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Ernesto Bussola -
DIS-CREPANZE
Icone
Sebastiano e Lorenzo, che furono fatti santi molto prima
dell’olocausto nazista, un giorno vedendo che gli uomini, dopo
decine di secoli, non avevano ancora risolto i problemi di violenza,
decisero di scendere in strada e nelle piazze, invece di stare
effigiati come etichette inutili nelle chiese e nei musei, su quadri
e affreschi. Da secoli stavano vicini in un polittico, guardando
sempre avanti in una fissità frontale, su fondo oro tutto screpolato
ma ancora ben lustro e splendente.
Uno tutto contorto, in una posa che però, nonostante i dardi
conficcati numerosi nelle carni, pareva più una Venere dopo il
bagno, che un maschio che stava subendo il martirio. Stanco di
passare per gay, e da molti ammirato proprio per questo, fu lui il
primo a rompere il ghiaccio in quel museo diocesano di provincia.
Volse appena gli occhi, senza voltarsi, che altrimenti si sarebbe
distrutto: «Ohè, Lorenzo, sono stanco di starmene qui! Non so te, ma
qui ormai non ci guarda più nessuno. La gente ci passa davanti
frettolosa, scolaresche e frotte di turisti che non capiscono un
cavolo. Cosa dici se scendiamo?»
Non si erano mai rivolti la parola, in secoli e secoli di convivenza
condominiale, ma ognuno, preso nel suo ruolo, non si era mai curato
dell’altro. C’erano stati fans dell’uno e dell’altro, a seconda
dell’epoca e della nazionalità: la graticola era piaciuta, facendo
un bilancio, più agli inglesi e ai tedeschi, le frecce a francesi,
svizzeri e giapponesi. Agli italiani entrambi, pari merito.
«Ciao, Bastian! Lo stavo meditando anch’io da qualche tempo, e
quasi, visto che nessuno ha imparato niente, forse hai ragione.»
Partirono un mattino, che i custodi avevano aperto le finestre per
arieggiare il museo. Incastrati nel gesso e colla e nel bolo, fecero
non poca fatica a disincagliarsi dal supporto ligneo, e si sentirono
dei “crac” che provenivano anche dalle loro giunture. Comunque ce la
fecero, lasciando sotto la tavola un bel mucchietto di crosticine.
Vicini, Rocco e Maria egiziaca, Cristoforo e Floriano non si mossero
dalle loro postazioni bordate di rilievi gotici.
I due si calarono piano dalla finestra e non trovarono proprio
nessuno che li potesse ostacolare. Un prete passeggiava per il
vialetto del giardino leggendo il breviario, ma non alzò la testa,
assorto.
Erano nudi. Bastiano aveva un drappo perizoma in vita, ma Lorenzo
era completamente nudo. Davano nell’occhio, si resero conto. Si
introdussero in una casa a pianterreno, aprirono un armadio e si
accomodarono: ce n’erano di tutte le fogge. Ne scelsero due
semplici: una camicia, uno spezzato, pantaloni e giacca, senza
cravatta. Due giovani impiegati di banca, parevano. Uno era calvo, e
le bruciacchiature gli avevano arso, per primi, i capelli, e l’altro
invece pareva proprio un capellone un po’ demodè.
Fecero un pezzo di strada insieme, e notarono un povero che chiedeva
l’elemosina su un ponte; un contadino che lavorava in un campo; una
puttana che già prestino operava. Si dissero che in tutti quei
secolo passati non era cambiato nulla. Quando si inoltrarono verso
la circonvallazione, notando il traffico, invece capirono che
qualcosa, anche troppo, era mutato dai tempi loro. La periferia
grigia e anonima, le autostrade, gli aeroporti. Si divisero qui. Uno
si infilò su un aereo, uno su un altro. Bastiano finì in Africa e
Lorenzo nel Medio Oriente. Bimbi affamati, lebbra, Aids, guerre
tribali negli sguardi dell’uno; e bombe, distruzioni e case
diroccate, che non poteva capire come potessero vivere esseri umani
tra quelle macerie, fu quanto si offerse alla vista di Lorenzo.
Entrambi dalle loro postazioni provarono a predicare: uno da un
albero, e l’altro da un cumulo di detriti. Ma se non si fossero
spostati, li avrebbero fatti fuori di nuovo, in modo nuovo.
Provarono a convincere individualmente qualcuno a deporre le armi,
inutilmente. Oramai, offese c’erano da una parte e dall’altra, con
ragioni profonde da rivendicare; non c’era modo di farli smettere.
Entrambi videro pure che le armi venivano vendute loro da altre
nazioni, le quali avevano interesse che questi mantenessero aperta
la tensione, così da mantenere la loro egemonia, depredandoli. Poi
videro le nuove malattie provocate dalla nubi tossiche, dai gas di
scarico di auto e fabbriche, le centrali nucleari, le petroliere e
le piattaforme che spandevano in mare un liquido oleoso che faceva
morire ogni forma di vita.
Notarono l’impotenza degli uomini a far fronte a questa evenienza,
impreparati come bambini col giocattolo rotto. Repentina e
sincronica fu la decisione per ciascuno, a migliaia di chilometri
l’uno dall’altro. Presero il primo aereo, che atterrò nello stesso
aeroporto da dove erano partiti. Si incontrarono al ritiro bagagli.
Avevano gli occhi fuori dalle orbite, emaciati, tristi. Si
guardarono a lungo senza dirsi una parola, e senza parole fecero il
percorso già fatto, a ritroso. La solita finestra aperta, la videro,
ma preferirono la porta, stavolta. Nessuno li riconobbe in quelle
vesti, e in quelle stesse vesti, nella stessa stanza dove stavano
gli altri si assursero di nuovo a icone, appiccicandosi alla tavola
antica, ma con molto meno splendore di oro.
Franco Ceradini - LE MEDAGLIE
DEL PAPA
Il poeta perduto E.R.
«Per l’èmbra scumachèda dal sintér / la gniva avanti adèsa la
matèina.» Per l’ombra ammaccata del sentiero veniva avanti adesso la
mattina...
Dal bosco non si vede ancora la sagoma di E.R., ma i versi lo
preannunciano. C’è questa musica, che la traduzione non sa rendere:
... gh’era un silèinsi vód come i bicér / pugê a l’arversa
deintr a la vedrèina. Non credo si tratti di un ritmo
originario del dialetto. Se così fosse, tutti coloro che parlano
dialetto sarebbero poeti. Vorrà pur dire qualcosa l’ottava, il suo
ritmo ariostesco: abababcc, che ha l’andamento incalzante
dell’acqua. Foscolo lo paragonava al succedersi delle onde sulla
riva del mare. L’onda non va da nessuna parte, si alza e s’abbassa,
respira ma resta nello stesso posto, con un movimento circolare:
sfrosc sfrosc, ricade sempre sulla stessa sabbia, e la sabbia si
sposta, cammina, forma dune e golene, che il vento poi ammucchia e a
sua volta sposta in un movimento incessante: ABABABCC / ABABABCC.
C’è qualcosa di prodigioso, in questo incalzare dell’onda, che pur
stando ferma riesce a spostare montagne.
Un paradosso che fa a pugni con altri paradossi: non diceva Zenone
che chi si muove, crede di muoversi e invece sta fermo? Oddio, non è
proprio così, ma detto in questo modo, riportando il discorso
sull’essere alla misura della nostra psicologia, riesce più
comprensibile. Chi si muove, sta fermo, appunto. Ma chi sta fermo,
muove. Onda su onda.
Va be’. Mi ingarbuglio in questi pensieri e intanto perdo di vista
lo scopo per cui sono qui. Malga Montalon, Trentino, catena del
Lagorai. Una chiazza erbosa al limite della pineta e al centro,
adagiate su una piccola conca, queste tre baite. Tutto intorno,
scampanellare di vacche, e qualche capra che si aff accia dalla
stalla; il maschio si mostra, due corna lunghe e arcuate, apposta
per farsi ritrarre. “Clic, clic”, scattano le fotografi e a
immortalare il riso del bambino: «Hai visto mamma?» «Dici che morda,
mamma?» «Non tirare il pelo delle capre, Giacomo!» «Ma che fai,
mollala!»
Dicevo: lo scopo. Provo a chiedere in giro: «C’è qualcuno che ha
sentito la Mariuccia?» (Mariuccia è la direttrice dell’apt, una
brunetta magra sempre agitata, parlantina irrefrenabile,
organizzatrice intelligente e brava.) «No, guardi, non ha chiamato.
Mai chiamato.» «Sul presto sì, ha chiamato, ancora aspettava giù al
piano.» «E il poeta?» «No, il poeta non si è visto. Partiva presto
dalla Toscana, dove è stato per quel premio...»
C’è questo bambino col cannocchiale.
«Me lo puoi prestare, per cortesia?»
Il bambino dà un’ultima occhiata, poi scende dalla staccionata e me
lo porge.
È un modello vecchio e pesante, non ce la faccio a tenerlo ben
fermo. Dopo molti tentativi riesco a inquadrare la radura a
fondovalle da cui si dipartono i sentieri. Cerco di indovinare quale
può essere quello che porta su alla malga; ne trovo uno che mi pare
interessante: entra ed esce dal bosco, scende per un avvallamento
che punta nella giusta direzione. Lo seguo. A valle incontra un
torrente: il guado brilla alla luce del sole. Poi l’ombra scura
degli abeti, una radura, più ampia, quasi alla base del monte. Anche
qui, nessuno.
Rendo il cannocchiale al bambino, che aspetta impaziente. Guardo
l’orologio. Le 11 e un quarto. È tardi, non sarà mai su per
mezzogiorno.
E.R. ha sbagliato strada, ormai gli è chiaro. Ripensa alle
indicazioni: subito all’uscita dell’autostrada, prendere per
Padova-Venezia. Ma lui ha imboccato la strada per Trento città. E
adesso sta girando intorno. Una sequenza di palazzine anonime: le
periferie si somigliano tutte, quella di Cesena come quella di
Trento.
È stanco. La cerimonia di premiazione è andata per le lunghe. Il
Carducci è andato a lui e a un altro, un poeta molto vecchio e
celebre. Un onore, per E.R. Ma si sa come vanno queste cose. La
premiazione, i saluti, i discorsi. Poi la cena, i brindisi... E la
mattina, di nuovo in strada. Firenze-Trento di fi lata. Tutto è
andato perfettamente, fino a quel benedetto incrocio. E ora, un
semaforo dopo l’altro: verde, giallo, rosso... verde, giallo, rosso.
Almeno potesse chiamare. Ha provato, ma ogni volta inutilmente:
“L’apparecchio della persona desiderata potrebbe essere spento o non
raggiungibile, la preghiamo...”
Si ferma. Visto che è quasi impossibile procedere, prende un caffè e
dà un’occhiata al giornale. Sull’Adige il suo arrivo è segnalato con
rilievo. Dicono che malga Montalon sia raggiungibile solo a piedi.
Non male l’idea della camminata, pensa. Da giovane amava le
escursioni. Il caffè gli impasta il palato. Prova a chiedere al
barista se c’è un modo per uscire dall’ingorgo. Difficile, oggi ci
sono dei lavori alle fognature. Ma ne è quasi fuori, ormai. Due
semafori e poi strada libera. Stia attento a quando la comunale si
immette nella superstrada, con tutti quei camion che salgono su.
Ringrazia. Rinfrancato, torna alla macchina. Ripone la pagina di
giornale: conserva tutti i ritagli che lo riguardano. Non per
vanità: il mondo può andare avanti benissimo anche senza di lui, ma
per un’esigenza di ordine. Occorre che ogni cosa rientri nella sua
giusta collocazione. Che trovi il suo ritmo... Ma ecco, la strada si
sgombra, il traffico scorre di nuovo, come un fiume che
improvvisamente ritrova il suo sbocco naturale. Un altro incrocio,
le ultime case, poi la vettura imbocca un breve viale in salita. Il
raccordo, la superstrada. Direzione Padova-Venezia. Uscita Pergine
nord.
E.R. riprova a chiamare: “Informazione gratuita: il numero da lei
chiamato...” Non importa, tanto manca poco.
Finalmente è arrivato. La brunetta sulla veranda del rifugio
Cruccolo dev’essere Mariuccia. Gli va incontro, premurosa. Come sta,
andato bene il viaggio? Peccato per il contrattempo... Le
informazioni erano giuste? Vuole che... e che...
Non smette di parlare, di prendersi cura di lui. È graziosa, occhi
piccoli e verdi, corpo secco da montanara. Il suo compagno,
Giuliano, è un uomo sui trent’anni, silenzioso. Gli passa una coppia
di bastoncini, apre la mappa e illustra rapidamente il percorso.
Loro sono qui, devono salire fino a qui. Quasi al limite del bosco,
i sentieri si incrociano. Per nord, si sale alla malga, a est si
scende, facendo un largo giro per i prati, e si arriva a... No, per
ovest non si può andare, il sentiero è interrotto...
Si avviano. La guida ha un passo fermo e prudente. Misura la cadenza
su quello del poeta. Il poeta, si sa, è reduce da un tour de force,
non può reggere i loro ritmi da montanari. Che persona fine che è.
Per niente spocchioso. Si aspettavano un uomo pieno di sé, carico
dei suoi allori, che si lamentasse per la fatica, il sudore, gli
spini. E invece...
E.R. cammina, il passo troppo lungo dell’uomo di pianura, la mano in
tasca. Il sole ogni tanto filtra tra le fronde degli abeti e gli
ferisce il viso. Ha questi occhi neri, rannicchiati nelle due
occhiaie oggi più profonde del solito, e un fremito che scorre sulla
fronte alta, ogni anno più spaziosa con l’avanzare lento ma
inesorabile della calvizie. Un passo dopo l’altro, sale seguendo il
ritmo costante imposto dalla guida. La direttrice lo segue, ogni
tanto lo affianca, gli chiede questo e quello. La sua compagnia lo
rianima. Ha una risata sciolta e, ora che si è calmata, una
conversazione spigliata, mai banale.
I due adesso lo precedono, fianco a fianco. Parlano fitto tra loro.
Ossia, lei parla fitto, lui ascolta, paziente. Così facendo,
allungano impercettibilmente il passo, ed E.R. resta indietro. Loro
sono a mezza curva e lui li insegue a passo affrettato, lì dove gli
alberi si stringono in quel passaggio sul piano ovattato di aghi di
pino. Nel folto della pineta il sole si nasconde del tutto e un
odore di resina e muffe lo fa trasalire. Sul limite del sentiero, un
frullare d’ali segnala qualche grosso uccello impaurito.
È tutto un occhieggiare di sguardi, il sottobosco dove il sole non
prende. Ma ecco, le sue guide hanno rallentato. Si fermano ad
aspettarlo. «Tutto bene?» «Tutto bene...»
E di nuovo sono avanti, presi dal dolce incedere della parlata di
lei, instancabile compagna. Lui, il placido montanaro conoscitore di
tutti i sentieri, la conduce per dove il bosco si fa ora più fitto,
ora luminoso di luce, verde di muschi e di erbe sgargianti. Ogni
tanto si voltano ad aspettare il poeta E.R., reduce dal premio
Carducci, che solo per loro e pochi altri amici oggi reciterà in
malga i suoi versi che sanno del vento leggero dell’Appennino, di
abissi aperti nella bassa pianura del Po. Sanno i sentieri, i
corrugamenti del terreno, là dove la terra si appoggia alle radici
degli alberi, a formare impervie scalucce che salgono di scatto
sulla costa scoscesa del monte. E poi all’improvviso la via si
divide, si moltiplica e presto anche i segnavia bianchi e rossi
spariscono, il sentiero si perde e ogni orma di capriolo vale un
passaggio. Ecco, tutto diventa bosco indistinto, ombra di antichi
alberi che tendono le loro braccia nude al cielo. L’uno stretto
all’altro, alla stessa distanza, un pino, un abete, un pino, un
abete; neri testimoni di chissà quali altri passaggi, quando il
giorno non è giorno e la notte non è notte, nell’oscura profondità
della forre, regno dei cercatori di funghi, o forse, un tempo, di
pallidi cacciatori di ombre.
Non sanno come sia accaduto. Procedevano avanti ad andatura regolare
e lui era dietro, a poca distanza. «Ti giuro, non è possibile
smarrirsi, in questo bosco. E il Giuliano non ha mai perduto
nessuno. Sono i suoi posti, questi, ci è cresciuto...»
Non lo metto in dubbio. Mi turba però lo sgomento che leggo sul suo
volto. Mariuccia sorridente, ora non ride più. Ha gote arrossate, e
una riga di nervoso pallore le scende per il viso.
Lo cerchiamo su per il sentiero che porta al rifugio abbandonato.
Ma per l’ombra ammaccata del sentiero viene avanti ormai la sera. E
nella sera il viso di E.R. si trasforma, si incurva, diventa ramo,
fronda verde, suono, fruscio delle serpi che si annodano nascoste
nelle erbe dei prati. Le sue radici si confondono con la fitta trama
del grande micelio dei boschi, l’eterna madre dei funghi che avvolge
l’intera montagna del Lagorai, fin dove arriva l’ombra del pino
cirmolo.
Con lui, ora dialogano i grandi occhi verdi dei caprioli, e dei
cervi, della marmotta. Pastore insonne, lo visita a notte la
sanguigna divinità delle grotte...
Al sèins l’è in sta bulèda ch’la s’aitùna
in un coriàandol d’aqua smeriglièda
a la deriva liquida d’la luna
ch’la sbèssa in schègg su l’aquila ch’l’as bèda
e l’as trascura uguèla per fortuna
da l’èlt dla prèda...
Il senso è in questo scorcio che s’inautunna dentro un coriandolo
d’acqua smerigliata alla deriva liquida della luna che sbiscia in
scheggie sull’aquila che ci bada e ci trascura equa per fortuna
dall’alto della pietra...
© Ernesto
Bussola&Franco Ceradini
Il libro
Due narratori, due stili diversi
e complementari. Vi è – tanto nei racconti di Bussola, ridotti
all’essenziale, brevissimi scorci in cui basta spesso un tratto di
pennello a sbozzare un personaggio, una scena, un sentimento, quanto
in quelli più adorni e in certa misura barocchi di Ceradini – il
senso di un coinvolgimento che non lascia scampo. Dei protagonisti,
innanzitutto: nulla avviene per caso, nell’universo racchiuso in
queste pagine; tutto si giustifica alla luce di motivazioni umane,
umanissime.
L’artigiano, il prete, l’ambulante, l’arricchito; e il poeta, il
musicista, l’illuso organizzatore di rassegne poetiche, ognuno è in
fondo costretto a recitare la propria parte da una forza
incoercibile, quella di passioni che premono e governano ogni suo
gesto. Poco spazio per la razionalità, e più per l’istinto, le
pulsioni, l’immaginazione.
La stessa che si può ritrovare nei due autori, che scrivono non per
calcolo o ubbidendo a una maniera, ma per esigenza irresistibile. O,
se si preferisce, per il piacere di narrare. Nati all’inizio quasi
per caso, dal pretesto di una cena e quattro chiacchiere tra amici,
i racconti di questo libro nel tempo hanno assunto numero e sostanza
di una vera galleria di ritratti, di storie varie e toccanti. Il
mondo, così com’è, nasconde trame dolorose e ilari, giocose o
irrigidite in schemi raggelanti, surreali più di qualsiasi
invenzione d’artista. A modo loro, nel raccontarle i due autori
continuano su queste pagine un dialogo iniziato davanti al caminetto
di una casa di montagna, al culmine di giornate passate a inseguire
tra i boschi (o zappettando nell’orto) discorsi troppo diffi cili e
fantasie troppo ingenue per essere taciute.
Gli Autori
Ernesto Bussola vive a
Sant’Ambrogio di Valpolicella (Verona). Pittore e restauratore,
trasferisce nella scrittura il gusto per le forme plastiche e i
colori che pone nei suoi quadri, tra realismo e gusto del fantastico
e del surreale. Ha pubblicato tre libri di poesie: “Tra el dito e ’l
fato” (2003), “In verde e rosso di velina” (Il Segno dei Gabrielli
Editori, 2003) e “Riflessi e cromie” (2010). Nel 2008 è uscito il
volume di racconti e poesie “Piccola epica” (i libri di damoli,
Verona).
Franco Ceradini vive e lavora a San Pietro in Cariano,
Verona. Per anni ha alternato l’attività di scrittore a quella di
organizzatore culturale, dedicandosi poi interamente alla scrittura.
Ha pubblicato fra il resto tre romanzi: “Pulviscolo” (Perosini
Editore, Verona 1999), “Di Maddalena e di me” (Perosini Editore,
Verona 2004), “Teatro delle ceneri” (Mobydick Editore, Faenza 2008).
Nel 1999 per Perosini ha curato, con lo scrittore Giovanni Dusi, il
libro-intervista “Il migliore dei mondi possibili”.
Franco
Ceradini, Teatro
delle ceneri
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