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Bonnefoy, De Monticelli,
Donà, Duque, Gargani, Givone, Lacoue-Labarthe, Nancy, Prete,
Sini, Tagliapietra, Vitiello
IL RACCONTO ULTERIORE
A cura di Flavio Ermini
Moretti&Vitali, ISBN 978 88 7186 393 1; pagg.136, € 18,00
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Un racconto: “Il bambino e il re”di Carlo Sini
L’Altro – «C’era una volta…»
Il Filosofo – In che senso?
A. – Come in che senso! È un incipit, l’incipit delle
favole.
F. – Vuoi dire che le favole cominciano da sole?
A. – Che discorsi, certo che no. C’è uno che le racconta, uno che
per esempio rac-conta una favola.
F. – A qualcun altro immagino.
A. – Be’ certo…
F. – Quindi sono due, non uno.
A. – Ma sì. È ovvio.
F. – Due più la favola che viene raccontata. O meglio: non “più”, ma
“con”: con la favola che viene raccontata.
A. – Fa differenza?
F. – Direi di sì. Se si tratta di un incipit, non puoi
prendere qualcosa di già iniziato e poi aggiungerci le favole. Chi
racconta è ciò che è in quanto appunto la racconta, la favola. Ha in
questo raccontare il suo incipit. È colui che racconta
favole, ovvero questa. E lo stesso è per chi l’ascolta: uditore di
favole, anzi di questa. Stanno en-trambi dentro il raccontar favole,
al suo incipit, almeno in quanto o sin tanto che le
raccontano e le ascoltano.
A. – Come la fai lunga.
F. – E non basta, perché proprio ora viene il bello.
A. – Se lo dici tu…
F. - Perché questo è un incipit letteralmente “per modo di
dire”; ciò che dice parla infatti di un’altra volta.
A. – Come?
F. – Sì: «C’era una volta». Quindi non c’è più quando lo si
racconta. C’era prima. In un certo senso è questo l’incipit,
se no la favola non avrebbe nulla da raccontare e nemmeno ci sarebbe
come favola.
A. – Ma l’incipit delle favole, si sa, è immaginario. «C’era
una volta un re…»: mica vuol dire che ci sia stato davvero questo
re. E così il suo regno, i suoi personaggi e le vicende che si
raccontano.
F. – Quindi la favola narra una cosa che non c’è mai stata così come
è narrata: quel re, quel regno, quel paggio ovvero quel bambino.
A. – Certo che no, è tutto interamente immaginario.
F. - Sino a un certo punto.
A. – In che senso? A quale punto?
F. - Che re, regni e paggi bambini devono pur esserci stati qualche
volta per poterseli immaginare in una favola; per esempio che
c’erano una volta.
A. – Non capisco dove vuoi arrivare.
F. - Per esempio a questo: che la favola, dicendo «C’era una volta»,
non vuol dire, nella sua finzione, ciò che appunto dice. Vuol dire,
piuttosto, ciò che sempre c’è.
A. – Ma che cosa sempre c’è?
F. – Quel che c’era una volta.
A. – Oddio, non mi raccapezzo più.
F. - Eppure è semplice. Stai attento. Uno racconta una cosa a un
altro: succede di continuo, no? Se la racconta vuol dire che non c’è
più. Non ho bisogno di raccontare ciò che abbiamo davanti agli
occhi. Si racconta quindi ciò che c’era e ora non c’è. Ma di solito
con l’intesa che c’è stato così come lo si racconta. Giusto?
A. – Giusto.
F. – La favola invece racconta qualcosa che non c’è come se ci fosse
stato, ma dando a intendere che non c’è stato mai. Giusto?
A. – Giusto.
F. – E allora lo vedi da te: la favola dice ora che non c’è
mai stato quello che c’era. È questo che c’è.
A. – La favola finge un passato immaginario.
F. – Posto che sia così, perché lo fa, secondo te?
A. – Mah, per il piacere dell’immaginazione di chi narra e di chi
ascolta.
F. – Scusa, non mi sembra sufficiente. Se io ora ti racconto un
passato immaginario, per esempio che mia nonna era la concubina
preferita del re di Persia, non vedo che piacere ce ne verrebbe.
A. – Se lo facessi dandomi a intendere di raccontare una storia
vera, stai certo che la cosa, quanto meno, mi incuriosirebbe
parecchio.
F. – Questo dice molto del tuo carattere o della tua natura, ma
vedi, indipendente-mente da ciò, la favola dà a intendere proprio il
contrario. Dice: «C’era una volta…» e la formula allude a un tempo e
a un luogo immaginari.
A. – È così.
F. – Quindi la favola ha in qualche modo, mi sembra, un fine
educativo, uno scopo morale o qualcosa del genere. Opera una
finzione per mostrare o insegnare qualco-sa della realtà.
A. – Sono d’accordo. Ma direbbe qualcosa della realtà anche il
sapere che sei pro-prio il nipote di una buona nonna, se posso
permettermi.
F. – Lasciamo stare mia nonna e il re di Persia e torniamo alla
favola: quale possia-mo supporre che sia il motivo, l’importanza, il
fascino del suo insegnamento?
A. – Così su due piedi non saprei rispondere.
F. – Ma io te l’ho già detto e sei tu che non sei stato attento. La
favola insegna quel che sempre c’è.
A. – Che cosa sempre c’è?
F. – Quel che c’era una volta.
A. – Oh questo l’hai già detto, lo ricordo benissimo.
F. – Vedi che ho ragione? C’è sempre.
A. – Mi prendi in giro?
F. – Solo nel senso che il giro non può chiudersi, come mostra
appunto la favola.
A, - Quale giro?
F. – Te lo dirò con un esempio, cioè con una favola. Dunque: dice il
bambino: «Rac-contami una storia». Eccola: «C’era una volta un re;
chiamò un paggio e gli disse: raccontami una storia, e il paggio
incominciò: c’era una volta un re; chiamò un pag-gio e gli disse:
raccontami una storia, e il paggio incominciò: c’era una volta un
re…».
A. – L’ho detto che mi prendi in giro. Ma vai al diavolo!
F. – A quel punto il bambino si è già addormentato (dipende molto
anche dal tono di voce) e sogna di essere il re. Sei tu che non sai
sognare, né da re né da bambino.
A. – Continuo a non capire dove vuoi arrivare.
F. – Capire, capire… Vedi, è impossibile per noi capire davvero
qualcosa senza dir-lo, cioè senza attraversare la soglia della
parola. Quanto meno la parola ci è neces-saria per sapere ciò
che si è magari compreso istantaneamente o solo in pratica. Ma tu
stai poco attento alle parole. Per esempio io dico: «Fa freddo qui»
e così già iscrivo in nuce questo freddo in una storia. Posso venire
a riferirtelo o raccontartelo domattina. Posso anche inviarti un
messaggino (come oggi si usa), ma il fatto è che ciò che dico non
c’è più e in quanto lo dico, non c’è mai stato.
A. – Ma il freddo l’hai sentito.
F. – Come no, ma era in un altro universo.
A. – Quale altro universo?
F. – Quello delle favole.
A. – Ma fammi il piacere…
F. – Volentieri. Dimmi: vuoi che te lo racconti o vuoi che te lo
dica?
A. – Sei proprio insopportabile.
F. – Sono semplicemente l’Altro dell’Altro, o l’altra verità della
favola. Parlo per tutti e due e nel parlare dimentico ciò che c’era
una volta.
A. – Ma cosa c’era dunque una volta?
F. – Ciò che c’è. Sicut erat in principio.
A. – Non ho capito niente ma fa lo stesso.
F. – E così sia.
(Il Filosofo ripone lo specchio sul comodino, spegne la luce e si
addormenta. Domani racconterà di aver sognato di essere un bambino
che sognava di essere un re.)
Il libro
Cosa accade quando i filosofi
tornano a narrare?
Senza allontanarsi dal loro cammino di conoscenza, alcuni pensatori
si affidano in queste pagine al gesto narrativo. Il loro intento è
di accostarsi con sempre maggiore approssimazione all¹essenza delle cose.
Alcune questioni che rivestono un rilievo decisivo nel pensiero
contemporaneo la-sciano la rassicurante forma saggistica e si aprono
alle mobili strutture del racconto, all¹emozione di una storia.
Dodici autori si affidano alla narrazione per dare vita a un
racconto ulteriore, che promette un senso più lontano di ciò che è
rivelato, antecedente all¹intelligibilità.
Un elemento è comune a tutte le narrazioni che questo libro consegna
al lettore: al linguaggio che designa, si oppone il linguaggio
apofantico che non crea ma disvela, in un lasciar apparire senza
presupporre una volontà causale.
Queste storie vogliono far pensare a un fuoco fra le erbe di un
campo. E in realtà ogni pagina possiede questo lontano lampeggiare.
L¹occhio ne subisce la forza. Ma è un fuoco che non sta lì per
svuotare lo spazio periferico, bensì per dargli movimento ed
equilibrio. Aprendoci alla possibilità di aggiungere finalmente una
frase inedita al nostro discorso ripetitivo sul mondo.
“Un’esperienza
di verità” di Flavio Ermini (Incipit della
Prefazione)
0.
Cosa accade quando i filosofi tornano a narrare?
Senza allontanarsi dal loro cammino di conoscenza, alcuni pensatori
si affidano in queste pagine al gesto narrativo. Il loro intento è
di accostarsi con sempre maggiore approssimazione all’essenza delle
cose, in un’ulteriore esperienza di verità.
Alcune questioni che rivestono un rilievo decisivo nel pensiero
contemporaneo lasciano la rassicurante forma saggistica e si aprono
alle mobili strutture del racconto, all’emozione di una storia.
Questa nuova esperienza della riflessione filosofica viene
introdotta da un autore – Yves Bonnefoy – che alla narrazione giunge
dalla poesia, da quella forma di pensie-ro che Vico reputa originaria.
Lasciate le due opposte rive – quella saggistica e quella poetica –
dodici autori si affidano alla corrente narrativa per dare vita a un
racconto ulteriore.
1.
La consapevolezza dell’essere umano è assimilabile a quella parte di
arco che dal suo centro prosegue verso la caduta.
La vita ha nel moto discendente dell’arco la stabilità delle
meditazioni che ci accom-pagnano quando l’esistenza ha accantonato
tutti i fardelli dell’hybris.
Pensieri e gesti hanno un dosaggio calcolato. Le loro ombre – ancora
incerte nel cor-so della crescita – si stagliano nettamente nello
scontro con la realtà.
Quando ci si muove dal centro dell’arco, lo sguardo si fa più acuto:
trattiene forte-mente il passato e vede il futuro come revisione e
compimento.
A macchie l’albero si spoglia. Ma le sue fibre sono ancora
resistenti e piene di risorse. Niente è lasciato alla labilità di un
incontro casuale o all’esaltazione della momentaneità. Ciò che viene
non può essere ormai che un’avventura pacificata. Le labbra sono
finalmente in grado di muoversi anche sul bordo dell’interiorità.
Accade così anche nella storia del genere umano. A un sapere
narrativo arcaico, strutturato da storie mitiche o popolari e
uguagliabile alla parte ascendente dell’ar-co, fa seguito quel sapere
narrativo che si è costituito come filosofia allo scopo di dare
senso e valore di verità al discorso scientifico e alla prassi
politica.
In tal modo l’operazione platonica è la traduzione delle antiche
narrazioni nella forma di un nuovo sapere, fondato sul logos e sul
dibattere intersoggettivo: una svolta fondamentale, che ha portato
l’umanità dal tempo circolare delle narrazioni mitiche al tempo
psicologico e lineare della storia così come la conosciamo.
Grazie a tale esperienza, il sapere occidentale viene riposto
nell’anima, affrancan-dolo in tal modo dallo spazio per durare nel
tempo. Il logos dell’anima, astratto e sottratto al destino di morte
dei corpi, sembra avviato in questa maniera a diventare
indistruttibile.
2.
Passa il tempo, e cosa accade? Che il discorso scientifico e la
prassi politica riten-gono di fare a meno della sapienza narrativa,
della filosofia e persino dell’anima.
È il grande errore della contemporaneità, perché in tal modo la
scienza e la politica si privano della concezione generale del mondo
in base alla quale si rende possibile proprio quello sguardo
ricercante che esercitano.
Guardiamoci intorno. La terra è diventata per noi poco più di
materia prima; il suo-lo, anonima superficie da perforare per
estrarre energia; la foresta, legname da rac-cogliere; la montagna,
cava di pietra; il mare, riserva da esplorare per futuri
sfrutta-menti; l’aria, spazio dove scaricare i veleni delle nostre
fabbriche.
Si rivela profetica una riflessione di Novalis: «Il meglio delle
scienze è il loro ingre-diente filosofico, come la vita nel corpo
organico. Se si defilosofizzano le scienze, cosa rimane? Terra, aria
e acqua».
Il tempo dei saperi narrativi sembra ormai tramontato. Non solo gli
dei, ma anche i loro cantori pare che abbiano abbandonato la terra,
inducendo l’uomo – rimasto a tu per tu con la natura – a imitarne i
processi e ad arginarne la potenza con la tecni-ca: quella medica per
ritardare la morte; quella ingegneristica per impedire le
catastrofi; quella previsionale per allontanare sempre di più
l’inquietudine dell’im-prevedibile. Eliot ha cantato per tutti noi
questa desolazione.
Se accettiamo che la società si sottragga al logos dell’anima, se
non muoviamo un dito di fronte al crollo dell’edificio del mondo
precedente, «allora vuol dire» avverte Ingeborg Bachmann «che stiamo
dichiarando fallimento».
Scienza e politica hanno barattato gli orizzonti di senso e di
valore per il calcolo e il mercato. Ma il loro non è un delitto
perfetto. Bataille è determinato nello smasche-rare il protagonista
di questo tradimento ed è esplicito nel descriverlo: si tratta
dell’«uomo che la paura ha privato del bisogno di essere uomo»,
dell’uomo che «ha rinunciato al carattere di totalità che i suoi
atti avevano avuto finché voleva vivere il suo destino». Questo uomo
senza umanità rinnega la narrazione per passare dalla complessità
della bellezza alla semplificazione del funzionale; pretendendo di
escludere il destino umano dal mondo della verità.
3.
La ricerca scientifica si espande senza limiti. L’uomo possiede
moltissimi strumenti, ma altri ancora ne va approntando. Questo è
l’aspetto più appariscente della nostra epoca, dove i procedimenti
scientifici sono diretti alla conquista quasi esclusiva di vantaggi
pratici.
Nel cosmo tecnologico ha luogo ogni giorno una vasta promozione di
idee. L’uomo guarda ammirato i risultati raggiunti. Il paesaggio
della ragione si annette territori sempre più estesi. La
produttività è macroscopica e complessa. Ogni suo atto ci do-na un
oggetto invogliante. Ogni cosa nasce con una precisa funzione e sarà
portatri-ce di qualche bene.
L’uomo avverte però che quanto riceve è un potenziamento che reclama
una contropartita che non c’è più. Sente di soggiacere a una volontà
oscura che restringe la sfera della sua libertà. La gioia di
possedere sembra spegnersi in una riflessione mortificante. Si sta
ripetendo l’avventura faustiana, avverte Félix Duque: la luce acceca
la notte: l’accettazione ottimistica di una realtà allettante
minaccia la nostra anima.
«Una grande impresa di demolizione», così come Jünger definisce
l’imporsi della tecnica, investe ormai tutti i campi della realtà, e
va ricoprendo il mondo di macerie e di rovine. Ci spinge dove ogni
processo di rinascita e trasformazione ci è precluso; negandoci la
conoscenza del vero, per il verosimile; l’essenza delle cose, per il
valore di mercato; il dolore, per la sua rimozione; la Wildniss
evocata da Hölderlin, per la “terra desolata” nominata da Eliot.
Eppure, di fronte a questa “terra desolata” il filosofo non può
allontanarsi sconfor-tato e, dicendo addio, raccogliere dal fango del
macadam parigino di Baudelaire l’aureola caduta dal capo del poeta.
Al contrario, dovrà seguire questa consapevole creatura quando essa,
con il capo scoperto, deciderà di affermare la propria auten-ticità
di fronte al volto meduseo della tecnica e al suo muro di
condizionamenti.
Colui che passa attraverso questa “terra desolata” sa di inoltrarsi
per la via più difficile, ma sa anche di attestare in tal modo che
un altro mondo è già qui, a un pas-so da noi, appena fuori dai
rassicuranti recinti delle nostre false certezze.
Per cui resistere alla desolazione e, infine, oltrepassarla, non può
che avvenire attra-verso un nuovo gesto narrativo e grazie a una
parola che torna a farsi verità.
Altro modo non c’è, scrive Jünger, riferendosi esplicitamente a
questa strategia: «Non è possibile inoltrarsi verso nuove armonie
senza essere passati attraverso quel processo distruttivo».
Va seguita la strada indicata da Leopardi, il quale, come scrive
Galimberti nella sua introduzione alle Operette morali, «anziché
condurre una battaglia di retroguardia, votata all’insuccesso, opera
una disperata sortita dalla rocca delle illusioni, per non più
rientrarvi; per attraversare invece, fino in fondo, le linee
nemiche, usando le armi del nemico, fingendosi il nemico e anzi, in
qualche modo, essendo il nemico».
Gli autori
Yves Bonnefoy
Poeta e professore onorario al Collège de France alla cattedra di
Studi comparati della Funzione poetica.
Roberta De Monticelli
Professore ordinario di Filosofia della persona alla Facoltà di
Filosofia dell'Univer-sità "Vita-Salute" del San Raffaele di Milano.
Massimo Donà
Professore ordinario di Filosofia teoretica alla Facoltà di
Filosofia dell'Università "Vita-Salute" del San Raffaele di Milano.
Félix Duque
Professore ordinario di Storia della Filosofia moderna all'Università Autonoma di Madrid.
Aldo Giorgio Gargani
Professore ordinario di Storia della Filosofia moderna e
contemporanea all'Univer-sità di Pisa.
Sergio Givone
Professore ordinario di Estetica del Dipartimento di Filosofia
all'Università di Firen-ze.
Philippe Lacoue-Labarthe
Professore ordinariodi Filosofia e di Estetica all'Università di
Strasburgo.
Jean-Luc Nancy
Professore ordinario di Filosofia all'Università di Strasburgo.
Antonio Prete
Professore ordinario di Letterature comparate all'Università di Siena.
Carlo Sini
Professore ordinario di Filosofia teoretica all'Università Statale di Milano.
Andrea Tagliapietra
Professore di Storia della Filosofia moderna e contemporanea ed
Ermeneutica filoso-fica alla Facoltà di Filosofia dell'Università
"Vita-Salute" del San Raffaele di Milano.
Vincenzo Vitiello
Professore ordinario di Filosofia teoretica presso la Facoltà di
Filosofia dell'Univer-sità di Salerno.
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