Franco Santamaria,poesia,narrativa,pittura,culturapoesia narrativa pittura arte
   

 

Rina Brundu, scrittrice, saggista

FRANCO SANTAMARIA

Opere
Hanno detto di
Franco Santamaria
Biografia
Biographie 
SALA DEGLI OSPITI
Poesia
Narrativa
Arte
Critica-Sagg.
Citazioni

Eventi Culturali Naz.
Concorsi Letter./Art.
Link Culturali

SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / RINA BRUNDU


Salvatore Niffoi: l’Ars retorico-realista al servizio di Sua Sardità
(Breve analisi tecnico-testuale ed altre considerazioni minime dopo una prima lettura de La leggenda di Redenta Tiria e de La vedova Scalza)

Niffoi non è Kafka. Non è neppure Garcia Marquez. Del primo sembrerebbe mancargli l’intuizione delle possibilità dell’Essenza, del secondo l’universalità di visione. La puntualizzazione è importante, perché Niffoi è comunque scrittore a tutto tondo, anche se rispetto ai primi due nasce gravato da un “impedimento” atavico: la sua Sardità. E’ infatti tale pesante retaggio culturale ad esaltare e ad un tempo “deprimere” l’intrinseca valenza di opere quali “La leggenda di Redenta Tiria” e “La vedova Scalza”, ed è sempre questa eredità millenaria a modellare in maniera distinta le peculiarità dell’ennesimo “Macondo” ricreato. Ma andiamo con ordine.

Niffoi su “balente”

“La letteratura è l’unica forma di balentia” avrebbe detto lo scrittore oranese. Forse, ma occorrerebbe non dimenticare che la letteratura sta a l’ego come la scrittura sta all’anima. Per meglio dire, la letteratura è espressione “oggettiva” di una potenzialità artistica, la scrittura è espressione meramente privata. Si tratta senz’altro di facce della stessa medaglia, anche se, in verità, esiste una distinzione sostanziale, ovvero il fatto che la scrittura determina la qualità letteraria, mentre una pagina di letteratura creata dall’autore X non da alcun valore aggiunto alle possibilità della sua scrittura. Non è un paradosso! Essendo espressione “oggettiva”, il concetto di “letteratura” dipende dal “tempo” (in senso lato) di produzione, dipende dal “gusto”, dipende dalla “moda”. Dipende. La scrittura invece è manifestazione diretta dell’Essenza dell’autore. In quanto tale, appartiene alle cose del suo Spirito solamente. Quindi non ha Patria. Non ha cultura di appartenenza. Non ha critici da ammansire. Non ha debiti culturali da saldare e figurativamente parlando si fa tutt’uno con L’Urlo potentissimo lanciato dall’anonimo character (character che è tutti e nessuno) nel quadro di Munch. A conti fatti, la scrittura è dunque il vero balente per eccellenza (i.e. non dipende!)! L’indugiare, l’indagare dentro questi aspetti “eccezionali” dell’Essere scrittori è conditio sine qua non per acquisire qualità intimistica e universale. Niffoi non è Kafka. Appunto. Dirò di più: da questo punto di vista, soprattutto a causa del suo continuo strizzare l’occhio ad una scrittura “di maniera”, il Niffoismo è senz’altro un passo indietro rispetto ai volenterosi tentativi di introspezione psicologica della Deledda.

Di converso, non si può comunque negare che è proprio questo manierismo “azzardato”, a tratti esagerato di Niffoi (è un po’ come se Kafka, nel suo grandioso incipit “Als Gregor Samsa eines Morgens aus unruhigen Träumen erwachte, fand er sich in seinem Bett zu einem ungeheueren Ungeziefer verwandelt.(1), avesse lasciato che le necessità di pienezza estetica rallentassero l’urgenza di produzione del messaggio!), a generare una possibilità letteraria e, rispetto alla specificità dell’elemento linguistico che verrà considerato, anche scritturale, molto interessante. Una possibilità che finalmente supera il deleddismo in maniera convincente. Niffoi, infatti, a differenza della Deledda, il cui merito principale è stato quello di avere dato dignità letteraria ad eroi improbabili come potevano essere i contadini e i pastori che abitavano la sua Sardegna rurale, decide (coscientemente e con soprendente risolutezza) di andare oltre, determinato a dare valenza letteraria anche alla loro lingua: il sardo. Niffoi sostiene che “le cose debbono essere chiamate col loro nome” e, fedele a questa precisa impostazione mentale, procede come un carro armato sciorinando nomi, verbi, aggettivi “autoctoni” senza regalare se non la rara mezza traduzione al lettore “forestiero”. A mio modo di vedere dunque, la vera “balentìa” di Salvatore Niffoi sta proprio qui: nel suo voler “imporre” la lingua sarda (una lingua sarda, perdonami Mariu Pudhu!) quale elemento linguistico assolutamente funzionale (e non perturbatore) alle necessità comunicazionali moderne della nobile madrelingua italiana (inutile precisare che per noi sardi, il termine “balentia”, per mille ragioni che non sto qui ad elencare, la maggior parte delle volte, denota e connota in positivo!) Ancora, questo spavaldo atto di “conquista linguistico-letteraria”, portato a compimento in nome di Sua Maestà, la Sua e la Nostra Sardità è, per quanto mi riguarda, non solo riuscito (per il lettore di mammalimba, il testo è di facilissima interpretazione e fruizione!), ma anche perfettamente legittimo. A chi avesse dei dubbi in merito, rispondo che tale legittimazione se la sono conquistata molto tempo fa i nostri padri. In molti modi. Il metodo più classico ricordiamolo con le parole di tziu Imbece: “Mesi di trincea, escrementi, fame nighedda, pidocchi a coscia e bombe che andavano e venivano come gurturgios affamati di carne. A raccontarla non ci crede nessuno. Da Laranei siamo partiti in cinquantasette e tornati in tre, io, Umbertino Raviosu e Manuelle Pintore. Umbertino ci ha perso una gamba; Manuelle la testa, perché si è ammacchiato. Gli atri tutti dispersi, manco le ossa hanno ritrovato. Ora sono ricordati fuori dal cimitero, come se fossero figli burdi della patria…. Sa menzus zoventude si sono mangiati i signoroni della guerra!(2) .

Abacrasta-Macondo, provincia di Sardegna

Marquez? Mi sarebbe piaciuto che fosse nato in Sardegna! Questo perché (nonostante i capolavori prodotti) coltivo l’idea bizzarra che il filone magico-realista meglio si adatti alle possibilità culturali e letterarie offerte (almeno in teoria) dalla nostra isola bellissima, più di quanto potranno mai adattarvisi le velleità artistiche di qualsiasi altro angolo del globo terracqueo. Nel caso di Niffoi tuttavia più che di realismo-magico io parlerei di arte retorico-realista, quasi un ossimoro come nell’altro filone. Questa è infatti la prima e più forte impressione che regala una affrettata (come la mia) lettura delle due opere in questione. Anche una matricola svogliata sarebbe dunque in grado di individuare la lunga lista di “figure” (onomatopee, personificazioni, metafore, metonimie e compagnia cantante) usate dall’autore, con snervante regolarità, per dare colore e forza alla narrazione; in simil guisa, la stessa matricola impenitente non farebbe fatica a catalogare con precisione matematica i molti passaggi di lirismo-verista che “puntellano” entrambi i romanzi.

Occorre invece un attimo di attenzione in più per rendersi conto che è in verità l’effetto combinato di questi due elementi ad impedire quella universalità di visione marquezsiana di cui si diceva. Sparito l’elemento magico (questo è soprattutto vero per La vedova Scalza), è proprio la potenza dell’imagery utilizzata (ed in particolare gli echi onomatopeici e assonanzati) a dar manforte all’elemento verista e quindi a ricordarci che le storie di Niffoi restano comunque, solo e semplicemente, bellissime storie del nostro entroterra più nascosto. Detto papale papale, l'isola-Macondo niffoiana è tutt’altro che l’immaginario paese dei Buendia, ma è piuttosto un microcosmo territoriale reale dotato di nome e cognome: la Sardegna. Nessuno s’imbroglia.

Niffoi non sarà Marquez, non avrà la sua visione universale dunque, ma è proprio in questo che dimostra la sua innegabile e irrinunciabile sardità marcata da millenni di costrizione territoriale e fisica e dall’ombra imperturbabile della Grande Montagna(3). Ombra madre o matrigna a seconda del sentire, ombra che è marchio, ombra che è casa, ma soprattutto ombra che basta a sé stessa e non ha debiti da saldare. Manco letterari.

Il tocco rabelaisiano e la possibilità (unica) di emancipazione letteraria

Sarebbe impossibile riportare in questa sede ogni spunto di analisi tecnica e testuale che una lettura, anche affrettata, de La vedova scalza e de La leggenda di Redenta Tiria di Salvatore Niffoi riesce ad offrire. Scegliendo nel mucchio preferisco soffermarmi sul “tocco rabelaisiano” che indubbiamente caratterizza il narrare dell’autore. Mi sta bene quindi l’ispirazione orale popolare, il campo semantico quasi completamente limitato alle cose della “terra”, lo stile a volte grottesco, i motivi classico-carnevaleschi del riso, del pianto, della morte e del sesso. Tuttavia, rispetto a questo ultimo elemento, quale “formica” per mia fortuna nata alle pendici della Grande Montagna, non posso fare a meno di notare la “stonatura” prodotta dall’eccessiva enfasi data allo stesso. E’ infatti in questa “eccessiva enfasi” che non ritrovo il naturale “pudore” delle nostre genti verso temi da sempre “trattati” con omertosa circospezione. Vero è invece che gli eroi fictional Mintonia e Miccheddu (4) potrebbero tranquillamente essere i protagonisti dell’ennesima, credibilissima, storia d’amore factual che in Sardegna sa trasformarsi (ancora oggidì), per colpa nostra e del destino, in storia di dolore e di morte.

Tirando le somme, la mia impressione è che l’arte di Salvatore Niffoi, con la sua scrittura ruvida come la millenaria rena sul Gennargentu, con l’acquisita coscienza del poter raccontare liberamente in limba e con il suo “sapere” del nostro sangue caldo, ben rappresenti le possibilità dell'Arte sarda con la A maiuscola. Soprattutto, l’opera di Niffoi ha tutte le carte in regola per diventare emblema felice di un moderno movimento letterario isolano capace di emanciparsi definitivamente dalla pesante eredità deleddiana. Grazia è morta: viva Grazia! Come sappiamo però, il pericolo che l’imprint artistico di questa grandissima venga scimmiottato è, purtroppo, sempre dietro l’angolo. Niffoi non cade nella trappola e per questo occorrerebbe dirgli grazie. Così come, invece di discutere il merito come vampiri intorno ad un bellissimo corpo addormentato, occorrerebbe dirgli grazie per avere ridato dignità letteraria a Sua Maestà la nostra Sardità riproponendola alla ribalta internazionale in una versione depurata da ogni “vergogna dell'appartenenza”, anche e soprattutto linguistica.

Niffoi non è Kafka. Non è neppure Garcia Marquez. Non lo è ma, a ben guardare, non è neppure necessario che lo diventi. Fedele alla sua natura di testarda formica nata all’ombra della Grande Montagna, lo scrittore oranese potrebbe essere soltanto se stesso. Non vi sono dubbi però che, come pochi, egli sia riuscito a raccontare, e così facendo a salvare all’oblìo, molte delle sue e le nostre storie sconvenientemente dimenticate. Coi tempi che corrono, tanto dovrebbe bastare!

___________

(1) Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto - (Franz Kafka, Die Verwandlung, 1915).
(2)  S. NIFFOI, La vedova Scalza, pag. 108, Adelphi, 2005.
(3)  Il Gennargentu
(4)  Characters protagonisti de La vedova Scalza

Dublin, 08.12.2007
Copyright MMVII
All rights reserved © Rina Brundu


 

Altri saggi di Rina Brundu
Saggio su "Radici Perdute" di Franco Santamaria

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.