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E ora siedo sul letto del bosco che
ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove dov'è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.
Hotel Supramonte
Parto
dalla presentazione dell’opera “De André – Quaderni
dell’Almanacco gallurese nr. 1”(1) tenutasi Sabato 26 Giugno
2010 all’Hotel Orlando, in Ogliastra. Si tratta di un lavoro curato
da Giovanni Gelsomino, edito dalla Carlo Delfino Editore e alla cui
realizzazione hanno partecipato numerosi autori che per motivazioni
diverse sono stati “vicini” al De Andrè Sardo.
Una iniziativa editoriale dedicata all’avventura artistica e umana
del grande cantautore genovese in terra di Sardegna, dunque. Una
iniziativa editoriale che invita a ripercorrere le tappe di un
viaggio “ideale” durato quasi un quarto di secolo. Un viaggio che
comincia nel 1968, con il primo arrivo di De Andrè nell’isola, e che
continua con la successiva acquisizione, nel 1969, di una piccola
proprietà a Portobello di Gallura. Fino all’importante acquisto
dell’Agnata, ovvero della tenuta di circa 150 ettari che diventerà,
nel tempo, la vera casa-dell’-anima dell’uomo e dell’artista.
Tra le pagine agili, ricche di fotografie inedite e di “perle da
salvare” del Quaderno dell’Almanacco gallurese, impariamo
quindi a conoscere un Fabrizio De André pienamente inserito nel
particolarissimo microcosmo geografico che ha scelto di abitare.
Inserito fino al punto da prendere la residenza tempiese, fino a
diventare “capu subrastanti” (2) alla festa di Santu Bachis, fino a
sentirsi Sardo tra i Sardi. Ogni diverso-istante-importante che ha
caratterizzato questa sua “straordinaria avventura” viene raccontato
e riportato con precisione giornalistica. Soprattutto, viene
riportato condito dell’amore senza-riserve che i Sardi di Gallura
(ma non solo) hanno nutrito, e ancora nutrono, verso questo loro
illustre conterraneo acquisito.
De André: l’uomo e l’artista.
Premetto che, diversamente dai tanti autori che hanno realizzato il
Quaderno, io non ho mai conosciuto De André. Francamente, non
sono neppure una specialista della sua opera. Della stessa ho,
purtroppo, una conoscenza sommaria. Tuttavia, sono convinta che
possa bastarmi l’ordinario-acquisito in questi anni – rispetto alla
sua produzione artistica, s’intende - per fare le considerazioni che
seguiranno. Lo credo perché mi piacerebbe muovere oltre la mera
cronaca di una esperienza umana e/o artistica, onde tentare una
breve analisi di alcuni elementi caratterizzanti la “poetica” di
questo grande autore. Un’analisi di tipo letterario che, in quanto
tale, deve sottostare alle necessità tecniche che la governano.
Prima di procedere in questa direzione, vorrei fare comunque un
ulteriore preambolo. Mi ha sempre colpito, nel corso delle più
disparate discussioni miranti a presentare un ritratto credibile del
cantautore genovese, la quasi-universale, quanto determinata,
proposizione di un De Andrè anti-intellettuale. Di un De Andrè
uomo-gentile, di un De Andrè anti-divo, di un De Andrè
legato-alla-terra. Di un De Andrè uomo-umile per eccellenza. Quasi
che raccontare altrimenti fosse fare un torto all’amico, al
fratello, finanche all’artista!
Sui limiti dell’uomo-umile. Accertato che De André era un
uomo-umile, sono convinta che quella sua umiltà di metodo sia stata
viatico importante per realizzare fondamentali momenti di crescita
spirituale personale. Momenti che probabilmente si sono sublimati
artisticamente dentro "poesie" baciate da un’imagery solo in
apparenza semplice, nascosta all’occhio profano, ma sempre pronta a
deliziare il lettore accorto. È mia personale opinione però, che -
onde fuggire il rischio di vedere sminuiti gli straordinari
achievements del poeta Fabrizio De André – bisognerebbe
stare sempre bene attenti a distinguere tra le “qualità” dell’uomo e
quelle dell’artista. Parlo da un punto di vista tecnico, s'intende.
La pienezza artistica raggiunta, infatti, appartiene al dominio
dello Spirito e non dipende dai modi di essere, o di fare, più o
meno positivamente marcati, dell’uomo. Detto altrimenti, tali
modalità comportamentali, categorie morali, dimensioni etiche
riguardano esclusivamente i limiti dell’esperienza umana. Dunque
incarnata. Dunque minimale nella scala dei valori che intendiamo
analizzare. Oscar Wilde docet! Non è certamente l’umiltà che fa il
grande artista! Né la sua vanagloria, né la sua propensione al
divismo, né il suo anti-intellettualismo, quanto piuttosto la sua
capacità di visione, unita ad una grande ingegnosità nel catturare
momenti di “verità assoluta”, allo scopo di donarli ai tanti che non
sarebbero in grado di “intuirli” altrimenti. Vi è dunque nel destino
di ogni artista – figlio di buona donna o santo che sia -, un insito
indirizzo pedagogico reso meno “pesante”, nella sua naturale
necessità-di-istruire (i.e. nella naturale necessità dello Spirito
di adoperarsi per gli altri), dalla qualità estetica della
“confezione” con il quale egli stesso saprà avvolgere quel “dono”. E
tanto più preziosa (i.e. artisticamente compiuta, raffinata)
risulterà tale “confezione”, agli occhi dei posteri e dei
contemporanei, tanto più “facile” sarà per quell’artista impartire
“insegnamenti” che abbiano “qualità universale”. Quest’ultima
particolarità è la conditio-sine-qua-non per fare la differenza tra
un’Arte Assoluta (i.e. in grado di parlare a tutti gli
uomini, in quanto tali) ed un’Arte che, per quanto esteticamente
valida, non riuscirà mai ad esistere fuori dai confini ideali del
cortile-di-casa che la supporta. La comprende e la giustifica.
Sulle trappole tese dall’anti-intellettualismo di maniera. De
Andrè non amava l’intellettualismo-di-maniera. Così mi dicono e così
mi piace credere che fosse. Del resto, a chi dovrebbe piacere?
Considerato lo speciale background politico e culturale,
dentro cui ha mosso i primi passi importanti la carriera del
cantautore genovese – ovvero, il 68 e dintorni – non stupisce
affatto il maturare, in lui, di una avversione contro quella sorta
di intellettualismo-organizzato che caratterizzava tale
periodo storico. Vale a dire, contro quella sorta di “approccio
mentale” studiato, culturalmente classista e pedissequamente dedito
alla creazione di “barriere” che impedivano finanche la crescita
morale dei “vinti” che, a parole, gli adepti intendevano difendere.
E dato che De André a stare dalla “parte dei vinti” ci teneva
davvero, ribadisco che non sorprende una sua insofferenza di fondo.
Attenzione però ad usare l’innata avversione dell’artista verso lo
stereotipo, il posticcio, il pre-fabbricato, il
culturalmente-disonesto, per appoggiare la teoria che egli non fosse
un intellettuale. Ovvero, per sostenere l'idea che De André non
fosse spirito capace di prendere coscienza delle molte (e complesse)
possibilità della sua Essenza, di ri-organizzarle, studiarle e
infine coglierne i frutti-diversi procurati dal personalissimo
meditare. Naturalmente, smentire una simile sciocchezza è facile.
Basti pensare, per esempio, all’attenzione critica, educata,
impegnata che il cantautore genovese metteva nello studio del
vernacolo. Quello ligure, quello napoletano, quello sardo. Uno
studio che non era fine a se stesso – o condotto per privilegiare
una sua mera integrazione nel territorio – ma che era portato a
compimento soprattutto per soddisfare l’innata sete di conoscenza.
Il desiderio di esplorare universi-altri. E di capirli.
Tecnicamente, tanto mi basta e mi soddisfa. Muoviamo oltre.
De André: il “maldeisardi” tra mito bucolico e richiamo della
Madre-Terra
“Da un anno, 1978, aveva preso la residenza tempiese. “Io qui –
ripeteva agli amici – mi trovo benissimo. Mi sono innamorato della
natura e della gente. Mi sento più contadino che musicista, questo è
il mio porto, il mio punto d’arrivo, qui voglio vivere, diventare
vecchio, vedere la vita che continua”.”(3) Fatta salva
l’onesta-intenzione-del-cuore, non si possono non cogliere, in
queste affermazioni dell’artista Fabrizio De André, echi di alcune
necessità-prime che hanno accompagnato l’esistenza incarnata di
moltissimi altri spiriti simili. Di moltissimi altri spiriti-grandi.
In ogni tempo. Mi riferisco, ovviamente, alla loro naturale esigenza
di ricercare un paradiso-in-terra che sapesse fungere da
rifugio-dell’anima e che permettesse alla stessa di esprimersi
nella maniera ad essa più congeniale.
Quando sostengo dunque che dentro quel “maldeisardi” (4) che
affliggeva il cantautore genovese, vi era senz’altro un grande amore
per la Sardegna, ma quasi certamente altrettanta-visione-idealizzata
delle dinamiche isolane (in senso lato), non voglio mancare di
rispetto a quella sua “onesta intenzione del cuore” di cui abbiamo
già detto. Di fatto, io mi sto limitando a “leggere” la-sua-Sardegna
in maniera tecnica. E questa lettura la porto avanti sia rispetto al
modus scelto per cantarla la nostra isola, ma anche rispetto
alla modalità con cui ha deciso di viverla. E dunque penso alle
visioni bucoliche, pastorali (seppure sui-generis, dato che
questi tratti si manifestano soprattutto grazie ad una notevole
qualità descrittiva, pittorica, ad una sapiente intenzione
“retorica”, anche se viene quasi sempre meno il tratto “idillico”
quando inteso come sinonimo di pace e di armonia) proposte da
“poesie” quali “Canto del servo pastore”, “Hotel
Supramonte” e tante altre. Ma penso pure “all’estrema libertà”
con cui – almeno a sentire i testimoni – l’artista aveva scelto di
vivere l’Agnata. Mi riferisco quindi alla sua determinazione ad
abitarla senza alcuna protezione (idea peregrina-altrimenti se
pensiamo che in quelli stessi anni in Sardegna venivano portati a
compimento alcuni tra i più grandi sequestri di persona che si
ricordino), mi riferisco a quel suo passeggiare per la grande
proprietà portando in spalla un fucile che non avrebbe mai sparato,
mi riferisco al suo legittimo anelare verso un naturale blending
con la Terra-intorno. Condizione imprescindibile, quest’ultima, per
rispondere al richiamo della Terra-Madre, per favorire una completa
identificazione dei suoi cicli di morte e rinascita, con i propri. E
dunque per “respirare” appieno il profumo della Casa-dell’Anima.
Ovvero, dell’unico luogo dove il suo Spirito riuscisse ad esistere
libero e, ad un tempo, capace di manifestare, nella maniera più
compiuta, le sue più straordinarie possibilità.
De André:l’idealizzazione del Cristo.
“Salvatore io credo veramente che Dio esiste”(5) avrebbe
confidato De Andrè al sacerdote Salvatore Vico subito dopo la sua
liberazione (6). In altra occasione, l’artista si spinge fino a
identificare quello stesso Dio con l’ideale anarchico-politico che
egli ricercava, ovvero un ideale fatto di: “una libertà assoluta
ed estranea alle nostre spiegazioni” (7). Un ideale che fa a
pugni con la pruderie-religiosa imperante, e che lo stesso Fabrizio
non esita a mettere alla berlina, irridendola e deridendola nelle
sue canzoni. Nelle sue “poesie”.
Tra le molte opposizioni semantiche che raccontano la poetica
dell’artista, una che mi ha particolarmente colpito è dunque quella
che non esiterei a chiamare visione-confessionale (o clericale)
vs visione-cristiana. Laddove, il primo elemento si
propone negativamente connotato. Trasuda di verità-trascendenti
artefatte, giustificanti l’approccio goliardico-sarcastico-critico
(pensiamo, per esempio, a Bocca di Rosa) che l’artista non
teme di palesare. Di contrasto, il secondo elemento non può che
rispondere alle necessità “bucoliche” di cui già sappiamo. Un
desiderio di purezza, di onestà, di ritorno-alle-origini che
gioco-forza si sublima nella idealizzazione del Cristo. Un Cristo
che sarebbe stato definito da De André “il più grande
rivoluzionario di tutti i tempi”(8) e che, solo, sembrerebbe in
grado di proporsi quale vero simbolo della possibilità di redenzione
di tutti-i-vinti.
De André e gli “altri”: a modest proposal.
Nessuno mi toglierà dalla testa l’idea che se Fabrizio fosse ancora
tra noi, ci permetterebbe di godere appieno di molti altri,
specialissimi, frutti prodotti dalla sua eccezionale maturità
artistica. Una maturità figlia di uno raro percorso umano e
intellettuale, “pensato” solamente per rispondere ad un naturale
diktat dello Spirito.
Tuttavia, c’è già quanto basta nella sua produzione per permettergli
di riposare in eterno nell’Empireo dei Grandi. Dei poeti. Poeta tra
i poeti. È mia convinzione che Fabrizio De Andrè sia stato anche la
punta di diamante di un particolarissimo movimento “lirico” –
appunto - che si è sviluppato in Italia tra la fine degli anni ‘60
ed è continuato fino ai primi anni ‘80. Un movimento culturale
straordinario, a cui hanno dato “voce” molti tra i più grandi
cantautori italiani. Artisti che hanno avuto il merito di riuscire
ad accompagnare la loro musica con testi ispirati – celebranti la
Storia che diveniva - e che nulla avevano da invidiare ai
componimenti poetici del passato. Il meglio di questa eccezionale
produzione dovrebbe essere dunque studiato e, quando meritevole,
inserito nelle nostre Letterature. Per ricordare un periodo
importante del nostro esistere. Per ricordare gli uomini e le donne
che lo hanno fatto vivere. Per ricordare le battaglie politiche che
lo hanno caratterizzato. Le sconfitte. Le vittorie. Per ricordare
che noi uomini-e-donne-di-oggi siamo anche figli di tutto ciò che
questi artisti hanno saputo salvare ai loro ricordi, alle loro
esperienze. Per ricordare che noi uomini-e-donne-di-oggi siamo anche
tutti figli di Fabrizio De Andrè. E che di questo ne andiamo fieri.
30/06/2010
Copyright MMX
All rights reserved ©Rina Brundu
(1) De Andrè – Quaderni dell’Almanacco gallurese - N°
1, a cura di Giovanni Gelsomino, Carlo Delfino Editore, pag. 90.
(2) “…il ruolo più importante nell’organizzazione della
festa, i cui compiti sono stabiliti da un apposito statuto. Il “capu
subrastanti” deve conservare per un anno intero le bandiere delle
famiglie e quella maggiore, deve contribuire alle spese nel caso il
denaro raccolto con le questue non sia sufficiente…Ibid., pag. 29.
(3) Ibid, pag. 6.
(4) “Fabrizio De Andrè arriva per la prima volta in Gallura, a
Portobello in un pezzo della costa nord sconosciuto alla mondanità e
al gossip dei rotocalchi, nell’estate del sessantotto, e qui
successivamente comprerà casa. Solo pochi giorni ed è
inesorabilmente colpito dalla sindrome del “maldisardegna”, che
Fabrizio chiama “maldeisardi”, stregato e annichilito dalla luce di
questa terra.”, Ibid., pag. 80
(5) De Andrè – Quaderni dell’Almanacco gallurese - N° 1, a
cura di Giovanni Gelsomino, Carlo Delfino Editore, pag. 66.
(6) Fabrizio De André e Dori Ghezzi furono rapiti dall’Agnata il 27
Agosto 1979. La prigionia durò 117 giorni. La vicenda si concluse
con il pagamento di un riscatto di 550 milioni, poi recuperato dalle
Forze dell’Ordine.
(7) De Andrè – Quaderni dell’Almanacco gallurese - N° 1, a cura di
Giovanni Gelsomino, Carlo Delfino Editore, pag. 61.
(8) Dichiarazione di Fabrizio De André durante il concerto tenuto al
teatro Brancaccio di Roma nel 1998 (fonte Wikipedia).
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