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IL GIGANTE
- Vatti a coricare un poco, ci sto io qua.
- Non ti scanti?
- No, di che?
- Va bene, solo un pochino… mi appoggio dieci minuti in salotto, ma
se ti spaventi chiamami subito. Non dovrei allontanarmi, lo so… ma
tutta la confusione di oggi e … mi scoppia la testa.
- Ti dissi che non mi scantu di Salvuccio… - mormorò Emma.
- Salvuccio…- sussurrò di nuovo quando sua sorella, accostata la
porta, la lasciò finalmente sola con lui, nella penombra della
camera da letto. Lo guardò…
Ricordava ancora l’impressione che aveva avuto vedendolo per la
prima volta: - Matri… e questo ‘Salvuccio’ si chiama? – aveva
esclamato, facendo ridere tutti. L’ampia porta dell’ingresso nobile,
spalancata in attesa dell’ospite, era occupata da una specie di
titano che, in controluce, pareva una montagna. Era l’uomo più
grande che Emma avesse mai visto e lei era quasi una bambina ed
estremamente gracile per di più.
Don Pippo, suo padre, aveva annunciato l’arrivo di Salvuccio una
domenica che c’erano dolci e vin santo a tavola e che sua madre
pareva assente, inspiegabilmente triste, fuori posto in
quell’atmosfera festosa.
- La prossima settimana viene un mio lontano nipote, ragazze – aveva
esordito rivolgendosi a Emma e sua sorella. - Viene in visita… forse
una lunga visita – aveva aggiunto compiaciuto, con un’occhiata
ghiotta e allusiva verso la moglie. L’occhiata però era rimbalzata
sul tuppo di trecce grigie, annodate strette sul capo della signora
Maria, tornando indietro, come un boomerang, a colpirlo
nell’orgoglio. – E quando parlo voglio essere guardato in faccia -
aveva urlato, allora, sbattendo sul tavolo un pugno tale da far
saltare piatti e bicchieri oltre alle figlie; ma neanche davanti a
quell’insolito scoppio d’ira Maria si era degnata di alzare la testa
che teneva china, dall’inizio del pranzo, con gli occhi fissi alla
tovaglia candida, quasi che nell’ordito di cotone si fosse persa
senza ritorno. Don Pippo allora se n’era uscito a cavallo tutto il
pomeriggio ed era tornato a sera fatta, sempre nero come un
temporale.
Una settimana di sfoggi di conti e cambiali, però, doveva essergli
bastata per con-vincere la moglie ad accettare Salvuccio, ché quello
veniva per sposare Mimma, la primogenita, e riassestare così il
patrimonio di famiglia, seriamente compromesso da un paio di
raccolti fiacchi, olio rancido e vino acetoso.
- Tu la devi capire, Maria: babbo o non babbo quello un sacco di
soldi ha e a noi ci servono per l’azienda e pure per Emma… e poi
Mimmuzza niente ha detto... –.
- Figghitta e che deve dire? Lei buona è… se ci piangi che serve per
salvare la terra e so soru… che vuoi che ti dica, poverina?! Non le
bastava già una sorella poliome-litica? Che vita gli stai combinando?
Due pesi sulle spalle…-.- Vedrai che poi si aggiusta tutto:
Salvuccio è un ragazzo semplice certo… però bravo, lavoratore, e c’è
la parentela: ci scambiamo un favore con loro… che lo sistemano; e
poi almeno è bello… un gran bel ragazzo -.
- Grande sì… dicisti bonu, povera figghia mia… - aveva aggiunto la
signora Maria, alzando gli occhi al cielo come immaginasse già un
qualche vergognoso sacrificio.
Salvuccio, in beffa al suo nome, era grande davvero: alto come un
gigante, collo taurino, mani a pala, spalle che bisognava tagliare i
vestiti su misura, un’apertura toracica che pareva un materasso in
gommapiuma. L’unica cosa piccola che aveva era il cervello, o almeno
così se lo immaginava la signora Maria quando squadrava quel genero
sempre allegro, sorridente e ingenuo come un bambino.
-Mimma, non ci fare picciriddi… senti a me, ché non lo sai se ti
escono scimuniti. Giura, a’mamma, che ci stai attenta… - si andava
raccomandando alla figlia, tenendo il conto del suo ciclo su un
quadernetto nero chiuso nel comò.
Mimma però, al contrario di ogni aspettativa, non pareva affatto
infelice, anzi. Gli sposini avevano occupato un’ala della casa
colonica, ristrutturata da don Pippo con ogni comodità, e pareva
che, come due piccioncini tubanti, non fossero mai stanchi di
starsene in quel nido, pure in pieno giorno. Salvuccio, d’altronde,
com-pensava il piccolo intelletto con altre grandezze e proporzionali
prestazioni e con un’altruistica, rara gentilezza nei confronti
della moglie. Dal canto suo Mimma, che non si sarebbe mai aspettata
tanta felicità dal matrimonio, si era scoperta propensa a indugiare
volentieri in fantasie e capricci sempre nuovi che lo sposo
prontamente soddisfaceva. La semplicità di Salvuccio la dispensava
inoltre da un giudizio di tipo morale, aprendole un campo sconfinato
di licenziosità a cui abbandonarsi in un puro, animalesco gioco.
Emma, nostalgica del tempo che passava con sua sorella prima che si
maritasse, all’inizio del matrimonio la andava a cercare, ma le
risate, gli urletti e le gran porcherie che sentiva pronunciare a
Mimma, quando era chiusa là con suo marito, le avevano fatto passare
presto la voglia. Dopo aver sbirciato attraverso la serratura, se ne
scappava, con gli occhi pieni di seni, culi e gambe per aria, veloce
quanto quella gambetta magra e corta le permetteva, facendosi il
segno della croce, confusa.
In compenso, però, quell’enorme cognato la adorava e, quando non
lavorava o non se ne stava chiuso con sua sorella nella camera da
letto, la prendeva in braccio come fosse una bambina piccola e la
faceva volteggiare nell’aria che neanche alle giostre si divertiva
così. Se la caricava sulle spalle correndo per la campagna e, per un
po’, Emma poteva dimenticare le sue gambe inutili. Si guardavano,
poi, ridendo senza motivo, mentre Mimma batteva le mani, felice, e
pure alla signora Maria scappava un mezzo sorriso stitico.
Con i soldi di Salvuccio, le cose si riassestarono velocemente e per
festeggiare don Pippo gli regalò un cavallo. – Così ce ne andiamo
assieme a caccia – gli disse, men-tre apriva la stalla e tirava fuori
quell’inaspettata sorpresa.
Don Pippo amava le cavalle in verità, era convinto che fossero meno
sicure dei maschi ma non stupide, come quelli, a loro modo. La sua
cavalla era un bellissimo animale, aggraziata, non eccessivamente
alta, di un marrone mieloso come una castagna matura; aveva lo
sguardo vivace e spiritato, intelligente e, a completa-mento del suo
valore, era mansueta come un cagnolino. Emma osservava le uscite del
padre, invidiosa di quella libertà che le era negata. Solo a lei,
tra le femmine di casa, sarebbe piaciuto cavalcare ma, ovviamente,
le era proibito, per sicurezza. Suo padre, però, accondiscendendo a
malincuore, l’aveva fatta montare un paio di volte a passo d’uomo,
nel recinto e tenendo la briglia. Per lei era stato come un viaggio
in paradiso, sentiva la potenza dell’animale tra le gambe e il
fremito lungo che, come una carezza, percorreva il manto facendola
quasi scivolare; accarezzava il pelo ispido e caldo aggrappandosi al
pomello della sella, impaurita ed eccitata da quella vita diversa
che si sottometteva con paziente umiltà.
Il cavallo che don Pippo tirò fuori dalla stalla, invece, era una
bestia immensa, sem-brava un cavallo da tiro, nero e lucido, con gli
occhi buoni dei bovini; ed era ma-schio.
- Ecco un cavallo grande per un uomo grande!- rise don Pippo,
davanti alle facce sbigottite dei familiari.
- Ma è un gigante! Lo voglio montare! - gridò Emma.
- Non ci pensare neanche! È troppo alto, se cadi da lassù ti rompi
la schiena!- le ruggì il padre. - Però lo puoi accarezzare: è tanto
grande quanto stupido…- aggiun-se, poi, passandole una mano sulla
testa a consolarla.
Fu così che suocero e genero presero l’abitudine di montare insieme
ogni domenica. A vederli da lontano sembravano don Chisciotte e
Sancho Pansa: uno alto e inno-centemente fiero e quell’altro
piccoletto e rassegnato a lato. Uscivano di mattina pre-sto e
tornavano per il pranzo, con i fucili in spalla e un paio di cani
appresso. Don Pippo, non ostante l’evidente semplicità del genero,
pareva ritemprato da quelle lunghe passeggiate insieme; e pure Maria
si rasserenava, covando la segreta spe-ranza che il gigante si
stancasse un po’ e desse respiro per qualche ora a Mim-muzza che,
infatti, ne approfittava per fare lunghe, rigeneranti dormite. Solo
Emma non si sentiva contenta.
All’inizio pensava fosse per i cavalli…
Chè quei due cavalli, così diversi e bellissimi, la attraevano allo
spasimo, sebbene le ricordassero, quand’anche fosse riuscita a
dimenticarlo per un solo giorno, la sua menomazione; o forse proprio
perché di quella erano l’antitesi, e nella sua testa in-nocente
rappresentavano la libertà a cui pareva non aver diritto.
Nelle lunghe ore estive, quando la casa si addormentava spossata dal
caldo, lei andava al recinto e, stesa sotto un albero, osservava le
due bestie felici di trottare e giocare, intente in quella vita
ignota che pareva a un passo dalla comprensione e poi, invece,
sfuggiva lieve nel battito attutito degli zoccoli sull’erba. Emma si
toglie-va le scarpe e camminava anche lei sul terreno morbido,
avvicinandosi coraggiosa. Gli portava carote e zollette di zucchero,
gli sussurrava complimenti e pian piano i due animali finirono per
prendere confidenza, lasciandosi accarezzare.
Fu partecipando alla loro quotidianità che notò i cambiamenti. Il
grosso cavallo, che Salvuccio con poca fantasia aveva chiamato Nero,
cominciò a sembrare irrequieto: infastidiva la cavallina con musate
e spinte laterali, tentava di salirle addosso da dietro, nitrendo
impermalito quando quella, scantonando, mordeva e scrollava il capo,
disturbata dalla sua enorme mole. Nero, poi, aveva spesso
quell’escrescenza enorme che Emma, all’inizio, aveva scambiato per
una quinta zampa più corta, un po’ come la sua gamba maledetta.
Quando, tutta eccitata, aveva raccontato della scoperta a Mimmuzza,
sua sorella si era rotolata sul letto, ridendo come una pazza e
l’aveva presa in giro davanti a Salvuccio: – Babba - le aveva detto,
- quella è la minchia! -.
La ragazzina si era vergognata della propria ingenuità e non era
scoppiata a pian-gere solo perché Salvuccio le aveva sorriso con
dolcezza, con quel suo sguardo pu-lito e buono che sembrava purgare
il mondo dai cattivi pensieri, facendole venire voglia di salirgli
sulle spalle, per correre veloce nei campi, di nuovo libera.
Aveva pensato fosse per i cavalli e invece era per Salvuccio, era
per lui che si sentiva scontenta. Quelle lunghe passeggiate a
cavallo che faceva la domenica, l’unico gior-no in cui era libero dal
lavoro, lo tenevano lontano da lei. E poi il tempo passava veloce ed
Emma diventava quasi una signorina, ormai.
- Non è il caso che te la prendi sulle spalle, Salvuccio – l’aveva
rimproverato la madre l’ultima volta, - non è cchiù picciridda, poi
che dice la gente? -.
- Ma io ce la faccio, non è pesante… - aveva ribadito il gigante,
candidamente.
- Oddio…Non è questo il problema… non lo fare più e basta! - .
All’età in cui le ragazze si sposano, Emma aiutava il padre a tirare
avanti l’azienda familiare e la madre a gestire la casa. Nessuno si
presentò alla porta per lei e la giovinezza svanì come una bolla di
sapone, lasciando il posto a una malinconia severa che solo il
sorriso immutato di Salvuccio riusciva a lenire. Alla morte dei
genitori li sostituì in tutti i ruoli e finalmente ebbe l’occasione
di provare la sua maternità adottando sorella e genero. Lo fece per
Salvuccio, soprattutto, per averlo accanto in qualche modo. Adesso
ci passava le ore con lui, aiutandolo a fare conti e prendere
decisioni, consolandolo quando quello pareva sperdersi di fronte
alla pro-pria idiozia, cucinando la selvaggina che cacciava,
lustrando le sue scarpe e ascol-tandolo cianciare e ridere come la
migliore delle mogli; mentre Mimmuzza se ne stava sempre in camera a
farsi bella, aspettando che il marito tornasse a darle l’unica
soddisfazione di cui era capace, l’unico legame che li unisse, in
qualche maniera, ma saldamente e per l’eternità.
Il tempo scorreva eppure, nascosta dietro la porta della camera da
letto degli sposi, Emma continuava a sentire gli stessi mugolii dei
primi mesi del loro matrimonio. L’unica differenza era che, adesso,
lei non scappava più, non si faceva il segno della croce e non
avrebbe mai scambiato una minchia per una zampa.
A volte si chiudeva nella sua stanza, con le orecchie piene dei
sospiri d’amore ru-bati alla coppia ignara, e si sdraiava sul letto
pensando a lui, al suo odore, alle ru-ghe che gli erano comparse
intorno agli occhi e che gli addolcivano maggiormente lo sguardo, a
quelle mani enormi entro cui si sarebbe rotolata con gioia, a quel
petto muscoloso e vasto che avrebbe percorso con la lingua
centimetro per centimetro, in adorazione. Fantasticava di salirgli
sulle spalle come faceva da bambina e che lui si trasformasse in
Nero: un cavallo lanciato verso la libertà, il manto fremente contro
la sua pelle nuda, avanti e indietro, a lungo, con lentezza. La
potenza di un sogno tra le cosce.
Sognava…e mentre sognava e lavorava, la vita sfuggiva di mano a
ognuno di loro, spandendosi come ghiaia su un viale infinito. Arrivò
il momento di chiudere, ven-dere l’azienda e ritirarsi in città.
Andarono a vivere insieme in un appartamento spazioso; sulla
credenza, in sala da pranzo, Emma sistemò la foto di Nero. Conti-nuò
a occuparsi di loro, attenta a ogni desiderio e necessità.
Sua sorella era maturata con garbo; era una bella signora e ancora
si preoccupava, per ore, ogni giorno, di rendersi desiderabile per
quell’uomo che il tempo aveva deciso di risparmiare, trascinandoselo
dietro sempre bambino, sorridente, ingenuo. Dalla stanza da letto,
in cui ancora i due passavano interi pomeriggi, non prove-nivano più
urletti e sospiri ma un silenzio frusciante, gentile, da cui Mimma
riemer-geva rosata e serena, sempre appagata.
In quel silenzio Emma sarebbe voluta sprofondare, a occhi chiusi;
per un silenzio così avrebbe rinunciato agli anni che le restavano
da vivere e a ogni secondo di felicità che aveva goduto da bambina.
Ma il silenzio che avvolgeva lei, quando la sera si coricava da
sola, era diverso: freddo, ostile, vuoto. A volte, per combatterlo,
scorreva con le mani lungo la camicia da notte, accarezzando il suo
corpo asciutto e segaligno sotto la stoffa morbida; immaginava che a
farlo fosse Salvuccio, sentiva quasi il calore delle sue dita enormi
sui seni minuti, intorno all’ombelico, più giù dove, per un attimo,
le pareva che scoppiasse un fuoco doloroso e pungente, un fuo-co vivo
che si espandeva gonfiandosi in una sorta di fitta pulsante.
Scendendo lun-go le cosce la sua mano sfiorava però la gamba
maledetta e ogni cosa spariva, in-goiata dalla realtà. Si
addormentava triste, col viso di Salvuccio sorridente davanti agli
occhi, le mani strette sul ventre affamato e vizzo.
A lei aveva sempre sorriso, Salvuccio, sin da quel primo giorno,
sempre. E la guar-dava con occhi unici che parevano ciechi alla sua
deformità, occhi in grado di an-dare oltre l’apparenza o forse a
quella disinteressati, superiori. Per quegli occhi Em-ma era stata
donna e femmina e madre e fu guardandoli un pomeriggio, subito dopo
il pranzo, che capì…
- Mimma! Corri… Mimma! - gridò, fissando terrorizzata lo sguardo
annacquato e sperduto di Salvuccio. L’uomo stava fermo, le mani
contratte sul tavolo e quegli oc-chi sembravano improvvisamente
vuoti, senza luce, senza sorriso… per la prima volta.
La stanza da letto è in penombra, con le persiane chiuse; la lampada
sul comodino spande una luce gialla invitante, intima. Salvuccio è
steso sul letto e Mimma riposa, esausta, in salotto.
Sono soli finalmente, in silenzio.
Emma gli si sdraia accanto, con una mano sfiora la camicia di seta,
la sbottona sul petto e fa scorrere le dita sulla carne liscia,
arrotolandosi i peli ricciuti tra le dita. Ripensa a Nero, che non
ha mai potuto montare, ricorda il suo manto lucente e ispido. Il
petto di Salvuccio è diverso: tenero, coperto di peli soffici come
il velluto. Sosta sui capezzoli minuscoli, palpandoli con la punta
dell’indice. Si gira e sale sull’uomo, slaccia tutta la camicia
standogli sopra a cavalcioni e bacia quel petto che ha desiderato
per anni, lo adora centimetro per centimetro, affondando il naso
nell’odore ancora forte che conosce bene. Prima di scendere col viso
verso il pube gli bacia la bocca, delicatamente. Salvuccio ha gli
occhi chiusi e un sorriso leggero sulle labbra. Emma percorre con la
lingua lo spazio libero che arriva fino alla cintura, sa di sapone,
di pulito, di buono; sgancia la fibbia e sbottona i pantaloni,
infila dentro una mano, timidamente, una carezza appena, come una
bambina ingenua. È trop-po: le pare che il cuore le stia per
esplodere insieme alle viscere, torna a cavalcare Salvuccio, con gli
occhi chiusi, avanti e indietro… lentamente, a lungo. È Nero tra le
sue gambe, Nero che galoppa veloce nel recinto, potente e muscoloso,
fremendo e nitrendo, libero…libero…libero.
Cade di schianto di lato all’uomo, ansando, rosea e felice, di nuovo
bambina nei campi con Salvuccio, ride come allora. Lo guarda: è
contento anche lui e Mimma batte le mani allegra, anche sua madre
sta sorridendo, lì sulla porta di casa…
Invece no: c’è silenzio, un silenzio netto, senza fruscii. Emma
guarda il disastro che ha combinato, si affanna a mettere tutto a
posto.
- Che stai facendo? - La voce della sorella la fa trasalire. Mimma
la fissa, severa, aspettando. – Devi esserti addormentata, è così?
Guarda che hai fatto… Ti agitavi sempre nel sonno anche da piccola…-
le dice all’improvviso, cominciando a mettere in ordine. – Dai,
aiutami a legargli i piedi, tra poco vengono a chiuderlo… -. Poi si
ferma e crolla seduta sul letto, piange in silenzio. Emma si
avvicina, le si ferma di fronte.
- Lo amavi anche tu, vero? L’ho sempre immaginato… – sussurra Mimma.
- Ora siamo sole, completamente sole… - .
- No, Mimma, siamo insieme. Noi tre, insieme…per sempre. Vieni,
prepariamolo…-
© Cinzia
Pierangelini |