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Niffoi non è
Kafka. Non è neppure Garcia Marquez. Del primo sembrerebbe mancargli
l’intuizione delle possibilità dell’Essenza, del secondo
l’universalità di visione. La puntualizzazione è importante, perché
Niffoi è comunque scrittore a tutto tondo, anche se rispetto ai
primi due nasce gravato da un “impedimento” atavico: la sua Sardità.
E’ infatti tale pesante retaggio culturale ad esaltare e ad un tempo
“deprimere” l’intrinseca valenza di opere quali “La leggenda di
Redenta Tiria” e “La vedova Scalza”, ed è sempre questa eredità
millenaria a modellare in maniera distinta le peculiarità
dell’ennesimo “Macondo” ricreato. Ma andiamo con ordine.
Niffoi su “balente”
“La letteratura è l’unica forma di balentia” avrebbe detto lo
scrittore oranese. Forse, ma occorrerebbe non dimenticare che la
letteratura sta a l’ego come la scrittura sta all’anima. Per meglio
dire, la letteratura è espressione “oggettiva” di una potenzialità
artistica, la scrittura è espressione meramente privata. Si tratta
senz’altro di facce della stessa medaglia, anche se, in verità,
esiste una distinzione sostanziale, ovvero il fatto che la scrittura
determina la qualità letteraria, mentre una pagina di letteratura
creata dall’autore X non da alcun valore aggiunto alle possibilità
della sua scrittura. Non è un paradosso! Essendo espressione
“oggettiva”, il concetto di “letteratura” dipende dal “tempo” (in
senso lato) di produzione, dipende dal “gusto”, dipende dalla
“moda”. Dipende. La scrittura invece è manifestazione diretta
dell’Essenza dell’autore. In quanto tale, appartiene alle cose del
suo Spirito solamente. Quindi non ha Patria. Non ha cultura di
appartenenza. Non ha critici da ammansire. Non ha debiti culturali
da saldare e figurativamente parlando si fa tutt’uno con L’Urlo
potentissimo lanciato dall’anonimo character (character che è tutti
e nessuno) nel quadro di Munch. A conti fatti, la scrittura è dunque
il vero balente per eccellenza (i.e. non dipende!)! L’indugiare,
l’indagare dentro questi aspetti “eccezionali” dell’Essere scrittori
è conditio sine qua non per acquisire qualità intimistica e
universale. Niffoi non è Kafka. Appunto. Dirò di più: da questo
punto di vista, soprattutto a causa del suo continuo strizzare
l’occhio ad una scrittura “di maniera”, il Niffoismo è senz’altro un
passo indietro rispetto ai volenterosi tentativi di introspezione
psicologica della Deledda.
Di converso, non si può comunque negare che è proprio questo
manierismo “azzardato”, a tratti esagerato di Niffoi (è un po’ come
se Kafka, nel suo grandioso incipit “Als Gregor Samsa eines Morgens
aus unruhigen Träumen erwachte, fand er sich in seinem Bett zu einem
ungeheueren Ungeziefer verwandelt.”(1), avesse lasciato che le
necessità di pienezza estetica rallentassero l’urgenza di produzione
del messaggio!), a generare una possibilità letteraria e, rispetto
alla specificità dell’elemento linguistico che verrà considerato,
anche scritturale, molto interessante. Una possibilità che
finalmente supera il deleddismo in maniera convincente. Niffoi,
infatti, a differenza della Deledda, il cui merito principale è
stato quello di avere dato dignità letteraria ad eroi improbabili
come potevano essere i contadini e i pastori che abitavano la sua
Sardegna rurale, decide (coscientemente e con soprendente
risolutezza) di andare oltre, determinato a dare valenza letteraria
anche alla loro lingua: il sardo. Niffoi sostiene che “le cose
debbono essere chiamate col loro nome” e, fedele a questa precisa
impostazione mentale, procede come un carro armato sciorinando nomi,
verbi, aggettivi “autoctoni” senza regalare se non la rara mezza
traduzione al lettore “forestiero”. A mio modo di vedere dunque, la
vera “balentìa” di Salvatore Niffoi sta proprio qui: nel suo voler
“imporre” la lingua sarda (una lingua sarda, perdonami Mariu Pudhu!)
quale elemento linguistico assolutamente funzionale (e non
perturbatore) alle necessità comunicazionali moderne della nobile
madrelingua italiana (inutile precisare che per noi sardi, il
termine “balentia”, per mille ragioni che non sto qui ad elencare,
la maggior parte delle volte, denota e connota in positivo!) Ancora,
questo spavaldo atto di “conquista linguistico-letteraria”, portato
a compimento in nome di Sua Maestà, la Sua e la Nostra Sardità è,
per quanto mi riguarda, non solo riuscito (per il lettore di
mammalimba, il testo è di facilissima interpretazione e fruizione!),
ma anche perfettamente legittimo. A chi avesse dei dubbi in merito,
rispondo che tale legittimazione se la sono conquistata molto tempo
fa i nostri padri. In molti modi. Il metodo più classico
ricordiamolo con le parole di tziu Imbece: “Mesi di trincea,
escrementi, fame nighedda, pidocchi a coscia e bombe che andavano e
venivano come gurturgios affamati di carne. A raccontarla non ci
crede nessuno. Da Laranei siamo partiti in cinquantasette e tornati
in tre, io, Umbertino Raviosu e Manuelle Pintore. Umbertino ci ha
perso una gamba; Manuelle la testa, perché si è ammacchiato. Gli
atri tutti dispersi, manco le ossa hanno ritrovato. Ora sono
ricordati fuori dal cimitero, come se fossero figli burdi della
patria…. Sa menzus zoventude si sono mangiati i signoroni della
guerra!”(2) .
Abacrasta-Macondo, provincia di Sardegna
Marquez? Mi sarebbe piaciuto che fosse nato in Sardegna! Questo
perché (nonostante i capolavori prodotti) coltivo l’idea bizzarra
che il filone magico-realista meglio si adatti alle possibilità
culturali e letterarie offerte (almeno in teoria) dalla nostra isola
bellissima, più di quanto potranno mai adattarvisi le velleità
artistiche di qualsiasi altro angolo del globo terracqueo. Nel caso
di Niffoi tuttavia più che di realismo-magico io parlerei di arte
retorico-realista, quasi un ossimoro come nell’altro filone. Questa
è infatti la prima e più forte impressione che regala una affrettata
(come la mia) lettura delle due opere in questione. Anche una
matricola svogliata sarebbe dunque in grado di individuare la lunga
lista di “figure” (onomatopee, personificazioni, metafore, metonimie
e compagnia cantante) usate dall’autore, con snervante regolarità,
per dare colore e forza alla narrazione; in simil guisa, la stessa
matricola impenitente non farebbe fatica a catalogare con precisione
matematica i molti passaggi di lirismo-verista che “puntellano”
entrambi i romanzi.
Occorre invece un attimo di attenzione in più per rendersi conto che
è in verità l’effetto combinato di questi due elementi ad impedire
quella universalità di visione marquezsiana di cui si diceva.
Sparito l’elemento magico (questo è soprattutto vero per La vedova
Scalza), è proprio la potenza dell’imagery utilizzata (ed in
particolare gli echi onomatopeici e assonanzati) a dar manforte
all’elemento verista e quindi a ricordarci che le storie di Niffoi
restano comunque, solo e semplicemente, bellissime storie del nostro
entroterra più nascosto. Detto papale papale, l'isola-Macondo
niffoiana è tutt’altro che l’immaginario paese dei Buendia, ma è
piuttosto un microcosmo territoriale reale dotato di nome e cognome:
la Sardegna. Nessuno s’imbroglia.
Niffoi non sarà Marquez, non avrà la sua visione universale dunque,
ma è proprio in questo che dimostra la sua innegabile e
irrinunciabile sardità marcata da millenni di costrizione
territoriale e fisica e dall’ombra imperturbabile della Grande
Montagna(3). Ombra madre o matrigna a seconda del sentire, ombra che
è marchio, ombra che è casa, ma soprattutto ombra che basta a sé
stessa e non ha debiti da saldare. Manco letterari.
Il tocco rabelaisiano e la possibilità (unica) di emancipazione
letteraria
Sarebbe impossibile riportare in questa sede ogni spunto di analisi
tecnica e testuale che una lettura, anche affrettata, de La vedova
scalza e de La leggenda di Redenta Tiria di Salvatore Niffoi riesce
ad offrire. Scegliendo nel mucchio preferisco soffermarmi sul “tocco
rabelaisiano” che indubbiamente caratterizza il narrare dell’autore.
Mi sta bene quindi l’ispirazione orale popolare, il campo semantico
quasi completamente limitato alle cose della “terra”, lo stile a
volte grottesco, i motivi classico-carnevaleschi del riso, del
pianto, della morte e del sesso. Tuttavia, rispetto a questo ultimo
elemento, quale “formica” per mia fortuna nata alle pendici della
Grande Montagna, non posso fare a meno di notare la “stonatura”
prodotta dall’eccessiva enfasi data allo stesso. E’ infatti in
questa “eccessiva enfasi” che non ritrovo il naturale “pudore” delle
nostre genti verso temi da sempre “trattati” con omertosa
circospezione. Vero è invece che gli eroi fictional Mintonia e
Miccheddu (4) potrebbero tranquillamente essere i protagonisti
dell’ennesima, credibilissima, storia d’amore factual che in
Sardegna sa trasformarsi (ancora oggidì), per colpa nostra e del
destino, in storia di dolore e di morte.
Tirando le somme, la mia impressione è che l’arte di Salvatore
Niffoi, con la sua scrittura ruvida come la millenaria rena sul
Gennargentu, con l’acquisita coscienza del poter raccontare
liberamente in limba e con il suo “sapere” del nostro sangue caldo,
ben rappresenti le possibilità dell'Arte sarda con la A maiuscola.
Soprattutto, l’opera di Niffoi ha tutte le carte in regola per
diventare emblema felice di un moderno movimento letterario isolano
capace di emanciparsi definitivamente dalla pesante eredità
deleddiana. Grazia è morta: viva Grazia! Come sappiamo però, il
pericolo che l’imprint artistico di questa grandissima venga
scimmiottato è, purtroppo, sempre dietro l’angolo. Niffoi non cade
nella trappola e per questo occorrerebbe dirgli grazie. Così come,
invece di discutere il merito come vampiri intorno ad un bellissimo
corpo addormentato, occorrerebbe dirgli grazie per avere ridato
dignità letteraria a Sua Maestà la nostra Sardità riproponendola
alla ribalta internazionale in una versione depurata da ogni
“vergogna dell'appartenenza”, anche e soprattutto linguistica.
Niffoi non è Kafka. Non è neppure Garcia Marquez. Non lo è ma, a ben
guardare, non è neppure necessario che lo diventi. Fedele alla sua
natura di testarda formica nata all’ombra della Grande Montagna, lo
scrittore oranese potrebbe essere soltanto se stesso. Non vi sono
dubbi però che, come pochi, egli sia riuscito a raccontare, e così
facendo a salvare all’oblìo, molte delle sue e le nostre storie
sconvenientemente dimenticate. Coi tempi che corrono, tanto dovrebbe
bastare!
___________
(1) Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si
trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto - (Franz Kafka, Die Verwandlung, 1915).
(2) S. NIFFOI, La vedova Scalza, pag. 108, Adelphi, 2005.
(3) Il Gennargentu
(4) Characters protagonisti de La vedova Scalza
Dublin, 08.12.2007
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