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È la forza delle loro idee, insieme alla paura delle rivoluzioni
che queste possono portare, ad impedirci, spesso, di riconoscere gli
spiriti grandi. Nel dubbio, meglio accodarsi agli altri, a coloro
che come noi vivono di luce riflessa e, per loro natura, non ci
faranno mai troppo male.
Oriana Fallaci era semplicemente questo: uno spirito grande, uno
spirito diverso, uno spirito libero, nato in Italia per beffa del
destino o, al contrario, nato tra noi per fare da misura al nostro
Essere piccolo. Caratteristica degli spiriti davvero grandi è che
sanno volare alto ed implicitamente ammirano orizzonti a noi
vietati.
Ed è sempre la forza delle loro idee ad impedirgli di rinnegarle! Non
se la sentì Socrate di fare “marcia indietro” e buttare alle ortiche
le convinzioni di una vita, non lo fece Giordano Bruno che di quella
libertà di pensiero divenne vittima e martire. Ma, a ben guardare,
non le ripudiò neppure Galileo se è vero che dopo l’abiura non poté
fare a meno di esclamare: “Eppur si muove!”. Lui, del resto, aveva
dalla sua argomenti inconfutabili.
Ma, di sicuro, non lo ha fatto neppure Oriana Fallaci (chi non è
capace o non vuole intuire la validità dell’accostamento ideale non
dovrebbe continuare nella lettura) che ha preferito fare muro del
suo pensiero libero piuttosto che vederlo calpestato, inquinato,
privato della sua dignità. E quindi è stata anche in questo caso la
forza delle idee di questa grande contemporanea ad impedire ai più
di riconoscere il suo spirito importante (il suo spirito, non il suo
personaggio!).
Su questo particolare punto vorrei aprire una parentesi perché dopo
la sua scomparsa se ne sono sentite parecchie. Con pacatezza voglio
dire che non sono d’accordo con chi ritiene che si stia caricando
troppo la Fallaci di immeritata gloria, o con chi ci ricorda che
dovremmo guardare piuttosto ai tanti, sconosciuti giornalisti che,
sebbene meritevoli, non hanno avuto la sua fortuna, che avrebbero
voluto ma non hanno potuto… Sarebbe come dire che uno vale l’altro!
Sarebbe come dire che le conquiste di Cesare avrebbe potuto portarle
a compimento anche l’ultimo dei suoi soldati, o che la teoria della
relatività avrebbe potuto formularla uno qualunque degli studenti
del Professor Einstein, mentre lui avrebbe dovuto limitarsi ad
apparire sui poster con la faccetta buffa, il capello canuto, sempre
pronto a ricordarci che: Imagination is more important than
knowledge.
A mio parere questa semplificazione è ingiusta, qualunquista e puzza
moltissimo di zolfo di parte. Dico ciò perché neppure la storia
personale (figuriamoci quella con la S maiuscola!) si fa con i se e
con i ma… quanto piuttosto con il coraggio delle nostre azioni e
delle nostre convinzioni. Accade pure che il fato, il destino, possa
apparir (a noi piccoli uomini e a noi piccole donne) benigno con
questo o con quello, ma io dubito fortemente che sia così. Una
simile relativizzazione della nostra cultura sarebbe, infatti,
davvero pericolosa e l’unico appiglio, nel mare magnum della
mediocrità, resterebbe il nostro ego schierato. Te lo raccomando!
Non sono neppure d’accordo con chi si affretta a dichiarare che
ammira la Fallaci prima maniera, quella delle “faticose” interviste,
mentre si sente insultato dalla Fallaci feroce de La Rabbia e
l’Orgoglio. Ripeto, non sono d’accordo, e spero di riuscire a
motivare tale disagreement tornando subito al tema di fondo di
questo pezzo che fondamentalmente tratta delle peculiarità di coloro
che io continuo a chiamare gli spiriti grandi.
Dicevo dunque che anche nel caso di Oriana Fallaci è stata la forza
delle sue idee ad impedire “ai più” di riconoscere il suo Essere
importante. Ma qui di seguito dico pure che la pregnanza di questo
fatto, così come degli argomenti trattati nella mia lunga
digressione, è in verità assolutamente minima. Ed è minima perché,
da Averroè in poi, e passando per lo stesso Bruno, non avrebbe
dovuto sorprendere se l’aristocrazia intellettuale europea fosse
venuta allo scoperto e avesse giudicato “la massa” incapace di
cogliere il gist della sua (di Oriana) visione ideale perché va da
sé che la stessa sia per molti, ma non per tutti.
A fare da contrappunto è invece il silenzio assordante di tale
gerarchia “illuminata” che tace proprio quando dovrebbe parlare,
vale a dire, adesso. Adesso, infatti, si può! Adesso si può, e si
deve, tentare di avvicinarsi allo scrittore Oriana, all’Oriana
pensiero, adesso si può tentare di studiarne la filosofia portante e
i limiti della stessa. Naturalmente, non sarebbe stato possibile
farlo prima! Non sarebbe stato possibile farlo perché la forza di
quella visione ideale avrebbe immediata-mente avversato qualunque
sentimento di empatia, o anche di apprezzamento ap-pena sussurrato.
Altra caratteristica degli spiriti grandi è la loro estrema
solitudine, condizione imprescindibile per portare a compimento una
quest che è fondamen-talmente alla ricerca di loro stessi e delle
ragioni ultime che governano l’universo che li ospita.
L’eco del non-detto genera purtroppo l’impressione che esistano oggi
in Europa solo rampolli acciaccati di quelle che un tempo furono
gloriose dinastie regnanti. L’infelice status quo non ci conforta
davvero perché non possiamo proprio dimenticare che sono stati quei
nostri validi antenati, quei grandi principi del pensiero a
regalarci, anche a costo di sacrificare la propria, l’illusione di
libertà di cui noi godiamo adesso. Non è molto, ma è quanto di
meglio ci è riuscito di ottenere!
Tuttavia, su questa parvenza di libertà, costata la vita ai molti
(Bruno è l’emblema di quei molti, così come nulla vieta che la
Fallaci possa diventare l’emblema di tutti quei giornalisti onesti
che avrebbero avuto la passione per cambiare il mondo ma che non
hanno saputo farlo!), noi non abbiamo il diritto di sputare. Non
abbiamo neppure il diritto di calpestarla, o di ripudiarla
rendendola nuova vittima delle nostre più segrete fobie. Al
contrario, dovremmo aiutarla a crescere per donarla, con orgoglio
(occorrerebbe liberarsi, una volta per tutte, della cattiva
abitudine di connotare negativamente questo bellissimo sentimento),
anche a chi non ce l’ha.
Dicevo delle fobie. Dicevo delle fobie perché, più che delle
questioni ideali, più delle usate beghe politiche e delle rivalse
particolari, ritengo che questa paradossale situazione abbia a che
fare soprattutto con le fobie. Come, per esempio, l’inconfes-sabile
fobia di essere accusati di razzismo.
Che tale sentimento di paura colga la già citata “massa” (intesa in
senso lato, trasversale ad ogni status), purtroppo, non sorprende.
Immagino, sia la sindrome della coda di paglia! Da qualche parte
devono, infatti, pure venire quei ragazzoni con la testa rasata che,
dalle curve di ogni stadio italiano, salutano con il braccio alzato
i loro maestri di vita, raramente identificati con Gesù Cristo o con
Gandhi. Da qualche parte devono pure venire quei caporali capaci di
quadruplicare la produ-zione degli ortaggi Made in Italy, sfruttando
la manodopera dei ragazzi africani sbarcati a Lampedusa e per loro
(s)fortuna sfuggiti ai controlli della Guardia di Finanza.
Da qualche parte devono pure venire…
Ciò che non mi riesce di comprendere però, è come tale stato d’animo
minimo possa cogliere dei professionisti della cultura abituati a
convivere con l’idea che gli spiriti liberi non hanno sesso, né
nazione, né religione (né partito politico!), né cultura di
riferimento se non quella universale a cui naturalmente aspirano;
perché gli spiriti grandi (di nuovo!) ragionano per ideali, nella
perfetta coscienza che la loro verità è solamente un tassello di un
disegno più complesso ancora tutto da scoprire. Ed è ancora questa
chiara coscienza del limite a spingerli, talvolta, oltre un confine
che, se a loro è concesso valicare, deve restare assolutamente off
limits per noi piccoli uomini e per noi piccole donne.
Questo spiega anche perché una qualsiasi analisi del
Fallaci-pensiero non può prescindere da La Rabbia e l’Orgoglio:
sarebbe un’analisi falsata in partenza! Sarebbe uno studio che ci
propina una visione perfetta che non è mai esistita (come non è mai
esistito un perfetto Giulio Cesare, o un perfetto Galilei, o un
perfetto Professor Einstein che, nella sue faccenduole quotidiane, a
sentire i consanguinei, era tutt’altro che esempio da imitare)!
Di converso, La rabbia e L’orgoglio ci ricorda, semmai, la fragilità
della donna Oriana Fallaci che faticava a convivere con la portata
della visione panoramica di cui godeva, la coscienza del limite e
l’intuizione delle possibilità che questo comportava. Da tale
conflitto interiore derivava “la rabbia” che fatalmente la spingeva
ad andare oltre, a procedere come un carro armato, incurante delle
paure che poteva incutere in noi piccoli uomini e in noi piccole
donne; o forse, particolarmente attenta a tali effetti secondari,
nel tentativo (vano) di insegnarci a superarle, di spronarci a
spiccare il volo. Almeno per una volta. Una soltanto.
A mio modo di vedere quindi l’avventura umana e professionale di
Oriana Fallaci è soprattutto un grande exempla della tesi e
dell’antitesi, di ciò che è bene e di ciò che è male, momento
speciale su cui riflettere, occasione di crescita intellettuale e
non, possibilità unica per aprirci e donarci agli altri: bianchi,
gialli, neri, mussulmani, ebrei, cristiani, smentendo così noi
stessi e la favola della nostra coda di paglia. In barba ad ogni
pseudo establishment culturale distratto, per tutto questo, almeno
noi piccoli uomini e noi piccole donne, dovremmo esserle
riconoscenti. Per tutto questo dovremmo dirle grazie. Adesso, si
può!
© Rina Brundu
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