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Roberto Bertoldo, poeta, narratore, saggista

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / ROBERTO BERTOLDO


Anarchismo senza anarchia
 

Roberto Bertoldo, Anarchismo senza anarchia

Roberto Bertoldo
ANARCHISMO SENZA ANARCHIA
Mimesis, Milano 2009
ISBN 978-88-8483-939-8, pgg. 208, € 16,00


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INDICE

Premessa

Introduzione
La sensibilità libertaria. Dalla solidarietà dei bisogni alla solidarietà della sensibilità
Alcune questioni
Alcuni procedimenti: uguaglianza e cultura
La cultura come metodo, non necessariamente come acculturazione
Educazione e cultura. La scuola
Anarchismo e democrazia
Anarchismo senza anarchia
La natura umana. Identificazione e individuazione
Nullismo e fenomenognomica

Filosofia dell’anarchismo
Libertarismo e anarchismo
Libertà come autenticità (naturale) e libertà come autonomia (libero arbitrio)
Il potere
Libertà e potere
Proprietà e possesso
L’arte del controllo
Malatesta e Merlino di fronte alla questione del controllo
Sono più importanti i valori vitali o i princìpi costituzionali?
In quale misura la proprietà privata è un valore
Una rivisitazione del concetto di libertà
L’anarchismo e le altre forme politiche
I valori dell’anarchismo
Contro la mistica della valutazione commerciale
Dalla differenza alla disparità
La separazione di etica da umanità
Menzogna e contraddizione
I limiti della ragione
Necessità della logica emotiva
Anarchismo e nullismo
Cosa significherebbe essere assolutamente liberi
Desiderio e necessità
Rispettare la singolarità
La politica della singolarità come anarchismo compartecipe. Naturalezza della gerarchia
Il libertarismo diviene anarchismo
Caratteri dell’anarchismo come nullismo. Valori ideali, o princìpi, e valori naturali
L’anarchismo è un metodo contraddittorio
Amoralità dell’etica anarchica

Politica dell’anarchismo
Anarchismo e socialismo
Il rapporto con l’economia
Rivoluzione e rivoluzionari
Socialismo, capitalismo e rivoluzione
Mafiologia
Svalutazione culturale e massificazione
Anarchismo e mafia
La questione della legittimità dello Stato
L’evoluzione politica e la minimizzazione dello Stato
Il compito della cultura
Marxismo e anarchismo come nullismo
La cultura del libero amore e il disfattismo anarchico
L’anarchismo di Stato

Pratica dell’anarchismo
Gli svantaggi dell’egoismo
L’essenza dell’individuo
Uguaglianza e libertà
La contraddizione, risolvibile, delle democrazie
La democrazia anarchica
La sopravvivenza dell’anarchismo
Sull’astensionismo e il revisionismo anarchico
Democrazia anarchica e organizzazione
La solidarietà come organizzazione immanente. Contro i santi
Stati legali, illegali e non legali
Contro lo Stato?
Giustizia di legge e giustizia di valore
“Sulla teoria della democrazia”
Stato, parlamento e governo
Economia dell’anarchismo
Dopo i sogni
Economia e finanza. La malvagità dell’anarcocapitalismo
La necessità del federalismo

Considerazioni a latere

PREMESSA
Mi dispiace per gli anarchici tout-court, che stimo moltissimo, soprattutto i kropotkiniani e lo spirito di solidarietà che esprimono: io non ritengo irrealizzabile il loro modello sociale ma, volendo essere pragmatico, come fece Machiavelli accingendosi a scrivere il Principe, ho cercato di restare maggiormente vicino all’attualità, circa la quale mi è parsa più praticabile la svolta democratica del libertarismo anziché quella anarchica. Non è dunque il timore che la rivoluzione mi porti via i beni borghesi che posseggo a farmi recedere dall’anarchismo puro, ma la coscienza che oggi, nella società di nuovo fortemente classista che è andata formandosi, le rivoluzioni porterebbero morte gratuita tra noi del popolo, in quanto chi governa ha avuto buon gioco nel metterci povero contro povero. Tuttavia, come si vedrà, nella società che abbozzerò saranno già presenti le linee evolutive che potrebbero darle un assetto sempre più umano e libertario.

INTRODUZIONE
La sensibilità libertaria. Dalla solidarietà dei bisogni alla solidarietà della sensibilità

Si deve essere coerenti, quindi non criticare in assoluto le proprietà se se ne possiedono, o essere giusti, oltre che coerenti, cioè criticare le proprietà e liquidare quindi le proprie? Dobbiamo costruire ideologie coerenti con la nostra condizione o la nostra condizione su ideologie che consideriamo giuste ovvero funzionali a risolvere la deprecabile condizione dei più deboli?
Non è questa una questione marginale, soprattutto perché a volte gli anarchici, un po’ snobisticamente, denunciano l’imborghesimento di certe posizioni anarchiche considerate da “salotto”. La tesi fa il paio con quella più generale di chi ritiene che se non si sono vissute certe esperienze non si è in grado di capirle.
Ma ignorare alcune delle potenzialità decrittanti della sensibilità significa osservare il mondo in modo parziale, privandosi di certe capacità intuitive che hanno il potere di essere super partes, come in effetti dovrebbero esserlo gli anarchici o coloro che partono da posizioni anarchiche.
È vero che spesso l’interesse personale ha il sopravvento sulle potenzialità gnoseologiche, ma concedere solo ai nullatenenti di giudicare inopportuni lo Stato e la Chiesa, o più genericamente il potere politico e le ideologie opportunistiche, significa separare, senza possibilità di soluzione, gli anarchici dagli altri teorici impedendo a questi ultimi di divenire anarchici – a meno di essere nullatenenti – o di sostenere con le proprie posizioni politiche l’anarchismo costruttivo.
Invece, anche gli anarchici in pantofole possono servire, anzi a volte chi ha i piedi caldi e la pancia piena, se conserva la sensibilità accesa e non egotistica, è in grado di valutare, non dico serenamente, data l’indignazione che proverebbe verso ciò che capita nel mondo, ma accortamente, la condizione sociale dei suoi simili.
Stando così le cose, cominciamo con il mettere in primo piano le questioni e non le ideologie, ben sapendo che ciò comporta una grande attenzione metodologica, anche perché l’obiettivo comune di tutti gli uomini intelligenti è di preservare la vitalità costruttiva del mondo in cui vivono combattendo contro la sua vitalità distruttiva. Allora perché privarsi a priori dell’apporto di un altro uomo intelligente solo perché ha idee o comportamenti opposti? Non è forse il dialogo, quando c’è dall’altra parte la stessa volontà di portarlo avanti, il metodo più sereno e costruttivo per progredire?
Adoro gli anarchici che combattono non solo con la parola, tuttavia molti di essi, partendo dalla propria condizione di diseredati, a volte non fanno che seguire le pulsioni del loro interesse personale, non meno in ogni caso del borghese che si dice anarchico e viaggia in automobili di lusso. Rispetto ad essi, perciò, apprezzo di più l’impiegato che cerca di elaborare un sistema di società che permetta ai più poveri di avere le sue stesse possibilità. In altre parole, meglio un democratico o un liberale o addirittura un fascista, se pongono in primo piano i valori vitali, di un anarchico o di un socialista mossi dalla fame.
Questa è una metodica anarchica, cioè sovraideologica e sovraclassista. Non si pensi però che una metodica anarchica debba per forza produrre una visione anarchica della società. Semplicemente, una siffatta deontologia politica favorisce il dialogo e la discussione senza tutte quelle divisioni mentali, sociali, ecc., che avvantaggiano solo chi detiene il potere e vuole conservarlo.
Pertanto tra un borghese che, grazie alla sua sensibilità, si impegna ideologicamente e fattivamente alla formazione di una società più egualitaria e un proletario che mira allo stesso esito per via del suo interesse personale, preferisco il borghese, checché ne dica Bakunin: «Il popolo vuole ma non sa, la borghesia sa ma non vuole. Quale dei due è incurabile? La borghesia, senza dubbio»[1].
Se la borghesia non vuole, Bakunin ha ragione, e tuttavia egli dice che il popolo non sa e si chiede come faccia a sapere. «Forse con l’istruzione e la propaganda? Sono certo di grande importanza ed efficacia. Ma nell’attuale stato delle masse operaie sono insufficienti (…). E d’altronde, chi farebbe questa propaganda?» I borghesi sinceramente socialisti, ossia quelli che “vogliono”? Creerebbero diffidenza. Quindi «resta una sola via, quella della emancipazione attraverso la pratica: (…) quella della lotta solidale degli operai contro i padroni».[2].
Siamo tornati al punto d’inizio. La ‘solidarietà dei bisogni’ non è forte abbastanza da resistere alla soluzione individuale di questi bisogni; molti sindacalisti ne sono una dimostrazione: giunti a rappresentare i loro compagni hanno finito per fare il proprio interesse personale.
Ci vuole una ‘solidarietà della sensibilità’ affinché la possibilità di soddisfare i bisogni individuali non faccia perdere di vista gli obiettivi preliminari e, inoltre, solo la cultura induttiva è in grado di accrescere la sensibilità. Ma allora bisogna accettare chi sa e vuole risanare la società in senso egualitario, anche se borghese.[3].
Le esigenze del pensiero non sono meno forti delle esigenze del corpo, anzi lo sono di più. Bakunin è ingenuo. Egli dice: «La massa degli operai … è socialista senza saperlo; è, nel profondo del suo istinto, e per la forza stessa della sua posizione, più realmente socialista di tutti i socialisti scientifici e borghesi messi insieme. Lo è per tutte le condizioni della sua esistenza materiale, per tutti i bisogni del suo essere, mentre quegli altri lo sono solo per un’esigenza del loro pensiero; e, nella vita reale, i bisogni dell’essere esercitano sempre un potere ben più forte di quelli del pensiero, dato che il pensiero è qui, come ovunque e sempre, l’espressione dell’essere, il riflesso dei suoi successivi sviluppi, ma mai il suo principio».[4].
Nulla di più sbagliato. Chi è mosso da esigenze personali – e Bakunin spesso fa perno su queste esigenze sostenendo infatti che «ogni operaio serio è socialista per tutte le necessità inerenti alla sua condizione miserabile»[5] (corsivo mio) e, se non lo è, è solo per ignoranza (non potrebbe invece non esserlo perché pensa anche agli interessi di chi non è operaio?) – non può che essere un manovale della rivoluzione ed è, sotto un certo aspetto, un mercenario. La sua eventuale vocazione altruistica è affidabile tanto quanto quella del borghese privo di problemi materiali. Quest’ultimo può certo essere mosso dall’ozio, ma se il suo pensiero è l’espressione dell’essere altrui, se sorge sullo spettacolo del mondo degradato, allora non potrà trovare soddisfazione in compromessi politici o personali. Anzi, anche i compromessi lo indignano. Egli vuole caparbiamente realizzare il suo ideale di libertà sociale, vuole nullisticamente realizzare i valori vitali di cui ogni uomo ha diritto. Potete offrirgli un posto al sole, soddisfare quei piaceri ai quali ha rinunciato a priori, mai distoglierà gli occhi dal suo obiettivo. Chi rinuncia ad una parte di potere per un’esigenza di giustizia, è in grado di rinunciare ad ogni tipo di potere.
Prendete invece un uomo che non vede oltre il proprio interesse, potete asservirlo fin quando gli terrete la carota sul muso, ma se potrà mangiarserla non si preoccuperà di chi muore di fame al suo fianco. Quale educazione alla solidarietà potrà mai dare con il suo esempio? Chi si muove spinto solo dai propri bisogni è capace di farsi sopraffare da tutti gli altri suoi bisogni ed è quindi vile, perché la sottomissione ai propri bisogni costituisce la viltà. Ho visto uomini lottare per il pane a fianco del loro trascinatore e rinunciare al pane appena il tiranno si presentava con un’ascia o una nuova carota in mano. Mentre alcuni condottieri hanno rinunciato ad ogni bene per preservare il loro esempio.
L’onestà degli intenti è indipendente dalla classe sociale di appartenenza, come la sensibilità può essere indipendente dall’esperienza specifica. Fare della lotta di classe un apriori significa confondere l’ideologia con l’ideale, significa essere schiavi di un atteggiamento voluto da chi ci domina: padroni, fate scontrare tra loro gli idealisti, create classi economiche in luogo di classi mentali, e gli stessi poveri vi difenderanno dalle congiure del dialogo.
Le forme di separazione del popolo, che non è un’entità economica e sociale ma mentale, ossia intellettuale ed emotiva, sono sempre un danno per il popolo stesso. Il popolo ha bisogno di uomini autentici, anzi un popolo autentico è composto solo da uomini che preservano i valori su cui la natura costruisce la vita. Questi uomini non possono costituire classi diverse in fatto di mentalità, prima, di economia poi. Sono questi uomini a costituire lo zoccolo duro della società, il fulcro attorno al quale ruota la difesa dei valori comuni dai valori frivoli delle minoranze al potere.
Lo scontro sociale è in definitiva uno scontro di valori, non di classi. Le ambizioni non vitali, non necessarie, non devono avere presa in una società autentica, ossia fedele alla naturalità degli esseri viventi. Bisogna lottare contro tali ambizioni, questo devono fare le forze politiche. Non devono strizzare l’occhio a precise categorie socio-economiche, ma alle persone migliori presenti in esse. Devono sostituire, agli interessi materiali corporativistici, gli interessi spirituali e naturali dell’uomo in quanto forma di vita. I veri anarchici, al di là poi della validità o meno della loro proposta, non possono prescindere da questo e infatti non si schierano, anche se a volte in seguito alle loro delusioni ne hanno l’aria, con una classe o l’altra, come invece fanno i socialisti.
Ho presente il fastidio che provò l’anarchico Luigi Fabbri quando lesse la seguente affermazione del socialista Bucharin, orientato ad esautorare grossolanamente gli anarchici dall’elettorato proletario: «L’anarchia non è l’ideologia del proletariato, ma quella dei gruppi che stanno al di fuori delle classi (…), staccati da ogni lavoro produttivo: è l’ideologia di quella plebe di pezzenti (…), categoria che si recluta tra i proletari, i borghesi rovinati, gli intellettuali decaduti, i contadini … impoveriti (…). L’anarchia è il prodotto del disfacimento della società capitalistica (…). E la classe operaia, lottando contro la sua dissoluzione economica, deve lottare anche contro la sua dissoluzione ideologica, prodotto della quale è l’anarchia».[6].
Ovviamente queste persone diseredate presumono di ricavare dall’anarchismo i vantaggi che l’anarchia può concedere loro, in altre parole vedono solo l’aspetto distruttivo dell’anarchismo, e ciò quindi rende inesatta e parziale la visione di Bucharin, che confonde l’anarchia con l’anarchismo; allo stesso tempo, però, Bucharin, a parte l’errore terminologico, non ha pienamente torto, in quanto l’anarchismo molte volte, soprattutto quando scade a livello mafioso, ricava la sua manovalanza dal sottoproletariato.
Ma siamo di nuovo nell’ambito dell’interesse personale e lì non si crea nessun progetto politico concreto.
Dunque, perché non allargare l’elettorato anarchico alle classi sociali abbienti, puntando più sulla sensibilità che sull’interesse? Anzi, è questo allargamento che io considero una svolta importante dell’anarchismo, anche se ciò dovesse costare qualche impurità ideologica, che tra l’altro poco importa al vero anarchico, che mette invece in primo piano i valori della vita.

__________

[1] Michail Bakunin, Politique de l’Internationale, parte II, «L’Égalité», 14 agosto 1869.
[2] Ibidem.
[3] In teoria Bakunin non è contrario al fatto che un borghese si venga a «porre sotto la bandiera dei lavoratori» (Politique de l’Internationale, parte IV, «L’Égalité», 28 agosto 1869), però in pratica gli chiede di divenire proletario, mantenendo dunque la lotta di classe. Tuttavia ha ragione Bakunin quando sostiene che chi vuole davvero l’uguaglianza non può preporre l’uguaglianza politica a quella economica, ma viceversa.
[4] Politique de l’Internationale, parte II, cit.
[5] Bakunin, Politique de l’Internationale, parte III, «L’Égalité», 21 agosto 1869.
[6] Bucharin in Nicolaj Bucharin, Luigi Fabbri, Anarchia e comunismo scientifico, Altamurgia editore, Ivrea 1973, pp.  24-25.

© Roberto Bertoldo, da "Anarchismo senza anarchia"


Il libro

Partendo da una rivalutazione assiologica del mondo (detta “nullismo”) e dalla sua comprensione (mediante la “fenomenognomica”), l’autore rifonda l’anarchismo su princìpi umanitari (la vita) e logici (l’onestà). L’anarchismo non è dunque, fenomenicamente, privo di metodo e di modelli, e tuttavia la sua assunzione della logica emotiva preserva l’adesione alla libertà ideativa, senza la quale l’anarchismo cadrebbe in forme politiche pregiudiziali.
Sotto questa luce, l’anarchismo, visto come riduzione del libertarismo, è la propensione verso l’irrealizzabile anarchia e trova, in questa propensione vitalistica e titanica, la forza della propria equità politica e del proprio coraggio.
Nel suo percorso, l’autore si confronta con le forme politiche di base rintracciando in esse gli elementi necessari alla riformulazione pratica dell’anarchismo, tenendo nella dovuta considerazione la naturale gerarchizzazione della società.

L’autore

Roberto Bertoldo ha scritto libri di poesia, di narrativa e di filosofia. Tra le sue pubblicazioni, i romanzi “Lucifero di Wittenberg – Anschluss” (1998), “Anche gli ebrei sono cattivi” (2002), “L’infame” (2009), “Ladyboy” (2009); i saggi “Nullismo e letteratura” (1998), “Principi di fenomenognomica” (2003), “Sui fondamenti dell’amore” (2006), “Anarchismo senza anarchia” (2009); i libri di poesie “Il calvario delle gru” (2000), “L’archivio delle bestemmie” (2006).


Roberto Bertoldo, L'archivio delle bestemmie (poesie)
Roberto Bertoldo, Ladyboy (romanzo)
Roberto Bertoldo, Sui fondamenti dell'amore (saggio)

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.