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«Di tutte le
cose che soddisfano i suoi bisogni l’uomo attribuisce il maggior
valore a quelle che meno gli sono indispensabili». È uno dei tanti
aforismi che punteggiano il testo di Micheli. È un aforisma dal
sapore orientale, quasi una massima confuciana, ma è anche una
sentenza occidentale, che contiene una critica implicita al
capitalismo che in occidente ha avuto i propri albori. Vorrei
proporre come chiave di lettura del romanzo di Micheli la
sovrapposizione, il rovesciamento tra oriente e occidente che si
ritrova lungo tutto il testo, a cominciare dal titolo: La
grazia sufficiente. Un titolo pertinente alla piena teologia
cattolica e quindi occidentale. La grazia sufficiente è la grazia
che avremmo perso dopo la caduta del peccato originale; grazia
efficiente è invece il dono che Dio ci offre di ristabilirci nella
grazia originaria attraverso la morte e la resurrezione del Cristo.
Quello di grazia sufficiente, del resto, è anche concetto
fondamentale della teologia protestante, in particolare della
dottrina della predestinazione, nella quale Weber, come è accennato
in un passo del libro, vede nell’etica protestante il punto
germinale del capitalismo. Dunque un titolo che fa esplicito
riferimento alla teologia cristiana, occidentale, per un romanzo
però ambientato in Giappone. Due personaggi: un giapponese Taisho,
che studia per conformarsi al modello occidentale, e un olandese,
Baruch, che vivrà in Giappone ed assumerà gli usi e i costumi del
luogo. La scena principale del romanzo è posta a Nagasaki, città
che, a distanza di pochi anni da quelli in cui si svolgono le
vicende narrate, rappresentò il punto di impatto più devastante
nell’incontro tra Occidente e Oriente. Il libro offre un ricchissimo
campionario di tali luoghi d’incontro e rovesciamento, uno dei quale
è proprio la ricchezza. Una ricchezza intesa in senso occidentale,
sotto la categoria della quantità, ma non disgiunta da una
correlativa accezione orientale, quale ricchezza interiore e
dissipazione di essa. La ricchezza è anche la cifra più evidente
della concrezione stilistica dell’opera. Quello del Micheli è uno
stile ricercato, minuzioso, alto, dove ricorre un continuo utilizzo
di vocaboli desueti, non perché arcaici ma perché esclusi dall’uso
quotidiano della lingua; vi emerge un tentativo di riportare la
nostra lingua a una ricchezza che le è propria, proprio in un
momento in cui si sta, ovvio costatarlo, terribilmente impoverendo.
La critica letteraria ne fa all’autore in qualche modo un cruccio,
travisando completamente questo punto specifico. Anche critici
letterari rinomati, pur riconoscendone il valore di scrittore,
rimproverano a Micheli, chi direttamente chi indirettamente, il
limite dello stile. Io trovo che sia come muovere rimbrotto a Monna
Lisa perché non sorride a tutta bocca o per lo meno non se ne stia
seria come ritrattistica vuole. Lo stile è invece l’elemento
peculiare della scrittura di Micheli. Uno stile che esige senza
dubbio una grande attenzione, richiede al lettore la stessa fatica
richiesta all’autore per metterlo sulla pagina. Soltanto qualora si
consideri la letteratura come svago, gli può essere rimproverato uno
stile così personale e così riuscito. Uno stile troppo ricercato, è
stato detto; sicuramente ricercato, nel senso però di frutto di una
ricerca, che, peraltro, ottiene evidenti risultati. La grazia
sufficiente è il terzo romanzo del Micheli; chi conosca i precedenti
sa delle difficoltà che si incontrano nell’affrontarne le prime
pagine, e sa anche del piacere che si prova ad andare avanti, sa
della facilità con cui, una volta che si sia acquisita familiarità
con i modi narrativi dell’autore, si voglia impazientemente arrivare
all’epilogo e come, guardandosi poi indietro, si rimanga
estremamente grati alla ricercatezza e al non svilimento di parole
che costituiscono il valore della lingua italiana. Tipico dello
stile del Micheli è un continuo, quasi ossessivo, accoppiamento di
sostantivo e aggettivo, spesso di sostantivo e aggettivi. Scrive
Cesare Pavese nel Mestiere di vivere: «Anche se proviamo un palpito
di gioia a trovare un aggettivo accoppiato con riuscita a un
sostantivo, che mai si videro insieme, non è stupore all’eleganza
della cosa, alla prontezza dell’ingegno, all’abilità tecnica del
poeta che ci tocca, ma meraviglia alla nuova realtà portata in
luce». Il valore della prosa del Micheli risiede esattamente nella
capacità, dispiegata in ogni frase e in ogni periodo, di portare
alla luce nuove realtà, dapprima linguistiche ma che si trasformano,
poi, in nuove realtà prettamente percettive. Alla conclusione della
lettura di un romanzo di Micheli traiamo una percezione
dell’esistente estremamente più ricca di quanto ci era compagna
prima. Anche dal punto di vista narrativo riscontriamo una analoga
abbondanza (ricchezza) di temi e di strutture. E sono certo che la
critica meno attenta sarà pronta a pretendere il diritto di
bacchetta. Anche qui sarebbe solamente fraintendere un punto invece
essenziale. Due personaggi indipendenti, l’uno reincarnazione
dell’altro, forse, si incontrano in maniera sfumata, in sogno, un
ricongiungimento onirico. Si incontrano nuovamente, forse, di nuovo
nel capitolo conclusivo. Tutto ciò avviene in forme e stati di
coscienza molto vicini a quelli che Esiodo attribuisce a Hypnos,
figlio della Notte e fratello della Morte. Qua il sogno è soglia
privilegiata tra il mondo dell’al di qua e la vita dell’al di là,
tra la realtà presente ed una ulteriore. Il sogno, sia nella
filosofia orientale che nella nostra occidentale, è stato da sempre
considerato manifestazione di una realtà parallela, alternativa,
portatrice di messaggi peculiari e verità più profonde; dopo che il
razionalismo moderno lo ebbe relegato entro i confini
dell’illusorio, si sono dovute attendere le prove fornite dalla
psicanalisi affinché fosse rimesso al posto che gli compete. In tal
senso si potrebbe dare allo stile di Micheli la definizione di
realismo onirico, così come di onirico realismo si compone la
narrazione della Cabala. Anche nella struttura narrativa de La
grazia sufficiente ritroviamo due serie parallele e tra di loro
intrecciate: ancora una volta Occidente, nella precisione
linguistica e dei riferimenti culturali, e Oriente, nei concetti
portanti di possibilità e dissipazione. Taluni personaggi, talune
vicende vengono presentati con i chiari segni di essere determinanti
per il prosieguo della storia, e invece come così compaiono
dispaiono. Talvolta sembra che la storia prenda una certa via, ma
subito dopo ne imbocca invece una diversa e non prevedibile.
Personaggi che sembrano poter essere coprotagonisti svaniscono poi
nel nulla, proprio come nel sogno, proprio come nella vita, nella
realtà. La saggezza orientale ha inteso il concetto di giusto mezzo
come pari possibilità degli estremi. Solo Bruno e Spinoza, nella
filosofia occidentale, hanno espresso concezioni simili. Non a caso
il protagonista del romanzo di Micheli, ebreo convertito al
calvinismo, porta lo stesso nome di battesimo di Spinoza, Baruch. La
cifra che caratterizza i personaggi del romanzo e le loro relazioni
non è l’equidistanza, di consuetudine e stampo occidentali, bensì la
equiprobabilità; non è la mezza misura, la medietas, la mediocritas,
ma piuttosto una fluttuazione attiva, un movimento che si dispiega
di nuovo come in sogno, ancora una volta come nella realtà. Il
movimento nella filosofia orientale è un processo, una via; la
parola Tao significa ciò: la via. Il filosofo taoista Meng Zi
scrisse: «Si lede il Tao se ci si attiene all’uno, se si accoglie un
principio e se ne trascurano cento». Il taoismo invita dunque a
contemplare la pari probabilità di un accadimento e del suo
contrario. Tutto il testo di Micheli è, in qualche modo, una
ripetizione di questa saggezza orientale. Sembra che qualcosa
accada, ma la sua evenienza svanisce nel nulla; possibilità non
preparate dall’intreccio prendono invece importanza all’improvviso e
rilanciano la narrazione. Ritornando, per un attimo, sull’esame del
piano linguistico, la lingua del romanzo di Micheli si lascia
contaminare dai modi propri del mondo culturale che raffigura,
esprimendosi in alcuni passi per accenni, per additamenti. Nel modo
di parlare dell’Oriente una frase non si chiude come la si pensa e
la si chiude in occidente ma, per così dire, si riassorbe appena
accennata. Come in questo apologo che si trova nel libro di Zhuang
Zi: “Al maestro venne chiesto: «Che cos’è la saggezza». Il maestro
rispose: «Un allevatore di scimmie distribuiva ghiande alle scimmie
dicendo: vi darò tre ghiande al mattino quattro alla sera. Le
scimmie si dimostrarono innervosite. Ve ne darò quattro la mattina e
tre la sera. Le scimmie ne rimasero incantate». Si tratta di accenni
che non appartengono alla razionalità conchiusa, che abbisogna di un
significato immediato, quale si presenta nella forma tipica del
saggio filosofico occidentale. Anche l’esergo del romanzo di Micheli
è tratto dal libro di Zhuang Zi: “Una volta Zhuang-zi sognò che era
una farfalla svolazzante e soddisfatta della sua sorte e ignara di
essere Zhuang-zi. Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore
di essere Zhuang-zi. Non seppe più allora se era Zhuang-zi che
sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere
Zhuang-zi. Tra lui e la farfalla vi era una differenza. Questo è ciò
che chiamano la metamorfosi degli esseri”. Questo movimento è quello
del Tao, la via. E il libro di Micheli si chiude con una seconda
sentenza del libro di Zhaung Zi, riportata nella nota che chiosa
l’ultima frase del testo: “Il Tao supremo non ha nome; il discorso
supremo non ha parole; la benevolenza suprema esclude qualsiasi
benevolenza parziale; la purezza suprema è senza ostentazione; il
coraggio supremo è privo di crudeltà”. Nell’allusione, nella
suggestione, nel senso vago sta il fondamento della saggezza
orientale. In cinese la parola Wei ha un doppio significato: senso e
sapore. Il senso si gusta. Del resto anche nella nostra lingua il
termine saggezza deriva dal latino sapore. La logica del discorso
filosofico orientale non è di tipo razionale (ratio), che
ripartisce, ma è una logica sfumata, che si gusta e si lascia
sciogliere sulle papille gustative della mente o dell’anima. Nel
pensiero orientale esiste il contrario della verità, ma non è, come
in occidente, la falsità; è piuttosto la parzialità. Non vero è ciò
che non riesce ad abbracciare tutte le possibilità dell’esistente.
Si tratta, dunque, di un tipo di logica del tutto contraria a quella
esclusiva (non contraddizione, terzo escluso) su cui si fonda il
pensiero occidentale da Aristotele in poi. Tale logica è invece
inclusiva, ogni possibilità è mobile e fluttuante, e ricompare
ovunque lungo tutto il romanzo di Micheli. Auguste Blanqui,
rivoluzionario nizzardo che fu internato nella prigione dello
château d'If in seguito al fallimento della Comune di Parigi di cui
era stato membro, ebbe un’idea assolutamente orientale, che più
tardi Nietzsche riprese nella propria concezione dell’eterno ritorno
e che può rischiarare bene l’intreccio narrativo adottato da
Micheli. Scrive Blanqui nel breve saggio del 1871 L’éternité par les
astres: «Esiste una terra in cui ogni uomo segue la strada che il
suo sosia ha disprezzato nell'altra. La sua esistenza si sdoppia in
due globi diversi, e poi si biforca una seconda, una terza volta,
migliaia di volte. Possiede così dei sosia identici e incalcolabili
varianti di sosia, che sono la stessa persona moltiplicata, ma che
condividono solo dei frammenti dello stesso destino. Tutto ciò che
si sarebbe potuto essere quaggiù, lo si è altrove, da qualche altra
parte». Un’idea visionaria e terribilmente affascinante: altrove
continuano a vivere le possibilità che qui abbiamo scartato. Questo
sapiente utilizzo del concetto di possibilità è anche il merito che
si deve dare a un libro come La grazia sufficiente, al cui autore
dobbiamo essere grati per un testo di tanta ricchezza in un momento
di così buia povertà culturale, un testo tanto ricco da dissipare,
tanto onirico da mostrare che il reale è costituito da molteplici e
diversi possibili, che noi rifuggiamo quando siamo sopraffatti dalla
paura o quando li percepiamo quali possibili imprevisti, ostacoli al
tranquillante prevedibile e dei quali, per timore, ce ne priviamo.
Scrive Kong Zi nel libro dei Dialoghi, il Lun Yu: “Guardo in alto ed
è sempre più in alto. Cerco di entrarvi ed è sempre più
impenetrabile. Lo vedo davanti e ad un tratto è dietro.”
© Stefano Busellato
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