, radicale, imperativo etico.
Ciò avviene perché, per dirla con un detto cinese, “per sopravvivere devi essere disposto a morire”.
L’Oro e l’Argento è anche un romanzo sull’amore. In senso lato quello dell’autore per una terra tanto ricca e vitale da fornirgli di continuo inesauribile voglia di scriverne per raccontarla e in modo più specifico per le vicende sentimentali in cui sono coinvolte le protagoniste, cominciando da Elisa Franchetti. L’amore sempre presente, a volte incubo ossessivo, irrisolto conflitto di pulsioni contrastanti, tal l’altra assente, come per Bruna Ferialdi, l’italo-americana che torna “a casa”. Presenza o assenza finiscono per assumere identica valenza, influendo in profondità sull’agire dell’individuo.
E come si intuisce da queste note, L’Oro e l’Argento è romanzo segnato in profondità dalla presenza femminile.
L’ultima osservazione è per l’ambientazione: il territorio viene visto nella sua duplice dimensione di sfondo, e quindi esaminato negli infiniti mutamenti strutturali da cui è stato interessato, e di vero e proprio co-protagonista della vicenda. Perché “dove” si svolgono gli eventi risulta decisivo ai fini del “come” e del “perché”. E influisce sulle conseguenze finali, infatti l’ambientazione è tanto precisa e scrupolosa da permettere al lettore curioso di ripercorrere, ricostruendoli, i movimenti sul terreno dei personaggi, in una sorte di pellegrinaggio ideale ai “luoghi” del libro. Un’altra caratteristica che L’Oro e l’Argento condivide con il resto della mia narrativa, a cominciare proprio da Donne all’asta-intrighi veneziani. (Federico Moro)

L’autore

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, ha intervallato ricerca a scrittura letteraria, saggistica e teatrale. Ha come principali campi d’interesse la narrativa e il lato strategico di eventi e decisioni politiche.
È membro della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato i romanzi "Donne all’Asta" (2002), "La voce della Dea" (2003), "L’Oro e l’Argento" (2005), "La custode dei segreti" (2005), "Il Fulmine e il Ciclamoro" (2007), "Flagellum Dei?", la raccolta di racconti "Storie a pelo d’acqua" (2004), il saggio "Venezia in guerra" (2005 e 2007 seconda edizione illustrata) ed "Ercole e il Leone" (2008),, liriche e altri racconti in forma antologica.

Federico Moro
San Marco 750 - 30124 Venezia - tel. 041.5239753/041.5235695/329.9873742
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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.