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Rita Pacilio

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CRITICA-SAGGISTICA / RITA PACILIO


“Lasciati tradire” di Claudio Moica e Luca Sacchetti
(Albatros editore - ISBN 978-88-567-3453-9, pagine 91, € 13,90)

 

Lasciati tradire’ è un lavoro a quattro mani realizzato da Claudio Moica e Luca Sacchetti che si racconta a cuore aperto e con coraggio. Può essere definito un testo terapeutico psicosociologico perché affronta tematiche psicosociali come l’anoressia, i rapporti genitoriali o di coppia, la famiglia, la famiglia allargata, il dolore filiale, l’integrazione multietnica, la solitudine sociale, l’emarginazione territoriale.
A compromettere l’equilibrio degli intrecci di ogni storia di ‘Lasciati tradire’ è la sofferenza inespressa: il sacrificio personale che ognuno ha archiviato dentro se stesso. Così quando affiora il dolore emerge con toni ricattatori come una ‘voglia di morire di fame’: un credito da riscuotere. Oppure i malintesi di una coppia in cui ognuno interpreta l’altro in base alla propria esperienza, al proprio vissuto familiare, al proprio passato. ‘Alla base del malinteso, dice Vignati (psicoterapeuta) c’è la scarsa comunicazione’, cioè non ci si ascolta. Raggiungere la metacomunicazione vuol dire ritrovare l’intesa iniziale perché solo in questo modo la coppia ritrova se stessa e scioglie tutti i malintesi accumulati nel tempo. E il marinaio lo scopre partendo da se stesso, dalle proprie paure. Spesso diamo per scontato i nostri sentimenti e quelli dell’altro e non siamo capaci di confessarci. E’ il vuoto e la mancanza dei gesti che lascia spazio all’immaginazione e ai dubbi. Ecco l’insicurezza e le aspettative deluse. E i viaggi dentro e fuori di noi. La ricerca altrove di noi stessi. Ma dove finisce e dove comincia la linea di demarcazione del proprio ‘lui’/’lei’ clandestino? Chi o cosa definisce il limite sentimentale o sessuale? E’ la piccola Jasmine a dare la grande lezione al lettore. Viene al mondo un esserino che si posiziona in quell’unico momento di dolcezza, in un’esistenza sentimentalmente difficile e impossibile della vita di un uomo combattuto da una libertà individuale e dal rispetto degli altri e di se stesso nella consapevolezza di essere un pezzo di isola ma una parte di un tutto.
Gli intrecci sono dolorosi: Carmela vive, muore, forse rivive. Ogni personaggio è capace di amare, di riamare dal buio più profondo della propria anima. E il lettore combatte la sua guerra più silenziosa e più dura. Ascolta. Comincia a rileggere la propria infanzia. Partecipa in prima persona. Diventa ora il cartomante, ora Carmela, ora Lucilla, ora la moglie, ora il marinaio.

“L’esperienza del dolore è un fenomeno globale che prende sia la sfera fisica che quella psichica e culturale. “L’indolenza scientifica, la lentezza burocratica, il moralismo – quanti ammalati, quale moltitudine hanno penalizzato?” [1] .
Non si può prescindere dal Settore Sanitario quando parliamo di “dolore inutile” ma il nostro obiettivo è quello di guardare al dolore nell’ampia visione culturale di un sentire sociale che lotta contro la sofferenza inutile come profondo bisogno di riconciliare i limiti della vita stessa con il diritto alla dignità di ciascun individuo sempre e in ogni istante. Il dolore non è una fatalità, bisogna imparare a guardarlo in faccia e trattarlo. Questo principio non interessa solo il nostro corpo: non sono ammalati solo coloro che soffrono patologie fisiche conclamate vissute, spesso, in modo disumano se privati dei farmaci capaci di alleviare le sofferenze. Sono ammalati anche tutti coloro che non hanno voce nella famiglia o nella società, coloro che sono a rischio di esclusione sociale o già esclusi, che vivono la precarietà delle relazioni umane. E’ necessario lo sviluppo di una cultura che dia ampia attenzione a queste esigenze; c’è bisogno di un orecchio che ascolti le parole indiscrete e i silenzi.
Se il dolore dei pazienti ricoverati può essere misurato deve svilupparsi la volontà di utilizzare strategie efficaci per prestare particolare attenzione al dolore sociale. La cultura in Italia ci spinge a pensare che un corpo malato debba necessariamente soffrire e che un problema psico-sociale non debba necessariamente procurare disagio agli altri. Invece è necessario dare risposta alla situazione di sofferenza psicologica che porta con sé l’incertezza del futuro con serie distorsioni delle aspettative e delle proiezioni della realtà. La perdita del ruolo sociale a causa di angoscia, depressione o isolamento può avere come conseguenza una deformazione del proprio progetto di vita. Il controllo dello stato di salute umorale di ciascun individuo è un diritto indiscutibile e prioritario. Anche l’ascolto del dolore costituisce un momento in cui si possono porre quesiti e ricevere risposte. Bisogna saper ascoltare il dolore fuori di noi e quello dentro di noi. Se si evita di parlarne non si risolve il problema. Ce lo insegnano i bambini. Infatti molti bambini hanno necessità di “consegnare” agli insegnanti il proprio disagio perché hanno bisogno di elaborare vissuti personali ancora non sistematizzati nella sfera emotiva in crescita. Possono emergere forti emozioni non sempre contenibili; così si dovrebbe insegnare ai piccoli o ai giovani ad approcciarsi alla sofferenza senza spaventarsi, attraversandola anche grazie all’elaborazione artistica (narrazione, disegno, poesia, musica, teatro, gioco) al fine di acquisire la capacità di far pace con il mondo fuori attraverso il percorso fatto dentro.” (“Quaderni del Centro Studi di Diritto dell’Università degli Studi del Sannio Introduzione e Parte III: “Al di la delle parole” a cura di Rita Pacilio) .
Sembra indispensabile liberarsi degli stereotipi e ritornare agli archetipi junghiani, quello della nostra essenza primitiva. I personaggi di ‘Lasciati tradire’ ci insegnano attraverso le loro fragilità umane a spogliarci di tutti i condizionamenti della società moderna e a condividere con loro momenti di vita per ritrovare contatti autentici con l’energia interiore. L’inquietudine lascia sempre un discorso in sospeso e trasmette un disagio più o meno visibile che confonde il lettore/attore spesso in bilico tra finzione e reale. La malinconia segreta del gioco degli specchi sposta l’attenzione dalla gelosia alla tristezza, dal rimpianto ai rimorsi. Così il tempo per amare dilata il tempo per vivere. Fino alla fine. Come il cammino più o meno burrascoso fatto di luci e ombre tra il destino della figlia e il suo rapporto con la madre. L’adolescenza, la fase del distacco si fisico che psicologico per conquistare la propria autonomia, il cambio dei ruoli con la maternità. Complicità, gelosie, amori, rapporti conflittuali, come un punto di partenza e di arrivo. Un punto indissolubile da cui può nascere autonomia o una prigionia. Il dialogo con la madre può permettere tutto: anche la magia di risolvere un rapporto conflittuale mai comunicato con il padre.
Elena Pulcini, docente di filosofia sociale all’Università di Firenze, nel suo ultimo libro ‘Il potere di unire’ sostiene che ‘il primo negoziato è con se stessi: è la ricerca di un sempre nuovo equilibrio tra la propria verità e l’ascolto dell’altro. Il primo aspetto ha a che fare con l’autenticità, che non è necessariamente coerenza, quanto piuttosto la disponibilità ad aderire a tutte le parti che compongono il sé, anche quelle meno desiderabili. Ognuno di noi infatti è costituito da un insieme di parti complesso positive e negative: più vengono riconosciute e più concorrono a creare quell’unità, quella coesione che ‘ci tiene insieme’, ci rende unici e ci permette di negoziare con l’altro’. Sempre secondo l’Esperta questo negoziato non avviene in solitudine. Ecco perché i protagonisti di ‘Lasciati tradire’ hanno avuto bisogno di ritornare ad unirsi con gli altri per ritrovarsi. Solo confrontandosi, infatti, solo dialogando tra di loro, scontrandosi, ognuno di loro è stato in grado di scoprire tutte le parti di sé.
Non bisogna mai sentirsi colpevoli dei propri errori e delle proprie fragilità. Siamo abituati ad avere di noi una visione monolitica, non riusciamo a suddividerci in parti: eppure nella nostra società moderna, una donna si alza al mattino ed è materna con i figli, poco più tardi è una manager in ufficio, poi è amica a pranzo con una collega, semmai dieci minuti è amante al telefono e poi ancora materna quando rientra a casa e di sera è moglie con il marito. Lo sforzo, quindi, è la continua trattativa con la disponibilità di mediare con le diverse parti che ci appartengono per raggiungere il nuovo equilibrio tra le diverse aspirazioni che dentro di noi spesso possono trovarsi in contrapposizione. E’ la stessa psicoanalisi che ci insegna a non rimuovere o cancellare gli errori commessi nonostante la famiglia o la società ce lo impongono perché prima o poi questi riaffiorerebbero con maggiore forza e con sofferenza. Sappiamo che dentro di noi dobbiamo imparare a far spazio a tutto venendo a patti con noi stessi: un compromesso che viene a sondare il nostro mondo emozionale. Gli strumenti sono la gentilezza, il silenzio, la lentezza, il dono, l’amore, l’abbandono; ecco perché Rousseau diceva che ‘nel frastuono delle passioni non si riesce a sentire niente’.
Maturare la propria fragilità è come voler dire essere forti. Non è facile ricostruire la propria etica, né il proprio dovere. Questi sono percorsi che avvengono dentro di noi di continuo e per lunghi periodi, processi responsabili di cui ciascuno dovrebbe farsi carico per diventare quel giunco tenace e flessibile.
Lasciati tradire’ è un messaggio di saggezza. Ogni intreccio doloroso lascia distanze accorciate. Spazi emozionali. Viaggi interni, terre, mari, itinerari, ricerca di se stessi. La sfida di imparare la sconfitta. Il piacere di condividere dualismi. Stabilire le priorità. Risolvere i conflitti nella prospettiva della bellezza interiore come unico motore possibile che ci aiuta a rialzarci per ritrovare altri percorsi. Strade diverse.

© Rita Pacilio

[1] S. Zavoli, Il dolore inutile. La pena in più del malato, Garzanti Libri, Milano, 2005

 

Claudio Moica e Luca Sacchetti, da Lasciati tradire, romanzo
Rita Pacilio-Claudio Moica, da Di ala in ala, poesie
 

 

 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.