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Rina Brundu, scrittrice, saggista

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / RINA BRUNDU


Simona Lo Iacono: metascrittura e metalinguaggio nella Sicilia del Seicento.
Breve analisi critica di Tu non dici parole1, opera prima vincitrice della XIV edizione del Premio Vittorini.

 

Se io parlassi insieme col linguaggio degli uomini
e degli Angeli e non avessi la carità,
io sarei come un sonante bronzo o un cembalo tintinnante.

S. Paolo

 

Sentenziamo et dichiariamo Suor Francisca Spitalieri essere eretica impenitente pertinace e ostinata e come tale siffatta magara degradiamo verbalmente secondo l’ordine dei sacri canoni siccome degradiamo et parimenti comandiamo abbruciare in potentissima pira di rogo2, così recita la sentenza dell’arcivescovo Angimbé e così finisce la straordinaria storia “dell’esposta Francisca” raccontata in Tu non dici parole di Simona Lo Iacono.

Suor Francesca Spitalieri ed il Pilosa (l’altro protagonista di questo particolarissimo dramma secentesco), sono “rifacimenti fantasiosi di figure storiche realmente esistite e tratte dalle Storie e leggende di Sicilia di Luigi Natoli”3. L’universo spiegato in quest’opera prima dell’autrice è dunque un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio che ci riporta nella Sicilia del Seicento e, più precisamente, a Bronte. È proprio nel territorio di questo antichissimo comune, situato alle pendici occidentali dell'Etna, che sfilano davanti a noi, quali maschere di uno stravagante carnevale, una ridda di variopinti personaggi dall’etica più o meno positivamente marcata. La vicenda umana dell’ “esposta Francisca” che, tra mille peripezie, si ritrova ad essere scambiata per suora, santa, oracolo e infine strega da bruciare, è storia di “fimmina” che si incontra con le storie di altre “fimmine” del suo tempo, quali Pittita e Tufania. Ma soprattutto è storia di “fimmina” che vive sulla pelle il difficile incontro-scontro, segnato da un unico prevedibile finale, con un universo-mascolo per eccellenza; universo che non tarda a rivelarsi nella sua vera essenza di mondo brigante-scaltro (vedi la figura del Pilosa),  falso e menzognero (vedi la figura dell'arcivescovo Angimbè), inquisitorio e senza possibilità d’appello.

Indubbia originalità e particolarità considerata, non è comunque questo bellissimo ritratto delle cose seicentesche di Sicilia, l’elemento che ha maggiormente catturato la mia attenzione nello “scrivere” di Simona Lo Iacono. Straordinaria – in questi tempi digitali  – è infatti l’attenzione data dall’autrice alle tematiche meta-scritturali, ovvero alla capacità della scrittura di raccontare se stessa. Ancora, l’attenzione data alle “parole” in quanto segni che rappresentano idee. E, mi spingo a dire, l’attenzione data alla capacità etica ed estetica di quelle stesse parole. Perché, se è vero che le parole per-se non sono né buone né cattive, né belle né brutte, vero è pure che questa capacità “etica ed estetica” esiste. Di sicuro, un qualunque lettore attento è capace di catturarla. E di valutarla. Secondo il suo personalissimo metro.
Seguendo questa dichiarata linea d’analisi critica, la prima “opposizione” tecnica portata alla nostra attenzione – tra le pagine di un romanzo che è fondamentalmente racconto di multipli percorsi, o tentativi di percorsi, di redenzione personale e culturale – è quella legata allo status del linguaggio e alla sua capacità di individuare con precisione la posizione e la condizione sociale di chi lo utilizza. Abbiamo quindi la classica antitesi vernacolo vs lingua dominante, ovvero dialetto vs latino che, col divenire del narrato, si trascinerà verso un altro consequenziale approccio antinomico quale è quello che oppone la povertà alla ricchezza, prima di sfociare nella contraddizione manicheistica per eccellenza, male vs bene.  C’è da dire, tuttavia, che l’esposta Francisca povera lo è sicuramente. Ne deriva che, come tanti infelici nella sua condizione, ella ha limitate possibilità per ottenere ciò che brama e che purtroppo non le appartiene: “Più tardi, quando il buio scenderà sulla santissima casa del fanciullo – anche detta ruota degli esposti – Francisca tornerà a prenderle, le pagine, ripiegandole con cura nel petto e unendole alle altre. Con queste sono cento parole. Tutte rubate.”4

Furti davvero provvidenziali questi delle “parole” per Francisca! Furti provvidenziali perché saranno proprio alcune di quelle belle-parole-rubate, dette al momento giusto, a fare la sua fortuna dopo la fuga dal luogo-sacro saccheggiato dalle bande del Pilosa. Non a caso, ritrovata quasi esanime dalle monache, queste “Non sanno cosa fare. La sollevano da terra. Le bagnano il viso e le labbra asciutte. Le spolverano dai capelli fuliggine e nerume d’incendio. Francisca non sa che dire né come spiegare. Ancora una volta mormora soltanto: miserere, miserere, miserere. All’udirlo le monache sorridono, la fanno camminare piano in direzione del convento. Hano fatto bene a soccorrerla. È una di loro.5

Ma la potenza di un sapiente utilizzo delle parole-belle non si ferma qui. Di fatto, ha del portentoso nel suo saper diventare memoria nell’uomo-bandito-Pilosa che le ascolta per-destino mentre intento a saccheggiare, ad uccidere, a profanare; così come ha del miracoloso nel suo riuscire a trasformarsi in speranza-di-resurrezione quando esercitata tra una variegata folla di miseri cristi (ambulanti, prostitute, venditrici di malocchio, briganti, maghi).6 Saranno proprio costoro dunque, ad affollare il nuovo convento di Francisca non appena la voce del suo arrivo si  diffonde. Insieme alla fama della sua “santità”. Tutti in cerca di un qualche aiuto, di altre parole, di uno scampolo di pietà. E lei: “Una cosa sola sa, Francisca. Che qualunque cosa svelino le parole belle, lei le piange con chi piange.  E le ride, con chi ride. Che quando le chiedono consiglio, in lei affiorano assonanze, pensieri. D’improvviso sente di essere con loro, di essere loro. Sono voi, pensa. Vi conosco…….. Mie sono le vostre fatiche, miei i vostri sguardi, mia, solo mia la vostra parola. Se ve la ridò, affrescata di cantici, ripulita da ogni bruttura, è per restituirvela. Perché, nella sua bellezza, già vi apparteneva.”7

Naturalmente, non vi è cammino-di-redenzione senza ascese irte ed ostacoli da superare. E se le parole-belle portano il nome di Francisca sulle ali del vento, vi è tutto un vocabolario determinato a non farsi dimenticare. Schiere di parole meno-nobili eppur nate con la sua pelle, parole che sanno di pensieri-proibiti, parole meno sante quando il pensiero torna a posarsi sulla figura del brigante, del bandito, del mascolo-Pilosa. “E (nda: lei, Francisca) sente la bruttura di quel dialetto sporcarle la lingua. Impastarle il fiato. Sottrarle suoni. Ma per dire l’amore come le nasce adesso, Francisca capisce che non ci sono parole nuove da rubare. Servono solo quelle con cui è nata.8 S’illude così Francisca, s’illude dimenticando che le parole-belle ammaliano lei così come chi le ascolta. Finanche, chi pensa a-modo-suo-di-amarla. Dimentica Francisca, dimentica che quei segni-suoni possono diventare chiave per aprire lo scrigno del cuore. Senza, date porte non si aprono. Senza, il Pilosa non potrà mai riconoscerla. Senza, il Pilosa non potrà mai amarla veramente. Senza, ciò che sentelo delude”9. Questo perché, le ordinarie parole di Francisca, per quanto oneste e vere “Non hanno la musica di quel miserere, non somigliano al lamento sognato, a un nascondimento risuonante di bellezza”10.

Agli occhi del mondo dunque la “Santa-Francisca-Spitalieri” è un unicum con le parole che pronuncia. Le parole-belle sono la sua veste preziosa. Altrimenti, il re è nudo. Ed esposto alla gogna. Tanto più che il “re” in questione è comunque “fimmina”: “Mai seguire parole di fimmina.  Parole ventose e petulanti, che mentre una te ne dicono, altre cento ne pensano. Parole sospettose, anche, che mentre rispondono, domandano, e mentre domandano già conoscono la risposta11. Additata come degna figlia del demonio, Francisca si renderà presto conto che non potrà non pagare a caro prezzo i “commerci” con il medesimo. La sua scommessa perdente. Il successivo, veloce declassamento da santa a strega è consequentia rerum. Strega alla quale non basteranno tutte le parole-belle del mondo per salvarsi dal rogo. Dalla morte. Perché: “La morte, quannu arriva, è in silenzio12.

Questa breve analisi critica, non lascia dunque dubbi sul fatto che la “straordinaria storia dell’esposta Francisca” è soprattutto storia delle parole che la raccontano. E questo è vero sia a livello di asse interno, che di impianto narrativo esterno. Non è poco! Non è poco, in un’epoca indaffaratissima a vivere il  suo far-west linguistico digitale. Così come, non è poco, per la letteratura-italiana-che-sarà, avere una giovanissima ma, a suo modo, già-grande-autrice, determinata abbastanza da ricordarci il significato e la forza di questi preziosissimi segni. Belle o brutte che siano, non si può davvero dimenticare, infatti, che sono sempre e soltanto le parole a raccontare, nella maniera più vera e mirabile, ogni istante anche solamente accarezzato della nostra personalissima storia. E, ad eternarla.

Dublin, 02/04/2010
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1   Tu non dici parole di Simona Lo Iacono (Giulio Perrone editore, Roma 2008)
2   Ibid., pag. 197
3   Ibid., pag. 201
4   Ibid., pag. 14
5   Ibid., pag. 41
6   Ibid., pag. 52
7   Ibid., pag. 52
8   Ibid., pag. 65
9   Ibid., pag. 65
10 Ibid., pag. 65
11 Ibid., pag. 104
12 Ibid., pag. 200




 

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