Franco Santamaria,poesia,narrativa,pittura,culturapoesia narrativa pittura arte
   

 

Rina Brundu, scrittrice, saggista

FRANCO SANTAMARIA

Opere
Hanno detto di
Franco Santamaria
Biografia
Biographie 
SALA DEGLI OSPITI
Poesia
Narrativa
Arte
Critica-Sagg.
Citazioni

Eventi Culturali Naz.
Concorsi Letter./Art.
Link Culturali

SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / RINA BRUNDU


Adesso, si può!
(Omaggio ad Oriana Fallaci)

È la forza delle loro idee, insieme alla paura delle rivoluzioni che queste possono portare, ad impedirci, spesso, di riconoscere gli spiriti grandi. Nel dubbio, meglio accodarsi agli altri, a coloro che come noi vivono di luce riflessa e, per loro natura, non ci faranno mai troppo male.

Oriana Fallaci era semplicemente questo: uno spirito grande, uno spirito diverso, uno spirito libero, nato in Italia per beffa del destino o, al contrario, nato tra noi per fare da misura al nostro Essere piccolo. Caratteristica degli spiriti davvero grandi è che sanno volare alto ed implicitamente ammirano orizzonti a noi vietati.

Ed è sempre la forza delle loro idee ad impedirgli di rinnegarle! Non se la sentì Socrate di fare “marcia indietro” e buttare alle ortiche le convinzioni di una vita, non lo fece Giordano Bruno che di quella libertà di pensiero divenne vittima e martire. Ma, a ben guardare, non le ripudiò neppure Galileo se è vero che dopo l’abiura non poté fare a meno di esclamare: “Eppur si muove!”. Lui, del resto, aveva dalla sua argomenti inconfutabili.

Ma, di sicuro, non lo ha fatto neppure Oriana Fallaci (chi non è capace o non vuole intuire la validità dell’accostamento ideale non dovrebbe continuare nella lettura) che ha preferito fare muro del suo pensiero libero piuttosto che vederlo calpestato, inquinato, privato della sua dignità. E quindi è stata anche in questo caso la forza delle idee di questa grande contemporanea ad impedire ai più di riconoscere il suo spirito importante (il suo spirito, non il suo personaggio!).

Su questo particolare punto vorrei aprire una parentesi perché dopo la sua scomparsa se ne sono sentite parecchie. Con pacatezza voglio dire che non sono d’accordo con chi ritiene che si stia caricando troppo la Fallaci di immeritata gloria, o con chi ci ricorda che dovremmo guardare piuttosto ai tanti, sconosciuti giornalisti che, sebbene meritevoli, non hanno avuto la sua fortuna, che avrebbero voluto ma non hanno potuto… Sarebbe come dire che uno vale l’altro! Sarebbe come dire che le conquiste di Cesare avrebbe potuto portarle a compimento anche l’ultimo dei suoi soldati, o che la teoria della relatività avrebbe potuto formularla uno qualunque degli studenti del Professor Einstein, mentre lui avrebbe dovuto limitarsi ad apparire sui poster con la faccetta buffa, il capello canuto, sempre pronto a ricordarci che: Imagination is more important than knowledge.

A mio parere questa semplificazione è ingiusta, qualunquista e puzza moltissimo di zolfo di parte. Dico ciò perché neppure la storia personale (figuriamoci quella con la S maiuscola!) si fa con i se e con i ma… quanto piuttosto con il coraggio delle nostre azioni e delle nostre convinzioni. Accade pure che il fato, il destino, possa apparir (a noi piccoli uomini e a noi piccole donne) benigno con questo o con quello, ma io dubito fortemente che sia così. Una simile relativizzazione della nostra cultura sarebbe, infatti, davvero pericolosa e l’unico appiglio, nel mare magnum della mediocrità, resterebbe il nostro ego schierato. Te lo raccomando!

Non sono neppure d’accordo con chi si affretta a dichiarare che ammira la Fallaci prima maniera, quella delle “faticose” interviste, mentre si sente insultato dalla Fallaci feroce de La Rabbia e l’Orgoglio. Ripeto, non sono d’accordo, e spero di riuscire a motivare tale disagreement tornando subito al tema di fondo di questo pezzo che fondamentalmente tratta delle peculiarità di coloro che io continuo a chiamare gli spiriti grandi.

Dicevo dunque che anche nel caso di Oriana Fallaci è stata la forza delle sue idee ad impedire “ai più” di riconoscere il suo Essere importante. Ma qui di seguito dico pure che la pregnanza di questo fatto, così come degli argomenti trattati nella mia lunga digressione, è in verità assolutamente minima. Ed è minima perché, da Averroè in poi, e passando per lo stesso Bruno, non avrebbe dovuto sorprendere se l’aristocrazia intellettuale europea fosse venuta allo scoperto e avesse giudicato “la massa” incapace di cogliere il gist della sua (di Oriana) visione ideale perché va da sé che la stessa sia per molti, ma non per tutti.

A fare da contrappunto è invece il silenzio assordante di tale gerarchia “illuminata” che tace proprio quando dovrebbe parlare, vale a dire, adesso. Adesso, infatti, si può! Adesso si può, e si deve, tentare di avvicinarsi allo scrittore Oriana, all’Oriana pensiero, adesso si può tentare di studiarne la filosofia portante e i limiti della stessa. Naturalmente, non sarebbe stato possibile farlo prima! Non sarebbe stato possibile farlo perché la forza di quella visione ideale avrebbe immediata-mente avversato qualunque sentimento di empatia, o anche di apprezzamento ap-pena sussurrato. Altra caratteristica degli spiriti grandi è la loro estrema solitudine, condizione imprescindibile per portare a compimento una quest che è fondamen-talmente alla ricerca di loro stessi e delle ragioni ultime che governano l’universo che li ospita.

L’eco del non-detto genera purtroppo l’impressione che esistano oggi in Europa solo rampolli acciaccati di quelle che un tempo furono gloriose dinastie regnanti. L’infelice status quo non ci conforta davvero perché non possiamo proprio dimenticare che sono stati quei nostri validi antenati, quei grandi principi del pensiero a regalarci, anche a costo di sacrificare la propria, l’illusione di libertà di cui noi godiamo adesso. Non è molto, ma è quanto di meglio ci è riuscito di ottenere!

Tuttavia, su questa parvenza di libertà, costata la vita ai molti (Bruno è l’emblema di quei molti, così come nulla vieta che la Fallaci possa diventare l’emblema di tutti quei giornalisti onesti che avrebbero avuto la passione per cambiare il mondo ma che non hanno saputo farlo!), noi non abbiamo il diritto di sputare. Non abbiamo neppure il diritto di calpestarla, o di ripudiarla rendendola nuova vittima delle nostre più segrete fobie. Al contrario, dovremmo aiutarla a crescere per donarla, con orgoglio (occorrerebbe liberarsi, una volta per tutte, della cattiva abitudine di connotare negativamente questo bellissimo sentimento), anche a chi non ce l’ha.

Dicevo delle fobie. Dicevo delle fobie perché, più che delle questioni ideali, più delle usate beghe politiche e delle rivalse particolari, ritengo che questa paradossale situazione abbia a che fare soprattutto con le fobie. Come, per esempio, l’inconfes-sabile fobia di essere accusati di razzismo.

Che tale sentimento di paura colga la già citata “massa” (intesa in senso lato, trasversale ad ogni status), purtroppo, non sorprende. Immagino, sia la sindrome della coda di paglia! Da qualche parte devono, infatti, pure venire quei ragazzoni con la testa rasata che, dalle curve di ogni stadio italiano, salutano con il braccio alzato i loro maestri di vita, raramente identificati con Gesù Cristo o con Gandhi. Da qualche parte devono pure venire quei caporali capaci di quadruplicare la produ-zione degli ortaggi Made in Italy, sfruttando la manodopera dei ragazzi africani sbarcati a Lampedusa e per loro (s)fortuna sfuggiti ai controlli della Guardia di Finanza.
Da qualche parte devono pure venire…

Ciò che non mi riesce di comprendere però, è come tale stato d’animo minimo possa cogliere dei professionisti della cultura abituati a convivere con l’idea che gli spiriti liberi non hanno sesso, né nazione, né religione (né partito politico!), né cultura di riferimento se non quella universale a cui naturalmente aspirano; perché gli spiriti grandi (di nuovo!) ragionano per ideali, nella perfetta coscienza che la loro verità è solamente un tassello di un disegno più complesso ancora tutto da scoprire. Ed è ancora questa chiara coscienza del limite a spingerli, talvolta, oltre un confine che, se a loro è concesso valicare, deve restare assolutamente off limits per noi piccoli uomini e per noi piccole donne.

Questo spiega anche perché una qualsiasi analisi del Fallaci-pensiero non può prescindere da La Rabbia e l’Orgoglio: sarebbe un’analisi falsata in partenza! Sarebbe uno studio che ci propina una visione perfetta che non è mai esistita (come non è mai esistito un perfetto Giulio Cesare, o un perfetto Galilei, o un perfetto Professor Einstein che, nella sue faccenduole quotidiane, a sentire i consanguinei, era tutt’altro che esempio da imitare)!

Di converso, La rabbia e L’orgoglio ci ricorda, semmai, la fragilità della donna Oriana Fallaci che faticava a convivere con la portata della visione panoramica di cui godeva, la coscienza del limite e l’intuizione delle possibilità che questo comportava. Da tale conflitto interiore derivava “la rabbia” che fatalmente la spingeva ad andare oltre, a procedere come un carro armato, incurante delle paure che poteva incutere in noi piccoli uomini e in noi piccole donne; o forse, particolarmente attenta a tali effetti secondari, nel tentativo (vano) di insegnarci a superarle, di spronarci a spiccare il volo. Almeno per una volta. Una soltanto.

A mio modo di vedere quindi l’avventura umana e professionale di Oriana Fallaci è soprattutto un grande exempla della tesi e dell’antitesi, di ciò che è bene e di ciò che è male, momento speciale su cui riflettere, occasione di crescita intellettuale e non, possibilità unica per aprirci e donarci agli altri: bianchi, gialli, neri, mussulmani, ebrei, cristiani, smentendo così noi stessi e la favola della nostra coda di paglia. In barba ad ogni pseudo establishment culturale distratto, per tutto questo, almeno noi piccoli uomini e noi piccole donne, dovremmo esserle riconoscenti. Per tutto questo dovremmo dirle grazie. Adesso, si può!

© Rina Brundu
 


 

Altri saggi di Rina Brundu
Saggio su "Radici Perdute" di Franco Santamaria

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.