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Rina Brundu, scrittrice, saggista

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / RINA BRUNDU


Fabrizio De Andrè: il “ilmaldeisardi” tra mito bucolico e richiamo della Madre-Terra.
Breve analisi tecnica di alcuni elementi caratterizzanti la “poetica” di Fabrizio De Andrè.

 

E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove dov'è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.

Hotel Supramonte

 

Parto dalla presentazione dell’opera “De André – Quaderni dell’Almanacco gallurese nr. 1”(1) tenutasi Sabato 26 Giugno 2010 all’Hotel Orlando, in Ogliastra. Si tratta di un lavoro curato da Giovanni Gelsomino, edito dalla Carlo Delfino Editore e alla cui realizzazione hanno partecipato numerosi autori che per motivazioni diverse sono stati “vicini” al De Andrè Sardo.
Una iniziativa editoriale dedicata all’avventura artistica e umana del grande cantautore genovese in terra di Sardegna, dunque. Una iniziativa editoriale che invita a ripercorrere le tappe di un viaggio “ideale” durato quasi un quarto di secolo. Un viaggio che comincia nel 1968, con il primo arrivo di De Andrè nell’isola, e che continua con la successiva acquisizione, nel 1969, di una piccola proprietà a Portobello di Gallura. Fino all’importante acquisto dell’Agnata, ovvero della tenuta di circa 150 ettari che diventerà, nel tempo, la vera casa-dell’-anima dell’uomo e dell’artista.
Tra le pagine agili, ricche di fotografie inedite e di “perle da salvare” del Quaderno dell’Almanacco gallurese, impariamo quindi a conoscere un Fabrizio De André pienamente inserito nel particolarissimo microcosmo geografico che ha scelto di abitare. Inserito fino al punto da prendere la residenza tempiese, fino a diventare “capu subrastanti” (2) alla festa di Santu Bachis, fino a sentirsi Sardo tra i Sardi. Ogni diverso-istante-importante che ha caratterizzato questa sua “straordinaria avventura” viene raccontato e riportato con precisione giornalistica. Soprattutto, viene riportato condito dell’amore senza-riserve che i Sardi di Gallura (ma non solo) hanno nutrito, e ancora nutrono, verso questo loro illustre conterraneo acquisito.

De André: l’uomo e l’artista.
Premetto che, diversamente dai tanti autori che hanno realizzato il Quaderno, io non ho mai conosciuto De André. Francamente, non sono neppure una specialista della sua opera. Della stessa ho, purtroppo, una conoscenza sommaria. Tuttavia, sono convinta che possa bastarmi l’ordinario-acquisito in questi anni – rispetto alla sua produzione artistica, s’intende - per fare le considerazioni che seguiranno. Lo credo perché mi piacerebbe muovere oltre la mera cronaca di una esperienza umana e/o artistica, onde tentare una breve analisi di alcuni elementi caratterizzanti la “poetica” di questo grande autore. Un’analisi di tipo letterario che, in quanto tale, deve sottostare alle necessità tecniche che la governano.

Prima di procedere in questa direzione, vorrei fare comunque un ulteriore preambolo. Mi ha sempre colpito, nel corso delle più disparate discussioni miranti a presentare un ritratto credibile del cantautore genovese, la quasi-universale, quanto determinata, proposizione di un De Andrè anti-intellettuale. Di un De Andrè uomo-gentile, di un De Andrè anti-divo, di un De Andrè legato-alla-terra. Di un De Andrè uomo-umile per eccellenza. Quasi che raccontare altrimenti fosse fare un torto all’amico, al fratello, finanche all’artista!

Sui limiti dell’uomo-umile. Accertato che De André era un uomo-umile, sono convinta che quella sua umiltà di metodo sia stata viatico importante per realizzare fondamentali momenti di crescita spirituale personale. Momenti che probabilmente si sono sublimati artisticamente dentro "poesie" baciate da un’imagery solo in apparenza semplice, nascosta all’occhio profano, ma sempre pronta a deliziare il lettore accorto. È mia personale opinione però, che - onde fuggire il rischio di vedere sminuiti gli straordinari achievements del poeta Fabrizio De André – bisognerebbe stare sempre bene attenti a distinguere tra le “qualità” dell’uomo e quelle dell’artista. Parlo da un punto di vista tecnico, s'intende. La pienezza artistica raggiunta, infatti, appartiene al dominio dello Spirito e non dipende dai modi di essere, o di fare, più o meno positivamente marcati, dell’uomo. Detto altrimenti, tali modalità comportamentali, categorie morali, dimensioni etiche riguardano esclusivamente i limiti dell’esperienza umana. Dunque incarnata. Dunque minimale nella scala dei valori che intendiamo analizzare. Oscar Wilde docet! Non è certamente l’umiltà che fa il grande artista! Né la sua vanagloria, né la sua propensione al divismo, né il suo anti-intellettualismo, quanto piuttosto la sua capacità di visione, unita ad una grande ingegnosità nel catturare momenti di “verità assoluta”, allo scopo di donarli ai tanti che non sarebbero in grado di “intuirli” altrimenti. Vi è dunque nel destino di ogni artista – figlio di buona donna o santo che sia -, un insito indirizzo pedagogico reso meno “pesante”, nella sua naturale necessità-di-istruire (i.e. nella naturale necessità dello Spirito di adoperarsi per gli altri), dalla qualità estetica della “confezione” con il quale egli stesso saprà avvolgere quel “dono”. E tanto più preziosa (i.e. artisticamente compiuta, raffinata) risulterà tale “confezione”, agli occhi dei posteri e dei contemporanei, tanto più “facile” sarà per quell’artista impartire “insegnamenti” che abbiano “qualità universale”. Quest’ultima particolarità è la conditio-sine-qua-non per fare la differenza tra un’Arte Assoluta (i.e. in grado di parlare a tutti gli uomini, in quanto tali) ed un’Arte che, per quanto esteticamente valida, non riuscirà mai ad esistere fuori dai confini ideali del cortile-di-casa che la supporta. La comprende e la giustifica.

Sulle trappole tese dall’anti-intellettualismo di maniera. De Andrè non amava l’intellettualismo-di-maniera. Così mi dicono e così mi piace credere che fosse. Del resto, a chi dovrebbe piacere? Considerato lo speciale background politico e culturale, dentro cui ha mosso i primi passi importanti la carriera del cantautore genovese – ovvero, il 68 e dintorni – non stupisce affatto il maturare, in lui, di una avversione contro quella sorta di intellettualismo-organizzato che caratterizzava tale periodo storico. Vale a dire, contro quella sorta di “approccio mentale” studiato, culturalmente classista e pedissequamente dedito alla creazione di “barriere” che impedivano finanche la crescita morale dei “vinti” che, a parole, gli adepti intendevano difendere. E dato che De André a stare dalla “parte dei vinti” ci teneva davvero, ribadisco che non sorprende una sua insofferenza di fondo.

Attenzione però ad usare l’innata avversione dell’artista verso lo stereotipo, il posticcio, il pre-fabbricato, il culturalmente-disonesto, per appoggiare la teoria che egli non fosse un intellettuale. Ovvero, per sostenere l'idea che De André non fosse spirito capace di prendere coscienza delle molte (e complesse) possibilità della sua Essenza, di ri-organizzarle, studiarle e infine coglierne i frutti-diversi procurati dal personalissimo meditare. Naturalmente, smentire una simile sciocchezza è facile. Basti pensare, per esempio, all’attenzione critica, educata, impegnata che il cantautore genovese metteva nello studio del vernacolo. Quello ligure, quello napoletano, quello sardo. Uno studio che non era fine a se stesso – o condotto per privilegiare una sua mera integrazione nel territorio – ma che era portato a compimento soprattutto per soddisfare l’innata sete di conoscenza. Il desiderio di esplorare universi-altri. E di capirli. Tecnicamente, tanto mi basta e mi soddisfa. Muoviamo oltre.

De André: il “maldeisardi” tra mito bucolico e richiamo della Madre-Terra
“Da un anno, 1978, aveva preso la residenza tempiese. “Io qui – ripeteva agli amici – mi trovo benissimo. Mi sono innamorato della natura e della gente. Mi sento più contadino che musicista, questo è il mio porto, il mio punto d’arrivo, qui voglio vivere, diventare vecchio, vedere la vita che continua”.”(3) Fatta salva l’onesta-intenzione-del-cuore, non si possono non cogliere, in queste affermazioni dell’artista Fabrizio De André, echi di alcune necessità-prime che hanno accompagnato l’esistenza incarnata di moltissimi altri spiriti simili. Di moltissimi altri spiriti-grandi. In ogni tempo. Mi riferisco, ovviamente, alla loro naturale esigenza di ricercare un paradiso-in-terra che sapesse fungere da rifugio-dell’anima e che permettesse alla stessa di esprimersi nella maniera ad essa più congeniale.
Quando sostengo dunque che dentro quel “maldeisardi” (4) che affliggeva il cantautore genovese, vi era senz’altro un grande amore per la Sardegna, ma quasi certamente altrettanta-visione-idealizzata delle dinamiche isolane (in senso lato), non voglio mancare di rispetto a quella sua “onesta intenzione del cuore” di cui abbiamo già detto. Di fatto, io mi sto limitando a “leggere” la-sua-Sardegna in maniera tecnica. E questa lettura la porto avanti sia rispetto al modus scelto per cantarla la nostra isola, ma anche rispetto alla modalità con cui ha deciso di viverla. E dunque penso alle visioni bucoliche, pastorali (seppure sui-generis, dato che questi tratti si manifestano soprattutto grazie ad una notevole qualità descrittiva, pittorica, ad una sapiente intenzione “retorica”, anche se viene quasi sempre meno il tratto “idillico” quando inteso come sinonimo di pace e di armonia) proposte da “poesie” quali “Canto del servo pastore”, “Hotel Supramonte” e tante altre. Ma penso pure “all’estrema libertà” con cui – almeno a sentire i testimoni – l’artista aveva scelto di vivere l’Agnata. Mi riferisco quindi alla sua determinazione ad abitarla senza alcuna protezione (idea peregrina-altrimenti se pensiamo che in quelli stessi anni in Sardegna venivano portati a compimento alcuni tra i più grandi sequestri di persona che si ricordino), mi riferisco a quel suo passeggiare per la grande proprietà portando in spalla un fucile che non avrebbe mai sparato, mi riferisco al suo legittimo anelare verso un naturale blending con la Terra-intorno. Condizione imprescindibile, quest’ultima, per rispondere al richiamo della Terra-Madre, per favorire una completa identificazione dei suoi cicli di morte e rinascita, con i propri. E dunque per “respirare” appieno il profumo della Casa-dell’Anima. Ovvero, dell’unico luogo dove il suo Spirito riuscisse ad esistere libero e, ad un tempo, capace di manifestare, nella maniera più compiuta, le sue più straordinarie possibilità.

De André:l’idealizzazione del Cristo.
Salvatore io credo veramente che Dio esiste”(5) avrebbe confidato De Andrè al sacerdote Salvatore Vico subito dopo la sua liberazione (6). In altra occasione, l’artista si spinge fino a identificare quello stesso Dio con l’ideale anarchico-politico che egli ricercava, ovvero un ideale fatto di: “una libertà assoluta ed estranea alle nostre spiegazioni” (7). Un ideale che fa a pugni con la pruderie-religiosa imperante, e che lo stesso Fabrizio non esita a mettere alla berlina, irridendola e deridendola nelle sue canzoni. Nelle sue “poesie”.

Tra le molte opposizioni semantiche che raccontano la poetica dell’artista, una che mi ha particolarmente colpito è dunque quella che non esiterei a chiamare visione-confessionale (o clericale) vs visione-cristiana. Laddove, il primo elemento si propone negativamente connotato. Trasuda di verità-trascendenti artefatte, giustificanti l’approccio goliardico-sarcastico-critico (pensiamo, per esempio, a Bocca di Rosa) che l’artista non teme di palesare. Di contrasto, il secondo elemento non può che rispondere alle necessità “bucoliche” di cui già sappiamo. Un desiderio di purezza, di onestà, di ritorno-alle-origini che gioco-forza si sublima nella idealizzazione del Cristo. Un Cristo che sarebbe stato definito da De André “il più grande rivoluzionario di tutti i tempi”(8) e che, solo, sembrerebbe in grado di proporsi quale vero simbolo della possibilità di redenzione di tutti-i-vinti.

De André e gli “altri”: a modest proposal.
Nessuno mi toglierà dalla testa l’idea che se Fabrizio fosse ancora tra noi, ci permetterebbe di godere appieno di molti altri, specialissimi, frutti prodotti dalla sua eccezionale maturità artistica. Una maturità figlia di uno raro percorso umano e intellettuale, “pensato” solamente per rispondere ad un naturale diktat dello Spirito.

Tuttavia, c’è già quanto basta nella sua produzione per permettergli di riposare in eterno nell’Empireo dei Grandi. Dei poeti. Poeta tra i poeti. È mia convinzione che Fabrizio De Andrè sia stato anche la punta di diamante di un particolarissimo movimento “lirico” – appunto - che si è sviluppato in Italia tra la fine degli anni ‘60 ed è continuato fino ai primi anni ‘80. Un movimento culturale straordinario, a cui hanno dato “voce” molti tra i più grandi cantautori italiani. Artisti che hanno avuto il merito di riuscire ad accompagnare la loro musica con testi ispirati – celebranti la Storia che diveniva - e che nulla avevano da invidiare ai componimenti poetici del passato. Il meglio di questa eccezionale produzione dovrebbe essere dunque studiato e, quando meritevole, inserito nelle nostre Letterature. Per ricordare un periodo importante del nostro esistere. Per ricordare gli uomini e le donne che lo hanno fatto vivere. Per ricordare le battaglie politiche che lo hanno caratterizzato. Le sconfitte. Le vittorie. Per ricordare che noi uomini-e-donne-di-oggi siamo anche figli di tutto ciò che questi artisti hanno saputo salvare ai loro ricordi, alle loro esperienze. Per ricordare che noi uomini-e-donne-di-oggi siamo anche tutti figli di Fabrizio De Andrè. E che di questo ne andiamo fieri.

30/06/2010
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(1)   De Andrè – Quaderni dell’Almanacco gallurese - N° 1, a cura di Giovanni Gelsomino, Carlo Delfino Editore, pag. 90.
(2)   “…il ruolo più importante nell’organizzazione della festa, i cui compiti sono stabiliti da un apposito statuto. Il “capu subrastanti” deve conservare per un anno intero le bandiere delle famiglie e quella maggiore, deve contribuire alle spese nel caso il denaro raccolto con le questue non sia sufficiente…Ibid., pag. 29.
(3)   Ibid, pag. 6.
(4)   “Fabrizio De Andrè arriva per la prima volta in Gallura, a Portobello in un pezzo della costa nord sconosciuto alla mondanità e al gossip dei rotocalchi, nell’estate del sessantotto, e qui successivamente comprerà casa. Solo pochi giorni ed è inesorabilmente colpito dalla sindrome del “maldisardegna”, che Fabrizio chiama “maldeisardi”, stregato e annichilito dalla luce di questa terra.”, Ibid., pag. 80
(5)   De Andrè – Quaderni dell’Almanacco gallurese - N° 1, a cura di Giovanni Gelsomino, Carlo Delfino Editore, pag. 66.
(6)   Fabrizio De André e Dori Ghezzi furono rapiti dall’Agnata il 27 Agosto 1979. La prigionia durò 117 giorni. La vicenda si concluse con il pagamento di un riscatto di 550 milioni, poi recuperato dalle Forze dell’Ordine.
(7)   De Andrè – Quaderni dell’Almanacco gallurese - N° 1, a cura di Giovanni Gelsomino, Carlo Delfino Editore, pag. 61.
(8)   Dichiarazione di Fabrizio De André durante il concerto tenuto al teatro Brancaccio di Roma nel 1998 (fonte Wikipedia).



 

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