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Armando Salvatore Santoro

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / ARMANDO SALVATORE SANTORO

IL BARBONE

Il direttore dello stabilimento era arrivato presto quella mattina in Azienda. I dipendenti non si erano neppure accorti che era già nel suo ufficio. Se ne accorse la sua segretaria particolare nel momento che sentì squillare il telefono bianco sulla sua scrivania con il quale, abitualmente, il Direttore la chiamava quando aveva bisogno di lei. Si affrettò verso la sua stanza portando dietro, l’agenda degli appuntamenti ed un blocco per gli appunti.
Mentre rispondeva sollecita alla chiamata si premurò, con una intenzionale gesticolazione, di avvisare tutti gli altri colleghi della sua presenza in ufficio.
L’azienda stava attraversando un periodo di crisi. La caduta del comunismo, nei paesi dell’Est, aveva rallentato le esportazioni della produzione soprattutto verso quei mercati. Inoltre, la disponibilità di mano d’opera a costi contenuti, offriva nuove possibilità di investimenti e di profitti più elevati, anche se i rischi dei nuovi insediamenti erano più che mai esposti alla instabilità di quei governi. Pertanto, su quei mercati cominciavano ad affacciarsi nuovi concorrenti che, valutando i vantaggi che ne potevano derivare, iniziavano a costruire nuovi stabilimenti industriali producendo in loco molti di quei prodotti che fino a qualche tempo prima venivano importati dall’Italia.
Il Direttore aveva già avuto nei giorni precedenti uno scontro violento con l’Amministratore Delegato. Questi era stato attaccato dall’Assemblea degli azionisti per la caduta delle vendite all’estero, che aveva contribuito a far crollare in borsa le azioni della società. Il Direttore aveva cercato di difendersi sottolineando i pericoli legati alle instabilità di quei governi che nei fatti avrebbero potuto rendere precarie le relazioni industriali con conseguenti possibilità di esposizioni finanziarie gravissime per le imprese che si avventuravano in questi nuovi mercati.
Aveva cercato di spiegare che le società che stavano facendo investimenti massicci in quei paesi in grandissima parte erano costituite da speculatori, legati per certi versi a società economiche che operavano ai limiti della legalità, spesso investendo soldi provenienti da attività illecite o raccolti in buona fede tra i piccoli risparmiatori, ai quali era stata fatta balenare l’idea di investimenti sicuri con possibili guadagni anche del 15/20% sui capitali impegnati, ma erano stati nascosti i pericoli di possibili fallimenti con conseguente perdita di tutti i beni investiti.
Lo scontro tra l’Amministratore Delegato ed il Direttore, tuttavia, era legato anche a problematiche meno recenti. Già in passato c’era stata della ruggine tra i due manager. Infatti, l’Amministratore Delegato era venuto a conoscenza per via indiretta, ma non era riuscito a disporre di prove certe, che il Direttore, a più riprese, stava facendo incetta di azioni della società, diffondendo a volte notizie poco rassicuranti sullo stato di salute dell’azienda. Tali manovre tendevano nei fatti ad incoraggiare alcuni degli azionisti a liberarsi delle loro quote societarie; questi, convinti che la redditività del capitale investito potesse avere dei contraccolpi, preferirono disfarsi lentamente delle loro azioni, che l’astuto manager consigliava a cedere ad una sua società di comodo che, a sua detta, offriva un prezzo senz’altro superiore a quello che avrebbero nei fatti realizzato sul mercato ufficiale. Ma le notizie di possibili ribassi futuri non tardano a diffondersi in certi ambienti e tale situazione aveva determinato una sproporzionata vendita delle azioni che nei fatti si era risolto con un ribasso generalizzato del listino delle quotazioni.
La coincidenza del calo delle esportazioni e del ribasso del valore delle azioni aveva acutizzato lo scontro tra i due manager. L’Amministratore Delegato era anche abbastanza preoccupato in quanto l’eventuale controllo sul pacchetto azionario avrebbe potuto modificare gli equilibri di potere dando un maggior controllo, non solo economico ma anche politico, al Direttore sulla società.
Il costante ribasso delle azioni nei fatti, però, stava esponendo finanziariamente non solo tutti gli azionisti ma anche il Direttore. Tale situazione offriva margini più ampi di manovra all’Amministratore Delegato per demolire la sua conduzione dimostrando, attraverso i risultati societari, la sua incapacità gestionale e la sua mediocre visione politica nell’aver trascurato di controllare con più attenzione l’evoluzione dei mercati internazionali e sottovalutando l’analisi dei mercati emergenti nei paesi dell’Est, che aveva offerto alla concorrenza occasioni per consolidare la loro presenza e tagliar fuori gli abituali fornitori.
Con i tentativi di controllo della società il Direttore si era creato molti nemici. Questi, convinti che il suo rafforzamento li avrebbe tagliati fuori, sfruttarono la situazione per coalizzarsi e stavano per presentargli il conto finale.
Quella mattina era arrivato in ufficio prima del solito in quanto voleva cercare di organizzare tutte le forze che gli rimanevano per convincere un gruppo di azionisti amici, con i quali aveva preparato la scalata al controllo della società, ad aver fiducia e non vendere le proprie azioni trattenendole ancora per qualche tempo. Sperava, con questa operazione, di bloccare l’ulteriore caduta dell’indice azionario e cercare soluzioni alternative per il rilancio dell’azienda, proponendo anche una ristrutturazione selvaggia con una riduzione drastica del personale.
Ma non aveva fatto i conti con i nepotismi e con le clientele, più o meno organizzate, che pur esistono anche nelle aziende private. Tutte le sue decisioni vennero bocciate sul nascere in quanto nessun azionista voleva che questo o quel collaboratore, che costituiva anche un’ottima fonte di informazione all’interno dell’azienda, venisse licenziato.
Anzi la proposta di riduzione del personale fu presentata come una iniziativa dovuta all’incapacità manageriale di prevedere e gestire per tempo i cambiamenti e l’ulteriore crollo azionario che ne seguì, anche per le agitazioni sindacali che investirono l’Azienda, fu occasione di una denuncia in magistratura da parte di diversi azionisti che lo coinvolsero al punto tale che quando l’assemblea propose che fosse sollevato dall’incarico e licenziato, non trovò i numeri necessari per battere gli avversari.
La carta bollata e gli avvocati fecero il resto. Riuscì a venirne fuori dalla denuncia di danneggiamento, ma le spese sostenute per la sua difesa gli erosero tutti i risparmi e, per sopravvivere, fu costretto a vendere per quattro soldi le sue azioni e tutti i suoi beni.
Per un anno si barcamenò alla men peggio cercando una nuova occupazione. Ma il clamore del processo e la messa in liquidazione dell’azienda gli avevano precluso ogni possibilità di sistemazione futura.
Dovette cambiar città ed accontentarsi di vivere in un piccolo alloggio in un quartiere degradato di periferia.
Le sue capacità professionali per anni si erano sviluppate nella direzione aziendale e, pertanto, non sapeva svolgere altre attività nè, tantomeno, era in possesso di alcun altro mestiere che gli potesse consentire un purché minimo guadagno. Le sue funzioni, fra l’altro, l’avevano sempre visto coinvolto in ruoli di comando e gestione delle risorse e mal si adattava a svolgere attività di tipo manuali.
Quando gli ultimi risparmi furono finiti, non riuscendo a pagare neppure il modesto alloggio dove era andato a vivere, fu costretto a mettere un po’ di indumenti in una valigia, allontanarsi dalla nuova città e stabilendosi in un’altra località dove nessuno lo conosceva.
I primi giorni furono drammatici. Aveva lasciato la valigia al deposito bagagli di una stazione ed aveva vagato tutto il giorno per la città. I vestiti erano ancora decenti e, pertanto, riusciva a starsene tutto il giorno in qualche bar ordinando ogni tanto qualche consumazione.
Con questo sistema riusciva anche a servirsi della toilette e darsi una a ripulita veloce. Ma con il passare dei giorni l’aspetto e l’abbigliamento cominciarono ad essere più trasandati anche perché non avendo più una casa fu costretto a ripari di fortuna per la notte adattandosi a situazioni alle quali non solo non era abituato ma che lo deprimevano anche moralmente e psicologicamente.
Pertanto, le poche volte che cercava di varcare l’ingresso di un bar veniva bruscamente allontanato e anche spintonato se cercava di far resistenza per entrarvi.
Si era adattato a trascorrere la notte in un vecchio stabile semidistrutto, dove non era raro che arrivassero altri disgraziati con situazioni personali ancora più gravi delle sue.
Qualcuno gli portò via le scarpe mentre dormiva, lasciandogli in cambio delle vecchie calzature anche di misura inferiore a quelle che lui portava. Per non camminare scalzo dovette adattarsi a tagliare la punta delle scarpe per adattarvi il piede.
Ma i problemi non erano soltanto subordinati a dove lavarsi o dove trovare una toilette, ma erano legati anche a problemi di sopravvivenza. Non aveva più un soldo ed era ridotto abbastanza male per poter continuare a frequentare i supermercati dove nei primi mesi del suo peregrinare riusciva, fingendo di fare la spesa, di buttar giù dei cibi precotti che deponeva nel carrello e consumava furtivamente girando per i reparti. Ma più di una volta era stato scoperto e si era anche preso qualche denuncia per furto che poi era stata ritirata dai gerenti per evitare più costose perdite di tempo nei tribunali.
Spesso, nelle giornate più fredde, passava le sue giornate in chiesa, quando le trovava aperte. Riusciva così a racimolare qualche biglietto da mille che qualcuno, senza che lui lo chiedesse, gli lasciava cadere nel berretto appoggiato sul banco.
A volte era costretto a forzare le cassette delle elemosine, ma non era neppure capace di utilizzare il cacciavite con il quale manovrava e sovente si produceva anche delle ferite.
Non sapendo più come fare per sfamarsi cominciò a frequentare i locali della Caritas. Qui riusciva, insieme ad altri disgraziati, a mandar giù qualche piatto caldo. Ebbe anche il coraggio di chiedere qualche indumento usato e fu fortunato di trovare anche un pastrano pesante per meglio coprirsi nelle giornate invernali in cui era costretto a restare all’aperto.
Per oltre due anni si spostò da una città all’altra, da una stazione all’altra, da una casa demolita all’altra.
Il terzo inverno il suo grado di depressione aveva raggiunto il livello più basso. Pensò di togliersi la vita buttandosi sotto un treno di passaggio. Ma cominciò a pensare alle conseguenze del suo gesto ed al coinvolgimento del macchinista e poi, gli mancava anche coraggio per farlo. Gli sembrava una vigliaccheria.
Era seduto su una panca di legno di una sala di attesa di seconda classe di una stazione della Toscana. Accusava più che mai l’intensità del freddo, anche perché da qualche giorno non aveva mangiato nulla. Proprio in quella stazione arrivarono quella sera alcuni volontari della Caritas. Gradì moltissimo il latte caldo bollente e le fette di pane imburrate con marmellata che gli offrirono. Non resistette, però, per l’umiliazione e scoppiò a piangere dopo aver ringraziato. Uno dei volontari l’aveva già visto per la città qualche giorno prima. Aveva notato, soprattutto, la sua discrezione e la sua dignità ed aveva intuito che quell’uomo era stato coinvolto, suo malgrado, da un dramma più grande di lui.
Cominciò a frequentarlo ed in poco tempo comprese che di fronte non aveva il solito barbone che avesse rinunciato alla vita o che avesse fatto una scelta filosofica isolandosi volutamente dalla società. I suoi discorsi erano compiti e, nonostante le difficoltà in cui si dimenava, aveva conservato una certa raffinatezza nei modi e nel parlare. Dalla conversazione il volontario comprese che quell’uomo aveva senz’altro ricoperto un ruolo di un certo rilievo chissà dove e chissà quando e cercava di capire le motivazioni reali per le quali si era ridotto in quelle condizioni.
Con una scusa banale gli propose un incontro nella sede del volontariato per l’indomani. Oltre ad un pasto caldo gli aveva garantito la possibilità di un bagno caldo e degli indumenti puliti.
L’indomani i due uomini si incontrarono. La possibilità di potersi lavare e rassettare lo avevano messo di buon umore. All’uscita del bagno era irriconoscibile. Con la barba rasata, i capelli puliti, gli abiti quasi nuovi lo fecero apparire un altra persona. Il volontario non ebbe più dubbi e forzò la mano per conoscere la storia di quell’uomo che aveva di fronte con la promessa di un interessamento per riportarlo, perlomeno, ad una vita normale.
E l’ex direttore, interrompendosi più volte per la commozione, raccontò la sua storia e tutte le disavventure in cui era andato incontro dopo il suo allontanamento dall’Azienda di cui era stato direttore.
Il volontario, alla fine della conversazione, lo invitò a casa sua e lo sistemò in una stanzetta che aveva adibito a suo studio. Nei giorni seguenti parlò del suo caso con alcuni dirigenti del volontariato che si offrirono di trovargli una collocazione adeguata per un suo recupero e per reinserirlo nella società.
Riuscirono a trovargli anche una buona occupazione presso una piccola azienda locale. Non accennarono ad alcuno circa le disavventure a cui era andato incontro o altre situazioni del suo vissuto recente.
Da lì a qualche anno recuperò tutte le sue energie e le sue capacità manageriali rifiorirono anche meglio di prima. Sotto la sua direzione la piccola azienda si trasformò in una media impresa triplicando il numero dei dipendenti e migliorando sensibilmente il fatturato e gli utili aziendali.
Era cambiato profondamente ed interiormente nei rapporti con la gente. A differenza di prima ora vedeva i suoi collaboratori nell’azienda come uomini e non solo come numeri da manovrare per i risultati di gestione. Questo suo comportamento aveva contribuito a creare uno spirito di collaborazione e di attaccamento all’azienda da parte dei dipendenti. L’assenteismo si ridusse a valori insignificanti e la sua politica di redistribuzione degli utili di gestione migliorò sensibilmente anche le condizioni economiche dei dipendenti.
Nei periodi invernali, la sera, spesso si aggirava per i luoghi più degradati e per le sale di attesa delle stazioni con la macchina colma di alimenti, coperte e vestiti, per alleviare le sofferenze ed i disagi di tante persone che vivevano per la strada. Certamente le sofferenze ed i patimenti a cui era andato incontro gli ricordavano in continuazione le difficoltà di tanti altri disgraziati che non avevano avuto la sua stessa fortuna di tirarsi fuori dall’abisso di desolazione in cui era precipitato. Per questo si sentiva obbligato, perlomeno, di porgere quell’aiuto materiale che anche lui avrebbe gradito gli fosse stato offerto nei momenti di difficoltà.
Ma non si limitava solo a questo. Cercò a più riprese di recuperare quanti più barboni gli fu possibile, offrendo a volte lavori saltuari nello stabilimento ad alcuni di essi. Nel tempo tali occasioni si tradussero in lavori a tempo indeterminato e diversi di quei disgraziati furono recuperati ad un ruolo attivo nella società.
Qualcosa trapelò sulla stampa locale. La sua storia fu raccontata da un quotidiano toscano, ma il suo nome rimase un mistero.
Ancora oggi vive in una città della Toscana, conducendo una vita quanto mai modesta e riservata, rifuggendo da ogni superficialità.
Può darsi che anch’io l’abbia incontrato qualche sera per strada, soprattutto nel periodo invernale, confuso con un gruppo di volontari e intento a porgere assistenza ai barboni sparsi per la città, ma nessuno è riuscito fino ad oggi a conoscere fisicamente questo personaggio che rimane un segreto, come segreta resta la sua storia che solo in pochi conoscono e che lui preferisce, forse, venga dimenticata.
(San Marcello Pistoiese 13/05/99 2.06)

© Armando Salvatore Santoro
 

 

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