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FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / ANTONIO FONTANA

IL FALCO PELLEGRINO

Il bastone, il suo fedele amico, lo accompagna tutte le mattine. Adolfo si inerpica per quel viottolo, una vecchia mulattiera, immersa nel bosco, ne conosce ogni angolo, ogni pietra. Con cammino lento ma sicuro di piedi rodati, man mano che sale, con gesti lenti sembra salutare ogni albero, sembra riconoscere perfino i cespugli, di tanto in tanto si ferma, toglie dalla tasca il fazzoletto e si terge la fronte, sorridendo dentro di se, pensando quando quel viottolo da ragazzo lo percorreva correndo, fino in cima, senza neanche un filo di fiatone. Poi riprende il cammino, col suo fido bastone, ricavato da un ramo d’olivo, da lui stesso intagliato. Dopo un paio d’ore di lento cammino la mulattiera finisce per aprirsi su per la montagna fino ad arrivare in cima ad un promontorio, Adolfo tira fuori il solito fazzoletto, lo pone con cura su un vecchio masso, poi vi si adagia, ponendo lo sguardo verso la valle, “che panorama !”, esclama, “sono tanti anni che l’ammiro ma ogni volta mi sembra sempre la prima volta”. A questo punto dalla sua bisaccia, con fare quasi furtivo, tira fuori un mozzicone di sigaro toscano, si guarda intorno, come se qualcuno potesse scoprirlo, e con gli occhi soddisfatti accende il mozzicone, dopo la prima aspirata gli scappa una risata, immagina le tante persone, il medico, il prete, il farmacista che gli ripetono “Ado, il fumo ti porterà alla tomba”, ma lui fiero dei suoi 83 anni, al suo mozzicone non rinuncia mai. Poi alza lo sguardo e con fare riverente saluta il sole, che già ha superato la cima dietro la collina, sono vecchi amici e si rispettano. Anche le nuvole, per Ado, hanno un significato importante, quante fantasie hanno sprigionato nella sua mente, ed ogni tanto qualcuna assume una forma, che lo fa ricordare, gli riporta alla mente come una fitta al cuore, i suoi 5 figli, sparsi nel mondo, ognuno con la propria famiglia, li ricorda bene uno ad uno, se li figura nel volto e nella voce, come ode, di tanto in tanto la voce canterina di Adalgisa, la sua fedele compagna, lo aveva lasciato tre anni prima per una banale polmonite, lo aveva privato della sua dolce compagnia, una donna forte e tenera allo stesso momento, quando gli spirò tra le braccia, si stava lasciando morire con lei e ci stava riuscendo. Ma una notte in sogno, proprio lei gli apparve e col suo fare risoluto gli disse, “Ado, non fare il cretino, tirati su, non sei ancora iscritto sul grande libro degli Angeli, un motivo ci sarà no?” allora lui, come aveva sempre fatto, eseguì quell’ordine, si riprese in barba a tutti i medici ed al prete, che già gli aveva dato l’estrema unzione.

Un Falco Pellegrino, col suo fischio acuto lo distolse da quei pensieri, gli volteggiò intorno, fece tre giri e poi sparì verso sud, quell’incontro gli accese nuovi ricordi, lo riportò indietro un’altra volta nel tempo ripescando dalla sua vecchia memoria quella volta che con Matteo, il suo primogenito, raccolsero un piccolo falco pellegrino con una ala spezzata, lo curarono fino a farlo diventare forte e bello, divenne la loro mascotte li seguiva dappertutto come un cagnolino fedele, si alzava in alto per poi riappoggiarsi sulle spalle di Matteo, finché un giorno, uno stupido bracconiere spezzò il suo libero volo per sempre, quanti pianti e quanta rabbia nel volto di Matteo, non si spiegava la cattiveria che certi individui hanno verso gli animali, verso la natura, forse fu proprio questo episodio che lo segnò profondamente, oggi è il presidente di un grande ente di protezione animali ed Ecologia.
Ado, amava tutti allo stesso modo i suoi figli, Matteo gli aveva lasciato qualcosa di più, era troppo simile alla sua essenza, era quello che gli era rimasto più vicino, non c’era settimana che in qualche modo si facesse sentire con una telefonata o una cartolina. Poi fece un po’ di calcoli, e si accorse che da Pasqua erano passati tre mesi che non vedeva nessuno dei suoi figli, nessuno dei tanti nipoti. Una fastidiosa lacrima gli fece il solletico, sulla rugosa guancia e lui con dignità e fierezza la asciugò, rimproverandosi quasi di essersi lasciato andare per un attimo, ma poi con una punta d’umiltà verso se stesso disse: “Almeno Arianna l’unica figlia femmina poteva farsi vedere più spesso, in fondo abita solo a 40 km di distanza”.
La sua autosufficienza, tanto vantata, stava dando segni di cedimento, era tempo che pensava di prendere il telefono, per chiamare Arianna, avvertendola che aveva bisogno d’aiuto, sapeva che lei non poteva lasciare il suo lavoro. Aveva pensato di chiamare Matteo, ma era troppo lontano, e sapeva che pur abitando a più di mille km, sarebbe corso immediatamente.
Gli altri tre figli erano emigrati, uno era in Sud America e gli altri due lavoravano in Australia.
Tutti questi pensieri si scontravano, naturalmente, col suo stupido orgoglio di vecchio testone. Assorto da tutto quel pensare, il giorno volgeva al tardi, Ado, consumato il frugale pasto estratto dal sacco, tirandosi su col bastone, riprese la strada per tornare a casa.
Il sole era ormai troppo alto e troppo luminoso, ma lui per un attimo, gli rivolse lo sguardo per salutarlo, come si fa tra vecchi amici. Quel giorno per Ado, il ritorno sembrò più lungo e faticoso del solito, c’era qualcosa che non andava, si era fermato già sei volte, troppe, ed era solo a metà strada, allora si fermò un’altra volta, tirò fuori il fazzoletto e visto un tronco caduto, vi si appoggiò, solo allora si accorse che il cuore farfugliava un ritmo strano, ed una fitta dietro la schiena gli toglieva il respiro, si concentrò con calma e all’improvviso gli scoppiò una risata, che si trasformò subito in pianto sommesso, non voluto, e… si ripeteva con rabbia, “no,  no … proprio adesso, Ada mia, quant’è brutto l’orgoglio, da qualche giorno sentivo che non funzionava qualcosa, ma io non ho preso il telefono, non ho cercato nessuno, adesso se muoio, senza rivedere i miei figli, mi dannerò per l’eternità nel rimorso di non averli chiamati. Poi si consolò, pensando che avrebbe almeno raggiunto la sua Ada.
Mentre si stava rassegnando alla sua sorte, sentì una voce che lo chiamava, “Nonno… nonno… che fai, dai, tirati su“ non credeva né alle sue orecchie né ai suoi occhi, ma.. era proprio lui, Marcellino, il suo primo nipote, era diventato un bel giovanottone, con delicatezza, ma con fare forte, gli prese un braccio, e lo aiutò ad alzarsi, poi tenendolo sottobraccio lo accompagnò sul sentiero, continuando il cammino verso casa, Adolfo accarezzandogli il braccio lo guardò dicendogli “È il cielo che ti manda, Marcellino, pensavo di finire i miei giorni su quel tronco… ma tu sei qui… allora a casa c’è anche tuo padre?” “Non lo so, Nonno, io… son venuto appena ho sentito che avevi bisogno d’aiuto, ma… ho poco tempo, ti accompagno per un pezzo, poi devo andare”.
Il dolore alla schiena, il cuore che farfugliava per conto suo, e la sorpresa, non gli fecero fare altre domande, quell’aiuto provvidenziale, era già un miracolo, quindi raccolse tutte le forze per arrivare a casa. Arrivati a pochi metri dalla fine del sentiero, vicino alla casa, Marcellino, assicurandosi che il nonno stesse meglio e riuscisse a continuare da solo l’ultimo pezzetto di strada, si congedò, lo abbracciò, … e fino a che non arrivò nei pressi della casa, rimase lì fermo, poi quando Adolfo si voltò per salutarlo nuovamente, non lo vide più.

Quando, finalmente arrivò nei pressi della casa, si accorse che dal camino usciva del fumo bianco e denso, si disse “Devo proprio essere rimbecillito, credevo di averlo spento il fuoco stamani“, poi man mano che si avvicinava sentiva un vociare, urla di bimbi, risate, provenire dall’interno della sua casa, ”caspita! sembra che qualcuno si sia dato convegno a casa mia!!”. D’un tratto un pensiero bellissimo gli venne in mente, “ o Dio, se fosse mia figlia?… no troppo bello sarebbe!!”, ma appena si appoggiò alla porta, qualcuno la aprì di scatto, una piccola biondina con occhi sorpresi e gioiosi gridò “Ecco il nonno è arrivato, venite!!”, dalla casa uscì una marea di persone. Il primo a venirgli incontro e ad abbracciarlo fu Matteo dicendogli “Papà, vecchio girandolone, dove sei stato, è da un bel po' che ti aspettiamo”, poi Arianna lo cinse alla vita, “Papà, che bello rivederti, fatti abbracciare“, poi si voltò verso destra e vide Luca, più in là, Giovanni e Michele “Mamma mia, le lagrime, e la commozione “, pensò, “mi danno le allucinazioni”.  “Papà ti è piaciuta la sorpresa? ci siamo proprio tutti! domani è il tuo compleanno, non potevamo assolutamente mancare, no?” - “Ah… si… domani… chissà se ci arriverò,  con tutte queste emozioni “.
Matteo guardò bene in viso il padre, e preoccupandosi, “ Papà, che hai, non stai bene“. A quelle parole, Ado vacillò,  e le ginocchia persero la loro forza, ma prima di piegarsi, fu sorretto da tante mani e piano, piano, adagiato sulla poltrona di casa “Via, via, fatelo respirare, Giovanni, chiama il medico… di corsa! sbrigati!!, Papà guardami, cosa ti senti, dimmi?” Adolfo fece un gesto con le dita, verso il cuore, come per dire “non funziona più”. Arianna avvicinandosi, gli porse un aspirina “Bevi Papà, questa ti può aiutare”, costretto Ado ingurgitò l’acqua, come poteva sottrarsi con tutti quegli occhi che lo fissavano!!, la sua esperienza gli confermava che ormai nessuna medicina poteva salvarlo, era arrivata la sua ora, se lo sentiva profondamente, ma non era in collera col destino o triste, anzi si sentiva sereno e tranquillo, aveva davanti a sé tutta la sua prole, davanti a sé, l’eredità del suo sangue, che avrebbe continuato a vivere anche senza di lui. Ripreso un attimo fiato si guardò intorno, e chiamò, “Matteo, figlio mio, vedo che ci siete tutti, ma… perché Marcellino è rimasto fuori?… se non era per lui non sarei mai ritornato a casa”. “Papà… come… Marcellino, dove lo hai visto?” “Su nel sentiero, mi ha tirato su con forza, e mi ha accompagnato fin giù per il sentiero, davanti casa!!” “Ma… sei… sicuro?“ “Matteo, sto male, sono vecchio ma non sono del tutto demente, era Marcellino, ne sono sicuro!!”
Matteo attonito, guardò sua moglie poi i fratelli, e tutti con gli occhi abbassati, si ammutolirono, un gran silenzio s’impossessò della stanza… poi Arianna si avvicinò al padre e con le lacrime agli occhi disse “Papà… Marcellino ha avuto un grave incidente, due settimane fa!… e… purtroppo è morto… noi non te lo abbiamo comunicato, per non farti soffrire, sapevamo quanto eri legato a lui!!” “Ma... no… che… dite... vi sbagliate”. “Matteo… diglielo tu… Luca”, guardando verso la porta di casa, “Ecco guardate, c’è anche… Adalgisa... diglielo tu… ecco … Marcellino vedete c’è anche lui... lo vedete?” ”Nonno... nonno... vieni, non ti possono più sentire“. “Ado, non fare il bambino, dai, adesso siamo di nuovo insieme, lasciamoli in pace, adesso apparteniamo ad un altro mondo!!”.
“Oh… Adalgisa, Amore mio, vuoi dire che… che…” “Si, Adolfo, è arrivato il momento “, girandosi verso casa “Ma non ho fatto in tempo a salutarli , avrei voluto dirgli qualcosa…“ “Li hai rivisti tutti, no? Non ti basta?” “È vero, Ada mia, che bei figli abbiamo fatto... e, hai visto, quanti nipoti? hanno tutti i tuoi occhi… grazie Marcellino, senza di te non li avrei mai più rivisti, adesso sono pronto... posso seguirvi… andiamo!!”

Matteo ancora incredulo in preda ad un grande sconforto, stringeva il suo vecchio padre tra le braccia, e mentre la disperazione come subdola nebbia si fece respirare in tutta la casa, un forte fischio lo distolse, guardò fuori dalla finestra e vide un bellissimo Falco Pellegrino che volteggiava proprio davanti alla finestra, e con il becco picchiava sul vetro, qualcuno aprì la finestra ed il magnifico uccello entrò volteggiò nella stanza poi come un razzo fuggì da dove era entrato portando via quell’aria di tristezza, allora Matteo sorrise, baciò sulla fronte il padre e sottovoce disse “Buon viaggio, Papà, vola libero... verso la tua pace!!”

© Antonio Fontana
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Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.