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Anna Antolisei

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / ANNA ANTOLISEI


Madre indomita

Anna Antolisei, Madre indomita

Anna Antolisei
MADRE INDOMITA - romanzo giallo
Fògola Editore, Torino
ISBN 13: 978-88-7406-029-0, pp.234, € 19,50

Per ordinare il libro:
- Fògola Editore, Piazza Carlo Felice 19 - Torino
- info@fogola.com - www.fogola.com

“Madre indomita”: incipit

La signora, il professore, l’uomo senza labbra

Virginia Loeser, una spalla appoggiata al vetro della finestra, sembrava osservare il sottostante viavai del personale sanitario, affaccendato attorno all’ambulanza mal parcheggiata nel piccolo cortile della clinica. C’era appena stato l’arrivo di un nuovo paziente, ma chiunque le avesse chiesto chi e come fosse, donna o uomo, giovane o vecchio, non avrebbe avuto alcuna risposta.
Virginia, in realtà, non guardava e non pensava: nella sua immobilità, nella fissità del corpo e della mente percepiva soltanto la temperatura del vetro che, trapassando la manica di lana leggera, le rinfrescava il braccio.
La stanza le pareva torrida, d’un caldo secco capace di prosciugare ogni umore vitale ed era così anche quando Davide stava disteso nel letto alle sue spalle, ora desolatamente vuoto: per sedici giorni lei a spalancare la finestra, lui a domandare irritato che quantomeno l’accostasse.
Così pallido, Davide, così smagrito e irrequieto: era l’ombra di suo figlio ma il tempo, le cure e delle regole tutte nuove avrebbero giocato a favore della ripresa; della guarigione sofferta ma completa del suo corpo ed anche del suo spirito, che lei non aveva mai supposto tanto dolente e tormentato.
Interi giorni e intere notti a domandarsi perché non se ne fosse accorta, come avesse potuto sfuggirle il cambiamento prodotto in lui dalla droga. Giorni e notti a rivoltarsi nelle domande e nei sensi di colpa, a rigirarsi in quel groviglio di spine per poi sentirsi dire: “Non è successo perché sono infelice, mamma: è perché sono stupido”.
Stupido e troppo giovane, stupido e troppo solo, e lei non aveva capito niente perché era troppo stupida, vecchia e sola a vivere una quotidianità convulsa, volta a preparare per il figlio un terreno di realizzazione di cui, a Davide, importava meno che niente.
Ignorò i discreti colpi battuti alla porta e si voltò solo quando, riflessa nel vetro, vide introdursi nella camera 214 la figura candida del professor Venzani. Capelli bianchi, camice immacolato, pelle diafana, Adriano era un buon medico e un amico dei Loeser da decenni.
“Vengo a scocciarti e lo faccio apposta” disse, richiudendosi la porta alle spalle. “Questa stanza mi serve, Virginia, e se non vuoi che te la chieda ancora, dì a Ruggero di licenziarmi: faccio il direttore sanitario, qui dentro, non l’albergatore!”.
“L’avrai, caro: l’avrai presto la tua stanza”, rispose la donna tornando a guardare di là dai vetri.
“Così ti fai solo del male, e dovrei aiutarti proprio io? Davide non è più qui, come devo dirti quello che sai già?”
“Prova a dirmi che ora dimora nel mio cuore, che è con me ovunque io mi trovi, altre fesserie del genere e avrai fatto il tuo dovere: ma, ti avverto, rischi anche di prenderti un ceffone!”.
Il professore sbuffò e si lasciò cadere, snervato, sul secondo letto:
“Non capisco; non capisco perché cerchi rifugio in questa clinica, nella stanza dove tuo figlio ha vissuto proprio i giorni più penosi da ricordare. Di cosa vuoi punirti, quali colpe credi di dover espiare? Giuro che non capisco!”.
“Appunto, non capisci. Comunque le cose sono cambiate dai primi giorni. Ora mi serve un angolo dove rifugiarmi e, anzi, ti domando un certificato di ricovero a mio nome. Scrivici sopra quello che ti pare: l’esaurimento nervoso va benissimo, se è così che chiamate i postumi di un lutto non ancora... come dite voi?, elaborato?”.
“Il ricovero, un rifugio... ma cosa stai dicendo? Se non vuoi scocciatori attorno perché non te ne vai, perché non raggiungi Ruggero, che senso ha stare chiusa in una casa di cura?”.
“Impossibile partire, ho da fare qui. Senti, facciamo un patto: tu mi dai altre due settimane e io ti prometto che poi, precisa come un orologio, tolgo il disturbo. Due settimane regolarmente pagate, s’intende, e poi riavrai la tua stanza migliore, d’accordo?”.
“No, assolutamente no! Due settimane sono un’eternità: ho dei pazienti in coda che devo rifiutare e tu mi occupi...”.
“Adriano?”. Virginia Loeser si era voltata verso di lui e lo guardava con un disarmante sorriso sulle labbra, ma lo sguardo era gelido. Aggiunse: “Non rompere, per cortesia”.
Venzani allargò le braccia, volse gli occhi al cielo e Virginia continuò:
“So quel che faccio. Sono molto provata, mi servono riposo e solitudine ma non li trovo a casa mia e non posso allontanarmi dalla città. Cosa c’è di più sensato che restare qui?”.
“Lascia almeno che ti faccia trasferire in un’altra stanza, una qualunque, ma che non sia quella in cui è morto tuo figlio. Per favore, Virginia!”.
“D’accordo, vada per la nuova camera, ma non spostarmi in uno sgabuzzino o, parola di comproprietaria della clinica Igea, ti licenzio io stessa!”.
Venzani sbuffò di nuovo, alzandosi dal letto disse un rassegnato “E va bene, in fondo sei una masochista maggiorenne” e, raggiunto quel compromesso insoddisfacente per entrambi, lasciò la camera portando via il suo odore di buon dopobarba misto a cattivi disinfettanti.
Un momento dopo suonò il cicalino del telefono interno:
“Signora Loeser, c’è qui un uomo che desidera vederla: dice di avere un appuntamento”.
“Lo faccia salire, grazie”.
Virginia accennò un nuovo, minimo sorriso. La piccola Martina, giù alla réception, aveva detto un uomo, non un signore: sapendo bene chi attendeva, immaginò l’aria perplessa della giovane dietro il banco quando si era trovata di fronte un soggetto ambiguo e rozzo come Alfio Rumma. Attese di sentir bussare camminando per la stanza e, appena l’uomo fu entrato, disse:
“Si sieda dove crede. Novità?”.
L’individuo ossuto e nervoso, di piccola statura, vestito di nero da capo a piedi, con un paio di occhiali scuri a interrompere i tratti asimmetrici e affilati di un viso quasi senza labbra, scostò una sedia dal muro e vi si assestò sul bordo. ‘La signora’ - così gli veniva bene di chiamare Virginia Loeser – gl’incuteva una strana soggezione, proprio a lui che non pativa più niente e nessuno. Non era abituato a stare agli ordini di una donna, per giunta sui sessant’anni e di un ambiente così diverso dal suo. Ma ciò che lo metteva più a disagio, chissà perché, era la compostezza della signora. Mai una parola, mai un gesto, mai un’espressione fuori posto: la sua statura autorevole, la figura un po’ pesante, mai s’imponeva con prepotenza, infilata com’era in abiti sempre discreti che le stavano addosso come una seconda pelle, e mai la si poteva cogliere con la gonna spiegazzata, con del fango o della polvere sulle scarpe, figuriamoci poi con una calza smagliata. E quegli occhi così chiari, quasi trasparenti... Quelli, quando la signora era giovane, chissà quanti uomini avevano fatto impazzire, ma ora parlavano solo di distacco. E di determinazione, di una determinazione tanto ferrea da mettere quasi paura: persino ad Alfio Rumma.
[…]

© Anna Antolisei


Il libro

Risguardo di copertina – “È un autunno tipicamente torinese quello che vede Alessandra Chiesa impegnata in un caso, anomalo e inquietante, che la tocca da vicino. Le incombe addosso un delitto annunciato e, per prevenirlo, non basterà attivare i consueti compagni d’avventura: dovrà ricorrere anche all’ausilio di un investigatore singolare; ruvido come il legno grezzo, abile e silenzioso.
Ma la rinforzata squadra d’inquirenti sarà vittima lei stessa di un tragico imprevisto: vi farà fronte con impegno raddoppiato, e Alessandra sarà costretta a destreggiarsi tra una madre sconvolta dal desiderio vendetta, un manipolo di ragazzi tanto trandy quanto ambigui, un sicario nostrano con la sua feroce manovalanza straniera. Sino a che la soluzione del mistero emergerà, trascinando in superficie i pensieri, i sentimenti, gli atti più reconditi della gente “per bene” implicata nella vicenda: che vedrà il suo finale a sorpresa proprio nel cuore della città, a mezza strada tra un comizio leghista e un baluginare di specchi e stucchi.
Ne uscirà, il giudice Chiesa, con un successo e un’amarezza in più: l’appagamento della vittoria, ed il rammarico di sapersi sempre meno identificare con l’ambiente in cui affondano le sue radici.”

L’autrice

Anna Antolisei è nata e lavora a Torino.
Esordisce nel giornalismo; collabora poi a riviste letterarie e specializzate nella comunicazione in forma cartacea e ipertestuale.
Pubblica nel dicembre ’94 il libro di narrativa “Per troppo amore, per troppo odio” (Ed. Teknos).
Nel dicembre ’98 pubblica “Aforismi URLati” (Fògola Editore) e nel 2001, per lo stesso editore, “Aforismi URLati 2”.
Nel 2002 esce sulla Grande Rete il suo “Voce del Verbo Vivere”. Tra il 2003 e il 2004 pubblica con “LietoColle Libri” il poemetto “Il Muro” e cura la sua terza raccolta d’aforismi inediti dal titolo “L’Albero degli Aforismi”. Per LietoColle è altresì curatrice della collana di narrativa “Et Nunc Imprimatur”.
Con “Edizioni Genesi” pubblica nel 2004 la raccolta di poesie ispirate alla pittura impressionista “Sono solo Impressioni”; quindi il romanzo giallo “L’altra faccia della Luna” con Fògola Editore.
Nel 2005 dà alla stampa la raccolta di poesie “Dialoghi dell’Es” (Wunderkammer), in accompagnamento ai quadri di Elena Piacentini.
Sempre per Fògola Editore, nel 2006, dà alla stampa il romanzo giallo “A mani nude” e, nel giugno del 2008, “Madre indomita”, terzo libro della serie di Alessandra Chiesa per ‘I gialli di Fògola’.
È presidente del Premio Internazionale per l’Aforisma “Torino in Sintesi”.

- Siti di riferimento:
www.ilgiornalaccio.net
www.vovevi.com/index_enteryes.htm

 

Piero Flecchia, Nota a marigne del giallo di A. Antolisei "Madre indomita"
Recensione di A. Antolisei a "Se la catena non si spezza"

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.