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Rina Brundu, scrittrice, saggista

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / RINA BRUNDU


Gabriel Impaglione: "Carte di Sardinia", canto di migrante

 

È il canto di un migrante quello chiuso tra le Carte di Sardinia di Gabriel Impaglione; un canto che è dunque esperienza di vita ma che, come ogni momento importante, pertinente ad un cuore diviso, non può che trasformarsi in sentito resoconto degli impossibili e inquieti vagabondaggi dello spirito. Meglio ancora, non può che diventare cronaca sofferta di un altro viaggio dell’io-che-si-propone. Un viaggio dove il punto di partenza e quello d’arrivo, pur abitando dimensioni diverse, non rischiano comunque di confondersi, grazie soprattutto al collante di una memoria partecipe e al profondo coinvolgimento del poeta.
Guardando dentro i versi sciolti di questa silloge strutturalmente armoniosa, non vi sono dubbi però che sia la dimensione factual a determinare il cammino, dominare il campo semantico e, in ultima analisi, a proporsi come sola responsabile della lacerazione interiore che induce il viaggio metaforico e ideale. Perché fueron los barcos el origen de las multitudes, ricorda la memoria storica dello spirito cantore: navi che portavano uomini, le loro speranze, las valijas abarrotadas de preguntas, navi che muovevano verso altre terre, aliene, diverse, destinate pure quelle a diventare Patria, un giorno.
Carte di Sardinia è quindi sintesi poetica di un viaggio tra Patria e Patria, dove la distanza spaziale determina la distanza ideale. Soprattutto, è espressione artistica di una forte carica emozionale capace, a sua volta, di annullare la lontananza fisica e di farsi carico della malaise, anche intellettuale, che questa comporta.
Lo distanza fisica definisce il punto di partenza e supplisce all’incapacità dell’Io diviso di compiere una scelta tra i luoghi d’appartenenza, tra i luoghi-che-sono-casa:

Vía Caprera 6, en medio del mundo,
a orillas de un río de música
donde en mayo
desnudan sus violines mil grillos trashumantes
y en la fiesta de las ranas
las guitarras pulsan
arpegios de vigilia entre el follaje.
Aquí la casa de tu luz
gota indivisible en la que respiro.

La naturale direzione di sviluppo spaziale muove invece dal particolare al generale. Grazie a questa fondamentale impostazione, scopriamo che la casa de tu luz, lungi dal vivere una mera dimensione metaforica, esiste e vive dentro una comunità ben definita, ovvero tra i rioni soffocati e soffocanti di una Lanusei, ciudad trepada tra umori geologici scostanti. Una felice intuizione del poeta, riconducibile alle esperienze degli Shaped Poems di George Herbert prima e alla Concrete Poetry di Carlos Drummond de Andrade poi, permette quindi di fotografare tale gloriosa cittadina ogliastrina nella sua essenza:

Vortice di bambini nello stretto
impietrito della città vecchia
tra nonne e gerani
sommandosi ai balconi

e il tam tam della palla
capricciosamente
                                  in
                                     fuga
                                              nella
                                                       discesa.

Riconoscibili, riconoscibilissimi, i vicoli nascosti, i labirinti senza uscita, le discese ripide, le stradine strette che formano il tessuto connettivo di una plausibile Sardegna interna medievale, marcando il campo semantico, si propongono e si impongono come credibile e attualissima casa dello spirito, culla e domus aurea del pensiero.
Pensiero peregrino; mosso dalla volontà di un vento che domina sulle cose, spazza le strade, muove le foglie, scuote le campane, dona voce ad un’immagine afona altrimenti, saltuariamente allietata dal rumor de pianos.
E mentre il canto si eleva, lo spirito che viaggia espande la sua visuale, per scoprire che anche quel paesotto abbarbicato che sa di un ligero perfume de pinos:

.... coro de geranios,
ciudad de las campanas,
rodeada de rocas victoriosas
que sueltan su hojarasca al borde de las rutas

è, in realtà, solo un’altra minuscola galassia dentro il fondamentale universo-isola che la circonda.

Terra di emigranti, orizzonte letterario di Grazia Deledda, memoria di Nuoro, di Arbatax, di Tricoli: toponomastica e marcatori culturali non lasciano dubbi sul fatto che, cotanto universo-isola, cantato in ogni stagione ed in ogni momento del giorno, quest’isola (nera?) che sa diventare Poesia, sotto gli auspici di una luna bella, importante, ma fondamentalmente impassibile sia, nel caso specifico, la Sardegna.

Ma non solo. Ben presto, infatti, l’interconnessione tra spazio-superficie-fisica e tempo, si affina. Alla maniera del Leopardi, i balconi delle case, così come le proprietà intrinseche dell’isola-barco sobre la medianoche (la sua costa, la sua riva, i suoi porti d’approdo e di partenza), diventano siepe-cronotopo che, limitando lo sguardo verso l’infinito, sollecitano la creazione artistica.

Nel caso delle Carte di Sardinia però, a determinare la vena malinconica che esalta il canto dell’Io-poeta, non è solo la materialità degli oggetti che si frappongono tra lui e l’oltre-la-siepe. Il diktat è infatti primariamente sentimentale come si evince dalla grande attenzione data alla fisicità della donna amata:

Hondura de nosotros.
Inmensidad de la hora de tus ojos.

Infinito de tu boca
que me ocupa tus labios
y te ocupa los míos.

Tra quelle labbra l’arsura si placa ma, ad un tempo, si consuma il tormento; le affinità elettive e i desideri dell’Essere diventano un centro d’attrazione gravitazionale che impedisce anche il viaggio ideale. Contestualmente, la cognizione della condizione d’esilio a quella che è stata, un tempo, un’altra importantissima casa dello spirito, amata terra natale, prepara la strada ad un climax che è verità:

La noche es un exilio roto por el beso,
sustancia que el océano atesora
en su primera gota, vientre original
de todos los destinos.

Lejos un país tal vez.
Cuando el hombre libre de sus bestias
reparta el pan de la herramienta.

Allí mis hijos me reclaman
con el costado mío que no cesa,
que no duele de imposibles,
que no se rinde.

Y aquí este amor a manos llenas
que embandera
la patria.

C’è un altro luogo allora, un’altra Patria fisicamente più distante, che il cuore non si sente di nominare. Si tratta di una terra anch’essa perfettamente individuabile dentro la dimensione reale e, tuttavia, portata ad esistere solo come visione metaforica, luogo-che-è-sacro, Patria di ritorno. Una terra destinata a trasformarsi in santuario che il pellegrino vorrà sempre visitare: muovendo l’altra Patria-Isola-barca per raggiungerla se necessario, navigando su un oceano dove anche la palabra es un barco a la deriva, dove le storie dei migranti che furono si incrociano con la sua, rivelando moti che sono stati, cronache di foglie morte, tra le pendenti infelicità di un sud del mondo mai abbandonato nel ricordo.

Guardare il mare, oltre i balconi fioriti, oltre la costa lontana, diventa perciò conditio imprescindibile per alimentare l’illusione, confortare la memoria, tenere viva la speranza, soprattutto quando lo spirito accetta, in coscienza, che vi è una precisa chiamata dietro il tormentato navigare:

Allí mis hijos me reclaman

Il cuore invece non sa dove andare perché è:

Y aquí este amor a manos llenas
que embandera
la patria.

Gli indicali allì e aquì sanciscono il doloroso splitting delle ragioni e degli affetti dell’Essere, mentre i fantasmi di ciò che è stato, impediscono un perfetto godimento della felicità presente; all’esule-apolide non resta che continuare il viaggio dentro una dimensione universale dove:

Pasado y futuro son la misma cosa
partida por un rayo sin memoria.

Un linguaggio semplice, finito, circoscritto dal tema, ripetitivo, ossessivo a suo modo e che si conserva tale dal primo all’ultimo verso, concorre infine a rinvigorire la naturale vena malinconica, mentre l’anelito verso tutto ciò che è infinito (l’ordine infinito, lo spazio infinito, il fugace infinito, il sempre infinito, l’infinito della tua bocca, gli abissi infiniti, l’infinito dei corpi nudi, i voli infiniti dei passeri, l’azzurro infinito) diventa la silenziosa colonna sonora di un destino segnato, l’escamotage necessario, la via di fuga che sola è in grado di dare ristoro, regalare un segnale di pace.
Metafora di ciò che unisce e che divide, l’infinito del mare si trasforma invece in spazio ideale di liberazione del canto d’un poeta migrante per vocazione che, mentre racconta di se, non sa impedirsi di tendere l’orecchio per cogliere echi di campane, note di pianoforte, facezie del vento, lacrime di mondo-pianto di milioni di foglie perdute.
Il tutto, nella trepida attesa che torni il silenzio.

...el silencio con el que a veces me rozas

Appunto.

© Rina Brundu
Dublino, Aprile 2006



 

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