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Flavio Ermini, curatore de Il racconto ulteriore

FRANCO SANTAMARIA

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Franco Santamaria
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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / Bonnefoy, De Monticelli, Donà, Duque, Gargani, Givone, Lacoue-Labarthe, Nancy, Prete, Sini, Tagliapietra, Vitiello


Il racconto ulteriore
Ovvero il gesto narrativo del filosofo

Bonnefoy, De Monticelli, Donà, Duque, Gargani, Givone, Lacoue-Labarthe, Nancy, Prete, Sini, Tagliapietra, Vitiello
IL RACCONTO ULTERIORE
A cura di Flavio Ermini
Moretti&Vitali, ISBN 978 88 7186 393 1; pagg.136, € 18,00

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Un racconto: “Il bambino e il re”di Carlo Sini

L’Altro – «C’era una volta…»
Il Filosofo – In che senso?
A. – Come in che senso! È un incipit, l’incipit delle favole.
F. – Vuoi dire che le favole cominciano da sole?
A. – Che discorsi, certo che no. C’è uno che le racconta, uno che per esempio rac-conta una favola.
F. – A qualcun altro immagino.
A. – Be’ certo…
F. – Quindi sono due, non uno.
A. – Ma sì. È ovvio.
F. – Due più la favola che viene raccontata. O meglio: non “più”, ma “con”: con la favola che viene raccontata.
A. – Fa differenza?
F. – Direi di sì. Se si tratta di un incipit, non puoi prendere qualcosa di già iniziato e poi aggiungerci le favole. Chi racconta è ciò che è in quanto appunto la racconta, la favola. Ha in questo raccontare il suo incipit. È colui che racconta favole, ovvero questa. E lo stesso è per chi l’ascolta: uditore di favole, anzi di questa. Stanno en-trambi dentro il raccontar favole, al suo incipit, almeno in quanto o sin tanto che le raccontano e le ascoltano.
A. – Come la fai lunga.
F. – E non basta, perché proprio ora viene il bello.
A. – Se lo dici tu…
F. - Perché questo è un incipit letteralmente “per modo di dire”; ciò che dice parla infatti di un’altra volta.
A. – Come?
F. – Sì: «C’era una volta». Quindi non c’è più quando lo si racconta. C’era prima. In un certo senso è questo l’incipit, se no la favola non avrebbe nulla da raccontare e nemmeno ci sarebbe come favola.
A. – Ma l’incipit delle favole, si sa, è immaginario. «C’era una volta un re…»: mica vuol dire che ci sia stato davvero questo re. E così il suo regno, i suoi personaggi e le vicende che si raccontano.
F. – Quindi la favola narra una cosa che non c’è mai stata così come è narrata: quel re, quel regno, quel paggio ovvero quel bambino.
A. – Certo che no, è tutto interamente immaginario.
F. - Sino a un certo punto.
A. – In che senso? A quale punto?
F. - Che re, regni e paggi bambini devono pur esserci stati qualche volta per poterseli immaginare in una favola; per esempio che c’erano una volta.
A. – Non capisco dove vuoi arrivare.
F. - Per esempio a questo: che la favola, dicendo «C’era una volta», non vuol dire, nella sua finzione, ciò che appunto dice. Vuol dire, piuttosto, ciò che sempre c’è.
A. – Ma che cosa sempre c’è?
F. – Quel che c’era una volta.
A. – Oddio, non mi raccapezzo più.
F. - Eppure è semplice. Stai attento. Uno racconta una cosa a un altro: succede di continuo, no? Se la racconta vuol dire che non c’è più. Non ho bisogno di raccontare ciò che abbiamo davanti agli occhi. Si racconta quindi ciò che c’era e ora non c’è. Ma di solito con l’intesa che c’è stato così come lo si racconta. Giusto?
A. – Giusto.
F. – La favola invece racconta qualcosa che non c’è come se ci fosse stato, ma dando a intendere che non c’è stato mai. Giusto?
A. – Giusto.
F. – E allora lo vedi da te: la favola dice ora che non c’è mai stato quello che c’era. È questo che c’è.
A. – La favola finge un passato immaginario.
F. – Posto che sia così, perché lo fa, secondo te?
A. – Mah, per il piacere dell’immaginazione di chi narra e di chi ascolta.
F. – Scusa, non mi sembra sufficiente. Se io ora ti racconto un passato immaginario, per esempio che mia nonna era la concubina preferita del re di Persia, non vedo che piacere ce ne verrebbe.
A. – Se lo facessi dandomi a intendere di raccontare una storia vera, stai certo che la cosa, quanto meno, mi incuriosirebbe parecchio.
F. – Questo dice molto del tuo carattere o della tua natura, ma vedi, indipendente-mente da ciò, la favola dà a intendere proprio il contrario. Dice: «C’era una volta…» e la formula allude a un tempo e a un luogo immaginari.
A. – È così.
F. – Quindi la favola ha in qualche modo, mi sembra, un fine educativo, uno scopo morale o qualcosa del genere. Opera una finzione per mostrare o insegnare qualco-sa della realtà.
A. – Sono d’accordo. Ma direbbe qualcosa della realtà anche il sapere che sei pro-prio il nipote di una buona nonna, se posso permettermi.
F. – Lasciamo stare mia nonna e il re di Persia e torniamo alla favola: quale possia-mo supporre che sia il motivo, l’importanza, il fascino del suo insegnamento?
A. – Così su due piedi non saprei rispondere.
F. – Ma io te l’ho già detto e sei tu che non sei stato attento. La favola insegna quel che sempre c’è.
A. – Che cosa sempre c’è?
F. – Quel che c’era una volta.
A. – Oh questo l’hai già detto, lo ricordo benissimo.
F. – Vedi che ho ragione? C’è sempre.
A. – Mi prendi in giro?
F. – Solo nel senso che il giro non può chiudersi, come mostra appunto la favola.
A, - Quale giro?
F. – Te lo dirò con un esempio, cioè con una favola. Dunque: dice il bambino: «Rac-contami una storia». Eccola: «C’era una volta un re; chiamò un paggio e gli disse: raccontami una storia, e il paggio incominciò: c’era una volta un re; chiamò un pag-gio e gli disse: raccontami una storia, e il paggio incominciò: c’era una volta un re…».
A. – L’ho detto che mi prendi in giro. Ma vai al diavolo!
F. – A quel punto il bambino si è già addormentato (dipende molto anche dal tono di voce) e sogna di essere il re. Sei tu che non sai sognare, né da re né da bambino.
A. – Continuo a non capire dove vuoi arrivare.
F. – Capire, capire… Vedi, è impossibile per noi capire davvero qualcosa senza dir-lo, cioè senza attraversare la soglia della parola. Quanto meno la parola ci è neces-saria per sapere ciò che si è magari compreso istantaneamente o solo in pratica. Ma tu stai poco attento alle parole. Per esempio io dico: «Fa freddo qui» e così già iscrivo in nuce questo freddo in una storia. Posso venire a riferirtelo o raccontartelo domattina. Posso anche inviarti un messaggino (come oggi si usa), ma il fatto è che ciò che dico non c’è più e in quanto lo dico, non c’è mai stato.
A. – Ma il freddo l’hai sentito.
F. – Come no, ma era in un altro universo.
A. – Quale altro universo?
F. – Quello delle favole.
A. – Ma fammi il piacere…
F. – Volentieri. Dimmi: vuoi che te lo racconti o vuoi che te lo dica?
A. – Sei proprio insopportabile.
F. – Sono semplicemente l’Altro dell’Altro, o l’altra verità della favola. Parlo per tutti e due e nel parlare dimentico ciò che c’era una volta.
A. – Ma cosa c’era dunque una volta?
F. – Ciò che c’è. Sicut erat in principio.
A. – Non ho capito niente ma fa lo stesso.
F. – E così sia.

(Il Filosofo ripone lo specchio sul comodino, spegne la luce e si addormenta. Domani racconterà di aver sognato di essere un bambino che sognava di essere un re.)
 

Il libro

Cosa accade quando i filosofi tornano a narrare?
Senza allontanarsi dal loro cammino di conoscenza, alcuni pensatori si affidano in queste pagine al gesto narrativo. Il loro intento è di accostarsi con sempre maggiore approssimazione all¹essenza delle cose.
Alcune questioni che rivestono un rilievo decisivo nel pensiero contemporaneo la-sciano la rassicurante forma saggistica e si aprono alle mobili strutture del racconto, all¹emozione di una storia.
Dodici autori si affidano alla narrazione per dare vita a un racconto ulteriore, che promette un senso più lontano di ciò che è rivelato, antecedente all¹intelligibilità.
Un elemento è comune a tutte le narrazioni che questo libro consegna al lettore: al linguaggio che designa, si oppone il linguaggio apofantico che non crea ma disvela, in un lasciar apparire senza presupporre una volontà causale.
Queste storie vogliono far pensare a un fuoco fra le erbe di un campo. E in realtà ogni pagina possiede questo lontano lampeggiare. L¹occhio ne subisce la forza. Ma è un fuoco che non sta lì per svuotare lo spazio periferico, bensì per dargli movimento ed equilibrio. Aprendoci alla possibilità di aggiungere finalmente una frase inedita al nostro discorso ripetitivo sul mondo.


“Un’esperienza di verità” di Flavio Ermini (Incipit della Prefazione)

0.
Cosa accade quando i filosofi tornano a narrare?
Senza allontanarsi dal loro cammino di conoscenza, alcuni pensatori si affidano in queste pagine al gesto narrativo. Il loro intento è di accostarsi con sempre maggiore approssimazione all’essenza delle cose, in un’ulteriore esperienza di verità.
Alcune questioni che rivestono un rilievo decisivo nel pensiero contemporaneo lasciano la rassicurante forma saggistica e si aprono alle mobili strutture del racconto, all’emozione di una storia.
Questa nuova esperienza della riflessione filosofica viene introdotta da un autore – Yves Bonnefoy – che alla narrazione giunge dalla poesia, da quella forma di pensie-ro che Vico reputa originaria.
Lasciate le due opposte rive – quella saggistica e quella poetica – dodici autori si affidano alla corrente narrativa per dare vita a un racconto ulteriore.

1.
La consapevolezza dell’essere umano è assimilabile a quella parte di arco che dal suo centro prosegue verso la caduta.
La vita ha nel moto discendente dell’arco la stabilità delle meditazioni che ci accom-pagnano quando l’esistenza ha accantonato tutti i fardelli dell’hybris.
Pensieri e gesti hanno un dosaggio calcolato. Le loro ombre – ancora incerte nel cor-so della crescita – si stagliano nettamente nello scontro con la realtà.

Quando ci si muove dal centro dell’arco, lo sguardo si fa più acuto: trattiene forte-mente il passato e vede il futuro come revisione e compimento.
A macchie l’albero si spoglia. Ma le sue fibre sono ancora resistenti e piene di risorse. Niente è lasciato alla labilità di un incontro casuale o all’esaltazione della momentaneità. Ciò che viene non può essere ormai che un’avventura pacificata. Le labbra sono finalmente in grado di muoversi anche sul bordo dell’interiorità.

Accade così anche nella storia del genere umano. A un sapere narrativo arcaico, strutturato da storie mitiche o popolari e uguagliabile alla parte ascendente dell’ar-co, fa seguito quel sapere narrativo che si è costituito come filosofia allo scopo di dare senso e valore di verità al discorso scientifico e alla prassi politica.
In tal modo l’operazione platonica è la traduzione delle antiche narrazioni nella forma di un nuovo sapere, fondato sul logos e sul dibattere intersoggettivo: una svolta fondamentale, che ha portato l’umanità dal tempo circolare delle narrazioni mitiche al tempo psicologico e lineare della storia così come la conosciamo.
Grazie a tale esperienza, il sapere occidentale viene riposto nell’anima, affrancan-dolo in tal modo dallo spazio per durare nel tempo. Il logos dell’anima, astratto e sottratto al destino di morte dei corpi, sembra avviato in questa maniera a diventare indistruttibile.

2.
Passa il tempo, e cosa accade? Che il discorso scientifico e la prassi politica riten-gono di fare a meno della sapienza narrativa, della filosofia e persino dell’anima.
È il grande errore della contemporaneità, perché in tal modo la scienza e la politica si privano della concezione generale del mondo in base alla quale si rende possibile proprio quello sguardo ricercante che esercitano.

Guardiamoci intorno. La terra è diventata per noi poco più di materia prima; il suo-lo, anonima superficie da perforare per estrarre energia; la foresta, legname da rac-cogliere; la montagna, cava di pietra; il mare, riserva da esplorare per futuri sfrutta-menti; l’aria, spazio dove scaricare i veleni delle nostre fabbriche.
Si rivela profetica una riflessione di Novalis: «Il meglio delle scienze è il loro ingre-diente filosofico, come la vita nel corpo organico. Se si defilosofizzano le scienze, cosa rimane? Terra, aria e acqua».

Il tempo dei saperi narrativi sembra ormai tramontato. Non solo gli dei, ma anche i loro cantori pare che abbiano abbandonato la terra, inducendo l’uomo – rimasto a tu per tu con la natura – a imitarne i processi e ad arginarne la potenza con la tecni-ca: quella medica per ritardare la morte; quella ingegneristica per impedire le catastrofi; quella previsionale per allontanare sempre di più l’inquietudine dell’im-prevedibile. Eliot ha cantato per tutti noi questa desolazione.

Se accettiamo che la società si sottragga al logos dell’anima, se non muoviamo un dito di fronte al crollo dell’edificio del mondo precedente, «allora vuol dire» avverte Ingeborg Bachmann «che stiamo dichiarando fallimento».

Scienza e politica hanno barattato gli orizzonti di senso e di valore per il calcolo e il mercato. Ma il loro non è un delitto perfetto. Bataille è determinato nello smasche-rare il protagonista di questo tradimento ed è esplicito nel descriverlo: si tratta dell’«uomo che la paura ha privato del bisogno di essere uomo», dell’uomo che «ha rinunciato al carattere di totalità che i suoi atti avevano avuto finché voleva vivere il suo destino». Questo uomo senza umanità rinnega la narrazione per passare dalla complessità della bellezza alla semplificazione del funzionale; pretendendo di escludere il destino umano dal mondo della verità.

3.
La ricerca scientifica si espande senza limiti. L’uomo possiede moltissimi strumenti, ma altri ancora ne va approntando. Questo è l’aspetto più appariscente della nostra epoca, dove i procedimenti scientifici sono diretti alla conquista quasi esclusiva di vantaggi pratici.
Nel cosmo tecnologico ha luogo ogni giorno una vasta promozione di idee. L’uomo guarda ammirato i risultati raggiunti. Il paesaggio della ragione si annette territori sempre più estesi. La produttività è macroscopica e complessa. Ogni suo atto ci do-na un oggetto invogliante. Ogni cosa nasce con una precisa funzione e sarà portatri-ce di qualche bene.
L’uomo avverte però che quanto riceve è un potenziamento che reclama una contropartita che non c’è più. Sente di soggiacere a una volontà oscura che restringe la sfera della sua libertà. La gioia di possedere sembra spegnersi in una riflessione mortificante. Si sta ripetendo l’avventura faustiana, avverte Félix Duque: la luce acceca la notte: l’accettazione ottimistica di una realtà allettante minaccia la nostra anima.

«Una grande impresa di demolizione», così come Jünger definisce l’imporsi della tecnica, investe ormai tutti i campi della realtà, e va ricoprendo il mondo di macerie e di rovine. Ci spinge dove ogni processo di rinascita e trasformazione ci è precluso; negandoci la conoscenza del vero, per il verosimile; l’essenza delle cose, per il valore di mercato; il dolore, per la sua rimozione; la Wildniss evocata da Hölderlin, per la “terra desolata” nominata da Eliot.

Eppure, di fronte a questa “terra desolata” il filosofo non può allontanarsi sconfor-tato e, dicendo addio, raccogliere dal fango del macadam parigino di Baudelaire l’aureola caduta dal capo del poeta. Al contrario, dovrà seguire questa consapevole creatura quando essa, con il capo scoperto, deciderà di affermare la propria auten-ticità di fronte al volto meduseo della tecnica e al suo muro di condizionamenti.

Colui che passa attraverso questa “terra desolata” sa di inoltrarsi per la via più difficile, ma sa anche di attestare in tal modo che un altro mondo è già qui, a un pas-so da noi, appena fuori dai rassicuranti recinti delle nostre false certezze.
Per cui resistere alla desolazione e, infine, oltrepassarla, non può che avvenire attra-verso un nuovo gesto narrativo e grazie a una parola che torna a farsi verità.
Altro modo non c’è, scrive Jünger, riferendosi esplicitamente a questa strategia: «Non è possibile inoltrarsi verso nuove armonie senza essere passati attraverso quel processo distruttivo».

Va seguita la strada indicata da Leopardi, il quale, come scrive Galimberti nella sua introduzione alle Operette morali, «anziché condurre una battaglia di retroguardia, votata all’insuccesso, opera una disperata sortita dalla rocca delle illusioni, per non più rientrarvi; per attraversare invece, fino in fondo, le linee nemiche, usando le armi del nemico, fingendosi il nemico e anzi, in qualche modo, essendo il nemico».


Gli autori

Yves Bonnefoy
Poeta e professore onorario al Collège de France alla cattedra di Studi comparati della Funzione poetica.
Roberta De Monticelli
Professore ordinario di Filosofia della persona alla Facoltà di Filosofia dell'Univer-sità "Vita-Salute" del San Raffaele di Milano.
Massimo Donà
Professore ordinario di Filosofia teoretica alla Facoltà di Filosofia dell'Università "Vita-Salute" del San Raffaele di Milano.
Félix Duque
Professore ordinario di Storia della Filosofia moderna all'Università Autonoma di Madrid.
Aldo Giorgio Gargani
Professore ordinario di Storia della Filosofia moderna e contemporanea all'Univer-sità di Pisa.
Sergio Givone
Professore ordinario di Estetica del Dipartimento di Filosofia all'Università di Firen-ze.
Philippe Lacoue-Labarthe
Professore ordinariodi Filosofia e di Estetica all'Università di Strasburgo.
Jean-Luc Nancy
Professore ordinario di Filosofia all'Università di Strasburgo.
Antonio Prete
Professore ordinario di Letterature comparate all'Università di Siena.
Carlo Sini
Professore ordinario di Filosofia teoretica all'Università Statale di Milano.
Andrea Tagliapietra
Professore di Storia della Filosofia moderna e contemporanea ed Ermeneutica filoso-fica alla Facoltà di Filosofia dell'Università "Vita-Salute" del San Raffaele di Milano.
Vincenzo Vitiello
Professore ordinario di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell'Univer-sità di Salerno.


 

 
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