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Incipit del romanzo
Bruna Ferialdi ha molta cura dei suoi piedi: bagni, massaggi, creme,
lozioni e attenzione nella scelta delle scarpe. Quando le indossa
perché, di solito, cammina scalza o porta appena un paio di sandali.
Abitudini prese in famiglia, a Calais città portuale del Maine sulla
costa orientale degli Stati Uniti, quasi al confine con il Canada. E
mantenute quando s’è trasferita a New York. Prima come studente alla
Columbia University e poi in qualità di ricercatrice presso la
stessa università. Una carriera veloce, culminata con l’assegnazione
della cattedra di storia moderna.
Appena due le case della sua vita: la grande villa sulla scogliera
dei genitori a Calais e l’appartamento incastrato al centro del
Greenwich Village a New York. Forse per questo ama tanto i viaggi,
specie in paesi lontani ed esotici. Come dice sua madre Dorothy, la
si può definire “una trottola giramondo”.
Bruna è tornata a Calais in anticipo sulla fine del semestre alla
Columbia per la morte improvvisa del padre, Anthony. Il vecchio
Ferialdi stava davvero male da almeno un anno, ma neppure il medico
di famiglia, il bonario polacco Witold Kula, avrebbe mai immaginato
di assistere a una fine tanto rapida.
Arresto cardio-circolatorio, recita il burocratico referto
ospedaliero anche se in tanti, e Bruna tra questi, si sono convinti
che Anthony Ferialdi sia morto per avere alla fine esaurito la
voglia di vivere. Così sua moglie Dorothy s’è trovata unica
inquilina della villa, mentre la figlia ha rimandato il previsto
viaggio a Venezia, in Italia.
Rinviato non cancellato borbotta Bruna, mettendosi gli occhiali e
riprendendo l’esame dei fogli sparsi sulla scrivania della
biblioteca al secondo piano della villa dei genitori a Calais. Poi,
si alza per avvicinarsi alla finestra. Da lì spazia fino al cancello
d’ingresso in ferro battuto. Piove. Gli aceri nel giardino
assomigliano a disciplinati soldatini di piombo. Davvero l’ideale
per riflettere, pensa, tornando con lo sguardo ai suoi appunti. Nel
farlo incrocia il quadro raffigurante l’intera famiglia,
commissionato a un pittore di Calais dalla madre Dorothy un paio
d’anni dopo il matrimonio con Anthony. Al centro, ancora alto e
vigoroso a dispetto dell’età, il nonno paterno, Luigi Ferialdi: il
capostipite emigrato con la moglie da Venezia agli inizi del
Novecento in cerca di un futuro migliore nel Nuovo Mondo. E l’ha
trovato qui a Calais, osserva Bruna togliendosi gli occhiali, nel
Maine, 45° e 26’ di latitudine Nord, guarda caso la stessa di
Venezia, sospira scuotendo la testa, diceva d’averla scelta per
questo: secondo lui la latitudine rappresentava un segno del
destino. Sente bussare. Un colpo secco, poi il battente si apre e la
voce di Dorothy riempie la biblioteca. “Tè e biscotti!”
“Aspetta, mamma, ti aiuto.”
“Ferma dove sei, in due rovesciamo,” Dorothy aggira un pacco di
libri sparpagliati proprio sotto il lampadario centrale e appoggia
il vassoio sulla scrivania, “ho preparato i tuoi preferiti” sorride.
“Sono a dieta, mamma.”
“Dieta, dieta… il cervello consuma, hai bisogno di energia.”
“Stando seduti si brucia poco.”
“Sei già troppo magra,” fa una breve pausa, “a proposito, quando ti
sposi?” e così dicendo le allunga la tazza di tè, guardandola da
sotto in su.
Bruna allarga le braccia. Ancora! pensa. Per imparare a non toccare
l’argomento a sua madre non è stato sufficiente vivere nel Maine,
occuparsi della fabbrica e della famiglia, della parrocchia e di
infinite attività benefiche, nonché di se stessa… perché a nessuno
verrebbe in mente di darle settant’anni.
Per lei, italiana d’America di seconda generazione, nata ed educata
nel Nuovo Mondo, la figlia nubile rappresenta ancora un problema. E
questo benché l’intellettuale di casa, la professoressa in storia
moderna della Columbia University Bruna Ferialdi, occupi un posto
speciale nella sua considerazione.
“Qual è il problema, mamma?” le chiede Bruna.
“Hai quasi quarant’anni.”
“Per favore!”
“Lasciami finire,” la fissa dritta nelle iridi verdi uguali a quelle
di papà Anthony, “senza i legami che ci uniscono alla comunità,
ognuno di noi diventa nessuno. I libri non bastano. Possono
soddisfare un aspetto della tua personalità, ma hanno la maledetta
tendenza a isolarti dagli altri. E poi, mica si fa l’amore con
loro!”
Bruna scuote la testa, ma come faccio a spiegarle che io, da sola,
sto benissimo? poi torna a sedersi, appoggia i piedi nudi sulla
scrivania e butta all’indietro i capelli biondo cenere.
“A cosa lavori, Bruna?”
“Cerco i nostri antenati.”
“Ce n’è qualcuno d’interessante?” chiede Dorothy, avvicinandosi a un
fascio di fotocopie.
“Queste, per esempio,” Bruna alza il piede destro, sfiorando con le
dita il bordo dei fogli, “sono lettere scritte due secoli fa da
qualcuno che viveva anche lui alla latitudine di 45° e 26’ Nord,
come ripeteva nonno Luigi: noi a Ovest e lui a Est del meridiano di
Greenwich, nel Vecchio Mondo, a Venezia.”
“E quando le hai trovate?”
“Da poco e perché spendo il mio tempo tra i libri, come sai, invece
che nella caccia al maschio. E adesso fuori di qui, ho da fare”
sbuffa Bruna, alzandosi e fingendosi seccata.
“Sei maleducata e impertinente, per forza nessuno ti sposa” protesta
Dorothy uscendo spinta dalla figlia.
Bruna chiude la porta e prende la sua tazza di tè. Quindi torna alla
scrivania. Guarda l’intestazione della busta in cui custodisce
l’incartamento passatole dalla capo bibliotecaria della Columbia
University su consiglio di James W. Taliaferro, l’ex Preside della
Facoltà, il primo a credere nelle sue capacità e ad aiutarla agli
inizi della carriera universitaria. Bruna legge.
“Lettere inviate da Venezia ad Andrea Vitturi, figlio di Francesco,
Vice Podestà e Capitano di Feltre. Scritte dal genero, Stefano
Guerra, dal cognato, Michelangelo da Riva, e dal cugino, Pietro
Marcello, figlio di Andrea, del ramo di Santa Caterina. Conservate
dalla nobile signora Francesca de Besi Mozzetti Monterumici.”
Prova una strana vertigine. Eppure è abituata a frugare nel tempo.
Venezia e Calais, pensa, chissà cos’è saltato in mente a nonno Luigi
quella volta! incassa la testa tra le spalle e si rimette al lavoro.
Calais nel Maine: un grumo di case aggrappate alle rocce di un
fiordo, la corrente fredda del Labrador a ricamare la scogliera e il
vento dell’Atlantico a spazzare l’intera costa.
All’ora di cena, Bruna esce finalmente dalla biblioteca. In salotto,
sdraiata sul divano con la televisione accesa e una rivista in mano,
trova Dorothy. “Hai voglia di raccontarmi di nonno Luigi, mamma?” le
chiede senza preamboli, “di quando venne in America, intendo.”
“Non possiamo parlare di qualcosa di più recente?” borbotta lei,
schiarendosi la gola.
“D’accordo, lasciamo perdere.”
“Te l’ho già descritto tante volte l’arrivo di nonno Luigi nel
Maine,” insiste Dorothy, “non c’è niente di nuovo. Con l’età, ormai,
rischio di dimenticare qualcosa, invece.”
“Sei sempre splendida, mamma” le sussurra Bruna, accarezzandole i
capelli.
“E tu un’ipocrita, figlia mia, farai carriera.”
I rami degli aceri nel giardino sgocciolano spruzzi salmastri contro
gli spessi vetri della villa.
“Luigi Ferialdi,” comincia Dorothy, “veneziano povero, mingherlino e
ignorante a vent’anni aveva già famiglia,” sorride, “una moglie
bambina, Irene Tagliapietra di sedici anni, e un figlio, tuo zio
Luca, pace all’anima sua. Nei primi anni del Novecento, me
l’insegni, la miseria spinse milioni d’italiani a emigrare. Nonno
Luigi, per nostra fortuna, scelse il Nord America.”
“Tu sai, però, dove voglio arrivare” suggerisce Bruna.
“Certo, certo… perché invece di fermarsi a New York o di proseguire
per il New Jersey, la Pennsylvania o l’Illinois venne proprio
quassù, nel Maine?” Dorothy si guarda intorno, indicando i muri di
quell’edificio, “mia cara professoressa, Calais…”
“… si trova alla stessa latitudine di Venezia,” la interruppe Bruna,
“di nuovo… ancora il mito nato per giustificare il successo della
Ferialdi & Co. Ltd, la maggiore azienda di legname del NordEst
americano: peccato Luigi Ferialdi fosse analfabeta!”
Dorothy le sfiora la mano e si alza, allontanandosi in direzione
della sala da pranzo. Spera di riunire un po’ di amici quella sera e
ha lavorato tutto il giorno. Una vera fatica. Lei odia le faccende
domestiche, le costa meno capire il funzionamento di una fresatrice
a controllo numerico che quello di un tostapane. “Che ne dici?”
chiede a Bruna, mostrandole la tavola ingombra.
“Una meraviglia,” commenta la figlia, “hai cucinato tu?”
Dorothy vorrebbe risponderle di sì e forse riuscirebbe a ingannarla,
Bruna possiede poche e confuse idee in materia culinaria. “Sai,
stavo pensando che sei a dieta… meglio se digiuni!”
Bruna si sfrega i piedi nudi. La minaccia non la colpisce. A lei
piacerebbe sapere la verità sul conto di nonno Luigi, piuttosto:
perché un analfabeta può anche avere un’intuizione fortunata, ma di
sicuro non sa niente di latitudine.
[..........]
© Federico
Moro
Il libro
Uno sguardo
sul NordEst tra terrorismo e immigrazione. Il terrorismo è quello di
matrice islamica, il romanzo richiama esplicitamente gli attentati
dell’11 settembre 2001, l’immigrazione è invece quella cinese.
I due fenomeni sono visti, analizzati e raccontati quali particolari
di un unico macro-evento, battezzato Terza Guerra Mondiale da alcuni
osservatori. Forse, sarebbe più esatto definirlo Quarta Guerra
Mondiale perché anche la Guerra Fredda è stata conflitto su scala
planetaria.
Questo, comunque, il quadro di riferimento del romanzo, la cui
ambientazione nel NordEst contemporaneo non solo non contraddice,
ma, anzi, sottolinea l’intenzione di affrontare eventi di portata
tanto ampia: per L’Oro e l’Argento il NordEst diventa terra
d’elezione per tutto quanto è glocal, nasce cioè in ambito locale e
si sviluppa con effetti assolutamente globali. Così la fabbricazione
della Superarma per il cui possesso si affrontano tra continui colpi
di scena i protagonisti del romanzo avviene in un NordEst in cui
tradizione artigiana e aristocratica, di una nobiltà dai trascorsi
mercantili, si fondono originando un tessuto sociale ed economico
vario e differenziato. Come i personaggi del romanzo.
In questo NordEst dalle radici multiple, l’incontro con la modernità
si trasforma spesso in violento scontro… tutto, allora, diventa
possibile, plausibile, accettabile, a cominciare dal ritorno di una
figlia di emigranti d’inizio secolo, la ricercatrice Bruna Ferialdi,
il cui arrivo a Venezia è destinato a sparigliare le carte del gioco
in atto. Sulla figura di Bruna voglio spendere qualche parola. Non
c’è nessuna, vera, necessità a spingerla a lasciare la natia Calais
nel Maine o l’adottiva New York per Venezia, ma solo la spinta di
una scelta morale. Lo stesso ordine di motivi che anima la
giornalista veneziana Elisa Franchetti, già copratogonista del
precedente romanzo Donne all’asta-intrighi veneziani,
imponendosi un po’ a tutti i personaggi presenti ne L’Oro e
l’Argento… il bisogno di esserci e di fare, di non stare con le
mani in mano, di agire, quale autentico, radicale, imperativo etico.
Ciò avviene perché, per dirla con un detto cinese, “per sopravvivere
devi essere disposto a morire”.
L’Oro e l’Argento è anche un romanzo sull’amore. In senso lato
quello dell’autore per una terra tanto ricca e vitale da fornirgli
di continuo inesauribile voglia di scriverne per raccontarla e in
modo più specifico per le vicende sentimentali in cui sono coinvolte
le protagoniste, cominciando da Elisa Franchetti. L’amore sempre
presente, a volte incubo ossessivo, irrisolto conflitto di pulsioni
contrastanti, tal l’altra assente, come per Bruna Ferialdi,
l’italo-americana che torna “a casa”. Presenza o assenza finiscono
per assumere identica valenza, influendo in profondità sull’agire
dell’individuo.
E come si intuisce da queste note, L’Oro e l’Argento è
romanzo segnato in profondità dalla presenza femminile.
L’ultima osservazione è per l’ambientazione: il territorio viene
visto nella sua duplice dimensione di sfondo, e quindi esaminato
negli infiniti mutamenti strutturali da cui è stato interessato, e
di vero e proprio co-protagonista della vicenda. Perché “dove” si
svolgono gli eventi risulta decisivo ai fini del “come” e del
“perché”. E influisce sulle conseguenze finali, infatti
l’ambientazione è tanto precisa e scrupolosa da permettere al
lettore curioso di ripercorrere, ricostruendoli, i movimenti sul
terreno dei personaggi, in una sorte di pellegrinaggio ideale ai
“luoghi” del libro. Un’altra caratteristica che L’Oro e l’Argento
condivide con il resto della mia narrativa, a cominciare proprio da
Donne all’asta-intrighi veneziani. (Federico Moro)
L’autore
Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e
storica, ha intervallato ricerca a scrittura letteraria, saggistica
e teatrale. Ha come principali campi d’interesse la narrativa e il
lato strategico di eventi e decisioni politiche.
È membro della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato i romanzi "Donne
all’Asta" (2002), "La voce della Dea" (2003), "L’Oro e l’Argento" (2005),
"La custode dei segreti" (2005), "Il
Fulmine e il Ciclamoro" (2007),
"Flagellum Dei?", la
raccolta di racconti "Storie a pelo d’acqua"
(2004), il saggio "Venezia in guerra" (2005
e 2007 seconda edizione illustrata) ed "Ercole e il Leone"
(2008),, liriche e altri racconti in forma antologica.
Federico
Moro
San Marco 750 - 30124 Venezia - tel.
041.5239753/041.5235695/329.9873742
www.federicomoro.it -
federico_moro@fastwebnet.it
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