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Ernesto BussolaFranco Ceradini

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / ERNESTO BUSSOLA & FRANCO CERADINI


da “Raccontarsi”

Ernesto Bussola & Franco Ceradini, Raccontarsi

Ernesto Bussola & Franco Ceradini
RACCONTARSI - racconti

Cierre Grafica
ISBN 978-88-95351-49-0, € 14,00

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francoceradini@gmail.com - www.francoceradini.it

 

Ernesto Bussola - DIS-CREPANZE
Icone


Sebastiano e Lorenzo, che furono fatti santi molto prima dell’olocausto nazista, un giorno vedendo che gli uomini, dopo decine di secoli, non avevano ancora risolto i problemi di violenza, decisero di scendere in strada e nelle piazze, invece di stare effigiati come etichette inutili nelle chiese e nei musei, su quadri e affreschi. Da secoli stavano vicini in un polittico, guardando sempre avanti in una fissità frontale, su fondo oro tutto screpolato ma ancora ben lustro e splendente.
Uno tutto contorto, in una posa che però, nonostante i dardi conficcati numerosi nelle carni, pareva più una Venere dopo il bagno, che un maschio che stava subendo il martirio. Stanco di passare per gay, e da molti ammirato proprio per questo, fu lui il primo a rompere il ghiaccio in quel museo diocesano di provincia. Volse appena gli occhi, senza voltarsi, che altrimenti si sarebbe distrutto: «Ohè, Lorenzo, sono stanco di starmene qui! Non so te, ma qui ormai non ci guarda più nessuno. La gente ci passa davanti frettolosa, scolaresche e frotte di turisti che non capiscono un cavolo. Cosa dici se scendiamo?»
Non si erano mai rivolti la parola, in secoli e secoli di convivenza condominiale, ma ognuno, preso nel suo ruolo, non si era mai curato dell’altro. C’erano stati fans dell’uno e dell’altro, a seconda dell’epoca e della nazionalità: la graticola era piaciuta, facendo un bilancio, più agli inglesi e ai tedeschi, le frecce a francesi, svizzeri e giapponesi. Agli italiani entrambi, pari merito.
«Ciao, Bastian! Lo stavo meditando anch’io da qualche tempo, e quasi, visto che nessuno ha imparato niente, forse hai ragione.»
Partirono un mattino, che i custodi avevano aperto le finestre per arieggiare il museo. Incastrati nel gesso e colla e nel bolo, fecero non poca fatica a disincagliarsi dal supporto ligneo, e si sentirono dei “crac” che provenivano anche dalle loro giunture. Comunque ce la fecero, lasciando sotto la tavola un bel mucchietto di crosticine.
Vicini, Rocco e Maria egiziaca, Cristoforo e Floriano non si mossero dalle loro postazioni bordate di rilievi gotici.
I due si calarono piano dalla finestra e non trovarono proprio nessuno che li potesse ostacolare. Un prete passeggiava per il vialetto del giardino leggendo il breviario, ma non alzò la testa, assorto.
Erano nudi. Bastiano aveva un drappo perizoma in vita, ma Lorenzo era completamente nudo. Davano nell’occhio, si resero conto. Si introdussero in una casa a pianterreno, aprirono un armadio e si accomodarono: ce n’erano di tutte le fogge. Ne scelsero due semplici: una camicia, uno spezzato, pantaloni e giacca, senza cravatta. Due giovani impiegati di banca, parevano. Uno era calvo, e le bruciacchiature gli avevano arso, per primi, i capelli, e l’altro invece pareva proprio un capellone un po’ demodè.
Fecero un pezzo di strada insieme, e notarono un povero che chiedeva l’elemosina su un ponte; un contadino che lavorava in un campo; una puttana che già prestino operava. Si dissero che in tutti quei secolo passati non era cambiato nulla. Quando si inoltrarono verso la circonvallazione, notando il traffico, invece capirono che qualcosa, anche troppo, era mutato dai tempi loro. La periferia grigia e anonima, le autostrade, gli aeroporti. Si divisero qui. Uno si infilò su un aereo, uno su un altro. Bastiano finì in Africa e Lorenzo nel Medio Oriente. Bimbi affamati, lebbra, Aids, guerre tribali negli sguardi dell’uno; e bombe, distruzioni e case diroccate, che non poteva capire come potessero vivere esseri umani tra quelle macerie, fu quanto si offerse alla vista di Lorenzo.
Entrambi dalle loro postazioni provarono a predicare: uno da un albero, e l’altro da un cumulo di detriti. Ma se non si fossero spostati, li avrebbero fatti fuori di nuovo, in modo nuovo. Provarono a convincere individualmente qualcuno a deporre le armi, inutilmente. Oramai, offese c’erano da una parte e dall’altra, con ragioni profonde da rivendicare; non c’era modo di farli smettere. Entrambi videro pure che le armi venivano vendute loro da altre nazioni, le quali avevano interesse che questi mantenessero aperta la tensione, così da mantenere la loro egemonia, depredandoli. Poi videro le nuove malattie provocate dalla nubi tossiche, dai gas di scarico di auto e fabbriche, le centrali nucleari, le petroliere e le piattaforme che spandevano in mare un liquido oleoso che faceva morire ogni forma di vita.
Notarono l’impotenza degli uomini a far fronte a questa evenienza, impreparati come bambini col giocattolo rotto. Repentina e sincronica fu la decisione per ciascuno, a migliaia di chilometri l’uno dall’altro. Presero il primo aereo, che atterrò nello stesso aeroporto da dove erano partiti. Si incontrarono al ritiro bagagli. Avevano gli occhi fuori dalle orbite, emaciati, tristi. Si guardarono a lungo senza dirsi una parola, e senza parole fecero il percorso già fatto, a ritroso. La solita finestra aperta, la videro, ma preferirono la porta, stavolta. Nessuno li riconobbe in quelle vesti, e in quelle stesse vesti, nella stessa stanza dove stavano gli altri si assursero di nuovo a icone, appiccicandosi alla tavola antica, ma con molto meno splendore di oro.


Franco Ceradini - LE MEDAGLIE DEL PAPA
Il poeta perduto E.R.


«Per l’èmbra scumachèda dal sintér / la gniva avanti adèsa la matèina.» Per l’ombra ammaccata del sentiero veniva avanti adesso la mattina...

Dal bosco non si vede ancora la sagoma di E.R., ma i versi lo preannunciano. C’è questa musica, che la traduzione non sa rendere: ... gh’era un silèinsi vód come i bicér / pugê a l’arversa deintr a la vedrèina. Non credo si tratti di un ritmo originario del dialetto. Se così fosse, tutti coloro che parlano dialetto sarebbero poeti. Vorrà pur dire qualcosa l’ottava, il suo ritmo ariostesco: abababcc, che ha l’andamento incalzante dell’acqua. Foscolo lo paragonava al succedersi delle onde sulla riva del mare. L’onda non va da nessuna parte, si alza e s’abbassa, respira ma resta nello stesso posto, con un movimento circolare: sfrosc sfrosc, ricade sempre sulla stessa sabbia, e la sabbia si sposta, cammina, forma dune e golene, che il vento poi ammucchia e a sua volta sposta in un movimento incessante: ABABABCC / ABABABCC. C’è qualcosa di prodigioso, in questo incalzare dell’onda, che pur stando ferma riesce a spostare montagne.

Un paradosso che fa a pugni con altri paradossi: non diceva Zenone che chi si muove, crede di muoversi e invece sta fermo? Oddio, non è proprio così, ma detto in questo modo, riportando il discorso sull’essere alla misura della nostra psicologia, riesce più comprensibile. Chi si muove, sta fermo, appunto. Ma chi sta fermo, muove. Onda su onda.
Va be’. Mi ingarbuglio in questi pensieri e intanto perdo di vista lo scopo per cui sono qui. Malga Montalon, Trentino, catena del Lagorai. Una chiazza erbosa al limite della pineta e al centro, adagiate su una piccola conca, queste tre baite. Tutto intorno, scampanellare di vacche, e qualche capra che si aff accia dalla stalla; il maschio si mostra, due corna lunghe e arcuate, apposta per farsi ritrarre. “Clic, clic”, scattano le fotografi e a immortalare il riso del bambino: «Hai visto mamma?» «Dici che morda, mamma?» «Non tirare il pelo delle capre, Giacomo!» «Ma che fai, mollala!»
Dicevo: lo scopo. Provo a chiedere in giro: «C’è qualcuno che ha sentito la Mariuccia?» (Mariuccia è la direttrice dell’apt, una brunetta magra sempre agitata, parlantina irrefrenabile, organizzatrice intelligente e brava.) «No, guardi, non ha chiamato. Mai chiamato.» «Sul presto sì, ha chiamato, ancora aspettava giù al piano.» «E il poeta?» «No, il poeta non si è visto. Partiva presto dalla Toscana, dove è stato per quel premio...»

C’è questo bambino col cannocchiale.
«Me lo puoi prestare, per cortesia?»
Il bambino dà un’ultima occhiata, poi scende dalla staccionata e me lo porge.
È un modello vecchio e pesante, non ce la faccio a tenerlo ben fermo. Dopo molti tentativi riesco a inquadrare la radura a fondovalle da cui si dipartono i sentieri. Cerco di indovinare quale può essere quello che porta su alla malga; ne trovo uno che mi pare interessante: entra ed esce dal bosco, scende per un avvallamento che punta nella giusta direzione. Lo seguo. A valle incontra un torrente: il guado brilla alla luce del sole. Poi l’ombra scura degli abeti, una radura, più ampia, quasi alla base del monte. Anche qui, nessuno.
Rendo il cannocchiale al bambino, che aspetta impaziente. Guardo l’orologio. Le 11 e un quarto. È tardi, non sarà mai su per mezzogiorno.

E.R. ha sbagliato strada, ormai gli è chiaro. Ripensa alle indicazioni: subito all’uscita dell’autostrada, prendere per Padova-Venezia. Ma lui ha imboccato la strada per Trento città. E adesso sta girando intorno. Una sequenza di palazzine anonime: le periferie si somigliano tutte, quella di Cesena come quella di Trento.
È stanco. La cerimonia di premiazione è andata per le lunghe. Il Carducci è andato a lui e a un altro, un poeta molto vecchio e celebre. Un onore, per E.R. Ma si sa come vanno queste cose. La premiazione, i saluti, i discorsi. Poi la cena, i brindisi... E la mattina, di nuovo in strada. Firenze-Trento di fi lata. Tutto è andato perfettamente, fino a quel benedetto incrocio. E ora, un semaforo dopo l’altro: verde, giallo, rosso... verde, giallo, rosso. Almeno potesse chiamare. Ha provato, ma ogni volta inutilmente: “L’apparecchio della persona desiderata potrebbe essere spento o non raggiungibile, la preghiamo...”
Si ferma. Visto che è quasi impossibile procedere, prende un caffè e dà un’occhiata al giornale. Sull’Adige il suo arrivo è segnalato con rilievo. Dicono che malga Montalon sia raggiungibile solo a piedi.
Non male l’idea della camminata, pensa. Da giovane amava le escursioni. Il caffè gli impasta il palato. Prova a chiedere al barista se c’è un modo per uscire dall’ingorgo. Difficile, oggi ci sono dei lavori alle fognature. Ma ne è quasi fuori, ormai. Due semafori e poi strada libera. Stia attento a quando la comunale si immette nella superstrada, con tutti quei camion che salgono su.
Ringrazia. Rinfrancato, torna alla macchina. Ripone la pagina di giornale: conserva tutti i ritagli che lo riguardano. Non per vanità: il mondo può andare avanti benissimo anche senza di lui, ma per un’esigenza di ordine. Occorre che ogni cosa rientri nella sua giusta collocazione. Che trovi il suo ritmo... Ma ecco, la strada si sgombra, il traffico scorre di nuovo, come un fiume che improvvisamente ritrova il suo sbocco naturale. Un altro incrocio, le ultime case, poi la vettura imbocca un breve viale in salita. Il raccordo, la superstrada. Direzione Padova-Venezia. Uscita Pergine nord.
E.R. riprova a chiamare: “Informazione gratuita: il numero da lei chiamato...” Non importa, tanto manca poco.

Finalmente è arrivato. La brunetta sulla veranda del rifugio Cruccolo dev’essere Mariuccia. Gli va incontro, premurosa. Come sta, andato bene il viaggio? Peccato per il contrattempo... Le informazioni erano giuste? Vuole che... e che...
Non smette di parlare, di prendersi cura di lui. È graziosa, occhi piccoli e verdi, corpo secco da montanara. Il suo compagno, Giuliano, è un uomo sui trent’anni, silenzioso. Gli passa una coppia di bastoncini, apre la mappa e illustra rapidamente il percorso. Loro sono qui, devono salire fino a qui. Quasi al limite del bosco, i sentieri si incrociano. Per nord, si sale alla malga, a est si scende, facendo un largo giro per i prati, e si arriva a... No, per ovest non si può andare, il sentiero è interrotto...

Si avviano. La guida ha un passo fermo e prudente. Misura la cadenza su quello del poeta. Il poeta, si sa, è reduce da un tour de force, non può reggere i loro ritmi da montanari. Che persona fine che è. Per niente spocchioso. Si aspettavano un uomo pieno di sé, carico dei suoi allori, che si lamentasse per la fatica, il sudore, gli spini. E invece...
E.R. cammina, il passo troppo lungo dell’uomo di pianura, la mano in tasca. Il sole ogni tanto filtra tra le fronde degli abeti e gli ferisce il viso. Ha questi occhi neri, rannicchiati nelle due occhiaie oggi più profonde del solito, e un fremito che scorre sulla fronte alta, ogni anno più spaziosa con l’avanzare lento ma inesorabile della calvizie. Un passo dopo l’altro, sale seguendo il ritmo costante imposto dalla guida. La direttrice lo segue, ogni tanto lo affianca, gli chiede questo e quello. La sua compagnia lo rianima. Ha una risata sciolta e, ora che si è calmata, una conversazione spigliata, mai banale.
I due adesso lo precedono, fianco a fianco. Parlano fitto tra loro. Ossia, lei parla fitto, lui ascolta, paziente. Così facendo, allungano impercettibilmente il passo, ed E.R. resta indietro. Loro sono a mezza curva e lui li insegue a passo affrettato, lì dove gli alberi si stringono in quel passaggio sul piano ovattato di aghi di pino. Nel folto della pineta il sole si nasconde del tutto e un odore di resina e muffe lo fa trasalire. Sul limite del sentiero, un frullare d’ali segnala qualche grosso uccello impaurito.
È tutto un occhieggiare di sguardi, il sottobosco dove il sole non prende. Ma ecco, le sue guide hanno rallentato. Si fermano ad aspettarlo. «Tutto bene?» «Tutto bene...»
E di nuovo sono avanti, presi dal dolce incedere della parlata di lei, instancabile compagna. Lui, il placido montanaro conoscitore di tutti i sentieri, la conduce per dove il bosco si fa ora più fitto, ora luminoso di luce, verde di muschi e di erbe sgargianti. Ogni tanto si voltano ad aspettare il poeta E.R., reduce dal premio Carducci, che solo per loro e pochi altri amici oggi reciterà in malga i suoi versi che sanno del vento leggero dell’Appennino, di abissi aperti nella bassa pianura del Po. Sanno i sentieri, i corrugamenti del terreno, là dove la terra si appoggia alle radici degli alberi, a formare impervie scalucce che salgono di scatto sulla costa scoscesa del monte. E poi all’improvviso la via si divide, si moltiplica e presto anche i segnavia bianchi e rossi spariscono, il sentiero si perde e ogni orma di capriolo vale un passaggio. Ecco, tutto diventa bosco indistinto, ombra di antichi alberi che tendono le loro braccia nude al cielo. L’uno stretto all’altro, alla stessa distanza, un pino, un abete, un pino, un abete; neri testimoni di chissà quali altri passaggi, quando il giorno non è giorno e la notte non è notte, nell’oscura profondità della forre, regno dei cercatori di funghi, o forse, un tempo, di pallidi cacciatori di ombre.

Non sanno come sia accaduto. Procedevano avanti ad andatura regolare e lui era dietro, a poca distanza. «Ti giuro, non è possibile smarrirsi, in questo bosco. E il Giuliano non ha mai perduto nessuno. Sono i suoi posti, questi, ci è cresciuto...»
Non lo metto in dubbio. Mi turba però lo sgomento che leggo sul suo volto. Mariuccia sorridente, ora non ride più. Ha gote arrossate, e una riga di nervoso pallore le scende per il viso.

Lo cerchiamo su per il sentiero che porta al rifugio abbandonato.
Ma per l’ombra ammaccata del sentiero viene avanti ormai la sera. E nella sera il viso di E.R. si trasforma, si incurva, diventa ramo, fronda verde, suono, fruscio delle serpi che si annodano nascoste nelle erbe dei prati. Le sue radici si confondono con la fitta trama del grande micelio dei boschi, l’eterna madre dei funghi che avvolge l’intera montagna del Lagorai, fin dove arriva l’ombra del pino cirmolo.
Con lui, ora dialogano i grandi occhi verdi dei caprioli, e dei cervi, della marmotta. Pastore insonne, lo visita a notte la sanguigna divinità delle grotte...

Al sèins l’è in sta bulèda ch’la s’aitùna
in un coriàandol d’aqua smeriglièda
a la deriva liquida d’la luna
ch’la sbèssa in schègg su l’aquila ch’l’as bèda
e l’as trascura uguèla per fortuna
da l’èlt dla prèda...

Il senso è in questo scorcio che s’inautunna dentro un coriandolo d’acqua smerigliata alla deriva liquida della luna che sbiscia in scheggie sull’aquila che ci bada e ci trascura equa per fortuna dall’alto della pietra...

© Ernesto Bussola&Franco Ceradini

Il libro
Due narratori, due stili diversi e complementari. Vi è – tanto nei racconti di Bussola, ridotti all’essenziale, brevissimi scorci in cui basta spesso un tratto di pennello a sbozzare un personaggio, una scena, un sentimento, quanto in quelli più adorni e in certa misura barocchi di Ceradini – il senso di un coinvolgimento che non lascia scampo. Dei protagonisti, innanzitutto: nulla avviene per caso, nell’universo racchiuso in queste pagine; tutto si giustifica alla luce di motivazioni umane, umanissime.
L’artigiano, il prete, l’ambulante, l’arricchito; e il poeta, il musicista, l’illuso organizzatore di rassegne poetiche, ognuno è in fondo costretto a recitare la propria parte da una forza incoercibile, quella di passioni che premono e governano ogni suo gesto. Poco spazio per la razionalità, e più per l’istinto, le pulsioni, l’immaginazione.
La stessa che si può ritrovare nei due autori, che scrivono non per calcolo o ubbidendo a una maniera, ma per esigenza irresistibile. O, se si preferisce, per il piacere di narrare. Nati all’inizio quasi per caso, dal pretesto di una cena e quattro chiacchiere tra amici, i racconti di questo libro nel tempo hanno assunto numero e sostanza di una vera galleria di ritratti, di storie varie e toccanti. Il mondo, così com’è, nasconde trame dolorose e ilari, giocose o irrigidite in schemi raggelanti, surreali più di qualsiasi invenzione d’artista. A modo loro, nel raccontarle i due autori continuano su queste pagine un dialogo iniziato davanti al caminetto di una casa di montagna, al culmine di giornate passate a inseguire tra i boschi (o zappettando nell’orto) discorsi troppo diffi cili e fantasie troppo ingenue per essere taciute.

Gli Autori
Ernesto Bussola vive a Sant’Ambrogio di Valpolicella (Verona). Pittore e restauratore, trasferisce nella scrittura il gusto per le forme plastiche e i colori che pone nei suoi quadri, tra realismo e gusto del fantastico e del surreale. Ha pubblicato tre libri di poesie: “Tra el dito e ’l fato” (2003), “In verde e rosso di velina” (Il Segno dei Gabrielli Editori, 2003) e “Riflessi e cromie” (2010). Nel 2008 è uscito il volume di racconti e poesie “Piccola epica” (i libri di damoli, Verona).

Franco Ceradini vive e lavora a San Pietro in Cariano, Verona. Per anni ha alternato l’attività di scrittore a quella di organizzatore culturale, dedicandosi poi interamente alla scrittura. Ha pubblicato fra il resto tre romanzi: “Pulviscolo” (Perosini Editore, Verona 1999), “Di Maddalena e di me” (Perosini Editore, Verona 2004), “Teatro delle ceneri” (Mobydick Editore, Faenza 2008). Nel 1999 per Perosini ha curato, con lo scrittore Giovanni Dusi, il libro-intervista “Il migliore dei mondi possibili”.
 

Franco Ceradini, Teatro delle ceneri


 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.