|
INDICE
Premessa
Introduzione
La sensibilità libertaria. Dalla solidarietà dei bisogni alla
solidarietà della sensibilità
Alcune questioni
Alcuni procedimenti: uguaglianza e cultura
La cultura come metodo, non necessariamente come acculturazione
Educazione e cultura. La scuola
Anarchismo e democrazia
Anarchismo senza anarchia
La natura umana. Identificazione e individuazione
Nullismo e fenomenognomica
Filosofia dell’anarchismo
Libertarismo e anarchismo
Libertà come autenticità (naturale) e libertà come autonomia (libero
arbitrio)
Il potere
Libertà e potere
Proprietà e possesso
L’arte del controllo
Malatesta e Merlino di fronte alla questione del controllo
Sono più importanti i valori vitali o i princìpi costituzionali?
In quale misura la proprietà privata è un valore
Una rivisitazione del concetto di libertà
L’anarchismo e le altre forme politiche
I valori dell’anarchismo
Contro la mistica della valutazione commerciale
Dalla differenza alla disparità
La separazione di etica da umanità
Menzogna e contraddizione
I limiti della ragione
Necessità della logica emotiva
Anarchismo e nullismo
Cosa significherebbe essere assolutamente liberi
Desiderio e necessità
Rispettare la singolarità
La politica della singolarità come anarchismo compartecipe.
Naturalezza della gerarchia
Il libertarismo diviene anarchismo
Caratteri dell’anarchismo come nullismo. Valori ideali, o princìpi,
e valori naturali
L’anarchismo è un metodo contraddittorio
Amoralità dell’etica anarchica
Politica dell’anarchismo
Anarchismo e socialismo
Il rapporto con l’economia
Rivoluzione e rivoluzionari
Socialismo, capitalismo e rivoluzione
Mafiologia
Svalutazione culturale e massificazione
Anarchismo e mafia
La questione della legittimità dello Stato
L’evoluzione politica e la minimizzazione dello Stato
Il compito della cultura
Marxismo e anarchismo come nullismo
La cultura del libero amore e il disfattismo anarchico
L’anarchismo di Stato
Pratica dell’anarchismo
Gli svantaggi dell’egoismo
L’essenza dell’individuo
Uguaglianza e libertà
La contraddizione, risolvibile, delle democrazie
La democrazia anarchica
La sopravvivenza dell’anarchismo
Sull’astensionismo e il revisionismo anarchico
Democrazia anarchica e organizzazione
La solidarietà come organizzazione immanente. Contro i santi
Stati legali, illegali e non legali
Contro lo Stato?
Giustizia di legge e giustizia di valore
“Sulla teoria della democrazia”
Stato, parlamento e governo
Economia dell’anarchismo
Dopo i sogni
Economia e finanza. La malvagità dell’anarcocapitalismo
La necessità del federalismo
Considerazioni a latere
PREMESSA
Mi dispiace per gli anarchici tout-court, che stimo moltissimo,
soprattutto i kropotkiniani e lo spirito di solidarietà che
esprimono: io non ritengo irrealizzabile il loro modello sociale ma,
volendo essere pragmatico, come fece Machiavelli accingendosi a
scrivere il Principe, ho cercato di restare maggiormente vicino
all’attualità, circa la quale mi è parsa più praticabile la svolta
democratica del libertarismo anziché quella anarchica. Non è dunque
il timore che la rivoluzione mi porti via i beni borghesi che
posseggo a farmi recedere dall’anarchismo puro, ma la coscienza che
oggi, nella società di nuovo fortemente classista che è andata
formandosi, le rivoluzioni porterebbero morte gratuita tra noi del
popolo, in quanto chi governa ha avuto buon gioco nel metterci
povero contro povero. Tuttavia, come si vedrà, nella società che
abbozzerò saranno già presenti le linee evolutive che potrebbero
darle un assetto sempre più umano e libertario.
INTRODUZIONE
La sensibilità libertaria. Dalla
solidarietà dei bisogni alla solidarietà della sensibilità
Si deve essere coerenti, quindi
non criticare in assoluto le proprietà se se ne possiedono, o essere
giusti, oltre che coerenti, cioè criticare le proprietà e liquidare
quindi le proprie? Dobbiamo costruire ideologie coerenti con la
nostra condizione o la nostra condizione su ideologie che
consideriamo giuste ovvero funzionali a risolvere la deprecabile
condizione dei più deboli?
Non è questa una questione
marginale, soprattutto perché a volte gli anarchici, un po’
snobisticamente, denunciano l’imborghesimento di certe posizioni
anarchiche considerate da “salotto”. La tesi fa il paio con quella
più generale di chi ritiene che se non si sono vissute certe
esperienze non si è in grado di capirle.
Ma ignorare alcune delle
potenzialità decrittanti della sensibilità significa osservare il
mondo in modo parziale, privandosi di certe capacità intuitive che
hanno il potere di essere super partes, come in effetti
dovrebbero esserlo gli anarchici o coloro che partono da posizioni
anarchiche.
È vero che spesso l’interesse
personale ha il sopravvento sulle potenzialità gnoseologiche, ma
concedere solo ai nullatenenti di giudicare inopportuni lo Stato e
la Chiesa, o più genericamente il potere politico e le ideologie
opportunistiche, significa separare, senza possibilità di soluzione,
gli anarchici dagli altri teorici impedendo a questi ultimi di
divenire anarchici – a meno di essere nullatenenti – o di sostenere
con le proprie posizioni politiche l’anarchismo costruttivo.
Invece, anche gli anarchici in
pantofole possono servire, anzi a volte chi ha i piedi caldi e la
pancia piena, se conserva la sensibilità accesa e non egotistica, è
in grado di valutare, non dico serenamente, data l’indignazione che
proverebbe verso ciò che capita nel mondo, ma accortamente, la
condizione sociale dei suoi simili.
Stando così le cose, cominciamo
con il mettere in primo piano le questioni e non le ideologie, ben
sapendo che ciò comporta una grande attenzione metodologica, anche
perché l’obiettivo comune di tutti gli uomini intelligenti è di
preservare la vitalità costruttiva del mondo in cui vivono
combattendo contro la sua vitalità distruttiva. Allora perché
privarsi a priori dell’apporto di un altro uomo intelligente solo
perché ha idee o comportamenti opposti? Non è forse il dialogo,
quando c’è dall’altra parte la stessa volontà di portarlo avanti, il
metodo più sereno e costruttivo per progredire?
Adoro gli anarchici che
combattono non solo con la parola, tuttavia molti di essi, partendo
dalla propria condizione di diseredati, a volte non fanno che
seguire le pulsioni del loro interesse personale, non meno in ogni
caso del borghese che si dice anarchico e viaggia in automobili di
lusso. Rispetto ad essi, perciò, apprezzo di più l’impiegato che
cerca di elaborare un sistema di società che permetta ai più poveri
di avere le sue stesse possibilità. In altre parole, meglio un
democratico o un liberale o addirittura un fascista, se pongono in
primo piano i valori vitali, di un anarchico o di un socialista
mossi dalla fame.
Questa è una metodica anarchica,
cioè sovraideologica e sovraclassista. Non si pensi però che una
metodica anarchica debba per forza produrre una visione anarchica
della società. Semplicemente, una siffatta deontologia politica
favorisce il dialogo e la discussione senza tutte quelle divisioni
mentali, sociali, ecc., che avvantaggiano solo chi detiene il potere
e vuole conservarlo.
Pertanto tra un borghese che,
grazie alla sua sensibilità, si impegna ideologicamente e
fattivamente alla formazione di una società più egualitaria e un
proletario che mira allo stesso esito per via del suo interesse
personale, preferisco il borghese, checché ne dica Bakunin: «Il
popolo vuole ma non sa, la borghesia sa ma non vuole. Quale dei due
è incurabile? La borghesia, senza dubbio»[1].
Se la borghesia non vuole,
Bakunin ha ragione, e tuttavia egli dice che il popolo non sa e si
chiede come faccia a sapere. «Forse con l’istruzione e la
propaganda? Sono certo di grande importanza ed efficacia. Ma
nell’attuale stato delle masse operaie sono insufficienti (…). E
d’altronde, chi farebbe questa propaganda?» I borghesi sinceramente
socialisti, ossia quelli che “vogliono”? Creerebbero diffidenza.
Quindi «resta una sola via, quella della emancipazione attraverso la
pratica: (…) quella della lotta solidale degli operai contro i
padroni».[2].
Siamo tornati al punto d’inizio.
La ‘solidarietà dei bisogni’ non è forte abbastanza da resistere
alla soluzione individuale di questi bisogni; molti sindacalisti ne
sono una dimostrazione: giunti a rappresentare i loro compagni hanno
finito per fare il proprio interesse personale.
Ci vuole una ‘solidarietà della
sensibilità’ affinché la possibilità di soddisfare i bisogni
individuali non faccia perdere di vista gli obiettivi preliminari e,
inoltre, solo la cultura induttiva è in grado di accrescere la
sensibilità. Ma allora bisogna accettare chi sa e vuole risanare la
società in senso egualitario, anche se borghese.[3].
Le esigenze del pensiero non sono
meno forti delle esigenze del corpo, anzi lo sono di più. Bakunin è
ingenuo. Egli dice: «La massa degli operai … è socialista senza
saperlo; è, nel profondo del suo istinto, e per la forza stessa
della sua posizione, più realmente socialista di tutti i socialisti
scientifici e borghesi messi insieme. Lo è per tutte le condizioni
della sua esistenza materiale, per tutti i bisogni del suo essere,
mentre quegli altri lo sono solo per un’esigenza del loro pensiero;
e, nella vita reale, i bisogni dell’essere esercitano sempre un
potere ben più forte di quelli del pensiero, dato che il pensiero è
qui, come ovunque e sempre, l’espressione dell’essere, il riflesso
dei suoi successivi sviluppi, ma mai il suo principio».[4].
Nulla di più sbagliato. Chi è
mosso da esigenze personali – e Bakunin spesso fa perno su queste
esigenze sostenendo infatti che «ogni operaio serio è
socialista per tutte le necessità inerenti alla sua condizione
miserabile»[5]
(corsivo mio) e, se non lo è, è solo per ignoranza (non potrebbe
invece non esserlo perché pensa anche agli interessi di chi non è
operaio?) – non può che essere un manovale della rivoluzione ed è,
sotto un certo aspetto, un mercenario. La sua eventuale vocazione
altruistica è affidabile tanto quanto quella del borghese privo di
problemi materiali. Quest’ultimo può certo essere mosso dall’ozio,
ma se il suo pensiero è l’espressione dell’essere altrui, se sorge
sullo spettacolo del mondo degradato, allora non potrà trovare
soddisfazione in compromessi politici o personali. Anzi, anche i
compromessi lo indignano. Egli vuole caparbiamente realizzare il suo
ideale di libertà sociale, vuole nullisticamente realizzare i valori
vitali di cui ogni uomo ha diritto. Potete offrirgli un posto al
sole, soddisfare quei piaceri ai quali ha rinunciato a priori, mai
distoglierà gli occhi dal suo obiettivo. Chi rinuncia ad una parte
di potere per un’esigenza di giustizia, è in grado di rinunciare ad
ogni tipo di potere.
Prendete invece un uomo che non
vede oltre il proprio interesse, potete asservirlo fin quando gli
terrete la carota sul muso, ma se potrà mangiarserla non si
preoccuperà di chi muore di fame al suo fianco. Quale educazione
alla solidarietà potrà mai dare con il suo esempio? Chi si muove
spinto solo dai propri bisogni è capace di farsi sopraffare da tutti
gli altri suoi bisogni ed è quindi vile, perché la sottomissione ai
propri bisogni costituisce la viltà. Ho visto uomini lottare per il
pane a fianco del loro trascinatore e rinunciare al pane appena il
tiranno si presentava con un’ascia o una nuova carota in mano.
Mentre alcuni condottieri hanno rinunciato ad ogni bene per
preservare il loro esempio.
L’onestà degli intenti è
indipendente dalla classe sociale di appartenenza, come la
sensibilità può essere indipendente dall’esperienza specifica. Fare
della lotta di classe un apriori significa confondere l’ideologia
con l’ideale, significa essere schiavi di un atteggiamento voluto da
chi ci domina: padroni, fate scontrare tra loro gli idealisti,
create classi economiche in luogo di classi mentali, e gli stessi
poveri vi difenderanno dalle congiure del dialogo.
Le forme di separazione del popolo, che non è un’entità economica e sociale ma mentale,
ossia intellettuale ed emotiva, sono sempre un danno per il
popolo stesso. Il popolo ha bisogno di uomini autentici, anzi un
popolo autentico è composto solo da uomini che preservano i valori
su cui la natura costruisce la vita. Questi uomini non possono
costituire classi diverse in fatto di mentalità, prima, di economia
poi. Sono questi uomini a costituire lo zoccolo duro della società,
il fulcro attorno al quale ruota la difesa dei valori comuni dai
valori frivoli delle minoranze al potere.
Lo scontro sociale è in
definitiva uno scontro di valori, non di classi. Le ambizioni non
vitali, non necessarie, non devono avere presa in una società
autentica, ossia fedele alla naturalità degli esseri viventi.
Bisogna lottare contro tali ambizioni, questo devono fare le forze
politiche. Non devono strizzare l’occhio a precise categorie
socio-economiche, ma alle persone migliori presenti in esse. Devono
sostituire, agli interessi materiali corporativistici, gli interessi
spirituali e naturali dell’uomo in quanto forma di vita. I veri
anarchici, al di là poi della validità o meno della loro proposta,
non possono prescindere da questo e infatti non si schierano, anche
se a volte in seguito alle loro delusioni ne hanno l’aria, con una
classe o l’altra, come invece fanno i socialisti.
Ho presente il fastidio che provò
l’anarchico Luigi Fabbri quando lesse la seguente affermazione del
socialista Bucharin, orientato ad esautorare grossolanamente gli
anarchici dall’elettorato proletario: «L’anarchia non è l’ideologia
del proletariato, ma quella dei gruppi che stanno al di fuori delle
classi (…), staccati da ogni lavoro produttivo: è l’ideologia di
quella plebe di pezzenti (…), categoria che si recluta tra i
proletari, i borghesi rovinati, gli intellettuali decaduti, i
contadini … impoveriti (…). L’anarchia è il prodotto del
disfacimento della società capitalistica (…). E la classe operaia,
lottando contro la sua dissoluzione economica, deve lottare anche
contro la sua dissoluzione ideologica, prodotto della quale è
l’anarchia».[6].
Ovviamente queste persone
diseredate presumono di ricavare dall’anarchismo i vantaggi che
l’anarchia può concedere loro, in altre parole vedono solo l’aspetto
distruttivo dell’anarchismo, e ciò quindi rende inesatta e parziale
la visione di Bucharin, che confonde l’anarchia con l’anarchismo;
allo stesso tempo, però, Bucharin, a parte l’errore terminologico,
non ha pienamente torto, in quanto l’anarchismo molte volte,
soprattutto quando scade a livello mafioso, ricava la sua
manovalanza dal sottoproletariato.
Ma siamo di nuovo nell’ambito
dell’interesse personale e lì non si crea nessun progetto politico
concreto.
Dunque, perché non allargare l’elettorato anarchico alle classi sociali
abbienti, puntando più sulla sensibilità che sull’interesse? Anzi, è
questo allargamento che io considero una svolta importante
dell’anarchismo, anche se ciò dovesse costare qualche impurità
ideologica, che tra l’altro poco importa al vero anarchico, che
mette invece in primo piano i valori della vita.
__________
[1] Michail Bakunin, Politique de l’Internationale, parte
II, «L’Égalité», 14 agosto 1869.
[2] Ibidem.
[3] In teoria Bakunin non è contrario al fatto che un borghese
si venga a «porre sotto la bandiera dei lavoratori» (Politique
de l’Internationale, parte IV, «L’Égalité», 28 agosto
1869), però in pratica gli chiede di divenire proletario,
mantenendo dunque la lotta di classe. Tuttavia ha ragione
Bakunin quando sostiene che chi vuole davvero l’uguaglianza
non può preporre l’uguaglianza politica a quella economica,
ma viceversa.
[4] Politique de l’Internationale, parte II, cit.
[5] Bakunin, Politique de l’Internationale, parte III,
«L’Égalité», 21 agosto 1869.
[6] Bucharin in Nicolaj Bucharin, Luigi Fabbri, Anarchia e
comunismo scientifico, Altamurgia editore, Ivrea 1973,
pp. 24-25.
© Roberto Bertoldo, da "Anarchismo senza anarchia"
Il libro
Partendo da una rivalutazione assiologica del mondo (detta
“nullismo”) e dalla sua comprensione (mediante la
“fenomenognomica”), l’autore rifonda l’anarchismo su princìpi
umanitari (la vita) e logici (l’onestà). L’anarchismo non è dunque,
fenomenicamente, privo di metodo e di modelli, e tuttavia la sua
assunzione della logica emotiva preserva l’adesione alla libertà
ideativa, senza la quale l’anarchismo cadrebbe in forme politiche
pregiudiziali.
Sotto questa luce, l’anarchismo, visto come riduzione del
libertarismo, è la propensione verso l’irrealizzabile anarchia e
trova, in questa propensione vitalistica e titanica, la forza della
propria equità politica e del proprio coraggio.
Nel suo percorso, l’autore si confronta con le forme politiche di
base rintracciando in esse gli elementi necessari alla
riformulazione pratica dell’anarchismo, tenendo nella dovuta
considerazione la naturale gerarchizzazione della società.
L’autore
Roberto Bertoldo ha scritto libri di poesia, di narrativa e di
filosofia. Tra le sue pubblicazioni, i romanzi “Lucifero di
Wittenberg – Anschluss” (1998), “Anche gli ebrei sono cattivi”
(2002), “L’infame” (2009), “Ladyboy” (2009); i saggi “Nullismo e letteratura” (1998),
“Principi di fenomenognomica” (2003), “Sui fondamenti dell’amore”
(2006), “Anarchismo senza anarchia” (2009); i libri di poesie “Il
calvario delle gru” (2000), “L’archivio delle bestemmie” (2006).
Roberto Bertoldo,
L'archivio delle bestemmie
(poesie)
Roberto Bertoldo,
Ladyboy
(romanzo) Roberto Bertoldo,
Sui fondamenti
dell'amore (saggio)
|