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Federico Moro

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / FEDERICO MORO


La custode dei segreti, l’epopea degli antichi Veneti

Federico Moro, La custode dei segreti / romanzo

Federico Moro
LA CUSTODE DEI SEGRETI, l’epopea degli antichi Veneti - romanzo
Edizioni Helvetia - ISBN 88-88075-43-7

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Incipit del romanzo

Il giorno seguente, conformemente all’ordinanza del console, si tennero i comizi per l’elezione dei consoli e dei pretori. Furono eletti consoli Quinto Fabio e Publio Decio, e Appio Claudio fu eletto pretore, quantunque nessuno di loro fosse personalmente presente; a Lucio Volumnio, per deliberazione del Senato e per decreto della plebe, fu prorogato il comando per un anno.
Quell’anno vi furono molti sinistri prodigi…

Postridie ad praescriptum consulis et consularia e praetoria comitia habita. Consules creati Quintus Fabius et Paulus Decius, Appius Claudius praetor, omnes absentes; et Lucio Volumnio ex senatus consulto et scito plebis prorogatum in annum imperium est. Eo anno prodigia multa fuerunt…
(Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, libro X, 22-23)

Muri d’acqua sbarrano la strada. Spuntano dalla terra fradicia, alzati dalle infinite gocce in caduta dal cielo nero. Un carro e venti uomini a cavallo arrancano nella valle scavata dal fiume Plavis tra la sua sorgente, nel cuore del Monte Peralba al limite settentrionale della Venetia, e il Mare Adriatico, dove sfocia. Le ruote del carro si bloccano nel fango, slittano, riprendono faticosamente ad avanzare. SSStoc! Il rumore di un ciottolo schizza tra i raggi di legno. Si tratta di un bel sasso grigio e tondo, levigato dalla corrente. Chissà come c’è finito su quella specie di sentiero intagliato nella roccia… ogni tanto un ponte, tronchi in bilico su blocchi di pietre a scavalcare un torrente o un canalone ghiaioso. Qui si capisce come abbia fatto il rigagnolo sgorgato dalle viscere della montagna ad aprirsi il cammino fino alla pianura veneta e al mare. Laggiù, tra canali e canneti di un’ansa interna della grande laguna costiera, si trova la città portuale di Altinum: la meta delle merci che percorrono la valle del Plavis. Come di questo carro scortato da venti cavalieri, anche se adesso deve ancora entrare a Lagole, il villaggio veneto stazione di sosta lungo la via dei passi alpini.
“E tu, caro Tivalio Fougonts, una cosa del genere la chiami strada,” borbotta con forte accento romano Marco Decio Mure seduto a cassetta del carro, “Tivalio, ehi Tivalio!” Marco Decio sorprende addormentato il compagno di viaggio, un veneto magro e pallido nascosto in un ruvido mantello di lana.
L’eco dei rimbalzi del ciottolo, frusciare di rami d’albero, nitrire di cavalli, sudore gelato lungo braccia e cosce. Marco Decio dà uno strattone alle briglie… la punta di una freccia gli si conficca nel gozzo sporgente, sangue su mani, calzari, timone, un’altra raggiunge Tivalio. Il veneto sussulta e rotola addosso a Marco, lo trascina tra le zampe dei cavalli, ancora frecce, giavellotti, pestare di zoccoli, voci, ordini secchi: dall’erba e dai sassi sbucano decine d’uomini coperti di pelli d’orso, scuri elmi conici in testa e lunghe spade in pugno. Agili, veloci, senza paura attaccano i cavalieri, rovesciano a terra gli animali e scannano gli uomini. Solo in tre tentano la fuga: corrono verso il greto del fiume, finché non li fermano a colpi di lancia. Rimangono lì, accartocciati su se stessi, la bocca spalancata, i liquidi del corpo a sciogliersi nel Plavis.
Intanto, si è fatto giorno. Un chiarore opaco avvolge le montagne e sfiora le abetaie sino al fondovalle. Lagole, qualche miglio a sud, è un grumo di basse costruzioni in legno e viottoli fangosi. Poco oltre, appartato su un’altura, l’antico santuario del dio Trumusiate. Un edificio rettangolare dalle pareti incrostate da dischi di bronzo. Incisa su questi, la storia della discesa del dio sulle rive del fiume, proprio lì, dove le sue acque si mescolano con quelle sulfuree che risalgono dal centro della terra.
Nel santuario, il Gran Sacerdote Pedeo sta guidando la preghiera dell’Aurora. Sul prato davanti, fedeli sostano in attesa del sacrificio di un toro. Niente donne. Il rito sta per concludersi, il suono basso della voce di Pedeo filtra all’esterno.
Un tipo basso e corpulento dai grandi occhi bovini, al centro del gruppo sullo spiazzo, si gira verso il vicino di sinistra. “Maledizione, Pausania, il carro dovrebbe essere già qui!” esclama.
Quello chiamato Pausania, magro e muscoloso sotto i corti ricci neri, indica la strada. “Invece, Hevissos, non si vede nemmeno alla curva” osserva.
Il Gran Sacerdote Pedeo si affaccia all’aperto, i serventi del santuario fanno avvicinare il toro all’altare. “Fermi!” ordina all’improvviso Pedeo, allargando le braccia, “il carro non è arrivato” e fissa interrogativo Hevissos e Pausania.
I due si guardano. Hevissos ripiega le labbra tra i denti, mentre la mano destra si aggrappa alla cintura. Immobile, Pausania spalanca le palpebre. A un cenno di Pedeo, uno dei serventi lascia il toro e li raggiunge. Quindi li sospinge insieme al limite dell’area sacra, dove qualcuno ha già portato due cavalli. Robusti animali di montagna, bassi e tozzi, dalla lunga coda gialla e la criniera giù per il collo. Non molto veloci, ma pazienti: perfetti quando la strada diventi sentiero a strapiombo sulle rocce. Pausania monta per primo, Hevissos deve farsi aiutare. E non per la mole. Dopo di che scendono entrambi al piccolo trotto verso il fiume.
Nessuno degli abitanti diretti nei campi o nei laboratori di Lagole fa caso ai cavalieri, vanno tutti di corsa a quell’ora. L’unica ad accorgersene è Elettra, la giovane figlia di Pausania. È uscita presto di casa, una cesta di vimini piena di biancheria sporca in bilico sulla testa, per seguire la madre Altea al Plavis. A Lagole, le donne lavano i vestiti nel fiume, appena fuori dal paese, vicino al ponte principale, dove l’acqua gelida forma una piscina naturale. Accanto a una seconda alimentata da una sorgente termale, calda. Elettra si ferma a salutare con la mano il padre, ma lui tira dritto.
“Dove starà andando?” chiede la ragazza alla madre quando la raggiunge.
“Non lo so, affari di uomini” brontola Altea. E torna a chinarsi sulla tunica distesa sulla pietra.
Pausania ed Hevissos proseguono veloci. La luce adesso illumina la strada, un soffio chiaro scioglie la rugiada. Gli abeti sgocciolano nella penombra delle radici.
Come nell’isola di Corcira, sta pensando Pausania, quando sono fuggito dalla mia Sparta.
Pausania figlio di Antiloco e Niobe spartiati, quel giorno, scappava dal decreto di condanna degli Efori, i magistrati supremi della città: perché, dopo la terra, volevano prendergli la vita. E sempre a causa di Altea, la bella e ricchissima donna frigia che lui aveva strappato a un altare della dea Afrodite, combattendo al servizio del re di Pergamo in Asia Minore. Rientrato a Sparta con i compagni, aveva portato con sé Altea per sposarla invece di farne una schiava. E gli Efori non avevano approvato, no, non potevano tollerare, si trattava di una pericolosa novità per l’ordine costituito, di un abuso da stroncare.
“Bastardi,” ricorda che si ripeteva Pausania, mettendo piede nell’isola di Corcira con la moglie, una mula carica d’oro e i sicari degli Efori ancora alle calcagna, “neanche il mare vi ha tenuti distante.”
Braccia e gambe ferite, spuntoni di roccia e rami appuntiti a conficcarsi nei piedi, rudi strattoni alla mula con Altea e l’oro. Pausania cercava le montagne per nascondersi. Via da Sparta, era andato a Pilo sabbiosa e da lì, su una veloce nave cretese, aveva raggiunto Corcira, la grande isola all’imboccatura dell’Adriatico. Ma non era bastato.
“Alto là! Chi va là?” era stata l’improvvisa intimazione di un soldato di Corcira piazzato a gambe larghe in mezzo al sentiero nel bosco scelto da Pausania.
Lui aveva alzato gli occhi umidi. Alle spalle, rumore di passi e respiri affannosi: i sicari degli Efori non mollavano. Di fronte aveva un ufficiale, nascosto dietro un albero, e tre opliti. Pausania s’era girato senza rispondere. Che poteva fare?
“Chi va là?” aveva ripetuto, urlando, l’ufficiale dal suo riparo.
Pausania era caduto in ginocchio e l’uomo era uscito fuori, raggiungendolo e puntandogli la punta della spada sulla ferita sotto il mento provocatagli l’anno prima da una lancia frigia.
“Pausania!” aveva esclamato l’ufficiale, “che ci fai a Corcira?”
“Io…”
Neppure il tempo di finire la frase. I sicari degli Efori s’erano gettati addosso alla mula, ad Altea e all’oro. Ma Cleonimo, l’ufficiale sul sentiero, una volta principe spartano e comandante di Pausania in Frigia, li aveva fermati: nessuno poteva permettersi di assalirne gli amici.
Già, neanche i sicari degli Efori sorride adesso Pausania, cavalcando sulla riva destra del fiume Plavis, non lontano dall’abitato veneto di Lagole, nella pioggia e nel vento che martellano la valle.
Il fiume scorre a pochi passi, eco di gocce su sassi e timpani, qualunque rumore va ascoltato. Un’ultima curva sulla sinistra, una cascata di alberi e rocce giù dalla montagna.
Hevissos sprona il cavallo, Lagole non si vede più, sono soli. “Là! Guarda là!” grida, tirando le briglie.
“Dove? Cos’hai visto?” balbetta Pausania.
Hevissos si ferma, lo spartano, invece, prosegue. Appesa al fianco destro, una corta spada veneta a due tagli. Pausania la estrae e avanza.
“Andiamocene” piagnucola Hevissos.
Pausania lascia la strada. Gli zoccoli del cavallo pestano sassi e acqua sul greto del Plavis. Acqua… prima azzurra, trasparente, poi verde, torbida e bruna… ormai poco distanti, i corpi di ventidue uomini.
“Li hanno ammazzati” borbotta Pausania, smontando da cavallo.
Uno stormo di corvi si stacca dalla foresta e si posa sul costone illuminato della montagna.
Hevissos non aspetta più, gira il cavallo e lo sprona verso Lagole. “Stupido,” mormora Pausania, “se fossero qui, ci avrebbero già colpito” e si china sui cadaveri.
Membra immobili, ma non rigide, dalle ferite il sangue sgorga nero e denso, qua e là asticelle di freccia e giavellotti. Del carro restano le tracce delle ruote. Infine, la faccia rovesciata contro il cielo di Marco Decio Mure, il mercante romano di Altinum che tutti conoscono a Lagole. Quel trasporto era suo e doveva trattarsi di una cosa grossa se lo seguiva di persona. “Due frecce” osserva Pausania e gli estrae la prima dal collo. Un fiotto di sangue gli schizza sulle mani. Si alza per dirigersi al fiume dove ripulisce la punta di ferro nell’acqua. Poi la esamina con cura. “Celti” mormora alla fine.
[..........]

© Federico Moro


Il libro

Un giorno come un altro a Lagole, cittadina veneta nell’alta valle del fiume Plavis (Piave). O dovrebbe esserlo… perché sulla strada che conduce ai passi alpini viene compiuta una strage. Ventidue uomini sono uccisi per rubare un carro di merci dirette al porto adriatico di Altinum (Altino).
Cosa trasporta il carro? Per quale motivo il capo religioso e politico di Lagole, il Gran Sacerdote Pedeo, invoca subito provvedimenti straordinari? Quali sono i segreti degli antichi Veneti?
Toccherà a un giovane romano, Lucio Decio Mure figlio del console Publio, appena giunto a Lagole, svelare i retroscena di una catena di delitti provocati dalla lotta per la supremazia in Italia tra Etruschi, Sanniti, Celti e Umbri da un lato, Romani e Veneti dall’altra.
Ma non è più tempo di schermaglie diplomatiche, lo scontro è ormai sul terreno militare e pur di ottenere la vittoria si ricorre a qualunque mezzo. E il tradimento fa parte di questa che è ormai guerra senza limiti.
Un giallo a sfondo politico ambientato sul finire del Terzo Secolo a.C. dove l’invenzione narrativa si sposa a una rigorosa base storica… anche nelle parti, come la ricostruzione della città-arcipelago di Altinum, la progenitrice di Venezia, dove la fantasia dell’autore cerca di integrare il dato archeologico disponibile. Ma anche e soprattutto un romanzo di valori etici in cui la ricerca di libertà e giustizia si mescola in modo inestricabile a coraggio, viltà, amore e amicizia nel contesto dell’agire dell’uomo. Sempre necessario, inevitabilmente ambiguo, perché soggetto a compromessi.
La custode dei segreti, infine, rappresenta l’ideale continuazione del primo romanzo ambientato dall’autore nello stesso periodo tra gli antichi Veneti, vale a dire La voce della Dea di cui il lettore ritroverà molti dei protagonisti.

L’autore

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, ha intervallato ricerca a scrittura letteraria, saggistica e teatrale. Ha come principali campi d’interesse la narrativa e il lato strategico di eventi e decisioni politiche.
È membro della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato i romanzi "Donne all’Asta" (2002), "La voce della Dea" (2003), "L’Oro e l’Argento" (2005), "La custode dei segreti" (2005), "Il Fulmine e il Ciclamoro" (2007), "Flagellum Dei?", la raccolta di racconti "Storie a pelo d’acqua" (2004), il saggio "Venezia in guerra" (2005 e 2007 seconda edizione illustrata) ed "Ercole e il Leone" (2008),, liriche e altri racconti in forma antologica.

Federico Moro
San Marco 750 - 30124 Venezia - tel. 041.5239753/041.5235695/329.9873742
www.federicomoro.it - federico_moro@fastwebnet.it


 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.