|
Il
percorso poetico di Adele Desideri autrice torinese di nascita e
milanese di residenza, ospite oggi dello storico Caffè letterario
dell’Ussero [1], è costituito in particolare da alcuni libri dotati di
una forte connotazione individuale e di un notevole impatto emotivo.
Faccio riferimento nello specifico a Salomè del 2005, a
Non tocco gli ippogrifi del 2006 e a Il pudore dei gelsomini,
edito quest’anno da Raffaelli Editore di Rimini.
Ci soffermeremo soprattutto su quest’ultimo libro, senza tuttavia
dimenticare le tappe precedenti del percorso letterario della
Desideri anche allo scopo di fornire una visione d’insieme il più
possibile ampia, lasciando poi al lettore il gusto dell’ulteriore
scoperta e dell’ approfondimento.
Se nel libro Salomè, edito come detto nel 2005 dalle edizioni
“Il Filo” di Roma, l’autrice esprimeva con toni diretti e in buona
misura iconoclasti una rabbia densa di ribellioni e di impulsi, non
di rado di natura sensuale ed erotica, nel volume successivo Non
tocco gli ippogrifi edito per i tipi di Campanotto Editore, è
possibile rilevare fin dal titolo volutamente spiazzante, una vena
grottesca, surreale, in grado di dislocare su un piano meno
esplicito e più ironicamente allusivo, i temi cari alla vêrve e alla
intensità espressiva della Desideri.
Lo scarto di tempo che separa i volumi a cui si è fatto cenno, dal
recentissimo Il pudore dei gelsomini, ha operato una lenta ma
sensibile mutazione, pur nella continuità e nella coerenza di fondo.
Ne Il pudore dei gelsomini Adele Desideri, senza rinnegare le
urla e le grida con cui ha spalancato porte ed orecchie, trova un
tono più raccolto, intimo, meditato. Quasi a dire, a dirsi e a
dirci, che anche il tono elegiaco può essere trasgressivo, se per
trasgressione intendiamo tutto ciò che mira ad andare al di là del
banale dell’omologato e del globalizzato. Nel mondo attuale la vera
eversione è forse la riscoperta del legame profondo tra l’uomo e la
natura, così come i sentimenti più semplici ed autentici, la
famiglia, i luoghi delle origini e quelli scelti per affinità. Non
ultimo, alla base di tutto e al contempo meta ideale, l’amore.
Queste dimensioni non di rado si fondono tra loro, in un tutt’uno.
Un esempio fra i tanti possibili si trova nell’intensa lirica
Cartaceo di pagina 18, dove l’autrice osserva che:
I petali umettati si chiudono a conchiglia
nello spazio oltre il bosco e la fontanella.
Nei recessi volteggia la tenera foglia
che tu scolori ad ogni sospiro.
Sulla sabbia scrivi il tuo rimorso
al vento affidi la tua protervia.
Sono la pergamena, tu lo scriba.
Particolarmente frequenti e intensi sono i richiami alla figura
paterna, indicata come radice antica e salda di vita. Nella lirica
Caro Babbo di pagina 49, si mette in rapporto l’incertezza
dei giorni con
la certezza solida, come il rincorrersi delle stagioni, dell’amore:
Le gambe si inceppano,
l’anima è stanca,
il cuore balbetta,
i giorni si accumulano
il respiro si affanna.
Ma l’amore speso,
come l’uva matura,
colora la vigna e le viti.
Non è da credere tuttavia che questo libro ignori il lato oscuro del
mondo. Lo esplora, piuttosto, come in un viaggio di conoscenza.
La lirica Musica nera delle pagine 55/56 inizia con un verso
costituito da un solo famigerato nome Satàn e si dipana tra
orrori sacri e profani fino al verso conclusivo, Caino e i suoi
nati.
Sussiste, come necessario momento, tappa di un percorso di crescita
individuale, anche l’attimo della negazione di tutto, in un
alternarsi che non annienta e contraddice le invocazioni precedenti
all’amore cosmico e familiare, ma semmai ne costituisce una forma
differente, consapevole, matura, nella sua coraggiosa negatività. Un
po’ come il buio è necessario per dare dimensione alla luce.
Indicativa in tale ottica è la lirica Le cose di pag. 66.
Ma, nonostante tutto, a dispetto di questa presa di coscienza, i tre
versi che chiudono la raccolta contengono una esclamazione densa di
una forma attenta ma vivida di positività qualcosa che riassume in
sé i tre punti di riferimento della raccolta: il senso del legame
con la natura, il viaggio, nei territori del bene e del male, e
l’amore filiale e/o sensuale. Il tutto proiettato in un futuro che
dal presente ha origine e al presente ritorna, come recita la lirica
Testamento di pag.67:
Lascerò tre soli: tra i loro raggi qualcuno
Potrà scorgere un volto amoroso
Celato nel decomposto ghigno.
© Valeria Serofilli
* Vedi “Il pudore dei gelsomini”
di A. Desideri
[1] Caffè dell’Ussero, Pisa, 8 ottobre 2010
Valeria Serofilli in Modulazioni.it:
Poesia
Critica/Saggistica
|