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Anna Albertano
LA NOTTE DI SAN GIORGIO - romanzo
Giraldi Editore - ISBN 88 61550622, pp. 163, € 12,50
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Alcuni brani
dell’opera
(…) Piccole
barche sull’acqua di un fiume all’ora del crepuscolo. Alla tenue
luce del giorno che stava sparendo si aggiungeva quella di torce
accese sulle barche e a riva.(...) Donne dai costumi antichi, o
forse soltanto tradizionali, molte immerse a metà nell’acqua. Alcune
portavano corone di fiori in testa. Un uomo, in piedi, sopra
un’enorme zattera con accanto un fantoccio simile ad uno
spaventapasseri, faceva roteare una torcia accesa creando l’effetto
del cerchio di fuoco di un numero da circo. Molte persone si
chinavano sull’acqua per abluzioni, si bagnavano le braccia, il
viso. Di sottofondo c’era un canto al femminile, quasi una
preghiera, orazione o semplice mormorio collettivo, uno di quei
canti di tradizione popolare, onomatopeico, che rendeva tutto più
irreale, sospeso tra gli ultimi bagliori e i fuochi riflessi nel
fiume.(…) Tutto intorno proseguiva quel coro muliebre, che adesso
acquistava toni e timbri orientali. Una musica arcana, come una
conchiglia accostata all’orecchio, pareva raccogliere e poi offrire
echi e influssi di armonie diverse.(…)
(…) Prima che avesse inizio lo spettacolo, strane figure spingendo
un carretto addobbato di campanelli, passavano tra il pubblico
offrendo vino caldo speziato dentro bicchierini di vetro dalla
molatura irregolare che nessuno si sarebbe sognato di vedere ancora
in circolazione. Con l’affievolirsi delle luci, si levarono note di
violino d’invisibili musici ad accompagnare quel delirio
crepuscolare, suonavano musica zigana. Mentre restavano fioche
lampade ad illuminare la scena, le oche, gracchiando, si
raggruppavano attorno ad alcuni punti sparsi per l’arena, ogni tanto
si udiva di lontano il nitrito di un cavallo.(...) Poi, si spense
ogni luce e suono. In quello spiazzo circolare a cielo aperto,
comparvero cavalli lanciati al galoppo, e poco dopo muli con colombi
posati sulla testa, gatti e cani.(…) Ci si sentiva gettati in quella
mischia di esuberanze e afrori che affermavano il senso di una
totale intesa tra le specie diverse di quella comunità.(…)
(…) Era la festa di San Giorgio e risplendeva nella sua fluida magia
notturna.(…) La cerimonia che si stava svolgendo in un curioso
sincretismo di culti, diveniva un movimento, come onde dell’acqua,
come i flussi della popolazione che vi prendeva parte, onde che
lambivano rive di pianure, di boschi, di colline, di mezze alture.
Flutti che mescolavano riti molto lontani, persi nella notte dei
tempi, o soltanto nelle fantastiche nebbie di una mente folle.
Evocazioni del remoto, dell’essenza di un’umanità più viva e
diseredata che mai.(…) Quei canti parevano emanare una sinfonia
colorata e luminosa, una musica scritta nel vento, eppure fatta di
correnti subacquee che in un attimo emergevano in superficie per poi
reimmergersi, inabissarsi ancora in quel fiume notturno e lasciare
dietro sé solo echi, irreali eppure dalla potente forza di
attrazione. Le note, i timbri vocali creavano flussi di accordi che
si diffondevano nell’oscurità del bosco.(…)
(…) Ad occhi socchiusi vide di lontano un gruppo di macedoni suonare
sulla tomba dei genitori, chiedevano la loro approvazione per un
matrimonio, poi brindavano, nessuno dei suoi compagni di viaggio
pareva accorgersi della sua visione. Dopo un po’ videro invece
avanzare un drappello di monaci che si approssimavano al
monastero.(…) Era metà pomeriggio e stava per svolgersi la funzione
dei vespri cantata, una complessa e struggente liturgia ortodossa. I
monaci, assorti, si facevano ripetutamente il segno della croce. Il
segno della croce fatto in quel modo, con la direzione dalla spalla
destra a quella sinistra, i loro volti, insieme al suono della
liturgia salmodiata, creavano un indescrivibile incanto.(…)
(…) La notte era irradiata di una luce divina. Aveva davanti un
procedere di alture che attorniavano quel paesaggio, sullo sfondo di
un cielo trapunto di stelle dall’effetto allucinogeno, da fine del
mondo, un senso biblico, come quei colori indimenticabili, di
un’Europa bizantino-ottomana. Avrebbe in effetti potuto vedere su
quelle alture non troppo aspre, greggi di pecore e pastori del
vicino oriente, del Sinai o dello Yemen, spazi desertici destinati
alla pastorizia, vedere dimensioni del firmamento come pare ce ne
possano essere solo là, astri più grandi e più vicini, ma forse si
trattava soltanto di dimensioni della percezione.(…)
(…) Quell’immagine nel dormiveglia di un’alba ancora molto lontana,
era l’invito ad aprire totalmente gli occhi per ammirare quei
colori, nel sonno ormai aurorali, riverberanti, propri di ore in
continuo movimento cromatico. Insieme concorrevano all’illustrazione
di una narrazione cosmogonica.(…)
(…) La proprietaria dell’appartamento che li ospitava, stava male.
Serba, era tornata a Sarajevo dopo aver trascorso lontano il periodo
del conflitto, ed esprimeva un forte malcontento e disappunto per il
fatto che ora la città era abitata in prevalenza da musulmani giunti
da fuori.(…)
(…) A tratti sentirono dei passi, - E’ successo… e succede spesso, -
aveva detto la proprietaria, - specie la notte, senti qualcuno che
cammina, vai a controllare e non c’è nessuno… - Scricchiolii del
vento, del telone, dei sassolini sugli assi di legno, sulla
struttura metallica, come se invece di abitare in una vera e propria
casa, dormissero in una delle case viste in viaggio, rimaste
semplici scheletri, impalcature, dopo esser state a lungo nel
costante mirino di armi da fuoco. A tratti quella casa si animava, -
hai l’idea che sia abitata da qualcuno, magari un intruso… - aveva
aggiunto.(…)
(…) I ponti di Sarajevo portavano ancora addosso spossatezza e in
parte malinconia, effetto di quella lunga guerra, una malattia forse
incurabile. Ne erano pervasi, come di un odore intenso, di fine
primavera. Ripensò ai vari ponti sul fiume Miljacka, visti o
attraversati durante la giornata, primo fra tutti il ponte latino,
“dell’Arciduca”, dove erano stati esplosi i colpi di pistola
dell’attentato del 1914, ma anche gli altri, e ai ponti altrove
distrutti dall’odio, in una terra definita “ponte tra i mondi”.(…)
(…) Dai ponti, che i serbi non avevano bombardato, forse per
superstizione, come aveva letto, emanava la voce delle cose perdute.
A Sarajevo, si disse, dai ponti probabilmente salivano voci della
memoria, ad offuscare il presente. Voci di profughi, che avevano
dovuto abbandonare per sempre le loro case, voci di amici, parenti,
persone amate, costretti a partire e non più tornati. Voci dei morti
che non avevano avuto il tempo di salutare nessuno. Voci di case
occupate nel frattempo da altri. Voci di coloro, molti, che non
avevano retto a quella guerra e si erano suicidati.(…)
© Anna
Albertano, da "La notte di San Giorgio"
Il libro
La notte di San Giorgio
(Giraldi Editore, 2007) è un romanzo sulla ex Jugoslavia. In un
percorso tra comunità rom, remoti monasteri ortodossi, realtà urbane
segnate e divise da recenti conflitti, si attraversa una penisola
d’Europa che da secoli è mosaico di oriente e occidente. Ma
s’incontra anche il cinema. La narrazione trae spunto infatti da
sequenze cinematografiche per addentrarsi in un immaginario zingaro
dai tratti favolistici, in atmosfere bizantino-ottomane di una
Macedonia contesa tra comunità ortodosse e musulmane, e in una
Sarajevo alla ricerca di una memoria di convivenza perduta, dove si
smarrisce ogni coordinata geografica e culturale. Dalla Slovenia
alla Croazia e alla Serbia giungendo in Macedonia, e dalla Dalmazia
verso la Bosnia Erzegovina, La notte di San Giorgio è anche un
frammentario itinerario attraverso quegli “altrove” creati dal
cinema, mondi per lo più inesistenti, che tuttavia hanno dato nuova
fisionomia a realtà e culture poco conosciute. Ma è soprattutto
un’opera di fantasia dove, oltre a ripetuti viaggi in quelle terre,
si riflettono suggestioni letterarie e teatrali oltre che filmiche,
incontri dell’autrice con registi e gruppi musicali di quell’area,
conversazioni col celebre compositore Goran Bregovic, di cui
compaiono alcuni frammenti.
L'Autrice
Anna Albertano, nata a Cuorgnè
(Torino), vive a Bologna. È autrice di romanzi, poesie e testi
teatrali. Dall’inizio degli anni novanta, ha presentato per la prima
volta in Italia, traducendoli dal francese, scrittori libanesi,
algerini, tunisini, curdi e bosniaci, fra cui Sélim Nassib, Rabah
Belamri, Abdelwahab Meddeb, Mehmed Emin Bozarslan, e incontrato, fra
gli altri, scrittori come Assia Djebar e il Premio Nobel egiziano
Nagib Mahfuz per le riviste “Linea d’Ombra”, “TempOrali”,
“Rendiconti”, “Lettera”, “Africa e Mediterraneo”, i volumi Cinemamed
della Fondazione Laboratorio Mediterraneo. Ha collaborato a
pubblicazioni varie di cinema come i “Quaderni del Lumière” della
Cineteca di Bologna, alle monografie dedicate a Claude Lelouch, Hou
Hsiao-hsien e Marco Bellocchio edite da Lindau, e a Patrice Leconte
per il Centro Studi Cinematografici..
Ha pubblicato i romanzi “Progressivo silenzio“ (Synergon, 1998),
“Notre-Tanz“ (Culture di confine, 2002), “La notte di San Giorgio“
(Giraldi Editore, 2007) e la pièce teatrale “Dialoghi di un mattino
di fine millennio“ (Zeicon Teatro, 2006). “Dando il blu“ (Le
Mani-Microart’s edizioni, 2009) è il suo ultimo romanzo.
Anna Albertano,
da “Dando il blu“ |