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Yvonne Carbonaro

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / YVONNE CARBONARO-LUIGI COSENZA


Le ville di Napoli
Venti secoli di architettura e di arte, dalle colline del Vomero e Capodimonte, fino alla splendida fascia costiera e alle magnifiche isole

 

Yvonne Carbonaro-Luigi Cosenza, Le ville di Napoli

Yvonne Carbonaro-Luigi Cosenza

LE VILLE DI NAPOLI
Venti secoli di architettura e di arte, dalle colline del Vomero e Capodimonte, fino alla splendida fascia costiera e alle magnifiche isole

Newton Compton – Collana Quest’Italia
ISBN 9788854112612, pp. 464, € 25,00
 


(per Modulazioni.it tre brevi sintesi a cura di Yvonne Carbonaro da “Le ville di Napoli”, Newton Compton)

La Villa di Poggioreale
Poggio Reale nella Pianta di Baratta (1629)
Poggio Reale nella Pianta di Baratta (1629)

La costruzione della Villa di Poggioreale (o Poggio Reale) fu iniziata nel 1487 ad oriente della città, per volontà di Alfonso figlio di Ferrante d‘Aragona, che ne diede incarico a Giuliano da Maiano. Il celebre architetto realizzò anche una strada che collegava Poggio Reale con porta Capuana e il Castello, da cui distava 2,5 km. Il giardino era attrezzato “all’italiana” con una progettazione geometrica dello spazio di tipo classico, secondo il gusto del tempo, e con l’insieme di alberi fruttiferi e ornamentali insieme a mescolare “fecondità” e “piacere” come nel palazzo dell’Amore della favola di Amore e Psiche. Il frequente ricorso a vasche e giochi d’acqua, reso possibile dalla ricchezza di acque del luogo, mutuato dai giochi di fontane dei giardini andalusi, era stato importato a Napoli dagli Aragonesi. I fantastici zampilli rallegravano la vista e rinfrescavano gli ospiti. Ad oriente vi era una grande peschiera circondata da ben sei fontane, in cui ci si poteva immergere e che successivamente gli Spagnoli utilizzarono per battaglie navali e svaghi sull’acqua. La grande abbondanza di acqua era assicurata dal passaggio nella zona dell’antico Acquedotto o “formale” della Bolla, “formiello” in napoletano, che convogliando un enorme flusso verso le proprietà del re e dei signori, lasciava a secco la cittadinanza che era invece costretta ad approvvigionarsi di acqua di cisterna. La residenza si articolava lungo la strada in tre corpi di fabbrica: il “palazzo”, la “loggia” e la “foresteria”. Il palazzo era a pianta rettangolare e le fonti riportano che la principesca dimora era decorata con dipinti di Ippolito e Pietro di Donzello sulla Congiura dei Baroni contro Ferrante e affreschi di Costanzo Lombardo, mentre sulle volte degli archi e sulle porte vi erano dei tondi di “creta cotta invetriata, opera di Luca della Robbia” (Celano) con i ritratti degli eroi di Casa d’Aragona. Bellissimi scorci dei portici del piano inferiore e della grande terrazza coperta del piano superiore dell’edificio della “loggia” sostenuta da nove colonne di marmo, situato a breve distanza dal “palazzo”, sono rappresentati in due splendidi dipinti realizzati da Domenico Gargiulo (Micco Spadaro) e Viviano Codazzi.
Nei secoli l’avanzare delle costruzioni cancellerà giardini e villa e la zona diverrà tristemente nota ai napoletani per la presenza del Carcere e del Cimitero.

Villa Carafa di Stigliano poi Palazzo Cellamare
Palazzo Cellamare, da una stampa di Vasconi, 1729
Palazzo Cellamare, da una stampa di Vasconi, 1729

Fu realizzata per volontà di Giovan Francesco Carafa, abate di Sant’Angelo di Atella, nei primi decenni del ‘500 come casa di campagna, in quanto allora ubicata in zona agricola al di fuori del nucleo urbano. Quando, dopo il 1533, per volontà di don Pedro di Toledo fu creata la Via Chiaia, Luigi Carafa volle abbellire la costruzione, servita ormai da una comoda strada, e conferirle le caratteristiche proprie di villa signorile. Il quarto principe di Stigliano sposò la ricca e colta Isabella Gonzaga di Sabbioneta che amava circondarsi di letterati, come il Tasso, il Marino e il Basile. Nel seicento, la costruzione fu ampliata e circondata da splendidi giardini, che si sviluppavano con una scenografica doppia rampa che verso l’alto portava alle orangeries, recintate da un muro con due imponenti portali dal timpano mistilineo. I giardini erano irrigati grazie ad enormi riserve d’acqua contenute in grandi cisterne sotterranee. La lussuosa villa che, ergendosi più in alto rispetto alle abitazioni circostanti, godeva di una suggestiva vista sul golfo, fu ereditatata nel 1630 dalla nipote di Luigi di Stigliano e di Elisabetta, Donn’Anna Carafa, che vi celebrò fastosamente le sue nozze con il futuro Vicerè e che poi diede l’avvio alla costruzione di una fastosa villa a mare: Palazzo Donn’Anna. Alla sua morte la villa di Chiaia passò ai Guzmàn, discendenti del marito Vicerè duca di Medina. Durante la rivolta di Masaniello fu necessario difenderla con artiglierie e, pochi anni dopo, durante la peste, fu adibita a lazzaretto. Fu infine acquistata ai primi del ‘700 dal duca di Giovenazzo Antonio Giudice, principe di Cellamare. la costruzione aveva acquisito ormai le caratteristiche di un imponente palazzo cittadino. Fu poi tenuto in fitto per 1600 ducati l’anno dal principe di Francavilla. Parrino lo definì “paradiso in terra” ed era famoso per gli splendidi conviti, la sterminata famiglia di servi, gli equipaggi. Fu poi affittato alla Corona che vi ospitò i pittori di corte Angelica Kauffmann e Filippo Hackert. Tra gli ospiti bisogna annoverare Goethe e Giacomo Casanova. Durante gli eventi del 1799 il palazzo fu scelto come dimora dal comandante delle truppe francesi e poi per alcuni anni fu proprietà di Gioacchino Murat. Solo al ritorno di Ferdinando IV i Giudice poterono rientrarne in possesso. Pochi anni dopo fu nuovamente espropriato a causa dei debiti contratti dalla famiglia, che però riuscì a riacquistarlo nel 1822. Nel 1943 una parte del palazzo fu tagliata e demolita per l'allargamento di via Chiaia. Negli anni 1948-50 le antiche cave di tufo sottostanti l’edificio, a loro tempo servite per la sua erezione, furono parzialmente occupate dalla sala del cinema-teatro Metropolitan, attualmente Villaggio Warner.

Villa Doria d’Angri
Progetto di Villa Doria d’Angri
Progetto di Villa Doria d’Angri

Tra le ville di maggior rilievo a monte della via Posillipo va ricordata quella che nel 1833 il principe Marcantonio Doria, principe d’Angri fece realizzare dall’architetto Bartolomeo Grasso (1773-1835). Si eleva sul banco tufaceo della collina ed è raggiungibile sia da via Posillipo, per mezzo di una rampa a tornanti, sia da via Petrarca. L’edificio era già stato trasformato nel corso del Settecento da masseria a “villa di delizie” ad uso della famiglia Doria d’Angri che ne era proprietaria sin dal Cinquecento. Il Grasso ebbe l’incarico di rinnovarlo completamente e ne scaturì la più notevole villa neoclassica di Posillipo e tra le più costose costruite in quell’epoca anche a causa della creazione della lunga rampa di accesso. Vi si impiegarono “oltre a tre lustri ed oltre a ducati centomila”, riporta nella sua relazione lo stesso Grasso nel 1837 che aveva realizzato la sontuosa dimora in stile palladiano. Il progetto originale, oggi alterato da parziali soprelevazioni, presentava una costruzione a due piani su un alto basamento a tre ordini di arcate, decorato a bugne in stucco, che sostiene l’ampia terrazza che circonda la villa e su cui poggia per ciascun lato un loggiato con quattro colonne ioniche in stile neopalladiano. La decorazione degli interni fu affidata, con l’arredo, al toscano Guglielmo Bechi (1791-1852), trapiantato a Napoli ed appassionato estimatore e conoscitore di archeologia pompeiana. Fece infatti largo uso, nella decorazione, di motivi pompeiani, oltre che di specchi, candelabri, stucchi e maioliche. In prossimità dell’antico ingresso del parco all’inglese, terrazzato e piantato a palme ed eucalipti e decorato con elementi scultorei, è situata una pagoda ottagonale, visibile dalla strada, realizzata dall’architetto Antonio Francesconi (1806-1882), nel gusto dei divertissement anglo-cinesi allora in voga. Più a monte è collocata una torretta gotica. Il principe Marcantonio morì nel 1837, appena due anni dopo il completamento della villa. Gli eredi, dopo averne inutilmente tentata la vendita, la diedero in affitto per un periodo finchè nel 1857 la cedettero alla nobildonna inglese Maitland. Per molti anni vi è stato ubicato l’istituto scolastico Santa Dorotea, attualmente fa parte delle sedi dell’Istituto Navale Parthenope, che vi ospita anche importanti eventi e mostre d’arte. Conserva un ampio giardino di circa 12.200 mq. Nonostante le numerose trasformazioni, è ancora possibile ammirare la cosiddetta “anticamera ovale”, d’ispirazione pompeiana. Wagner fu ospite della villa e nel Parsifal trasfuse l’emozione dell’impatto con la bellezza del golfo, così che il salone principale è intitolato a lui.

Il libro

Dalla Prefazione di Mimmo Lliguoro:
Far uscire la conoscenza delle ville storiche napoletane dal chiuso delle trattazioni accademiche per segnalare aspetti meno noti della vita e della storia di Napoli e prendere campo contro l’indifferenza verso le opere d’arte sul territorio - vizio che indica un pericoloso deficit di coscienza del proprio passato e apre la via a un progressivo degrado civile -, sono questi gli intenti dichiarati di un libro che apre il sipario sul vasto e ricco scenario degli insediamenti storici urbani, in luoghi che la natura rese affascinanti dal tempo dei tempi.
Già una intenzione di questo timbro, sciolta in una meticolosa ricerca sul terreno, vasto e articolato, che va da Posillipo al Miglio d’Oro, può costituire una forte calamita di lettura. Ma a tutto questo si aggiunge (e lo si scopre pagina dopo pagina) un effetto sorprendente. L’indagine ricognitiva a mano a mano prende altre forme, si tramuta in una narrazione a mosaico, conducendo il lettore attraverso sentieri che portano al senso della storia. La storia di Napoli, lunga, aggrovigliata e drammatica, riflessa nei segni architettonici lasciati lungo il correre dei secoli dagli esponenti dei ceti dominanti, che nel costruire ville, giardini, palazzi a mare o in collina, intendevano dar conto del proprio status e godere delle ‘delizie’ naturali, facendo nello stesso tempo del luogo geografico - la città tra golfo, colline e presenze vulcaniche - un luogo storico, dalle vicende complesse e intricate. Leggibili oggi anche attraverso le costruzioni, ville gentilizie o masserie di campagna, che si inserivano nel paesaggio.
Nel cuore della città greca, romana, bizantina, normanna, aragonese, angioina, spagnola, borbonica, italiana, fermentava la vita agra di una popolazione in precarietà perenne. Sulle coste e sotto i pini trascorreva l’esistenza di nobili, aristocratici, grandi funzionari, intellettuali di rango. Secolo dopo secolo, una fase storica dopo l’altra. Segno plastico di quella divisione urbanistica e umana (le due Napoli) che segna le vicende della città con l’immobilità di un Giano bifronte.
Parlano le pietre, i ruderi, i resti delle costruzioni di pregio disseminate lungo le dorsali di Napoli, così come parlano palazzi e antiche case del centro storico. E comunicano discorsi eloquenti, che sarebbe criminoso cancellare o deturpare: la storia va interpretata e custodita per guardare al futuro.
Il numero delle residenze catalogate (quelle ancora esistenti, quelle ridotte a poca cosa, e quelle cancellate dal tempo o dalle speculazioni) e’ cospicuo. Può bastare a far comprendere quanto Napoli sia stata inserita, nel tempo, in un flusso di rapporti civili ed economici che la resero importante e anche ricercata da un numero molto alto di stranieri che la eleggevano a seconda patria. Una lunga storia che comincia in epoca greco-romana (basti dire Virgilio, Pollione con le sue ville, Lucullo con i suoi sfarzi). Da punta Campanella a Capo Miseno - scrisse Strabone - e’ tutto un susseguirsi di ville. In tante son finite in fondo al mare, a causa del bradisismo. Ville rustiche, legate al lavoro nei campi, e ville ‘di delizie’. Ma la storia non è statica.
La zona di Posillipo, amata dai romani, fu abbandonata nei secoli successivi, per essere poi riscoperta e riamata nel Seicento. In epoca rinascimentale, i valori correnti di armonia e bellezza si tradussero nella concezione urbanistica di una città ricca di verde, giardini e orti. Per gli investimenti economici c’erano le ‘fattorie’; per abitazione e svago di regnanti, nobili e ricchi si costruivano ville secondo l’archetipo romano.

Il libro di Yvonne Carbonaro, a cui ha collaborato il giovane Luigi Cosenza, punta la sua lente sulle direttrici della ‘vita in villa’: la fascia costiera di Chiaia, la costa orientale verso il Vesuvio dopo la costruzione della Reggia di Portici, il territorio di Capodimonte, la collina del Vomero. Nel centro, palazzi di nobili e abitazioni restrittive per il ‘popolo basso’.
A ogni epoca la sua porzione di territorio da edificare. I proprietari delle Ville si orientavano in base alle scelte generali, condizionate dalle decisioni dei regnanti. A seconda dei luoghi di insediamento della famiglia reale un sito veniva valorizzato, un altro lasciato.E sul filo di questa storia urbanistica le storie di uomini e donne trovavano collocazione ambientale… (continua)


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