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IL BARBONE
Il direttore dello stabilimento era arrivato presto quella mattina
in Azienda. I dipendenti non si erano neppure accorti che era già
nel suo ufficio. Se ne accorse la sua segretaria particolare nel
momento che sentì squillare il telefono bianco sulla sua scrivania
con il quale, abitualmente, il Direttore la chiamava quando aveva
bisogno di lei. Si affrettò verso la sua stanza portando dietro,
l’agenda degli appuntamenti ed un blocco per gli appunti.
Mentre rispondeva sollecita alla chiamata si premurò, con una
intenzionale gesticolazione, di avvisare tutti gli altri colleghi
della sua presenza in ufficio.
L’azienda stava attraversando un periodo di crisi. La caduta del
comunismo, nei paesi dell’Est, aveva rallentato le esportazioni
della produzione soprattutto verso quei mercati. Inoltre, la
disponibilità di mano d’opera a costi contenuti, offriva nuove
possibilità di investimenti e di profitti più elevati, anche se i
rischi dei nuovi insediamenti erano più che mai esposti alla
instabilità di quei governi. Pertanto, su quei mercati cominciavano
ad affacciarsi nuovi concorrenti che, valutando i vantaggi che ne
potevano derivare, iniziavano a costruire nuovi stabilimenti
industriali producendo in loco molti di quei prodotti che fino a
qualche tempo prima venivano importati dall’Italia.
Il Direttore aveva già avuto nei giorni precedenti uno scontro
violento con l’Amministratore Delegato. Questi era stato attaccato
dall’Assemblea degli azionisti per la caduta delle vendite
all’estero, che aveva contribuito a far crollare in borsa le azioni
della società. Il Direttore aveva cercato di difendersi
sottolineando i pericoli legati alle instabilità di quei governi che
nei fatti avrebbero potuto rendere precarie le relazioni industriali
con conseguenti possibilità di esposizioni finanziarie gravissime
per le imprese che si avventuravano in questi nuovi mercati.
Aveva cercato di spiegare che le società che stavano facendo
investimenti massicci in quei paesi in grandissima parte erano
costituite da speculatori, legati per certi versi a società
economiche che operavano ai limiti della legalità, spesso investendo
soldi provenienti da attività illecite o raccolti in buona fede tra
i piccoli risparmiatori, ai quali era stata fatta balenare l’idea di
investimenti sicuri con possibili guadagni anche del 15/20% sui
capitali impegnati, ma erano stati nascosti i pericoli di possibili
fallimenti con conseguente perdita di tutti i beni investiti.
Lo scontro tra l’Amministratore Delegato ed il Direttore, tuttavia,
era legato anche a problematiche meno recenti. Già in passato c’era
stata della ruggine tra i due manager. Infatti, l’Amministratore
Delegato era venuto a conoscenza per via indiretta, ma non era
riuscito a disporre di prove certe, che il Direttore, a più riprese,
stava facendo incetta di azioni della società, diffondendo a volte
notizie poco rassicuranti sullo stato di salute dell’azienda. Tali
manovre tendevano nei fatti ad incoraggiare alcuni degli azionisti a
liberarsi delle loro quote societarie; questi, convinti che la
redditività del capitale investito potesse avere dei contraccolpi,
preferirono disfarsi lentamente delle loro azioni, che l’astuto
manager consigliava a cedere ad una sua società di comodo che, a sua
detta, offriva un prezzo senz’altro superiore a quello che avrebbero
nei fatti realizzato sul mercato ufficiale. Ma le notizie di
possibili ribassi futuri non tardano a diffondersi in certi ambienti
e tale situazione aveva determinato una sproporzionata vendita delle
azioni che nei fatti si era risolto con un ribasso generalizzato del
listino delle quotazioni.
La coincidenza del calo delle esportazioni e del ribasso del valore
delle azioni aveva acutizzato lo scontro tra i due manager.
L’Amministratore Delegato era anche abbastanza preoccupato in quanto
l’eventuale controllo sul pacchetto azionario avrebbe potuto
modificare gli equilibri di potere dando un maggior controllo, non
solo economico ma anche politico, al Direttore sulla società.
Il costante ribasso delle azioni nei fatti, però, stava esponendo
finanziariamente non solo tutti gli azionisti ma anche il Direttore.
Tale situazione offriva margini più ampi di manovra
all’Amministratore Delegato per demolire la sua conduzione
dimostrando, attraverso i risultati societari, la sua incapacità
gestionale e la sua mediocre visione politica nell’aver trascurato
di controllare con più attenzione l’evoluzione dei mercati
internazionali e sottovalutando l’analisi dei mercati emergenti nei
paesi dell’Est, che aveva offerto alla concorrenza occasioni per
consolidare la loro presenza e tagliar fuori gli abituali fornitori.
Con i tentativi di controllo della società il Direttore si era
creato molti nemici. Questi, convinti che il suo rafforzamento li
avrebbe tagliati fuori, sfruttarono la situazione per coalizzarsi e
stavano per presentargli il conto finale.
Quella mattina era arrivato in ufficio prima del solito in quanto
voleva cercare di organizzare tutte le forze che gli rimanevano per
convincere un gruppo di azionisti amici, con i quali aveva preparato
la scalata al controllo della società, ad aver fiducia e non vendere
le proprie azioni trattenendole ancora per qualche tempo. Sperava,
con questa operazione, di bloccare l’ulteriore caduta dell’indice
azionario e cercare soluzioni alternative per il rilancio
dell’azienda, proponendo anche una ristrutturazione selvaggia con
una riduzione drastica del personale.
Ma non aveva fatto i conti con i nepotismi e con le clientele, più o
meno organizzate, che pur esistono anche nelle aziende private.
Tutte le sue decisioni vennero bocciate sul nascere in quanto nessun
azionista voleva che questo o quel collaboratore, che costituiva
anche un’ottima fonte di informazione all’interno dell’azienda,
venisse licenziato.
Anzi la proposta di riduzione del personale fu presentata come una
iniziativa dovuta all’incapacità manageriale di prevedere e gestire
per tempo i cambiamenti e l’ulteriore crollo azionario che ne seguì,
anche per le agitazioni sindacali che investirono l’Azienda, fu
occasione di una denuncia in magistratura da parte di diversi
azionisti che lo coinvolsero al punto tale che quando l’assemblea
propose che fosse sollevato dall’incarico e licenziato, non trovò i
numeri necessari per battere gli avversari.
La carta bollata e gli avvocati fecero il resto. Riuscì a venirne
fuori dalla denuncia di danneggiamento, ma le spese sostenute per la
sua difesa gli erosero tutti i risparmi e, per sopravvivere, fu
costretto a vendere per quattro soldi le sue azioni e tutti i suoi
beni.
Per un anno si barcamenò alla men peggio cercando una nuova
occupazione. Ma il clamore del processo e la messa in liquidazione
dell’azienda gli avevano precluso ogni possibilità di sistemazione
futura.
Dovette cambiar città ed accontentarsi di vivere in un piccolo
alloggio in un quartiere degradato di periferia.
Le sue capacità professionali per anni si erano sviluppate nella
direzione aziendale e, pertanto, non sapeva svolgere altre attività
nè, tantomeno, era in possesso di alcun altro mestiere che gli
potesse consentire un purché minimo guadagno. Le sue funzioni, fra
l’altro, l’avevano sempre visto coinvolto in ruoli di comando e
gestione delle risorse e mal si adattava a svolgere attività di tipo
manuali.
Quando gli ultimi risparmi furono finiti, non riuscendo a pagare
neppure il modesto alloggio dove era andato a vivere, fu costretto a
mettere un po’ di indumenti in una valigia, allontanarsi dalla nuova
città e stabilendosi in un’altra località dove nessuno lo conosceva.
I primi giorni furono drammatici. Aveva lasciato la valigia al
deposito bagagli di una stazione ed aveva vagato tutto il giorno per
la città. I vestiti erano ancora decenti e, pertanto, riusciva a
starsene tutto il giorno in qualche bar ordinando ogni tanto qualche
consumazione.
Con questo sistema riusciva anche a servirsi della toilette e darsi
una a ripulita veloce. Ma con il passare dei giorni l’aspetto e
l’abbigliamento cominciarono ad essere più trasandati anche perché
non avendo più una casa fu costretto a ripari di fortuna per la
notte adattandosi a situazioni alle quali non solo non era abituato
ma che lo deprimevano anche moralmente e psicologicamente.
Pertanto, le poche volte che cercava di varcare l’ingresso di un bar
veniva bruscamente allontanato e anche spintonato se cercava di far
resistenza per entrarvi.
Si era adattato a trascorrere la notte in un vecchio stabile
semidistrutto, dove non era raro che arrivassero altri disgraziati
con situazioni personali ancora più gravi delle sue.
Qualcuno gli portò via le scarpe mentre dormiva, lasciandogli in
cambio delle vecchie calzature anche di misura inferiore a quelle
che lui portava. Per non camminare scalzo dovette adattarsi a
tagliare la punta delle scarpe per adattarvi il piede.
Ma i problemi non erano soltanto subordinati a dove lavarsi o dove
trovare una toilette, ma erano legati anche a problemi di
sopravvivenza. Non aveva più un soldo ed era ridotto abbastanza male
per poter continuare a frequentare i supermercati dove nei primi
mesi del suo peregrinare riusciva, fingendo di fare la spesa, di
buttar giù dei cibi precotti che deponeva nel carrello e consumava
furtivamente girando per i reparti. Ma più di una volta era stato
scoperto e si era anche preso qualche denuncia per furto che poi era
stata ritirata dai gerenti per evitare più costose perdite di tempo
nei tribunali.
Spesso, nelle giornate più fredde, passava le sue giornate in
chiesa, quando le trovava aperte. Riusciva così a racimolare qualche
biglietto da mille che qualcuno, senza che lui lo chiedesse, gli
lasciava cadere nel berretto appoggiato sul banco.
A volte era costretto a forzare le cassette delle elemosine, ma non
era neppure capace di utilizzare il cacciavite con il quale
manovrava e sovente si produceva anche delle ferite.
Non sapendo più come fare per sfamarsi cominciò a frequentare i
locali della Caritas. Qui riusciva, insieme ad altri disgraziati, a
mandar giù qualche piatto caldo. Ebbe anche il coraggio di chiedere
qualche indumento usato e fu fortunato di trovare anche un pastrano
pesante per meglio coprirsi nelle giornate invernali in cui era
costretto a restare all’aperto.
Per oltre due anni si spostò da una città all’altra, da una stazione
all’altra, da una casa demolita all’altra.
Il terzo inverno il suo grado di depressione aveva raggiunto il
livello più basso. Pensò di togliersi la vita buttandosi sotto un
treno di passaggio. Ma cominciò a pensare alle conseguenze del suo
gesto ed al coinvolgimento del macchinista e poi, gli mancava anche
coraggio per farlo. Gli sembrava una vigliaccheria.
Era seduto su una panca di legno di una sala di attesa di seconda
classe di una stazione della Toscana. Accusava più che mai
l’intensità del freddo, anche perché da qualche giorno non aveva
mangiato nulla. Proprio in quella stazione arrivarono quella sera
alcuni volontari della Caritas. Gradì moltissimo il latte caldo
bollente e le fette di pane imburrate con marmellata che gli
offrirono. Non resistette, però, per l’umiliazione e scoppiò a
piangere dopo aver ringraziato. Uno dei volontari l’aveva già visto
per la città qualche giorno prima. Aveva notato, soprattutto, la sua
discrezione e la sua dignità ed aveva intuito che quell’uomo era
stato coinvolto, suo malgrado, da un dramma più grande di lui.
Cominciò a frequentarlo ed in poco tempo comprese che di fronte non
aveva il solito barbone che avesse rinunciato alla vita o che avesse
fatto una scelta filosofica isolandosi volutamente dalla società. I
suoi discorsi erano compiti e, nonostante le difficoltà in cui si
dimenava, aveva conservato una certa raffinatezza nei modi e nel
parlare. Dalla conversazione il volontario comprese che quell’uomo
aveva senz’altro ricoperto un ruolo di un certo rilievo chissà dove
e chissà quando e cercava di capire le motivazioni reali per le
quali si era ridotto in quelle condizioni.
Con una scusa banale gli propose un incontro nella sede del
volontariato per l’indomani. Oltre ad un pasto caldo gli aveva
garantito la possibilità di un bagno caldo e degli indumenti puliti.
L’indomani i due uomini si incontrarono. La possibilità di potersi
lavare e rassettare lo avevano messo di buon umore. All’uscita del
bagno era irriconoscibile. Con la barba rasata, i capelli puliti,
gli abiti quasi nuovi lo fecero apparire un altra persona. Il
volontario non ebbe più dubbi e forzò la mano per conoscere la
storia di quell’uomo che aveva di fronte con la promessa di un
interessamento per riportarlo, perlomeno, ad una vita normale.
E l’ex direttore, interrompendosi più volte per la commozione,
raccontò la sua storia e tutte le disavventure in cui era andato
incontro dopo il suo allontanamento dall’Azienda di cui era stato
direttore.
Il volontario, alla fine della conversazione, lo invitò a casa sua e
lo sistemò in una stanzetta che aveva adibito a suo studio. Nei
giorni seguenti parlò del suo caso con alcuni dirigenti del
volontariato che si offrirono di trovargli una collocazione adeguata
per un suo recupero e per reinserirlo nella società.
Riuscirono a trovargli anche una buona occupazione presso una
piccola azienda locale. Non accennarono ad alcuno circa le
disavventure a cui era andato incontro o altre situazioni del suo
vissuto recente.
Da lì a qualche anno recuperò tutte le sue energie e le sue capacità
manageriali rifiorirono anche meglio di prima. Sotto la sua
direzione la piccola azienda si trasformò in una media impresa
triplicando il numero dei dipendenti e migliorando sensibilmente il
fatturato e gli utili aziendali.
Era cambiato profondamente ed interiormente nei rapporti con la
gente. A differenza di prima ora vedeva i suoi collaboratori
nell’azienda come uomini e non solo come numeri da manovrare per i
risultati di gestione. Questo suo comportamento aveva contribuito a
creare uno spirito di collaborazione e di attaccamento all’azienda
da parte dei dipendenti. L’assenteismo si ridusse a valori
insignificanti e la sua politica di redistribuzione degli utili di
gestione migliorò sensibilmente anche le condizioni economiche dei
dipendenti.
Nei periodi invernali, la sera, spesso si aggirava per i luoghi più
degradati e per le sale di attesa delle stazioni con la macchina
colma di alimenti, coperte e vestiti, per alleviare le sofferenze ed
i disagi di tante persone che vivevano per la strada. Certamente le
sofferenze ed i patimenti a cui era andato incontro gli ricordavano
in continuazione le difficoltà di tanti altri disgraziati che non
avevano avuto la sua stessa fortuna di tirarsi fuori dall’abisso di
desolazione in cui era precipitato. Per questo si sentiva obbligato,
perlomeno, di porgere quell’aiuto materiale che anche lui avrebbe
gradito gli fosse stato offerto nei momenti di difficoltà.
Ma non si limitava solo a questo. Cercò a più riprese di recuperare
quanti più barboni gli fu possibile, offrendo a volte lavori
saltuari nello stabilimento ad alcuni di essi. Nel tempo tali
occasioni si tradussero in lavori a tempo indeterminato e diversi di
quei disgraziati furono recuperati ad un ruolo attivo nella società.
Qualcosa trapelò sulla stampa locale. La sua storia fu raccontata da
un quotidiano toscano, ma il suo nome rimase un mistero.
Ancora oggi vive in una città della Toscana, conducendo una vita
quanto mai modesta e riservata, rifuggendo da ogni superficialità.
Può darsi che anch’io l’abbia incontrato qualche sera per strada,
soprattutto nel periodo invernale, confuso con un gruppo di
volontari e intento a porgere assistenza ai barboni sparsi per la
città, ma nessuno è riuscito fino ad oggi a conoscere fisicamente
questo personaggio che rimane un segreto, come segreta resta la sua
storia che solo in pochi conoscono e che lui preferisce, forse,
venga dimenticata.
(San Marcello Pistoiese 13/05/99 2.06)
© Armando Salvatore Santoro
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