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“Le vent se
lève - il faut tenter de vivre”. Più del maggio francese, più del
Vietnam, più degli assassinii di Martin Luther King e Robert
Kennedy, più della Primavera di Praga e degli esperimenti del
“socialismo dal volto umano” di Dubcek, più degli exploit di Nino
Benvenuti o degli insegnamenti impartiti dalle “battaglie” politiche
negli atenei di mezza Italia, è senz’altro questa malinconica gemma
rubata al Cimitero Marino (1922) di Paul Valéry per farla diventare
celebre graffito della Parigi sessantottina, ad essere diventata la
personale eredità ideale di quel mio glorioso anno di nascita. Il
1968, appunto.
Ritengo, infatti, che ci sia più capacità di dar da pensare allo
spirito in questa proposizione, di quanta se ne possa trovare nelle
montagne di saggistica prodotta allo scopo di spiegare vizi e virtù
di ogni altra (de)generazione moderna. Per intima associazione mi si
presentano alla mente alcuni momenti di estraniazione angosciante
riproposti nel The Waste Land di T.S. Eliot. Anche questo capolavoro
della letteratura modernista è del 1922.
La verità, sulla problematica “dell’eredità ideale”, è naturalmente
più complessa. A tratti, sfuggente. Una delle questioni che non sono
mai riuscita a chiarificare con me stessa, per esempio, è il perché
del rifiuto mentale delle cose pertinenti al ’68 e, soprattutto,
della scarsa simpatia con cui ho sempre guardato alla generazione
che il ’68 lo ha fatto vivere. La cosa rimane un mistero irrisolto
tanto più che non ho mai nascosto un dato “orgoglio” di essere nata
in quel fatidico giugno e non mi reputo tanto sciocca da non
comprendere la rilevanza socio-culturale, ma anche politica e
storica, degli avvenimenti elencati con una certa leggerezza di tono
nell’incipit di questo articolo.
Noi siamo anche figli delle storie che gli altri hanno saputo
inventare. E rendere vere. Le storie del ’68 sono sicuramente storie
di ideali vissuti sulla pelle che, in una maniera o nell’altra,
hanno segnato le vite delle giovani generazioni occidentali venute
dopo. Dovendo fare un onesto bilancio, mi troverei costretta ad
ammettere che le hanno segnate per il meglio. In diverse situazioni,
anche recenti, mi sono ritrovata a desiderare che un simile periodo
di anarchica libertà mentale fosse stato concesso in eredità anche
ad altri luoghi, ad altre menti con un background culturale
sicuramente diverso dal nostro.
Ma, tutto questo sforzarmi di capire e tutto questo sforzarmi di
abbozzare, non ha mai operato il miracolo auspicato, piuttosto, il
contrario. Credo, infatti, che, nel tempo, la scarsa simpatia appena
dichiarata, lungi dal trasformarsi in indifferenza, sia diventata
vera e propria antipatia. Tra i fantasmi oramai confusi nella
memoria, mi torna alla mente il ricordo di un seminario tenuto,
nella seconda metà degli anni ’90, alla Facoltà di Giurisprudenza di
Cagliari. Il convegno era naturalmente dedicato al ’68: l’ospite
d’onore era un Professor Oliviero Diliberto ancora lontano dai suoi
maggiori successi politici. Io frequentavo Lingue, tuttavia, per la
serie non facciamoci mai mancare niente, il giorno feci punto di
essere presente a quello che vedevo come un interessante momento di
discussione da contrapporre alla calma piatta quotidiana.
Non ricordo quasi nulla di ciò che fu detto nei discorsi d’apertura,
ricordo solo che quando annunciarono il question-time mi alzai
repentinamente dalla sedia e cominciai un lungo e arzigogolato
discorso sulle degenerazioni che simili “fenomeni anarchici”
portavano nella società. Ciliegina sulla torta fu l’accusa finale ai
“sessantottini invecchiati” (quasi un ossimoro, direi) di essersi
trasformati in borghesi satolli, “incazzati e silenziosi”. Col senno
di poi, ho potuto solo pensare con sconforto alle sciocchezze
imbastite in quell’imberbe intervento. Di sicuro, una coscienza del
loro essere tali non doveva mancarmi neppure allora dato che fu con
sorpresa che registrai l’approvazione dell’aula e, con ancora più
grande meraviglia, alla fine della serata, vidi l’ospite d’onore
venirmi incontro e, bontà sua, stringermi la mano.
Qualunque fosse stata la reazione degli astanti alle tesi esposte,
dubito molto però che la stessa avrebbe potuto contro la crescente,
quasi “naturale”, avversione interna verso il fenomeno considerato.
Mi chiedo adesso se la stessa non mi apparisse “naturale” perché è
sempre stata una avversione di carattere fondamentalmente
intellettuale. Sicuramente, c’è un fondo di verità anche in questo.
Inutile imbarcarsi in discorsi che non avrebbero ragione di essere
in questa sede, ma anche tenendo il livello attaccato alla terra, il
minimo che si possa dire è che tutto quel “commitment”
caratteristico di ogni sessantottino doc, tutto quell’essere
“impegnati ad ogni costo” fa davvero fatica a risultare simpatico.
Diventa poi particolarmente ributtante quando tale “impegno” viene
usato come metro discriminante per misurare i “cultural
achievements” di Tizio o di Caio.
Nella personale percezione, due sono sempre stati gli episodi che,
più degli altri, hanno alimentato la fiamma dell’avversione. Il
primo riguarda due spiriti grandi, due personaggi diversissimi tra
loro ma che per noi non possono che diventare emblemi da ammirare.
Sto parlando di Totò e di Pasolini e ancora di più del film
“Uccellacci e uccellini” che è del 1966 ma, date le questioni che
pone, per me rientra a pieno titolo nelle cose considerate. Ripeto,
difficile per chiunque non ammirare la capacità intellettuale di un
Pasolini e, ad un tempo, la sua grande onestà e umanità ma, a mio
modo di vedere, è quasi impossibile per chicchessia non farsi umile
davanti alla qualità sublime della maschera Totò.
Purtroppo però, a proposito di questo film, il suo regista ebbe a
dire: «Uccellacci e uccellini è stato il mio film che ho amato e
continuo ad amare di più, prima di tutto perché come dissi quando
uscì è "il più povero e il più bello" e poi perché è l'unico mio
film che non ha deluso le attese. Collaborare con lui [con Totò]
"reduce da quegli orribili film che oggi una stupida intellighenzia
riscopre" fu molto bello…». La parte che non sono mai riuscita a
digerire di una tale considerazione (ma anche di molti commenti
simili proposti da altri) è l’impressione che se ne ricava di un
tentativo di “elevare” culturalmente l’arte di Totò caricandola del
“necessario” impegno per farla diventare “accettabile”. Inutile dire
che l’arte di Totò non avrebbe potuto “elevarla” nessuno dato che
già splendeva alta nel firmamento. Di suo.
Parafrasando una antica e celebre nota descrittiva della popolarità
de “La Divina Commedia”, l’unico commento che mi viene da fare è che
esiste una ragione se “anche i nostri asinai” riescono a godere in
pieno dell’arte di quell’inimitabile genio napoletano; quando la
capacità artistica è effettivamente tale, infatti, non ha bisogno di
risultare “impegnata” ma può vivere, senza tema, anche della sua
sola qualità estetica. Di una sua sola qualità epidermica (che non è
sinonimo di “arte bassa”) perfettamente intelligibile e
comprensibile a tutti. Anzi, è forse proprio l’esistenza di questo
livello di accesso alla stessa che marca la differenza tra un’arte
dotata di qualità universale e un altro tipo di visione artistica
che, per quanto valida, resta senz’altro più limitata.
La grande maschera che è stata Totò è forse uno dei pochissimi
esempi di arte contemporanea italiana dotata di qualità universale,
ovvero di arte che in virtù delle sue specificità e della sua
accessibilità ad un pubblico trasversalmente “sensibile” (sia
rispetto al background formativo di provenienza ma, grazie alla
possibilità mimica, anche rispetto al background geografico e
linguistico di appartenenza) “sarà” sempre. Il resto sono dettagli.
Sebbene su un diverso livello, il secondo esempio che mi piace
portare, quale omaggio ideale, dato che proprio in questi giorni
ricorre il decennale della scomparsa, è quello dell’esperienza
professionale di Lucio Battisti. Soprattutto, del “linciaggio”
morale subito da questo grande artista accusato a sua volta di non
risultare “impegnato abbastanza” per essere veramente degno del
particolare periodo storico. Con buona pace degli ultimi
irriducibili, io resto convinta che la qualità estetica di alcune
gemme cantate quali “Emozioni”, “I giardini di Marzo” e via
discorrendo, dovrebbe consentire a Battisti di abitare, a pieno
titolo, l’empireo artistico per molto tempo a venire.
Continuando nel mio discorso di investigazione interiore sulla
personale antipatia nei confronti di (quasi) tutto ciò che è
SESSANTOTTO, sono comunque convinta che l’intellettualismo come
bandiera (oserei dire, bianca rispetto alla fragilità dell’Essere e
alle sue molte incertezze) e “l’impegno a tutti i costi” non siano
la sola causa di tanto livore. Penso, infatti, che ci siano altri
fattori di natura socio-culturale che a livello inconscio hanno
influito molto di più.
Soffermarsi su questi fattori significa tornare indietro con la
memoria alle cose di Sardegna, alle cose della mia Sardegna
(interna) degli anni ’70. Naturalmente i ricordi e i loro fantasmi
si confondono ancora di più nella memoria. Ero troppo piccola e non
prestavo molta attenzione. Però mi colpivano dei particolari, dei
momenti epifanici che poi, nel tempo, hanno acquistato significato
oltre la loro intenzione primaria.
Fisso nella mia memoria è, per esempio, il ricordo di un ragazzo di
circa 18 anni che si rimirava in un modesto specchietto appeso ad
una parete rosata interna. Lo specchio aveva una cornice plastica
come si usava allora. Ma ciò che mi colpì di più fu la capigliatura:
riccia ed enorme, circondava il volto di lui come una sorta di
aureola nera e orientata verso l’esterno. Lui la toccava,
l’aggiustava, l’approvava. Sebbene piccolissima intuivo che quei
capelli incolti e lunghi erano tutto ciò che divideva quell’altro
figlio del vento ed i suoi sogni, la sua rabbia dentro,
dall’esperienza mite e senza futuro che il piccolo borgo abbarbicato
alle pendici della Grande Montagna aveva regalato ai suoi genitori.
Capivo, ma non approvavo. Quasi alla maniera di Pasolini (il cerchio
si chiude) che difendeva le ragioni dei poliziotti veri figli dei
proletari, io difendevo le ragioni del padre e della madre di quel
ragazzo, dello zio e della zia, del nonno e della nonna e di ogni
altro Cristo che aveva vissuto prigioniero muto, per un tempo
infinito, delle claustrofobiche pareti trasparenti segreganti i
paeselli della Sardegna interna e che nessuno aveva saputo liberare.
Inconsciamente difendevo la loro mancanza di “commitment”, la loro
impossibilità ad averne alcuno, il loro diritto ad esistere comunque
dotati di una riconosciuta dignità. Rispetto alle considerazioni
fatte nei paragrafi precedenti, non sarebbe esagerato dire che io
difendevo la capacità artistica che ERA LORO.
Tutto questo, nonostante anagraficamente fossi molto più vicina a
quel ragazzo, e le mie pulsioni avrebbero dovuto essere molto più
simili alle sue. Perché accadeva? Immagino perché parte dell’eredità
lasciateci da quel terremoto culturale che è stato il periodo
storico considerato, sia stata anche una accelerazione dei ritmi del
vivere rispetto alle lentezza delle cose precedenti. In virtù di
ciò, da quel tempo in poi, si può forse dire che possono bastare
dieci anni per definire i limiti identificativi e le priorità di una
generazione. Oltre il decennio, le urgenze diventano immediatamente
altre, così come le simpatie e le antipatie. Non c’è dunque da
stupirsi quindi del mio “astio” nei confronti del ’68: semplicemente
io, nata nel ’68, appartengo ad una generazione diversa e rivendico
il mio diritto a criticare, anche fortemente, questi padri
“impegnati” così come loro hanno rivendicato il diritto di
scardinare le certezze precedenti.
A mio modo di vedere, la verità recita che noi nati nel ’68
apparteniamo di diritto a quella che io chiamo la Goldrake
Generation, lontana anni luce dalla generazione dei nostri fratelli
più grandi e così intellettualmente impegnati. Insofferente alla
stessa. Portatrice di altre necessità. Il cartone animato del mitico
robot creato dal maestro Go Nagai andò in onda per la prima volta in
Italia il 4 Aprile del 1978 alle ore 18.45 e, tra dischi volanti,
alabarde spaziali e via distruggendo, gli bastarono pochi giorni per
abbattere anche le sottili pareti di immutabilità apparente tipiche
delle nostre montagne, come mai avrebbero potuto fare le
incontestabili ragioni di protesta impegnata dei sessantottini.
L’effetto acustico della voce del mio compagno delle prime classi
elementari che un pomeriggio di tanto tempo fa uscì nel grande
andito della scuola gridando: “Lame rotantiii!” è qualcosa che io
non potrò scortare mai. Ricordo che l’urlo lacerò l’aria,
oggettivandosi, quasi.
Fu solo molti anni più tardi che mi resi conto in pieno dei
mutamenti che quell’avvenimento portò. Tutto cambiò: i nostri ritmi
di bambini, i nostri interessi, il nostro sentire proiettato verso
un futuro arditamente spensierato e, per la prima volta, privato del
peso delle antiche colpe che da sempre avevano curvato le spalle dei
nostri padri. Se è vero comunque che il lancio di quel programma fu
il segmento iniziale identificante delle peculiarità di questa
generazione successiva, altrettanto vero è che la stessa, negli anni
che seguirono, continuò a nutrirsi delle visioni fantastiche che i
grandi maestri delle anime giapponesi avrebbero portato alla nostra
porta. Quei bambini che guardavano Goldrake sarebbero diventati
infine gli adolescenti degli altrettanto mitici ed edonistici anni
’80 (segmento identificativo finale) con tutto quel che segue.
A conti fatti dunque, anche a macro livello, la frizione tra la mia
e la generazione precedente dovrebbe forse darsi per scontata:
difficile conciliare l’Italia delle proteste proletarie e
studentesche con quella del boom che portò il Paese a diventare la
quinta economia mondiale, difficile far incontrare le ragioni del
ragazzo spettinato che ricercava il “commitment per il commitment”
con l’orizzonte ideale dei paninari fondamentalmente rappresentato
dalle generose scollature delle ragazze del Drive In.
Naturalmente, l’elenco delle differenze nelle priorità potrebbe
andare avanti all’infinito. Mi rendo pure conto che, ad uno svagato
guardare, noi ragazzi degli anni ’80, ancora idealmente innamorati
di Actarus (parlo per le signore, s’intende!) ma anche capaci, in
perfetto stile yuppy, e se individuato il “giusto” tornaconto, di
fare affari con qualsiasi emissario di Vega particolarmente
conciliante, non ne usciamo vincitori. Il paragone è addirittura
imbarazzante, tanto più se pensiamo che la Goldrake Generation
rappresenta gli adulti di oggi. Ovvero, rappresenta quei giovani
uomini e quelle giovani donne che un periodo di straordinaria
vitalità dell’Essere (e di verà libertà mentale, quale è quella che
esiste senza avere coscienza di sé), così come di straordinaria
vitalità economica del Paese lo hanno ereditato e vissuto, ma che
non sembrano in grado di ricostruirlo per i loro figli.
Rispetto alla mia esperienza personale, non escludo invece che il
rigetto delle cose sessantottine, e quindi di una loro qualsiasi
“eredità ideale”, sia dovuto alla coscienza del limite. Del mio
limite. All’intuizione di una disparità di capacità di impegno
sacrificata alle allettanti promesse del sogno edonistico anni ‘80.
Ma anche questa è forse una mezza verità. Meglio ancora, una parte
del tutto. Di sicuro, a mio avviso, molta della filosofia portante
di questa fantomatica Goldrake Generation è racchiusa in maniera
mirabile in un’altra gemma tratta dai “Quaderni” di Paul Valéry:
“Avendo consacrato queste ore alla via dello spirito, mi sento in
diritto di essere sciocco per il resto del giorno”.
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Dublin, 14/09/2008
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