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Federico Moro
FLAGELLUM DEI? Il fuoco degli Unni - romanzo
StudioLT2 Edizioni
ISBN 978-88-88028-12-5;
pp. 240, € 14,50
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(abstract…)
Medio corso del fiume Tissa, primavera.
Orrendi sono anche i visi dei loro neonati, un’informe massa
rotonda che sporge è la testa. Sotto la fronte due buie fessure sono
gli occhi. La luce del giorno che sfiora la fronte penetra a stento
sino alle pupille infossate, anche quando non siano chiuse.
Nonostante le strette fessure oculari, riescono a scrutare larghi
spazi e in luogo delle pupille due puntini penetranti guizzano nei
pozzi profondi degli occhi. Le narici non devono sporgere oltre la
superficie del viso, sicché vengono avvolte da un laccio perché
stiano sotto la visiera dell’elmo. Così l’amore materno sfigura i
figli in omaggio all’arte della guerra, perché la superficie del
viso diventa più larga ove non sia interrotta da un naso che sporge.
Orso Galbaio sospira. La testa gli ronza. Fatica a rimanere
concentrato, specie per l’odore. Un fetore nauseabondo di fango ed
escrementi sgocciolante da ogni grumo di terra. E aggrappato alle
tende. Gli pare davvero troppo chiamarle case, come definire città
il villaggio in cui stanno entrando. Superato il crinale della
collina, il sentiero penetra in un avallamento. Orso spalanca la
bocca mentre gli esplode in faccia un’onda urlante di uomini, donne,
bambini, vecchi, bestie. Al centro, in alto, la “reggia” per usare
le parole della sua guida e garante, Aspar lo sdentato. Un caotico
ammasso di legno e tela circondato da palizzata e torri verso cui
tutto converge. Alla sua destra, un altro recinto, più piccolo e
senza torri, per il secondo in importanza dopo il re.
Una nuova piaga è costituita da schiere sciamanti di sfrenata
ferocia: terribili, avide di bottino, violente, e giudicate barbare
persino tra i popoli barbari.
Le parole del poeta ed erudito di Lugdunum, Caio Apollinare Sidonio,
gli rimbalzano tra le tempie. Ora le tocca con mano.
“Cosa porti, Aspar, schiavi romani per Attila?”
“Non arrivano dal re, guardali! Gli si schianta il cuore dalla
paura!”
Centinaia di bocche vomitano insulti, rabbia, minacce. Qualcuno si
avvicina, stringendoli in una specie di morsa. Aspar lo sdentato fa
un segno con la testa, i talloni picchiano sui fianchi dei cavalli e
il piccolo gruppo parte al galoppo attraversando il campo.
Pianura del fiume Tissa, uno dei maggiori affluenti dell’Ister che i
Romani chiamano Danubio e per molti è semplicemente la frontiera, il
limes. Non lontano da lì, il re unno Attila ha fissato
il centro del proprio potere. Da dove governa gli sterminati
territori ereditati o conquistati. Quando c’è. E in quel punto
raduna l’esercito in vista della prossima campagna. Accade ogni
anno, con regolarità e sempre a primavera, come in questa dell’anno
452 dell’era cristiana.
Difficile chiamare armata l’orda ammassata dalla prospettiva di
bottino e dalla reputazione del capo nomade. A prima vista somiglia
a un mare in tempesta. Odio. Ce n’è dovunque. Verso i sedentari che
sbarrano il passo, contadini attaccati alle terre e cittadini al
riparo delle mura di mattoni, soprattutto contro le regole scritte
chiamate leggi e affidate a interpreti di professione. Garantiscono
tutti in eguale misura, senza concessioni alla superiorità del
valore.
O così dovrebbe essere, pensa Orso Galbaio procedendo
alle spalle di Aspar lo sdentato, perché la realtà è diversa.
Le cose non sempre sono come appaiono. Saperlo talvolta aiuta.
Orso ingoia la saliva, l’ultima, la bocca è un mantice secco. E dire
che l’hanno spedito lassù per la fama di coraggioso. Da Altino lungo
la via Annia fino a Concordia e Aquileia. Nel capoluogo della
provincia Venetia et Histria aveva incontrato l’arcivescovo Secondo
con le ultime raccomandazioni e le informazioni più recenti
provenienti dalla Pannonia e da più oltre, dal cuore stesso della
pianura della Tissa. Per niente incoraggianti. Viaggiatori e spie
continuavano a ripetere la stessa storia. Dopo essersi lanciato
verso mezzogiorno, nel tentativo d’impadronirsi di Costantinopoli, e
aver disceso la valle del Reno sino alle Gallie Attila punta
sull’Italia.
L’estrema offerta dell’arcivescovo ingolfa la testa di Orso dal
momento della partenza. Un patto condito da sontuoso donativo in oro
e pietre preziose. Se gli unni rinunceranno all’Italia, verrà pagato
un sostanzioso tributo annuale. Cos’altro può volere il re?
Il piccolo convoglio si era rimesso in marcia dallo spiazzo di
fronte alla basilica di Aquileia. Uno strano edificio formato da tre
aule rettangolari disposte a ferro di cavallo. Le due parallele, dai
pavimenti incrostati di raffinati mosaici, per celebrare la liturgia
e insegnare le Sacre Scritture. L’ultima, più modesta, a servire da
raccordo. Per questo a terra avevano buttato un fondo di
cacciopesto. Battistero e alcune stanze di servizio completavano il
complesso. Alle spalle della basilica, i moli abbandonati
dell’antico scalo fluviale sul Natisone. Un fiume largo una volta
quarantotto metri su cui si allungavano trecentocinquanta metri di
banchine attrezzate e giganteschi magazzini. Tutto abbandonato o
quasi.
Quanta ricchezza doveva trovarsi qui perché una città
agonizzante riesca a mettere insieme tanto oro! il pensiero
di Orso.
La verità è più complessa. L’intera Venetia et Histria si sta
mobilitando per evitare l’invasione unna. Lo stesso Orso Galbaio, in
fondo, è partito da Altino, più a sud lungo la stessa via Annia ma
sulle rive del Sile, non certo a mani vuote. Paura ovunque laggiù,
tra le campagne centuriate dalle bonifiche e le città strette ai
loro fiumi. Madre Terra si mostra indifferente come Padre Cielo.
“Abbiamo cacciato gli Dei ancestrali dagli altari per alzare al loro
posto un crocefisso!” aveva borbottato sconsolato suo zio, Marco
Partecipazio, nel salutarlo davanti alla porta Boreana di Altino,
“non prevedo nulla di buono. Roma l’ha già pagata quaranta anni fa.”
Parole senza senso aveva pensato Orso montando a cavallo.
Davanti alla basilica di Aquileia il primo dubbio. Qui sulla Tissa,
solcando le orde unne, le parole di Marco acquistano sapore di
profezia.
Rallentano la corsa dei cavalli. Si avvicinano alla “reggia” e non è
davvero prudente arrivarci al galoppo. Non certo per gli
ambasciatori di un popolo ritenuto ostile e sul punto di venire
attaccato. Gli arcieri di guardia si alzano e incoccano le frecce.
Quello che sembra il comandante avanza di qualche passo e alza il
braccio ordinando di fermarsi. L’ufficiale riconosce Aspar e gli fa
un cenno. Silenzio. Assoluto. Vuoto diventato pietra nel ventre di
Orso Galbaio da Altino e dei suoi compagni di viaggio, Domenico
Obelerio e Beato Anafesto. Tutti dello stesso quartiere, nati e
cresciuti dalle parti della porta Boreana, figli di mercanti e
mercanti loro stessi. Un’altra delle ragioni per cui sono stati
scelti. Scrutano le frecce pronte a colpire.
“Grosse punte di ferro a tre ali,” borbotta Domenico, “lanciate da
archi riflessi lunghi poco meno di un uomo, impossibile fermarle!”
“E non dimenticare le spade sottili” aggiunge Beato.
Il pensiero di entrambi incrocia la strana invenzione portata dai
nomadi nel modo di stare in sella. Nessuno ci aveva pensato prima.
Due strisce di robusta stoffa su cui appoggiare i piedi. Permettono
di cavalcare stancando meno le gambe e offrono grande stabilità al
momento di combattere.
Orso ride. Gli pare incredibile tanto interesse in materia di
equipaggiamento e tecnica bellica. Cercano una spiegazione
“scientifica” ai successi del nemico e riescono pure a trovarla. Si
tratta dell’argomento che inzuppa di parole l’aria putrida di ogni
villaggio e città lungo la via Annia.
Gli unni vincono perché possiedono armi migliori che imparano
a maneggiare sin da piccoli, riflette Orso, così si
dice, i romani invece perdono a causa del peggiore equipaggiamento e
della superiore civiltà da cui deriva la considerazione della guerra
quale male assoluto da cancellare dalla storia. E intanto si auto
assolvono.
Discorsi ad avvitarsi. Il mercante di Altino, spedito sulla Tissa
perchè senza paura, si guarda intorno. Aspar lo sdentato, guida e
garante, continua a parlare a bassa voce con l’ufficiale al comando
della guardia. Gli arcieri restano al loro posto, immobili e pronti.
Orso gira la testa, si aspetta di incrociare visi larghi e
schiacciati, corpi segnati dall’abitudine a restare in sella,
invece…
Si chiama re, ma il sovrano deve di continuo rendere conto ai grandi
di un’aristocrazia prodotta dal campo di battaglia. Quanto al regno,
è una federazione di popoli in perenne fermento, genti di lingue,
religioni, culture diverse. A tenerle insieme, necessità, profitto e
successo in guerra.
Esistono davvero questi unni? si chiede Orso.
Lì intorno c’è un po’ di tutto. Goti, gepidi, eruli, sarmati, alani,
romani e greci. Vestono tutti alla maniera dei nomadi, a tradirli
sono i lineamenti.
“Cosa pensi?” gli chiede Domenico.
“Niente.”
Aspar sta tornando. Pare soddisfatto e una specie di sorriso gli
straccia le labbra. Li raduna, poche frasi per ricordare come ci si
comporta a corte. Massimo rispetto per il re, è ovvio, e per i
nobili seduti alla sua tavola. Con un’avvertenza. Ci vuole misura,
la deferenza deve essere graduata a seconda dell’importanza di
ognuno. La stessa cosa con i doni.
“Gli uomini non sono uguali,” conclude Aspar, “nascono e muoiono, è
vero, però il valore li rende diversi in vita. Gli Dei lo sanno.”
Vallo a spiegare a uno come Beato Anafesto, cristiano e lettore
appassionato di San Paolo, l’apostolo delle genti. Proprio per
questo convinto che neppure le buone opere sanciscano alcun merito
agli occhi di Dio. Al massimo aiutano il fedele a perseverare.
Osceno anche solo accennare a una gerarchia.
Domenico Obelerio, invece, non capisce l’insistenza dell’unno su un
dettaglio del genere. Aspar gli risponde che lui non è solo la loro
guida fino alla pianura della Tissa, ma il garante di fronte ai suoi
capi. Certo l’ha fatto per denaro. E quanto! Lo sa, non cambia nulla
però. Non vuole trovarsi nei guai come successo con un’ambasceria
degli altri romani, quelli di Costantinopoli. Si erano presentati
con un apparato formidabile per impressionare gli ospiti. Prima
stupidaggine. I nomadi non si lasciano incantare da messe in scena
da circo. Dopo, avevano distribuito i doni senza tener conto
dell’importanza di ognuno. Seconda idiozia. Per calmare i suoi era
dovuto intervenire Attila in persona e al re non piaceva doverlo
fare. Meglio cautelarsi.
Il comandante della guardia ordina agli uomini di abbassare le armi.
Gli archi tornano nelle faretre, i soldati si ributtano a terra
accanto ai fuochi. La folla si disperde, se i romani entrano nella
reggia non c’è nulla da aspettarsi. Per il momento.
“Andiamo” mormora Aspar. Lo seguono.
Il cielo è arato da nuvole spumose, potrebbe essere perfino bello,
punteggiato com’è dai giochi iridescenti dei raggi del sole
nell’azzurro lavato dalla pioggia. Dalla terra, odore di marcio. La
pianura… steppa senza fine ondulata qua e là in corrispondenza di un
lago o di un fiume. Come in quel punto dove scorre la Tissa, il
maggiore degli affluenti dell’Ister/Danubio. Un taglio netto nelle
viscere della terra al di là del limes, a lungo parallelo al grande
fratello in cui alla fine si getta. Tra di essi, ormai da ottanta
anni, il cuore del regno unno. Un cuneo piantato nel mezzo dei
domini romani. Verso occidente e meridione quattro province di nome
Pannonia. Prima, Secunda, Valeria e Savia. A settentrione e a
oriente il vuoto dell’Eurasia, madre di ogni invasore. Goti,
vandali, eruli, sciri, rugi, all’inizio fuggivano dinnanzi alla
furia dei signori del nulla, gli unni, poi hanno preferito
sottomettersi. Meglio dividere con gli invincibili nomadi vittorie e
bottino che vagare alla ricerca di una nuova patria. Ragione per cui
sono tanto numerosi là, nella pianura della Tissa.
Tutte cose note a Orso Galbaio da Altino e ormai inutili. Smontano
da cavallo e salgono su una specie di piattaforma di legno per
attraversare la palizzata, da questo momento sono nell’Ordu. I loro
passi rimbombano sulle assi unite in modo approssimativo. Costruire
non è davvero l’arte dei nomadi. I romani appoggiano i piedi con
cautela, la paura di cadere risale le gambe con raffiche di crampi.
Chi può dire quale reazione scatenerebbe vederli lunghi distesi?
L’ingresso, finalmente. Una donna li accoglie sulla soglia. Non
molto alta, snella nella tunica stretta in vita secondo la moda
greca di una classicità scomparsa da tempo, braccia scoperte, i
capelli raccolti all’indietro e un diadema a lamine d’oro sul cranio
deformato artificialmente.
“Chi sono?” chiede ad Aspar
“Gli ambasciatori delle città italiche.”
La donna annuisce.
Orso la sfiora. Profuma di gelsomino e muschio, fiori e terra.
Unna, pensa subito Orso e subito dopo, di alto
lignaggio visto come la salutano tutti. E forse qualcosa di più.
Gli piacerebbe saperlo.
Aspar se ne accorge e per evitare problemi gli bisbiglia in fretta
qualche informazione. L’Ordu rappresenta il quartiere generale
d’inverno del re. In legno. Al suo interno, sale pubbliche di
riunione, ricevimento e banchetto, ma anche gli appartamenti
privati. Compresa la parte destinata alle donne. I sovrani unni ne
hanno una schiera, la poligamia è la norma, Attila poi è famoso per
l’appetito sessuale. Ad amministrare l’Ordu, una di loro di nome
Kreka. Lo stesso della regina che ha dato tre figli al suo signore,
ma una persona diversa, parecchio più giovane e… lascia il concetto
a prendere forma nella mente del mercante di Altino, ma non aggiunge
altro.
Kreka dal cranio deformato e vestita alla greca si
ripete Orso ed entra.
Attraversato un lungo corridoio, il gruppo guidato da Aspar si ferma
sulla soglia di una grande stanza. Attila è già lì, al centro,
seduto su un divano. Un secondo divano è alle sue spalle, giusto
davanti a un grande letto con lenzuola di lino e copriletto
sagomato. Più o meno come preparano i letti nuziali i romani
d’Occidente e d’Oriente.
Un solo ambiente per ricevere, dormire e, probabilmente,
mangiare! osserva Domenico Obelerio.
Anche Beato Anafesto e Orso si stupiscono. Pur costruito in legno,
circondato da palizzata e torri e con pretesa di reggia, l’Ordu
resta una tenda.
A semicerchio lungo le pareti una serie di scranni. Un domestico si
avvicina ai romani offrendo da bere. Orso e Domenico si guardano
preoccupati. Aspar sibila di ingoiare tutto subito.
Paura. Fibrillazione di ogni maledetto muscolo. Tre mercanti
sbattuti da Altino negli spazi infiniti della Pannonia per trattare
con un capo barbaro. E non uno qualsiasi, bensì Attila, il flagellum
Dei. Accettare? E cosa succederà… chi potrebbe essere sicuro del
liquido buttato giù a forza lungo la gola ispessita dal panico.
Rifiutare? Respingere il gesto simbolo dell’ospitalità nomade
significa dichiararsi nemico.
Orso afferra la coppa e con un cenno di deferenza verso il re ne
prende una lunga sorsata. Dopo di lui, Domenico e Beato, Aspar è
l’ultimo. A questo punto vengono accompagnati ai loro posti.
Entrano i nobili. Onegesio, il più in vista, si siede alla destra di
Attila, seguito da due dei figli del re. Il terzo si accomoda invece
sul divano del padre, ma a un’estremità e senza osare guardarlo. In
segno di rispetto. Berico, altro grande dignitario, si sistema alla
sinistra del sovrano, la fila su cui si trovano anche i romani.
“Cerimoniale semplice, ma preciso,” sussurra Orso a Domenico,
“testimonia l’importanza della forma presso qualunque popolo.”
L’amico annuisce, poi aggiunge. “Non è una delle ragioni per cui
esiste la guerra? Imporre e vedersi riconosciuta dal vinto la
propria superiorità. Il modo diventa sostanza.”
Nessuno ha ancora pronunciato una parola. Non appena gli scranni
sono occupati, un domestico porta al re una coppa di legno colma di
vino. Attila la prende e la alza in direzione di Onegesio. Questi
scatta in piedi e ci rimane finché il sovrano non ha bevuto.
L’operazione viene ripetuta per ciascuno dei presenti. Soltanto alla
fine comincia il pranzo.
L’ora è quella giusta anche se lunghezza del viaggio e necessità di
cambiarsi avrebbero consigliato ai romani di rinviarlo al giorno
dopo. Non sono ospiti di riguardo, però, ma una missione di
secondaria importanza e in fondo il re ha accettato di incontrarli
per pura curiosità. Parola di Aspar. Forse ad Attila un po’
piacciono tre mercanti a digiuno di diplomazia e guerra, tanto
sciocchi o audaci da chiedergli udienza. Cosa sperano, di comprarne
il favore con una manciata d’oro? Davvero non sanno o non immaginano
quale sia il suo obbiettivo nel venire in Italia?
I domestici entrano portando dei tavoli che vengono sistemati
davanti agli scranni. Sui loro ripiani giganteschi vassoi d’argento
grondanti cibo. Nessuno degli ospiti dovrà alzarsi per prendere da
mangiare.
Il re, invece, si limita ad assaggiare della carne servita su un
modesto tagliere di legno.
Come la coppa del suo vino, osserva Orso, mentre
a noi ha riservato calici d’oro e d’argento.
“Hai notato i vestiti?” gli bisbiglia all’orecchio Domenico.
Risponde di sì. Puliti, ma semplici, pensa, non
indossa niente di costoso. Non sembra nemmeno un capo barbaro… e
nemmeno un ricco romano!
Al termine della prima portata si ripete il rito delle coppe.
Stavolta sono i commensali a rivolgersi ad Attila. Quando il giro è
completo, arriva una seconda serie di vassoi. Il banchetto è
abbondante eppure si svolge con una certa velocità. Sembra ci sia
fretta di concluderlo. Ancora la cerimonia del bere, quindi i
domestici sgombrano i tavoli.
“Scommetto ci toccano cantastorie e buffoni!” ridacchia Domenico. A
voce bassa.
Orso lo fulmina con lo sguardo. Stupido pensa.
Ha ragione. I romani sono costretti ad apprezzare canzoni e scherzi
unni. Si commuovono e ridono in ritardo rispetto agli altri, facendo
comunque del loro meglio.
“Le campagne vittoriose e il valore guerriero del re nella sua
lingua!” osserva Beato quando è sicuro di non essere ascoltato se
non dagli amici.
Campagne vittoriose, borbotta a se stesso Orso,
già, ma quali?
La pericolosa idea gli s’insinua nella mente. Tarlo al lavoro tra
gli incroci della memoria, strappa Attila l’unno dal divano dove il
figlio non osa guardarlo e ne sfarina la figura, rivestita di abiti
semplici, lungo i faticosi sentieri dei Balcani e delle Gallie. Di
sicuro, assieme al fratello maggiore Bleda, ha sconfitto i romani
d’Oriente in campo aperto. Ha quindi ucciso Bleda e domato le
rivolte di alcune tribù unne che non volevano accettarlo quale unico
sovrano. Quando l’ira della Terra ha spianato la cintura di mattoni
e pietra della Nuova Roma sul Bosforo, s’è precipitato ad
attaccarla. È tornato indietro. Sconfitto. L’anno dopo è sceso lungo
il Danubio e il Reno per impadronirsi dell’Occidente. Ai Campi
Catalaunici il fortunato genio di Aezio, magister militum
dell’imperatore della vera Roma sul Tevere, gli è stato fatale. La
pianura della Tissa e l’Ordu l’hanno accolto, cercando di curarne le
ferite.
“Avanti, tocca a voi!” intima all’improvviso Aspar, lo sdentato.
Orso si scuote. Silenzio nella sala. Un muro di sale, bianco e
granuloso su cui le parole rischiano di franare. I tre mercanti di
Altino sono in piedi.
“Grande sovrano,” inizia Orso, “noi abbiamo intrapreso questo
viaggio perché…” si blocca.
Curiosità, attenzione, sconcerto. Gli ambasciatori non dovrebbero
avere la lingua svelta? E parlare magari quella del luogo? Orso,
invece, usa il latino della Venetia marittima, infarcito di parole
arcaiche e suoni dalle radici antiche. E in più si perde nel
labirinto delle sue stesse frasi.
Non ci sono donne nella sala. Una di loro, però, ascolta e guarda
dal riparo di una grossa tenda. Di lana, al pari dei tappeti stesi
sul pavimento che ne assorbono i passi. Scalzi.
Brucia la gola di Orso. Forse non doveva mangiare e bere. Tardi per
pentirsene. Sorriso ironico sul volto del re. I figli del sovrano e
la cerchia dei nobili è pronta a esplodere in risate di scherno.
No, no, no si ripete.
Sudore freddo a bagnare fronte, collo, mani. Riesce a muovere solo
gli occhi. Incrocia il terrore di Domenico e Beato. Nessuno sa cosa
fare. Era stato tutto preparato con cura, ogni singola sillaba
pesata e collocata al punto giusto. Sin dalla partenza da Altino e
poi nelle varie tappe di quel viaggio. Concordia, Aquileia, Forum
Iulii, Aemona, Andautonia… quante volte hanno preparato il momento
in cui avrebbero affrontato la bestia della steppe? Con le uniche
armi che sanno maneggiare con sicura perizia, intelligenza e
coraggio. Un meccanismo oliato alla perfezione.
Ancora uno spostamento del punto focale. Il piano visuale è confuso,
incerti i contorni, opalescenti le luci. Una grossa tenda. Di lana.
Le pupille di Orso inquadrano un paio di piedi nudi. Risalgono.
Riconoscono il vestito alla moda greca di tanto tempo fa, i capelli
neri e lucidi, il diadema appoggiato sul cranio deformato.
Kreka sussurra il mercante nato dalle parti della porta Boreana. E
come in una tempesta estiva, il fulmine.
© Federico
Moro
Il libro
Emozioni per
domani, il romanzo dell’Europa. Realismo magico e ricostruzione
storica in una vicenda che si rincorre di continuo tra passato e
presente perché conoscere significa “proiettare il film della storia
sullo schermo del futuro”.
Chi è Antonio Altavilla, residente a Roma al numero 42 di via Teatro
di Marcello? Il giornalista e scrittore di viaggi, l’uomo razionale
e materialista del XXI secolo che crede oppure un cronovisore di
carne, un’autentica macchina del tempo in cui ciò che
è stato rivive trasformato in un caleidoscopio di suoni e immagini?
Flagellum Dei? già nel titolo svela il filo conduttore
della vicenda, la campagna di Attila in Italia nell’anno 452 d.C. In
quella primavera, i popoli della federazione riunita sotto lo
scettro del re unno lasciano la pianura in cui scorre il fiume
Tissa/Tisza, affluente del Danubio, con l’intenzione d’invadere la
Penisola. Ogni singolo guerriero ha le sue personali motivazioni,
spesso divergenti e talvolta in aperto contrasto con quelle del
sovrano. Varie come le reazioni degli italici in lotta contro il
tempo per fermare l’attacco.
Questo l’ambito geografico e storico della narrazione.
Flagellum Dei? però resta un romanzo con un protagonista
contemporaneo, Antonio Altavilla. Venezia recita una parte
importante, perché qui, nella città nata dalla distruzione da parte
degli unni di Attila della romana Altino in riva al fiume Sile, si
colloca l’atto conclusivo della storia.
Scettico convinto dell’esistenza solo di quanto può toccare con
mano, Antonio Altavilla finisce risucchiato dal lato
invisibile della realtà, quello per cui “non sempre le cose
sono come appaiono”. Lungo le anse del tempo incontra un mondo
sconosciuto, quello della tarda antichità pronta a diventare
MedioEvo. E soprattutto entità intessute a dipinti e decorazioni di
un antico palazzo veneziano. Ogni unità è sempre “armonia di
contrari” perché… tutto scorre.
L’autore
Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e
storica, ha intervallato ricerca a scrittura letteraria, saggistica
e teatrale. Ha come principali campi d’interesse la narrativa e il
lato strategico di eventi e decisioni politiche.
È membro della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato i romanzi "Donne
all’Asta" (2002), "La voce della Dea" (2003), "L’Oro e l’Argento" (2005),
"La custode dei segreti" (2005), "Il
Fulmine e il Ciclamoro" (2007),
"Flagellum Dei?", la
raccolta di racconti "Storie a pelo d’acqua"
(2004), il saggio "Venezia in guerra" (2005
e 2007 seconda edizione illustrata) ed "Ercole e il Leone"
(2008),, liriche e altri racconti in forma antologica.
Federico
Moro
San Marco 750 - 30124 Venezia - tel.
041.5239753/041.5235695/329.9873742
www.federicomoro.it -
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