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Anna Antolisei
MADRE INDOMITA - romanzo giallo
Fògola Editore, Torino
ISBN 13: 978-88-7406-029-0, pp.234, € 19,50
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“Madre indomita”: incipit
La signora, il professore, l’uomo senza labbra
Virginia Loeser, una spalla appoggiata al vetro della finestra,
sembrava osservare il sottostante viavai del personale sanitario,
affaccendato attorno all’ambulanza mal parcheggiata nel piccolo
cortile della clinica. C’era appena stato l’arrivo di un nuovo
paziente, ma chiunque le avesse chiesto chi e come fosse, donna o
uomo, giovane o vecchio, non avrebbe avuto alcuna risposta.
Virginia, in realtà, non guardava e non pensava: nella sua
immobilità, nella fissità del corpo e della mente percepiva soltanto
la temperatura del vetro che, trapassando la manica di lana leggera,
le rinfrescava il braccio.
La stanza le pareva torrida, d’un caldo secco capace di prosciugare
ogni umore vitale ed era così anche quando Davide stava disteso nel
letto alle sue spalle, ora desolatamente vuoto: per sedici giorni
lei a spalancare la finestra, lui a domandare irritato che
quantomeno l’accostasse.
Così pallido, Davide, così smagrito e irrequieto: era l’ombra di suo
figlio ma il tempo, le cure e delle regole tutte nuove avrebbero
giocato a favore della ripresa; della guarigione sofferta ma
completa del suo corpo ed anche del suo spirito, che lei non aveva
mai supposto tanto dolente e tormentato.
Interi giorni e intere notti a domandarsi perché non se ne fosse
accorta, come avesse potuto sfuggirle il cambiamento prodotto in lui
dalla droga. Giorni e notti a rivoltarsi nelle domande e nei sensi
di colpa, a rigirarsi in quel groviglio di spine per poi sentirsi
dire: “Non è successo perché sono infelice, mamma: è perché sono
stupido”.
Stupido e troppo giovane, stupido e troppo solo, e lei non aveva
capito niente perché era troppo stupida, vecchia e sola a vivere una
quotidianità convulsa, volta a preparare per il figlio un terreno di
realizzazione di cui, a Davide, importava meno che niente.
Ignorò i discreti colpi battuti alla porta e si voltò solo quando,
riflessa nel vetro, vide introdursi nella camera 214 la figura
candida del professor Venzani. Capelli bianchi, camice immacolato,
pelle diafana, Adriano era un buon medico e un amico dei Loeser da
decenni.
“Vengo a scocciarti e lo faccio apposta” disse, richiudendosi la
porta alle spalle. “Questa stanza mi serve, Virginia, e se non vuoi
che te la chieda ancora, dì a Ruggero di licenziarmi: faccio il
direttore sanitario, qui dentro, non l’albergatore!”.
“L’avrai, caro: l’avrai presto la tua stanza”, rispose la donna
tornando a guardare di là dai vetri.
“Così ti fai solo del male, e dovrei aiutarti proprio io? Davide non
è più qui, come devo dirti quello che sai già?”
“Prova a dirmi che ora dimora nel mio cuore, che è con me ovunque io
mi trovi, altre fesserie del genere e avrai fatto il tuo dovere: ma,
ti avverto, rischi anche di prenderti un ceffone!”.
Il professore sbuffò e si lasciò cadere, snervato, sul secondo
letto:
“Non capisco; non capisco perché cerchi rifugio in questa clinica,
nella stanza dove tuo figlio ha vissuto proprio i giorni più penosi
da ricordare. Di cosa vuoi punirti, quali colpe credi di dover
espiare? Giuro che non capisco!”.
“Appunto, non capisci. Comunque le cose sono cambiate dai primi
giorni. Ora mi serve un angolo dove rifugiarmi e, anzi, ti domando
un certificato di ricovero a mio nome. Scrivici sopra quello che ti
pare: l’esaurimento nervoso va benissimo, se è così che chiamate i
postumi di un lutto non ancora... come dite voi?, elaborato?”.
“Il ricovero, un rifugio... ma cosa stai dicendo? Se non vuoi
scocciatori attorno perché non te ne vai, perché non raggiungi
Ruggero, che senso ha stare chiusa in una casa di cura?”.
“Impossibile partire, ho da fare qui. Senti, facciamo un patto: tu
mi dai altre due settimane e io ti prometto che poi, precisa come un
orologio, tolgo il disturbo. Due settimane regolarmente pagate,
s’intende, e poi riavrai la tua stanza migliore, d’accordo?”.
“No, assolutamente no! Due settimane sono un’eternità: ho dei
pazienti in coda che devo rifiutare e tu mi occupi...”.
“Adriano?”. Virginia Loeser si era voltata verso di lui e lo
guardava con un disarmante sorriso sulle labbra, ma lo sguardo era
gelido. Aggiunse: “Non rompere, per cortesia”.
Venzani allargò le braccia, volse gli occhi al cielo e Virginia
continuò:
“So quel che faccio. Sono molto provata, mi servono riposo e
solitudine ma non li trovo a casa mia e non posso allontanarmi dalla
città. Cosa c’è di più sensato che restare qui?”.
“Lascia almeno che ti faccia trasferire in un’altra stanza, una
qualunque, ma che non sia quella in cui è morto tuo figlio. Per
favore, Virginia!”.
“D’accordo, vada per la nuova camera, ma non spostarmi in uno
sgabuzzino o, parola di comproprietaria della clinica Igea, ti
licenzio io stessa!”.
Venzani sbuffò di nuovo, alzandosi dal letto disse un rassegnato “E
va bene, in fondo sei una masochista maggiorenne” e, raggiunto quel
compromesso insoddisfacente per entrambi, lasciò la camera portando
via il suo odore di buon dopobarba misto a cattivi disinfettanti.
Un momento dopo suonò il cicalino del telefono interno:
“Signora Loeser, c’è qui un uomo che desidera vederla: dice di avere
un appuntamento”.
“Lo faccia salire, grazie”.
Virginia accennò un nuovo, minimo sorriso. La piccola Martina, giù
alla réception, aveva detto un uomo, non un signore: sapendo bene
chi attendeva, immaginò l’aria perplessa della giovane dietro il
banco quando si era trovata di fronte un soggetto ambiguo e rozzo
come Alfio Rumma. Attese di sentir bussare camminando per la stanza
e, appena l’uomo fu entrato, disse:
“Si sieda dove crede. Novità?”.
L’individuo ossuto e nervoso, di piccola statura, vestito di nero da
capo a piedi, con un paio di occhiali scuri a interrompere i tratti
asimmetrici e affilati di un viso quasi senza labbra, scostò una
sedia dal muro e vi si assestò sul bordo. ‘La signora’ - così gli
veniva bene di chiamare Virginia Loeser – gl’incuteva una strana
soggezione, proprio a lui che non pativa più niente e nessuno. Non
era abituato a stare agli ordini di una donna, per giunta sui
sessant’anni e di un ambiente così diverso dal suo. Ma ciò che lo
metteva più a disagio, chissà perché, era la compostezza della
signora. Mai una parola, mai un gesto, mai un’espressione fuori
posto: la sua statura autorevole, la figura un po’ pesante, mai
s’imponeva con prepotenza, infilata com’era in abiti sempre discreti
che le stavano addosso come una seconda pelle, e mai la si poteva
cogliere con la gonna spiegazzata, con del fango o della polvere
sulle scarpe, figuriamoci poi con una calza smagliata. E quegli
occhi così chiari, quasi trasparenti... Quelli, quando la signora
era giovane, chissà quanti uomini avevano fatto impazzire, ma ora
parlavano solo di distacco. E di determinazione, di una
determinazione tanto ferrea da mettere quasi paura: persino ad Alfio
Rumma.
[…]
© Anna
Antolisei
Il libro
Risguardo di copertina – “È un autunno tipicamente torinese
quello che vede Alessandra Chiesa impegnata in un caso, anomalo e
inquietante, che la tocca da vicino. Le incombe addosso un delitto
annunciato e, per prevenirlo, non basterà attivare i consueti
compagni d’avventura: dovrà ricorrere anche all’ausilio di un
investigatore singolare; ruvido come il legno grezzo, abile e
silenzioso.
Ma la rinforzata squadra d’inquirenti sarà vittima lei stessa di un
tragico imprevisto: vi farà fronte con impegno raddoppiato, e
Alessandra sarà costretta a destreggiarsi tra una madre sconvolta
dal desiderio vendetta, un manipolo di ragazzi tanto trandy quanto
ambigui, un sicario nostrano con la sua feroce manovalanza
straniera. Sino a che la soluzione del mistero emergerà, trascinando
in superficie i pensieri, i sentimenti, gli atti più reconditi della
gente “per bene” implicata nella vicenda: che vedrà il suo finale a
sorpresa proprio nel cuore della città, a mezza strada tra un
comizio leghista e un baluginare di specchi e stucchi.
Ne uscirà, il giudice Chiesa, con un successo e un’amarezza in più:
l’appagamento della vittoria, ed il rammarico di sapersi sempre meno
identificare con l’ambiente in cui affondano le sue radici.”
L’autrice
Anna Antolisei
è nata e lavora a Torino.
Esordisce nel giornalismo; collabora poi a riviste letterarie e
specializzate nella comunicazione in forma cartacea e ipertestuale.
Pubblica nel dicembre ’94 il libro di narrativa “Per troppo amore,
per troppo odio” (Ed. Teknos).
Nel dicembre ’98 pubblica “Aforismi URLati” (Fògola Editore) e nel
2001, per lo stesso editore, “Aforismi URLati 2”.
Nel 2002 esce sulla Grande Rete il suo “Voce del Verbo Vivere”. Tra
il 2003 e il 2004 pubblica con “LietoColle Libri” il poemetto “Il
Muro” e cura la sua terza raccolta d’aforismi inediti dal titolo
“L’Albero degli Aforismi”. Per LietoColle è altresì curatrice della
collana di narrativa “Et Nunc Imprimatur”.
Con “Edizioni Genesi” pubblica nel 2004 la raccolta di poesie
ispirate alla pittura impressionista “Sono solo Impressioni”; quindi
il romanzo giallo “L’altra faccia della Luna” con Fògola Editore.
Nel 2005 dà alla stampa la raccolta di poesie “Dialoghi dell’Es”
(Wunderkammer), in accompagnamento ai quadri di Elena Piacentini.
Sempre per Fògola Editore, nel 2006, dà alla stampa il romanzo
giallo “A mani nude” e, nel giugno del 2008, “Madre indomita”, terzo
libro della serie di Alessandra Chiesa per ‘I gialli di Fògola’.
È presidente del Premio Internazionale per l’Aforisma “Torino in Sintesi”.
- Siti di riferimento:
www.ilgiornalaccio.net
www.vovevi.com/index_enteryes.htm
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