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Alessandro Assiri
quaderni dell'impostura
LietoColle editore, ISBN 978-88-7848-399-6, € 13,00
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Estratti
Sembra
sempre mi rivolga ad altri, anche quando tento solo di riconoscermi,
di restare solo con la mia povertà, tentando di trasformare in
dialogo il melodramma di un monologo. Detesto essere immediatamente
fruibile, mi dissocia dal mistero… e tutto quello che di me posso
raccogliere non è detto che lo debba distribuire. Questa frenesia
del concedersi percuote lo spazio, inondandolo di passioni tristi.
Un disagio che sgomita, arrotolata l’anima e confonde trascendere ed
esistere… una storia di piccolezze e impedimenti, una debole
miseria, pallida anomalia… in qualche istante dove non ti vedo
nemmeno se ci sei, dove volersi è solo inganno o forse parodia.
C’è uno strano senso nella fedeltà, un ancoraggio a un’incertezza,
un’apparizione timida di una speranza. Sentirsi attratti dal
rimanere crea una sorta di permanenza e l’attenuarsi della distanza
passa in ogni istante, dove il crederci è il primo pensiero.
Solo se esistono parole che descrivono l’altro la scrittura
sopravvive. La mancanza di significato deriva da uno svuotamento
interno dell’alterità. Lavorare con gli scarti è gestire
sapientemente il residuo, io non sono capace, rigetto troppo
facilmente. Ho una scrittura di ripiego, fatta di dettagli di
descrizioni in frammenti, diluisco lo spaesamento, sminuisco
l’orrore. L’inabitabilità dell’attuale costringe l’immaginario a
fabbricare mondi, ma spesso creiamo universi disabitati solo per
esasperare solitudini.… e muoiono così le parole che non sono
dirette, in questo fiorire costante di insignificanza, di inutilità,
che chiama relazioni dibattiti claustrofobici e cultura le
chiacchiere da talk show.
… e attendo il disturbo salire quasi godendo della certezza del suo
arrivo… di quale cecità si accusa l’amore, se è l’unico sentimento
ancora capace di scorgere l’anima.
Siamo in troppi a credere che ascoltare ci redima, una specie di
sovraccarico da portare sulle spalle, illudendoci di essere assolti,
solo per aver portato qualche peso.
… e mi compiaccio di questa melensa umiltà, di questo rammarico
indistinto, dove nessuna speranza è più riposta nel futuro. In
questa contesa, dove scontiamo parole per fabbricare poesie, dove
sopravvivere è solo alibi, gratificazione per i nostri sogni
indisposti… e detestarsi comunque per questa stanchezza.
… è vero avrei dovuto essere più intransigente, raccogliere quella
molesta fermezza e buttarla lì, in frasi arroganti, dove parole
importune volano come pietre. Ma ho sempre amato la meraviglia dei
verbi malati, la gioia del dialogo sbocconcellato, dove le sillabe
tentano di essere, e non di mediare apparenze.
Da ciò che temo mi distacco per rifugiarmi nei luoghi del consono
gli spazi abitati di cose, di distanze conosciute
e un balcone dove godere il plenilunio
se è vigliaccheria magari me ne frego
di ogni esperienza dove non grava un capriccio, ma solo mare in odor
di burrasca.
Non ne guardo mai la fine, quasi per rispetto, come se la
dissolvenza fosse un atto privato o un qualcosa da consumare in
solitudine
per l’avversità verso le sequenza trite, mi allontano di due passi,
al confine esatto tra l’inutile presenza e il mostrare le spalle
ho immaginato un futuro, nello scorrere lento dei titoli di coda.
In questo buco di mondo, in questo autoesilio che mi sono imposto,
così lontano da i rumori di ogni festa.
In quei momenti arroganti dove non si impara niente, ma si intuisce
che piccoli istanti fanno sempre la storia, vorrei il suono della
piazza a coprire il rumore di questo deserto.
… e nel rammentarmi un giorno la favola alla quale non ho
partecipato, racconterò di te e del timido tentativo di un bacio…
come la sabbia sopra le guglie, o altri imprevisti.
… e adagio, come quando manca un pizzico di vita, o come amici ci si
abbandona ad un abbraccio che sottolinea gli sconosciuti che si
rimarrà per sempre
con tutto quel candore che si riserva quando non si vuole esaurire
il momento
con tutto il timore che sovviene per aver scritto solo parole
inutili.
Ho in mente la parola concreto, questo esistere motivato solo in
funzione dell’astratto. Ne sorrido, come di qualcosa di cui posso
accarezzarne le forme, anche se forma non mi sento, a malapena
tratto in compimento. Comunque oggetto di questa vita provvisoria,
concessione a un grumo di pensieri, materia, che fino a ieri
guardavo con orrore e oggi sorreggo rassegnato.
A sparire destinato
in procinto d’orizzonte
un punto piccolino che prima era una nave
singolo momento di avvenute circostanze
nessuna magia solo poche parole in corsivo, una nota per dovere, la
scomparsa dell’autore.
Ho le mani vuote, ieri ho letto poco, così non ho niente da
spiegarti e così si rischia di perdersi, perché vivi nel tempo che
contraggo, nel dolore delle sillabe e in quello che non riesco a
spandere. Poco più di niente e hai ragione, basterebbe carta e penna
e tutte quelle verità, piccole, che raccontavo ad Anna. Non c’è
niente di fertile in quelle stelle opache, solo gli istanti che
passano come se tu fossi, tu che non sei perduta , ma soltanto
imprevista…
© Alessandro Assiri, da "quaderni dell'impostura"
Il libro
…[il volume]
si presenta come una successione di frammenti a tratti aforistici,
....
traccia un percorso, un andare, per paradossi, slanci e
arretramenti, al cuore dell’impostura, al cuore della scrittura.
Il linguaggio di Assiri è secco ed essenziale, .....
Ognuno di questi testi è concluso in sé eppure strettamente connesso
agli altri, in un incedere dialogico di domande, risposte e smentite
da cui nascono nuove domande. Assiri si pone in ascolto delle cose
Assiri tende a riconoscere nelle cose, nella loro immobilità, nel
soffio che genera una parvenza di vita, la propria stessa
irresolutezza, il proprio stesso attendere, che si alimenta di sé,
senza aspirare ad alcun compimento. (Chiara De Luca)
La finzione è dettato cardine dei “Quaderni dell’impostura”.
Talvolta cercata come disillusione da sentire decomporsi nel corpo
inane. Altrove esercizio di riflessione che cerca di evitare e di
mettere in scacco cinismo ed egotismo, per indicare una forma nulla
ed ascetica.
La scrittura di Assiri è un viaggio indescritto da paesaggi ed
eventi.
È composto da ascolti spesso assordanti oppure da abbandoni in
stazioni di stasi, ma c’è sempre, in ogni caso, un avanzamento
paradossale: quello della volizione. Materia più sottile della
volontà e disincantata, che nel suo caso, assume una sostanza etica
del desiderio e lo stimola ad un auto da fè, dove restano dita senza
prensione a giocherellare oppure membra dinoccolate nel gesto
snervato delle parole.
I Quaderni dell’impostura sono dunque questo andare per stimolazioni
progressive, additive ad un’anima, la quale, pur udendo risuonare le
lontananze di Paul Celan, va ancora ad addentrarsi nella propria
voce notturna. (Alberto Mori)
Note biobibliografiche di
Alessandro Assiri
Alessandro Assiri, nato a Bologna nel ’62, è da molti anni residente
in Trentino. Presente in diverse raccolte poetiche, ha pubblicato
per Aletti Editore “Morgana e le nuvole”, 2004, e “Il giardino dei
pensieri recisi”, 2006, con prefazione di Paolo Ruffilli (finalista
al Lorenzo Montano XXII edizione); per LietoColle “Modulazione
dell’empietà”, 2007, con prefazione di Alberto Mori (segnalato al
premio Lorenzo Montano XXI edizione). “Quaderni dell’impostura” è
l’ultimo lavoro edito per LietoColle, 2008.
Collabora con riviste sia cartacee che telematiche. Gestisce un
frequentato blog di poesia: lettere a nessuno
(www.lettereanessuno.splinder.com).
È curatore del progetto “Poeti a Nord-Est” che si occupa di creare
sinergie tra artisti prevalentemente del territorio e di portare la
parola poetica all’interno delle scuole, con seminari e dibattiti.
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