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IL SUICIDIO
Aveva deciso di togliersi la vita.
Armando ci stava pensando da tanto tempo. Considerava tale evento
come un gesto di grande coraggio. Non valutava quel gesto come un
gesto di viltà, anzi. Dal momento che aveva raggiunto la
consapevolezza interiore che era giunto il momento di lasciare
questa terra, si stava organizzando per farlo nella massima
consapevolezza e nella maniera migliore. Con raziocinio, quindi, e
non con disperazione.
Un suo zio si era tolta la vita con grande dignità e lui lo ripeteva
spesso a tutti che il suicidio è un atto di coraggio e non di viltà
se eseguito razionalmente e non sulla spinta dell'emotività della
disperazione. Lo zio aveva finanche collaudato il trave che avrebbe
dovuto sostenere il suo corpo. Era andato a colpo sicuro. Per giorni
aveva trascinato in soffitta secchi di sabbia. I suoi non avevano
sospettato nulla. Era solito fare dei lavori in soffitta e a nessuno
passava per la testa quello da tempo stava prospettando. Ma quella
terra non serviva per impastare del cemento, ma per riempire il
sacco che avrebbe dovuto simulare il peso del suo corpo. Quando fu
sicuro che il trave avrebbe retto, passò il cappio attorno al collo
e lo trovarono appeso a tarda notte quando andarono in soffitta a
vedere se era successo qualcosa, preoccupati che non fosse sceso
neppure a cenare.
Per la religione tale azione é giudicata come un atto sacrilego e di
viltà ed un'offesa a Dio. Per la psiche dell'uomo è tutt'altra cosa.
Ma se Dio c'entrava in questa storia, ebbene questa fine l'aveva già
scritta da qualche parte anche lui ed i conti tornavano.
Armando aveva anche acquistato una corda già qualche anno prima.
Amava tanto la natura e le querce gli ispiravano la potenza e la
forza ma, soprattutto la robustezza di sostenere il suo corpo che
sfiorava il quintale.
Morire circondato dal verde e dai fiori, baciato dal sole e con il
cielo terso era anche una evenienza che aveva più volte valutato.
In altri momenti che la disperazione l'aveva assalito per un amore
finito male aveva anche pensato un salto dal Ponte Romano di Pont
St. Martin in Valle d'Aosta. "Il ponte del diavolo" si prestava
anche bene alla scelta del suo trapasso. Ma dopo aver guardato giù
le acque scorrere in modo tumultuoso gli era sorto il dubbio che
poteva anche non morire e restare invalido. E la cosa lo preoccupò.
Scartò, quindi, questa ipotesi optando per l'altra forse più facile
da eseguire e con risultato certo.
Ma i suoi problemi erano tanti e tutti abbastanza conflittuali e
l'idea della morte lo accompagnava in ogni momento della giornata.
A volte percorrendo le grandi arterie aveva pensato anche di
infilarsi a tutta velocità sotto uno di quei tir che incrociava
sulle strade. Anzi questa era una seconda idea che accarezzava come
alternativa all'impiccaggione. Spingere la vettura a tutta velocità
e poi andarsi ad infilare sotto uno dei tanti mezzi pesanti che
incrociava durante i suoi spostamenti. L'impatto, pensava, avrebbe
posto fine ai suoi giorni senza dover troppo soffrire.
Ed un giorno che la disperazione aveva prevalso sulla ragione e vide
arrivare a tutta velocità un grosso mezzo dalla direzione opposta,
senza pensarci su due volte, sterzò di colpo e ando sbatterci contro
urlando, con tutta la rabbia che aveva dentro, un sonoro affanculo
al mondo.
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Si risvegliò abbagliato da una luce intensa in una stanza tutta
bianca. Nei momenti di serenità mentale era convinto che la morte
fosse la fine di tutto. Ma evidentemente si sbagliava. Non riusciva
a capire dove fosse. Al momento avvertiva una profonda beatitudine
interiore e non si rendeva conto di essere ancora vivo. Pensava di
essere già morto e stesse pregustando quello stato di benessere che
tante volte le persone che erano state in coma descrivevano
avvertissero nell'incoscienza.
Ma lui non lo sapeva. Era stato imbottito da sedativi. Il colpo era
stato tremendo, ma lui ne era uscito illeso anche se un po'
maltrattato per l'impatto.
Insomma, non si era fatto proprio nulla. L'airbag si era aperto per
tempo, la carrozzeria si era piegata nei posti prestabiliti dal
costruttore e lui era rimasto incastrato nella sua vettura un po'
malconcio ma vivo.
Sorte peggiore era capitata al conducente dell'altro mezzo, ignaro
del matto che stava incrociando sul suo percorso.
Questi, quando si accorse che la piccola auto che procedeva in senso
contrario stava per andare a sbattere a tutta velocità contro il suo
mezzo cercò di evitarla sterzando disperatamente. Il mezzo era
andato a schiantarsi contro uno dei piloni del ponte che stava
attraversando ed il tremendo urto aveva schiacciato tutta la cabina
di comando incastrandolo tra le lamiere della carrozzeria.
Il suo risveglio era stato più traumatico. Avvertiva chiaramente una
insensibilità agli arti inferiori. Cercava di tirare su le gambe nel
lettino del reparto ortopedico dove era stato ricoverato, ma le sue
sensazioni motorie si fermavano al cervello. L'impulso partiva
lucidamente ma le gambe non rispondevano.
Il referto fu drammatico per lui: paralisi agli arti inferiori.
Come avrebbe potuto fare adesso? La sua vita era completamente
cambiata in una frazione di secondo per colpa di un matto
incosciente che aveva perso il controllo della sua vettura a causa
dell'alta velocità a cui l'aveva spinta.
Non immaginava minimamente che quell'impatto era stato ricercato e
voluto, anzi studiato forse anche nei particolari già tanto tempo
prima.
Il finale, però, doveva essere completamente differente per colui
che aveva organizzato lo scontro. A morire, o restare invalido, ci
doveva essere stato lui e non un'altra persona.
Al camionista neppure ci aveva pensato. Al sicuro in alto nella sua
cabina avrebbe avuto al massimo solo dei danni al mezzo e qualche
contusione guaribile in pochi giorni. Per il resto l'assicurazione
avrebbe risolto i problemi del risarcimento dei danni.
Questi, stava viaggiado abbastanza tranquillo, ascoltando delle
canzonette alla radio e canticchiava allegramente alla guida del suo
mezzo ignaro del dramma che da li a qualche secondo avrebbe
sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia.
La giornata era bella, vi era una buona visibilità e la musica
aiutava ad ingannare le lunghe ore di guida che lo aspettavano.
Invece! Aveva percorso forse 100 o 120 km ed ecco che un pazzo gli
va a sbattere contro scombussolandogli la giornata.
I giorni passavano. Armando era migliorato ed era stato dimesso.
L'aver visto la morte negli occhi avevano ridestato in lui la voglia
di vivere.
"Il diavolo non mi ha voluto - ghignava - dovrò starmene in questo
inferno ancora per chissà quanti anni a continuare a patire".
Aveva accantonato l'idea di ripetere quel gesto. Aveva ormai deciso
di convivere con le disgrazie del mondo. E poi in quell'ospedale di
disgraziati che volevano vivere ne aveva visti tanti. E se della
gente che stava peggio di lui aveva tanto desiderio di vivere,
perchè morire?
Poi le sorse la domanda: "E l'altro?"
Già, l'altro, il conducente del mezzo pesante.Come stava?
Appena si era ripreso dal colpo aveva chiesto di lui e gli avevano
risposto che era stato ricoverato, in pessime condizioni, prima nel
reparto di rianimazione a Torino e dopo in quello di ortopedia.
Quando le sue condizioni glielo permisero decise di recarsi a fargli
visita in ospedale. Cosà gli avrebbe raccontato? Gli avrebbe
inventato di un malore improvviso o detta la verità?
Non aveva deciso nulla.
Aveva acquistato delle buone bottiglie di barbera e si era
presentato nella sua camera di ospedale alle Molinette di Torino!
"Accidenti com'é messo male" borbottò dentro di se vedendolo tutto
ingessato e con dei pesi che gli tiravano le gambe. Un profondo
senso di colpa lo assalse.
In fondo quell'uomo se ne andava tranquillo per la sua strada, stava
guadagnandosi il pane per se stesso e per la sua famiglia, forse
quel mezzo, ora mezzo scassato, le era costato un patrimonio, forse
aveva ancora le rate da pagare, forse era profondamente preoccupato
per il suo futuro e, cosa alquanto più grave, le sue condizioni
fisiche non sembravano eccellenti e chissà quali tristi pensieri gli
frullavano per il cervello per il suo futuro.
Stava pensando di tornarsene indietro, ma ormai era giunto davanti
all'ingresso della camera e non poteva tagliare la corda come un
vigliacco qualsiasi, lui che aveva sempre dimostrato un grande
coraggio finanche a programmare la sua morte.
La notizia che quell'uomo aveva perso la funzionalità delle gambe,
che non avrebbe più potuto guidare un mezzo lo aveva profondamente
turbato. In fondo lui era in pensione da qualche anno. Il suo
reddito non era niente male, c'erano milioni di persone che stavano
peggio, ma molto peggio di lui, altri milioni e milioni che pativano
la fame, la sete, la miseria. Ma che cazzo voleva dalla vita alla
fine?
Queste considerazioni lo stavano combattendo psicologicamente ed il
fatto di rendersi consapevole che era stato lui la causa principale
di questo casino e della prostrazione fisica e morale di un'altra
persona e della sua famiglia lo sconvolgevano ulteriormente.
Si avvicinò al letto e si presentò senza esitazione e senza più
pensarci sopra.
"Mi dispiace - esclamò - non è stato un incidente causale. Io stavo
cercando di togliermi la vita"
L'uomo rimase profondamente turbato nell'apprendere la verità. Era
dibattutto tra un sentimento di rabbia e di pietà e guardava
quell'uomo, che aveva cercato lucidamente la morte, perfettamente in
salute e lui, che pensava solo alla sua vita, a guadagnarsi il pane
per la sua famiglia ed al suo lavoro, si trovava ora ridotto in
quelle condizioni a causa di un matto esaurito ed insoddisfatto
della vita.
"Ormai è andata così - esclamò rassegnato - non ci possiamo fare più
nulla".
Armando capì, invece, che lui non poteva lavarsi le mani e far finta
che nulla era accaduto. Sarebbe stato troppo facile. Lui aveva
causato quella situazione e non poteva dire soltanto "mi dispiace" e
"arrivederci".
Cominciò a frequentare giornalmente l'ospedale. La continua
vicinanza e le discussioni stavano facendo nascere un rapporto più
intenso e cordiale tra i due. Armando aveva capito che il suo gesto
aveva rovinato la vita di un'altra persona ed a questo punto si
doveva assumere fino in fondo le proprie responsabilità e riparare
il danno subito.
I continui contatti ormai avevano approfondito la conoscenza
reciproca. Il camionista ormai conosceva ogni angolo nero della vita
di Armando e, questi, a sua volta, aveva acquisito informazioni
sufficienti per capire la storia dell'altro. Ormai erano diventati
due amici come se si conoscessero da lunghissimi anni.
Anche per i parenti del camionista le visite giornaliere di Armando
e la lunga permanenza in corsia erano diventate così talmente
familiari che ormai i parenti lo consideravano una persona di
famiglia ed avevano addirittura ridotto la loro presenza in reparto
in quanto Armando aveva dato tutta la sua disponiblità ad assistere
il camionista.
Arrivò anche il giorno delle dimissioni ed Armando pensò che fosse
giunto il momento di chiarire quale fosse stato il suo ruolo futuro
nei confronti del nuovo amico di sventura.
Avrebbe preso il suo posto nella conduzione della piccola attività
di autotrasporto e nell'attesa che il giovane figlio raggiungesse
l'età per poter conseguire la patente di abilitazione alla guida dei
mezzi pesanti, si sottopose a dei corsi e poi ad esame per ottenere
lui stesso l'abilitazione necessaria alla guida di un automezzo
pesante.
Si stabiliì nel paese di residenza del camionista e contribui alle
spese di riparazione del mezzo incidentato e, dopo un breve periodo
di prove pratiche guidando il mezzo per brevi percorsi, iniziò
l'attività che il camionista non avrebbe più potuto svolgere.
Armando mai avrebbe potuto pensare che dopo dieci anni che era
andato in pensione avrebbe dovuto di nuovo ricominciare a lavorare.
Ma questa volta non lavorava per se stesso ma per il nuovo amico.
Tra i due si stabilì un rapporto affettivo molto forte ed intenso.
Armando nei momenti di libertà aiutava l'amico a fare delle lunghe
passeggiate spingendo la sua carrozzella a rotelle. La sua vita
ormai era tutta per l'altro, alla morte non ci pensava più.
Anzi, pensava di molto alla vita ed ogni volta che accusava un
qualche acciacco si preoccupava moltissimo, non certamente per lui,
ma perchè voleva essere in perfette condizioni fisiche per non dover
creare problemi all'amico facendo mancare il suo aiuto giornaliero.
La sua fatica si concluse quando il più giovane dei figli conseguì
la patente di guida ai mezzi pesanti.
Da quel momento Armando potè ritornare a fare il pensionato e questa
volta per sempre. Ma il suo rapporto con la famiglia del camionista
divenne a questo punto solidissimo, anzi sembrava ormai uno della
famiglia. E, soprattutto ormai non pensava più alla morte.
Aveva capito che la sua vita poteva essere preziosa ed utile agli
altri.
La morte? Ma dove stava? Neppure più ci pensava anzi cercava di
esorcizzarla perchè adesso ne aveva davvero paura. E poi doveva
pensare ai suoi nuovi nipoti dal momento che i figli del camionista
da un pezzo avevano preso il vezzo di chiamarlo zio.
A questo punto la sua esistenza era tutta per l'amico, ormai aveva
davvero trovato non solo un amico ma anche una famiglia. E una
simile rapporto non poteva concludersi ma era destinato a
rafforzarsi nel tempo.
Armando, però, pensava ai suoi anni e non voleva far trasparire i
suoi pensieri, ma ogni giorno che passava sentiva che le sue forze
cominciavano a venir meno. Sottoponeva il suo fisico a grandi sforzi
per spingere la carrozzina, ma non voleva far mancare quell'aiuto al
suo amico e, soprattutto, voleva dimostrare che continuava a
possedere la prestanza fisica di un tempo.
Decise, perciò, di nascondere le sue preoccupazioni, ostentando
ancora la prestanza di un tempo e continuando a tirare avanti fin
quando le forze l'avrebbero sorretto.
Ma fino a quando tutto ciò sarebbe potuto durare?
(Donnas 11/8/09 15,54)
© Armando Salvatore Santoro
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