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Dal capitolo 6 “La lite”
[...] Lucia s’irrigidì subito in
un’espressione di rabbioso dolore, poi le vennero giù due lacrimoni
che le percorsero il viso pietrificato. Lorenzo, a sua volta, si
sentì fulminato, con lo sguardo dentro quei rivoli che le stavano
per oltrepassare lo zigomo. Quindi, di scatto, quella dolce creatura
reagì e, con inaudita violenza, si scagliò con le mani sul viso di
Lorenzo. Quest’ultimo non ebbe neppure il tempo di capire cosa
stesse accadendo: fu un fulmineo balzo felino mirato ad aggredirlo.
Provò un forte bruciore sul volto e d’istinto la colpì, con
incontrollata forza, mollandole una potente sberla. Lucia aveva una
forte indole battagliera e Lorenzo, quando si sentì afferrare i
capelli come immaginava solo gli indiani nei “western” sapessero
fare, non tardò a rendersene conto. Ne nacque una bella zuffa dove
lui, evitando cavallerescamente di usare la supremazia maschile in
fatto di muscoli, cercò, in definitiva, di difendersi nel parare i
colpi, piuttosto che contrapporsi all’inaspettato avversario.
Non si sa
bene in che modo ma, come talvolta capita in questi casi, si
ritrovarono infine abbracciati. Lorenzo provava un sempre più forte
bruciore sulla faccia, dove le lunghe e suadenti unghie di Lucia gli
avevano solcato la carne. Lei sembrava essere rimasta completamente
irrigidita in quella posizione. Stettero lì, avvinghiati l’un
l’altro, in quel comune angolo di dolore e senza più parole. Per la
prima volta, da quando si erano conosciuti, pareva che avessero da
condividere una qualche morte in comune. Era un profondo ed intenso
senso di vuoto e lacerazione dove la solenne “Sound of silence” di
Simon and Garfunkel, risuonava, continua e gelida, dentro la mente
di Lorenzo, per congiungersi a “The needle and the damage done” di
Neil Young che riecheggiava, profetica, nella testa di Lucia. [...]
Dal capitolo 18 “La manifestazione”
[...] Il giorno dopo, Lorenzo si
destò più spossato di quanto lo era stato nel precedente; era
prossima l’ora che scandiva il suo importante appuntamento con
Lucia, non ci aveva dormito tutta la notte, e, giunto il fatidico
momento, sembravano venirgli meno le forze per sollevarsi. Aveva
trascorso tutto il pomeriggio e buona parte della sera a fianco del
suo giradischi, si era concesso una sola breve pausa davanti al TG
delle otto, dove accertò particolari e circostanze sul brutale
omicidio di Valerio. Poi, sdraiandosi sul divano ancora vestito,
aveva lasciato andare la radio in sottofondo per tutta la notte.
Ascoltò dapprima le consuete trasmissioni serali di “Supersonic” e
“Popoff”, quindi tutte quelle surreali programmazioni, fatte di
prosa, memorie e canzoni, che viaggiavano sulle frequenze del
notturno del secondo canale. Le calde note delle cover di Santo &
Johnny si alternavano a vecchi successi di Sonny & Cher, Golden
Grass e Moody Blues; giungeva poi la voce di Carmelo Bene, a
suggellare la notte in un breve e travolgente recitativo per
continuare con le melodie italiane: “Ragazzo triste” di Patty Pravo,
“L’importante è finire” di Mina, “Il mio canto libero” di Lucio
Battisti. [...]
Dal capitolo 21 “Mimì”
[...] Puntò diritto al molo,
guidato dalla memoria dove affondavano le radici della sua infanzia.
Si riscoprì bambino, lungo la rotonda, tra il mare, nel punto dove
la terra sembrava venir meno; teneva saldamente stretta la mano ai
suoi genitori. Da lontano, offuscato, si scrutava sempre un incerto
orizzonte pronto a suscitare curiosità e fantasie per delle nuove,
inesplorate terre. A lato, in prossimità della riva, alla stregua di
un vascello fantasma, prendeva ancora forma, nitido, quel malandato
battello dove, sorridenti, s’imbarcavano i bagnanti per brevi
escursioni. Era un vecchio peschereccio in disuso che, lentamente,
accostava sulla spiaggia e, dai megafoni, diffondeva ovunque le note
di “Michelle” dei Beatles. [...]
© Enrico Pietrangeli
Il libro
Nota di Donato Zoppo:
Se Lorenzo – protagonista del romanzo – fosse nato altrove e in un
altro tempo storico, "In un tempo andato con biglietto di ritorno"
non sarebbe stato la stessa cosa. Questo perché il vero grande
protagonista dell’opera è il tempo: gli anni ’70, in particolare uno
scorcio calante, ricco di fini e nuovi inizi, quell’arco che va tra
il 1978 e il 1980. E un luogo: Roma. Enrico Pietrangeli ha avuto un
grande merito: quello di aver fotografato con efficacia un periodo
storico tra i più intensi della storia d’Italia. Un’epoca di piombo,
di lotta e di stragi, di arancione e di incensi, di nascente
tossicodipendenza e musica camaleontica - dagli ultimi fuochi del
pop all’incalzante disco-music -, di fughe su furgoni colorati e di
autostop, di grandi raduni e di disperate solitudini. E’ un romanzo
di formazione: quella del giovane Lorenzo, genitori separati, ideali
e passioni frementi, sete di conoscenza ed esperienza in una cornice
storico-sociale di grandi mutamenti. L’autore con un linguaggio
semplice e diretto scava a fondo nel travaglio di una generazione e
così rende partecipe il lettore, facendogli scoprire abitudini e
pensieri che oggi sembrano lontani chissà quanto ma che in realtà
sono proprio dietro l’angolo, poco più di vent’anni fa. E’ che i
tempi odierni corrono velocemente e i nostri anni ’70 - anni "nati
dal fracasso", ricordava un altro Pietrangeli, quel Paolo simbolo
anch’egli di un’epoca che non c’è più – pur avendo portato grandi
cambiamenti di costume, sono oggi un ricordo per lo più negativo. Un
libro come questo restituisce invece la vitalità palpitante e
l'intensità di quegli anni: contradditori sì, ma vissuti.
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