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‘Lasciati
tradire’ è un lavoro a quattro mani realizzato da Claudio
Moica e Luca Sacchetti che si racconta a cuore aperto e con
coraggio. Può essere definito un testo terapeutico psicosociologico
perché affronta tematiche psicosociali come l’anoressia, i rapporti
genitoriali o di coppia, la famiglia, la famiglia allargata, il
dolore filiale, l’integrazione multietnica, la solitudine sociale,
l’emarginazione territoriale.
A compromettere l’equilibrio degli intrecci di ogni storia di ‘Lasciati
tradire’ è la sofferenza inespressa: il sacrificio personale
che ognuno ha archiviato dentro se stesso. Così quando affiora il
dolore emerge con toni ricattatori come una ‘voglia di morire di
fame’: un credito da riscuotere. Oppure i malintesi di una coppia in
cui ognuno interpreta l’altro in base alla propria esperienza, al
proprio vissuto familiare, al proprio passato. ‘Alla base del
malinteso, dice Vignati (psicoterapeuta) c’è la scarsa
comunicazione’, cioè non ci si ascolta. Raggiungere la
metacomunicazione vuol dire ritrovare l’intesa iniziale perché solo
in questo modo la coppia ritrova se stessa e scioglie tutti i
malintesi accumulati nel tempo. E il marinaio lo
scopre partendo da se stesso, dalle proprie paure. Spesso diamo per
scontato i nostri sentimenti e quelli dell’altro e non siamo capaci
di confessarci. E’ il vuoto e la mancanza dei gesti che lascia
spazio all’immaginazione e ai dubbi. Ecco l’insicurezza e le
aspettative deluse. E i viaggi dentro e fuori di noi. La ricerca
altrove di noi stessi. Ma dove finisce e dove comincia la linea di
demarcazione del proprio ‘lui’/’lei’ clandestino? Chi o cosa
definisce il limite sentimentale o sessuale? E’ la piccola Jasmine a
dare la grande lezione al lettore. Viene al mondo un esserino che si
posiziona in quell’unico momento di dolcezza, in un’esistenza
sentimentalmente difficile e impossibile della vita di un uomo
combattuto da una libertà individuale e dal rispetto degli altri e
di se stesso nella consapevolezza di essere un pezzo di isola ma una
parte di un tutto.
Gli intrecci sono dolorosi: Carmela vive, muore, forse rivive. Ogni
personaggio è capace di amare, di riamare dal buio più profondo
della propria anima. E il lettore combatte la sua guerra più
silenziosa e più dura. Ascolta. Comincia a rileggere la propria
infanzia. Partecipa in prima persona. Diventa ora il cartomante, ora
Carmela, ora Lucilla, ora la moglie, ora il marinaio.
“L’esperienza del dolore è un fenomeno globale che prende sia la
sfera fisica che quella psichica e culturale. “L’indolenza
scientifica, la lentezza burocratica, il moralismo – quanti
ammalati, quale moltitudine hanno penalizzato?” [1] .
Non si può prescindere dal Settore Sanitario quando parliamo di
“dolore inutile” ma il nostro obiettivo è quello di guardare al
dolore nell’ampia visione culturale di un sentire sociale che lotta
contro la sofferenza inutile come profondo bisogno di riconciliare i
limiti della vita stessa con il diritto alla dignità di ciascun
individuo sempre e in ogni istante. Il dolore non è una fatalità,
bisogna imparare a guardarlo in faccia e trattarlo. Questo principio
non interessa solo il nostro corpo: non sono ammalati solo coloro
che soffrono patologie fisiche conclamate vissute, spesso, in modo
disumano se privati dei farmaci capaci di alleviare le sofferenze.
Sono ammalati anche tutti coloro che non hanno voce nella famiglia o
nella società, coloro che sono a rischio di esclusione sociale o già
esclusi, che vivono la precarietà delle relazioni umane. E’
necessario lo sviluppo di una cultura che dia ampia attenzione a
queste esigenze; c’è bisogno di un orecchio che ascolti le parole
indiscrete e i silenzi.
Se il dolore dei pazienti ricoverati può essere misurato deve
svilupparsi la volontà di utilizzare strategie efficaci per prestare
particolare attenzione al dolore sociale. La cultura in Italia ci
spinge a pensare che un corpo malato debba necessariamente soffrire
e che un problema psico-sociale non debba necessariamente procurare
disagio agli altri. Invece è necessario dare risposta alla
situazione di sofferenza psicologica che porta con sé l’incertezza
del futuro con serie distorsioni delle aspettative e delle
proiezioni della realtà. La perdita del ruolo sociale a causa di
angoscia, depressione o isolamento può avere come conseguenza una
deformazione del proprio progetto di vita. Il controllo dello stato
di salute umorale di ciascun individuo è un diritto indiscutibile e
prioritario. Anche l’ascolto del dolore costituisce un momento in
cui si possono porre quesiti e ricevere risposte. Bisogna saper
ascoltare il dolore fuori di noi e quello dentro di noi. Se si evita
di parlarne non si risolve il problema. Ce lo insegnano i bambini.
Infatti molti bambini hanno necessità di “consegnare” agli
insegnanti il proprio disagio perché hanno bisogno di elaborare
vissuti personali ancora non sistematizzati nella sfera emotiva in
crescita. Possono emergere forti emozioni non sempre contenibili;
così si dovrebbe insegnare ai piccoli o ai giovani ad approcciarsi
alla sofferenza senza spaventarsi, attraversandola anche grazie
all’elaborazione artistica (narrazione, disegno, poesia, musica,
teatro, gioco) al fine di acquisire la capacità di far pace con il
mondo fuori attraverso il percorso fatto dentro.” (“Quaderni del
Centro Studi di Diritto dell’Università degli Studi del Sannio
Introduzione e Parte III: “Al di la delle parole” a
cura di Rita Pacilio) .
Sembra indispensabile liberarsi degli stereotipi e ritornare agli
archetipi junghiani, quello della nostra essenza primitiva. I
personaggi di ‘Lasciati tradire’ ci insegnano
attraverso le loro fragilità umane a spogliarci di tutti i
condizionamenti della società moderna e a condividere con loro
momenti di vita per ritrovare contatti autentici con l’energia
interiore. L’inquietudine lascia sempre un discorso in sospeso e
trasmette un disagio più o meno visibile che confonde il
lettore/attore spesso in bilico tra finzione e reale. La malinconia
segreta del gioco degli specchi sposta l’attenzione dalla gelosia
alla tristezza, dal rimpianto ai rimorsi. Così il tempo per amare
dilata il tempo per vivere. Fino alla fine. Come il cammino più o
meno burrascoso fatto di luci e ombre tra il destino della figlia e
il suo rapporto con la madre. L’adolescenza, la fase del distacco si
fisico che psicologico per conquistare la propria autonomia, il
cambio dei ruoli con la maternità. Complicità, gelosie, amori,
rapporti conflittuali, come un punto di partenza e di arrivo. Un
punto indissolubile da cui può nascere autonomia o una prigionia. Il
dialogo con la madre può permettere tutto: anche la magia di
risolvere un rapporto conflittuale mai comunicato con il padre.
Elena Pulcini, docente di filosofia sociale all’Università di
Firenze, nel suo ultimo libro ‘Il potere di unire’
sostiene che ‘il primo negoziato è con se stessi: è la ricerca di un
sempre nuovo equilibrio tra la propria verità e l’ascolto
dell’altro. Il primo aspetto ha a che fare con l’autenticità, che
non è necessariamente coerenza, quanto piuttosto la disponibilità ad
aderire a tutte le parti che compongono il sé, anche quelle meno
desiderabili. Ognuno di noi infatti è costituito da un insieme di
parti complesso positive e negative: più vengono riconosciute e più
concorrono a creare quell’unità, quella coesione che ‘ci tiene
insieme’, ci rende unici e ci permette di negoziare con l’altro’.
Sempre secondo l’Esperta questo negoziato non avviene in solitudine.
Ecco perché i protagonisti di ‘Lasciati tradire’ hanno
avuto bisogno di ritornare ad unirsi con gli altri per ritrovarsi.
Solo confrontandosi, infatti, solo dialogando tra di loro,
scontrandosi, ognuno di loro è stato in grado di scoprire tutte le
parti di sé.
Non bisogna mai sentirsi colpevoli dei propri errori e delle proprie
fragilità. Siamo abituati ad avere di noi una visione monolitica,
non riusciamo a suddividerci in parti: eppure nella nostra società
moderna, una donna si alza al mattino ed è materna con i figli, poco
più tardi è una manager in ufficio, poi è amica a pranzo con una
collega, semmai dieci minuti è amante al telefono e poi ancora
materna quando rientra a casa e di sera è moglie con il marito. Lo
sforzo, quindi, è la continua trattativa con la disponibilità di
mediare con le diverse parti che ci appartengono per raggiungere il
nuovo equilibrio tra le diverse aspirazioni che dentro di noi spesso
possono trovarsi in contrapposizione. E’ la stessa psicoanalisi che
ci insegna a non rimuovere o cancellare gli errori commessi
nonostante la famiglia o la società ce lo impongono perché prima o
poi questi riaffiorerebbero con maggiore forza e con sofferenza.
Sappiamo che dentro di noi dobbiamo imparare a far spazio a tutto
venendo a patti con noi stessi: un compromesso che viene a sondare
il nostro mondo emozionale. Gli strumenti sono la gentilezza, il
silenzio, la lentezza, il dono, l’amore, l’abbandono; ecco perché
Rousseau diceva che ‘nel frastuono delle passioni non si riesce a
sentire niente’.
Maturare la propria fragilità è come voler dire essere forti. Non è
facile ricostruire la propria etica, né il proprio dovere. Questi
sono percorsi che avvengono dentro di noi di continuo e per lunghi
periodi, processi responsabili di cui ciascuno dovrebbe farsi carico
per diventare quel giunco tenace e flessibile.
‘Lasciati tradire’ è un messaggio di saggezza. Ogni
intreccio doloroso lascia distanze accorciate. Spazi emozionali.
Viaggi interni, terre, mari, itinerari, ricerca di se stessi. La
sfida di imparare la sconfitta. Il piacere di condividere dualismi.
Stabilire le priorità. Risolvere i conflitti nella prospettiva della
bellezza interiore come unico motore possibile che ci aiuta a
rialzarci per ritrovare altri percorsi. Strade diverse.
© Rita Pacilio
[1]
S. Zavoli, Il dolore inutile. La pena in più del malato,
Garzanti Libri, Milano, 2005
Claudio Moica e Luca Sacchetti, da Lasciati tradire, romanzo Rita
Pacilio-Claudio Moica, da
Di ala in ala, poesie
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