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Claudia Patuzzi
LA STANZA DI GARIBALDI - romanzo
Postfazione di Dacia Maraini
Manni editori, 2005 - ISBN 88-8176-692-2, € 18
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“Nessun aratro si ferma perché muore un uomo”
(proverbio fiammingo)
GHISLAIN
I
Roma, 18 aprile 1997
Mon oncle,
stamattina ho ricevuto il tuo pacchetto. Ho aperto la scatola e ho
trovato una tazzina di porcellana bianca, un piattino rotto in tre
parti e, sotto, una fotografia così consumata da sembrare carta
velina. C'eri tu, col tricorno e il lungo abito nero, e accanto a te
il ritratto di un brigante, una specie di eroe con l'aureola in
testa. Poi l'ho riconosciuto: era Garibaldi…
Una fata dubbiosa
Bruxelles, 24 aprile 1997
Cara fatina,
finalmente il pacchetto è arrivato e chissà quante domande vorresti
farmi… Calma, fatina, tuo zio è molto vecchio ormai, le mani gli
tremano, il cuore va su e giù, ma è ancora sano di mente. Lo so, una
tazzina non è altro che una semplice tazzina, eppure, prima che io
muoia, te la voglio regalare. Trattala bene.
Perché? mi chiedi. Che c'entra Garibaldi con un povero belga
costretto a vivere per settantasei anni dentro le mura di un
Istituto nel cuore di Bruxelles? ebbene, non ti stupire di nulla: fu
nella stanza di Garibaldi che il fatto, iniziato tanti anni prima,
ebbe il suo fatale compimento.
Adesso, dopo un lungo affannarsi, il destino mi appare più chiaro e
decifrabile. A novantadue anni rivivo il passato con meno
esasperazione e maggiore imparzialità, non rimango ancorato solo ai
miei fatti ma vedo questi insieme alla sorte di tanta gente che ho
conosciuto. Nella vita di tutti le situazioni sono terribili di
conseguenze: dipendiamo, nostro malgrado, da circostanze che non
abbiamo suscitato, presi come una mosca...
Una mosca
Tutta qui la sua spiegazione? Sono andata a riprendere la tazzina da
caffè che da quasi una settimana ho nascosto - chissà perché? -
nell’ultimo cassetto del comò, tra foulard d’altri tempi. L’ho
tenuta in mano a lungo osservandola attentamente. A parte lo stemma
della torre Eiffel sul fondo, è una tazzina come tante. Ho fatto di
nuovo combaciare i tre cocci, ma il risultato è sempre lo stesso: un
piattino da caffè, col solito stemma sul retro. Ho sospirato con
rabbia: “ci risiamo, gli è andato di volta il cervello”.
Di mio zio Ghislain Balthasar si sono sapute poche cose, ma è
bastato un solo fatto tra tanti a segnare per sempre il resto della
sua vita. Più che di un fatto si tratta di una triade, concatenata e
terribile. Il primo fatto è stata la sua nascita. Il secondo
l’abbandono e la morte di sua madre. Il terzo è il suo segreto.
Il primo fatto - la nascita - marcato dalla turbatio sanguinis
perché era nato illegittimo, fu ritenuto ignominioso quanto il
peccato di Eva. Con la perfidia e l’abilità che distingue l’umana
società fu dapprima ignorato e poi volutamente cancellato. Col
passare degli anni quell’evento condizionò a tal punto l’esistenza
di mio zio da costringerlo al mutismo e, fin dal quattordicesimo
anno, a una reclusione involontaria nel piccolo noviziato di
Overijshe e poi nell’Istituto dei Fratelli Cristiani a Bruxelles…
Bruxelles, 16 gennaio 1985
Fatina mia,
sei vicina a me? mi ascolti? Bene. Vivo da più di sessant’anni in
Comunità. Non ci trovo una lunghezza d’onda comune, sono qui come
un’ombra silenziosa. L’euforia evangelica, dove trovarla? mi consolo
insieme ai miei ricordi, alla tua presenza mentale, ai bei
vocabolari che manipolo con devozione. Eppure, lo confesso, dai
dodici anni di pensione me ne sto più tranquillo, i nervi non
vengono più stancati dalle lezioni, le esigenze della Regola si sono
attenuate e finalmente respiro una specie di euforia. Sono rinato e
ringrazio papa Giovanni. Non è lui che ha detto che bisogna
distinguere l’ “errore” dall’ “errante”? l’ “errante” non è sempre e
innanzi tutto un essere umano? non è così che dice la “Pacem in
terris”?In Comunità sono conosciuto come quello che parla poco. Gli
altri non sanno nulla della mia ferita: ho il pudore di tacere.
Un errante speciale
Da quindici anni le lettere di mio zio Ghislain ronzano come api
attorno a un evento misterioso, quell’evento, senza mai
entrarvi. Si fermano sempre un attimo prima o ritornano indietro
inseguendo inutili divagazioni. Garibaldi appare e scompare tra una
parola e l’altra risucchiato dai gorghi di un fiume o da interi mari
in tempesta. Le parole di Ghislain si sono perse in tante case e
amori diversi. Non c’è stato mai abbastanza coraggio per raccontare
la verità o il tempo per ascoltarla. E adesso, ecco questo strano
pacchetto con la tazzina, i tre cocci e la foto di Garibaldi.
L’immagine della fotografia è molto scura ma nitida. Al centro
s’intravede una specie di catafalco che sostiene le ginocchia di
Ghislain, avvolto dalla tonaca nera e incredibilmente pallido. Sopra
la sua spalla destra, semicoperto dal grande tricorno, con uno
sguardo perduto in un sogno lontano, si erge l’Eroe dei Due Mondi,
serio e santo come Gesù, con un’aureola in testa e, dietro, una
grata di righe sottili. Ma quello che mi ha colpito di più è stato
il profilo di mio zio: sembra guardare in direzione di Garibaldi che
a sua volta pare strizzare l’occhio sinistro in segno di complicità.
Una grande complicità…
II
Lo incontrai per la prima volta in Italia in un caldo giorno di
luglio, nella casa di famiglia al mare. A quell'epoca avevo sei anni
e afferravo la vita con tutti i sensi. Mi buttavo a capofitto in
luoghi sperduti e sotto l'abbronzatura sembravo una selvaggia
bisognosa di cibo e di aria, intenta a stirare le gambe in corse
sovrumane e ad allargare le braccia su muretti sgangherati.
Nulla è più totale di un'infanzia poco controllata. Aveva quaranta o
cinquant'anni? Non potevo saperlo né immaginarlo, perché fin
d'allora non aveva età. Si era fermato al secondo fatto -
l’abbandono - che, come uno scoglio in un mare tempestoso, l'aveva
salvato dall'aridità. Il tempo, anziché invecchiarlo, lo aveva reso
liscio e glabro come fa il vento sulle rocce più friabili e aguzze.
Si era attaccato a quello scoglio con la foga di un neonato e in
quell'abbraccio aveva ritrovato la beatitudine della magna mater.
Indossava l’abito da confratello col colletto di tela diviso in due
facciole stecchite dall’amido. Sul capo portava un grande tricorno
che rivestiva di una patina settecentesca il suo aspetto giovanile.
In quel contrasto il candore della pelle spiccava quasi osceno tra
il verde del giardino e il marrone sanguigno del tufo. Col
progredire della riforma ecumenica cominciò a vestirsi da
esploratore africano. Una camicia beige di poliestere, un pantalone
color caki e, per finire, orrendi sandali frateschi che sotto i
raggi del sole disegnavano sulla pelle una ics perfettamente bianca.
In quella “tenuta” si aggirava cantando con un Larousse in una mano
e “I promessi sposi" nell'altra. Era proprio strano, eppure l’amavo,
perché mi riempiva di cioccolata e pareva un ragazzino venuto da un'
isola felice, dal paese delle piogge e dei foulards finto-seta che
comprava di nascosto a basso prezzo a via Nazionale. Ebbe due
soprannomi. Il primo – il postino – gli fu dato per la sua mania
epistolare. Il secondo - mon oncle - da me. Lui, in compenso,
cominciò a chiamarmi fatina, forse perché riuscivo a farlo ridere
più degli altri, troppo seri e affaccendati.
Fu molto tempo dopo quell’incontro che nacque tra noi un patto,
proprio quando la mia infanzia si era tramutata in un eden
irraggiungibile e l’adolescenza in un travaglio superato. A
quell’epoca mi sentivo già donna. Cercavo di volare su pesanti ali
di toro che invece di librarmi nell’aria mi legavano alla terra dei
miei sottosuoli. In quel disordine arrivò la proposta di Ghislain.
Mi avrebbe narrato per lettera la sua vita, in cambio io avrei
scritto qualcosa su di lui e sua madre Eugénie, la mia nonna
materna. All’inizio il progetto mi entusiasmava. Ma la distanza e il
tempo si frapposero ai sogni e io divenni subito distratta e
impaziente. Spesso dimenticavo di rispondere alle sue lettere.
Bruxelles, 25 marzo 1979
Cara fatina,
perché non mi rispondi? È Pasqua e io me ne sto qui, nell’Istituto,
in compagnia dei morti, dentro questa prigione di pietra, in attesa
di una risposta che non viene mai. Dov’è andata a finire la mia Musa
ispiratrice? Mentre il XX secolo impazzisce io ricapitolo il passato
investigando con una torcia i cuniculi della mia memoria. Certo la
mia vita è molto comune. Eppure anche in questa vita incolore sono
avvenuti eventi straordinari tra cui, uno in particolare, continua a
bruciare nel mio cuore. Lo vuoi conoscere anche tu? Sbrigati. Il
tempo passa ed io divento ogni giorno più vecchio, anche se mi sento
un ragazzino. Così, fatina, ti parla l’ossimoro, tuo zio. Cosa dice
l’etimologia? acuto sotto un’apparenza di stupidità’…
Un ossimoro
Ricordo che alla parola “ossimoro” mi era venuto da sorridere. Come
sempre molto spiritoso, rieccolo con le solite allusioni, i
giochetti verbali, senza dire in realtà nulla di concreto, a parte
quell’ “evento straordinario”. Alludeva alla sua nascita
illegittima? non era certo così rara da richiedere il segreto. No,
quel fatto doveva essere qualcosa di particolare, una ferita
stillante sangue o un grumo di lacrime così grigio da ricordare il
cielo di Bruxelles. Ma cosa? Rilessi la lettera tre volte, poi la
chiusi in un cassetto.
© Claudia
Patuzzi
Il libro (Segnalazioni per il Premio Strega)
Un romanzo di iniziazione?
Una saga familiare? Il ritratto a tutto tondo di un
uomo “muto” e solitario, votato a Dio per disperazione e abbandono?
Il libro di Claudia Patuzzi è un atto di fiducia gloriosa nella
memoria, non tanto turbinoso fiocco di neve, quanto “rete distesa”
che raccoglie i pesci del pensiero, ne fa nutrimento per il presente
e, dopo averli affumicati e distesi fra foglie profumate, li
conserva come prezioso cibo per il futuro. (Dacia Maraini)
Ho segnalato per il premio Strega il romanzo di Claudia Patuzzi La
stanza di Garibaldi innanzitutto perché è scritto bene, in modo
chiaro ed essenziale, comprensibile e mai banale, cosa rara ai
nostri giorni. Ho trovato in questo libro una forte istanza di
verità e, allo stesso tempo, di ricostruzione e reinvenzione
“proustiana” di quasi cent’anni di vita passata individuale,
familiare e collettiva. Attraverso la figura di uno zio “vinto”, che
oggi chiameremmo emarginato o diverso, veramente esistito, l’Autrice
scopre se stessa. Il viaggio a ritroso nel proprio passato europeo e
familiare è dunque, ancora una volta, la discesa all’Ade, per
trovarvi il senso più profondo e misterioso dell’esistenza. Ma per
far questo Claudia Patuzzi adotta una lingua inconsueta, scorrevole
e densa, classica e originale. Ho segnalato questo libro, in
conclusione, perché va controcorrente, perché costringe il lettore a
riflettere e a mettere in gioco i propri sentimenti. (Vincenzo
Consolo)
La stanza di Garibaldi prende spunto da una storia familiare
veramente accaduta e dalle lettere che il protagonista, il belga
Gislain Balthasar, scrive alla giovane nipote italiana (...). Pur
essendo tratte da una corrispondenza reale, queste lettere,
trasformate dalla scrittrice, sono il pretesto e il filo conduttore
per collegare le vicende di tre generazioni che si succedono agli
inizi del Novecento sullo sfondo degli avvenimenti che cambiano la
storia dell’Europa. Ambientato nel Belgio e nelle Marche, è la
storia del rapporto tra una famiglia belga e una marchigiana che
ruota intorno al destino del protagonista, figlio illegittimo di
Josephine che da Anderlecht, sobborgo della vecchia Bruxelles, andrà
a vivere nella casa del secondo marito italiano, un ricco
industriale di Macerata. Questa casa, dove dormì per quindici giorni
Giuseppe Garibaldi e dove è cresciuta la nipote che continua a
sentire le suggestioni di un’infanzia e di un’adolescenza passata
tra il giardino e le vecchie mura, è il teatro delle vicende che si
intrecciano intorno a Gislain. L’architettura del libro è come
quella di un labirinto in cui l’autrice ci guida fino alla scoperta
dell’uscita segreta. Costruito su vari piani, il romanzo è un
epistolario che si incrocia con le memorie dell’autrice, dove il
passato si mescola al presente (...) È un romanzo molto moderno ma,
nello stesso tempo, con la struttura ottocentesca (si sente forte la
lezione di Proust e anche di Balzac), in cui le vicende familiari si
confondono con gli avvenimenti di un secolo, le due guerre, i
conflitti sociali, le crisi della borghesia. Come scrive Dacia
Maraini nella postfazione, la memoria del romanzo è “perfettamente
compiuta e geometrica”. C’è una notevole sapienza nella scrittura
dove si alternano il dialetto corso e marchigiano, il francese e
l’italiano. Il “segreto” che ha condannato Gislain come “frutto del
peccato” secondo la morale ipocrita del nonno Cyrille, che l’ha
costretto a vivere solitario in un collegio di preti, a diventare
“fratello cristiano” e a votarsi a un perpetuo celibato, è il motivo
che spinge la nipote a raccontare come egli riesca a liberarsene.
Nella stanza, dove sono conservati i cimeli della breve permanenza
dell’eroe (il berretto, la camicia rossa), Gislain trova in un
cassetto le prove dell’ingiustizia subita, scopre chi era la madre e
si libera di un passato di cui era stato vittima e prigioniero
(...). In quella stanza, in quella casa, la scrittrice fa vivere le
sue rievocazioni in un’atmosfera poetica quasi di magia che ci fa
pensare alla Elsa Morante dell’Isola di Arturo, ma soprattutto della
Storia come un modello a cui essa si sia ispirata. (Giovanni Russo)
Biografia
Claudia Patuzzi vive a Roma dove insegna Lettere in un liceo scientifico. Ha
pubblicato due volumi di politica editoriale su Mondadori e Laterza
per Liguori e saggi su Calvino e Leopardi in “Nuova Antologia”.
Collabora con le Biblioteche di Roma sia con progetti comuni (su
Marguerite Yourcenar, Emily Dickinson, Elsa Morante e
Virginia
Woolf), sia nel promuovere la lettura sul territorio con il progetto
(insieme alla Biblioteca Cornelia) “Rome parallele” comprendente un
Dvd e un ipertesto incluso in 2 CdRom sugli scrittori non romani a
Roma dall’Unità d’Italia ad oggi (in fase conclusiva). Nel 2005 ha
curato la rassegna “Roma al femminile: scrittrici di ieri e di oggi”
su Natalia Ginzburg e Alba de Céspedes. Nel 2006 per “Torino capitale
del libro con Roma“ ha curato la rassegna “Sguardi a confronto:
incontri tra gli scrittori di ieri e di oggi” su Natalia Ginzburg
(18 maggio), Carlo Levi (26 maggio) e Carlo Fruttero e Franco
Lucentini (ottobre 2006). Collabora a circoli di lettura filosofici
con la Biblioteca Tortora e Ostiense e la comunità filosofica
femminile Diotima. Ha partecipato per tre anni come coordinatore del
XIX circolo di lettura della Biblioteca Basaglia al Premio
Biblioteche di Roma. È nel direttivo del Sindacato Nazionale
Scrittori. Ha pubblicato due romanzi: “La riva proibita” (Edizioni
dell’Oleandro, 2000) e “La stanza di Garibaldi”, selezione Premio
Strega 2006 (Manni, 2005, postfazione di Dacia Maraini).
Sito:
www.claudiapatuzzi.it.
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