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Incipit del romanzo
Il giorno seguente, conformemente all’ordinanza del console, si
tennero i comizi per l’elezione dei consoli e dei pretori. Furono
eletti consoli Quinto Fabio e Publio Decio, e Appio Claudio fu
eletto pretore, quantunque nessuno di loro fosse personalmente
presente; a Lucio Volumnio, per deliberazione del Senato e per
decreto della plebe, fu prorogato il comando per un anno.
Quell’anno vi furono molti sinistri prodigi…
Postridie ad praescriptum consulis et consularia e praetoria comitia
habita. Consules creati Quintus Fabius et Paulus Decius, Appius
Claudius praetor, omnes absentes; et Lucio Volumnio ex senatus
consulto et scito plebis prorogatum in annum imperium est. Eo anno
prodigia multa fuerunt…
(Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, libro X, 22-23)
Muri d’acqua sbarrano la strada. Spuntano dalla terra fradicia,
alzati dalle infinite gocce in caduta dal cielo nero. Un carro e
venti uomini a cavallo arrancano nella valle scavata dal fiume
Plavis tra la sua sorgente, nel cuore del Monte Peralba al limite
settentrionale della Venetia, e il Mare Adriatico, dove sfocia. Le
ruote del carro si bloccano nel fango, slittano, riprendono
faticosamente ad avanzare. SSStoc! Il rumore di un ciottolo schizza
tra i raggi di legno. Si tratta di un bel sasso grigio e tondo,
levigato dalla corrente. Chissà come c’è finito su quella specie di
sentiero intagliato nella roccia… ogni tanto un ponte, tronchi in
bilico su blocchi di pietre a scavalcare un torrente o un canalone
ghiaioso. Qui si capisce come abbia fatto il rigagnolo sgorgato
dalle viscere della montagna ad aprirsi il cammino fino alla pianura
veneta e al mare. Laggiù, tra canali e canneti di un’ansa interna
della grande laguna costiera, si trova la città portuale di Altinum:
la meta delle merci che percorrono la valle del Plavis. Come di
questo carro scortato da venti cavalieri, anche se adesso deve
ancora entrare a Lagole, il villaggio veneto stazione di sosta lungo
la via dei passi alpini.
“E tu, caro Tivalio Fougonts, una cosa del genere la chiami strada,”
borbotta con forte accento romano Marco Decio Mure seduto a cassetta
del carro, “Tivalio, ehi Tivalio!” Marco Decio sorprende
addormentato il compagno di viaggio, un veneto magro e pallido
nascosto in un ruvido mantello di lana.
L’eco dei rimbalzi del ciottolo, frusciare di rami d’albero, nitrire
di cavalli, sudore gelato lungo braccia e cosce. Marco Decio dà uno
strattone alle briglie… la punta di una freccia gli si conficca nel
gozzo sporgente, sangue su mani, calzari, timone, un’altra raggiunge
Tivalio. Il veneto sussulta e rotola addosso a Marco, lo trascina
tra le zampe dei cavalli, ancora frecce, giavellotti, pestare di
zoccoli, voci, ordini secchi: dall’erba e dai sassi sbucano decine
d’uomini coperti di pelli d’orso, scuri elmi conici in testa e
lunghe spade in pugno. Agili, veloci, senza paura attaccano i
cavalieri, rovesciano a terra gli animali e scannano gli uomini.
Solo in tre tentano la fuga: corrono verso il greto del fiume,
finché non li fermano a colpi di lancia. Rimangono lì, accartocciati
su se stessi, la bocca spalancata, i liquidi del corpo a sciogliersi
nel Plavis.
Intanto, si è fatto giorno. Un chiarore opaco avvolge le montagne e
sfiora le abetaie sino al fondovalle. Lagole, qualche miglio a sud,
è un grumo di basse costruzioni in legno e viottoli fangosi. Poco
oltre, appartato su un’altura, l’antico santuario del dio
Trumusiate. Un edificio rettangolare dalle pareti incrostate da
dischi di bronzo. Incisa su questi, la storia della discesa del dio
sulle rive del fiume, proprio lì, dove le sue acque si mescolano con
quelle sulfuree che risalgono dal centro della terra.
Nel santuario, il Gran Sacerdote Pedeo sta guidando la preghiera
dell’Aurora. Sul prato davanti, fedeli sostano in attesa del
sacrificio di un toro. Niente donne. Il rito sta per concludersi, il
suono basso della voce di Pedeo filtra all’esterno.
Un tipo basso e corpulento dai grandi occhi bovini, al centro del
gruppo sullo spiazzo, si gira verso il vicino di sinistra.
“Maledizione, Pausania, il carro dovrebbe essere già qui!” esclama.
Quello chiamato Pausania, magro e muscoloso sotto i corti ricci
neri, indica la strada. “Invece, Hevissos, non si vede nemmeno alla
curva” osserva.
Il Gran Sacerdote Pedeo si affaccia all’aperto, i serventi del
santuario fanno avvicinare il toro all’altare. “Fermi!” ordina
all’improvviso Pedeo, allargando le braccia, “il carro non è
arrivato” e fissa interrogativo Hevissos e Pausania.
I due si guardano. Hevissos ripiega le labbra tra i denti, mentre la
mano destra si aggrappa alla cintura. Immobile, Pausania spalanca le
palpebre. A un cenno di Pedeo, uno dei serventi lascia il toro e li
raggiunge. Quindi li sospinge insieme al limite dell’area sacra,
dove qualcuno ha già portato due cavalli. Robusti animali di
montagna, bassi e tozzi, dalla lunga coda gialla e la criniera giù
per il collo. Non molto veloci, ma pazienti: perfetti quando la
strada diventi sentiero a strapiombo sulle rocce. Pausania monta per
primo, Hevissos deve farsi aiutare. E non per la mole. Dopo di che
scendono entrambi al piccolo trotto verso il fiume.
Nessuno degli abitanti diretti nei campi o nei laboratori di Lagole
fa caso ai cavalieri, vanno tutti di corsa a quell’ora. L’unica ad
accorgersene è Elettra, la giovane figlia di Pausania. È uscita
presto di casa, una cesta di vimini piena di biancheria sporca in
bilico sulla testa, per seguire la madre Altea al Plavis. A Lagole,
le donne lavano i vestiti nel fiume, appena fuori dal paese, vicino
al ponte principale, dove l’acqua gelida forma una piscina naturale.
Accanto a una seconda alimentata da una sorgente termale, calda.
Elettra si ferma a salutare con la mano il padre, ma lui tira
dritto.
“Dove starà andando?” chiede la ragazza alla madre quando la
raggiunge.
“Non lo so, affari di uomini” brontola Altea. E torna a chinarsi
sulla tunica distesa sulla pietra.
Pausania ed Hevissos proseguono veloci. La luce adesso illumina la
strada, un soffio chiaro scioglie la rugiada. Gli abeti sgocciolano
nella penombra delle radici.
Come nell’isola di Corcira, sta pensando Pausania, quando sono
fuggito dalla mia Sparta.
Pausania figlio di Antiloco e Niobe spartiati, quel giorno, scappava
dal decreto di condanna degli Efori, i magistrati supremi della
città: perché, dopo la terra, volevano prendergli la vita. E sempre
a causa di Altea, la bella e ricchissima donna frigia che lui aveva
strappato a un altare della dea Afrodite, combattendo al servizio
del re di Pergamo in Asia Minore. Rientrato a Sparta con i compagni,
aveva portato con sé Altea per sposarla invece di farne una schiava.
E gli Efori non avevano approvato, no, non potevano tollerare, si
trattava di una pericolosa novità per l’ordine costituito, di un
abuso da stroncare.
“Bastardi,” ricorda che si ripeteva Pausania, mettendo piede
nell’isola di Corcira con la moglie, una mula carica d’oro e i
sicari degli Efori ancora alle calcagna, “neanche il mare vi ha
tenuti distante.”
Braccia e gambe ferite, spuntoni di roccia e rami appuntiti a
conficcarsi nei piedi, rudi strattoni alla mula con Altea e l’oro.
Pausania cercava le montagne per nascondersi. Via da Sparta, era
andato a Pilo sabbiosa e da lì, su una veloce nave cretese, aveva
raggiunto Corcira, la grande isola all’imboccatura dell’Adriatico.
Ma non era bastato.
“Alto là! Chi va là?” era stata l’improvvisa intimazione di un
soldato di Corcira piazzato a gambe larghe in mezzo al sentiero nel
bosco scelto da Pausania.
Lui aveva alzato gli occhi umidi. Alle spalle, rumore di passi e
respiri affannosi: i sicari degli Efori non mollavano. Di fronte
aveva un ufficiale, nascosto dietro un albero, e tre opliti.
Pausania s’era girato senza rispondere. Che poteva fare?
“Chi va là?” aveva ripetuto, urlando, l’ufficiale dal suo riparo.
Pausania era caduto in ginocchio e l’uomo era uscito fuori,
raggiungendolo e puntandogli la punta della spada sulla ferita sotto
il mento provocatagli l’anno prima da una lancia frigia.
“Pausania!” aveva esclamato l’ufficiale, “che ci fai a Corcira?”
“Io…”
Neppure il tempo di finire la frase. I sicari degli Efori s’erano
gettati addosso alla mula, ad Altea e all’oro. Ma Cleonimo,
l’ufficiale sul sentiero, una volta principe spartano e comandante
di Pausania in Frigia, li aveva fermati: nessuno poteva permettersi
di assalirne gli amici.
Già, neanche i sicari degli Efori sorride adesso Pausania,
cavalcando sulla riva destra del fiume Plavis, non lontano
dall’abitato veneto di Lagole, nella pioggia e nel vento che
martellano la valle.
Il fiume scorre a pochi passi, eco di gocce su sassi e timpani,
qualunque rumore va ascoltato. Un’ultima curva sulla sinistra, una
cascata di alberi e rocce giù dalla montagna.
Hevissos sprona il cavallo, Lagole non si vede più, sono soli. “Là!
Guarda là!” grida, tirando le briglie.
“Dove? Cos’hai visto?” balbetta Pausania.
Hevissos si ferma, lo spartano, invece, prosegue. Appesa al fianco
destro, una corta spada veneta a due tagli. Pausania la estrae e
avanza.
“Andiamocene” piagnucola Hevissos.
Pausania lascia la strada. Gli zoccoli del cavallo pestano sassi e
acqua sul greto del Plavis. Acqua… prima azzurra, trasparente, poi
verde, torbida e bruna… ormai poco distanti, i corpi di ventidue
uomini.
“Li hanno ammazzati” borbotta Pausania, smontando da cavallo.
Uno stormo di corvi si stacca dalla foresta e si posa sul costone
illuminato della montagna.
Hevissos non aspetta più, gira il cavallo e lo sprona verso Lagole.
“Stupido,” mormora Pausania, “se fossero qui, ci avrebbero già
colpito” e si china sui cadaveri.
Membra immobili, ma non rigide, dalle ferite il sangue sgorga nero e
denso, qua e là asticelle di freccia e giavellotti. Del carro
restano le tracce delle ruote. Infine, la faccia rovesciata contro
il cielo di Marco Decio Mure, il mercante romano di Altinum che
tutti conoscono a Lagole. Quel trasporto era suo e doveva trattarsi
di una cosa grossa se lo seguiva di persona. “Due frecce” osserva
Pausania e gli estrae la prima dal collo. Un fiotto di sangue gli
schizza sulle mani. Si alza per dirigersi al fiume dove ripulisce la
punta di ferro nell’acqua. Poi la esamina con cura. “Celti” mormora
alla fine.
[..........]
© Federico
Moro
Il libro
Un giorno come
un altro a Lagole, cittadina veneta nell’alta valle del fiume Plavis
(Piave). O dovrebbe esserlo… perché sulla strada che conduce ai
passi alpini viene compiuta una strage. Ventidue uomini sono uccisi
per rubare un carro di merci dirette al porto adriatico di Altinum
(Altino).
Cosa trasporta il carro? Per quale motivo il capo religioso e
politico di Lagole, il Gran Sacerdote Pedeo, invoca subito
provvedimenti straordinari? Quali sono i segreti degli antichi
Veneti?
Toccherà a un giovane romano, Lucio Decio Mure figlio del console
Publio, appena giunto a Lagole, svelare i retroscena di una catena
di delitti provocati dalla lotta per la supremazia in Italia tra
Etruschi, Sanniti, Celti e Umbri da un lato, Romani e Veneti
dall’altra.
Ma non è più tempo di schermaglie diplomatiche, lo scontro è ormai
sul terreno militare e pur di ottenere la vittoria si ricorre a
qualunque mezzo. E il tradimento fa parte di questa che è ormai
guerra senza limiti.
Un giallo a sfondo politico ambientato sul finire del Terzo Secolo
a.C. dove l’invenzione narrativa si sposa a una rigorosa base
storica… anche nelle parti, come la ricostruzione della
città-arcipelago di Altinum, la progenitrice di Venezia, dove la
fantasia dell’autore cerca di integrare il dato archeologico
disponibile. Ma anche e soprattutto un romanzo di valori etici in
cui la ricerca di libertà e giustizia si mescola in modo
inestricabile a coraggio, viltà, amore e amicizia nel contesto
dell’agire dell’uomo. Sempre necessario, inevitabilmente ambiguo,
perché soggetto a compromessi.
La custode dei segreti, infine, rappresenta l’ideale
continuazione del primo romanzo ambientato dall’autore nello stesso
periodo tra gli antichi Veneti, vale a dire La voce della Dea
di cui il lettore ritroverà molti dei protagonisti.
L’autore
Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e
storica, ha intervallato ricerca a scrittura letteraria, saggistica
e teatrale. Ha come principali campi d’interesse la narrativa e il
lato strategico di eventi e decisioni politiche.
È membro della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato i romanzi "Donne
all’Asta" (2002), "La voce della Dea" (2003), "L’Oro e l’Argento" (2005),
"La custode dei segreti" (2005), "Il
Fulmine e il Ciclamoro" (2007),
"Flagellum Dei?", la
raccolta di racconti "Storie a pelo d’acqua"
(2004), il saggio "Venezia in guerra" (2005
e 2007 seconda edizione illustrata) ed "Ercole e il Leone"
(2008),, liriche e altri racconti in forma antologica.
Federico Moro
San Marco 750 - 30124 Venezia - tel.
041.5239753/041.5235695/329.9873742
www.federicomoro.it -
federico_moro@fastwebnet.it
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