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Sandro Montalto si occupa di
poesia, critica letteraria, musica, teatro: è redattore di Il
Segnale, La clessidra e Poetry Wave: ha pubblicato nel 2004
Compendio di eresia, raccolta di saggi editi e inediti per le
Edizioni Joker, testo nel quale l’autore dimostra di essere,
nonostante la giovane età, un ottimo critico letterario, coltissimo
e capace di scavare in profondità nel testo, facendone emergere i
tratti distintivi, con una notevolissima acribia.
Il libro di poesia, di cui ci occupiamo in questa sede,
Scribacchino (Poesie 1993-1999), è l’unico che Montalto abbia pubblicato ed è stato
accolto dalla critica molto favorevolmente, riportando molte ed
elogiative recensioni. Libro originalissimo, Scribacchino, perché
sottende una coscienza letteraria molto profonda, che si estrinseca
nel progetto che Montalto, se vogliamo usare una metafora teatrale,
mette in scena, scena che poi è quella del panorama della
letteratura italiana contemporanea: già Scribacchino è un titolo
programmatico, perché è un titolo paradossale: uno scribacchino è
una persona che certo non pratica la poesia e che vive facendo un
mestiere molto umile; già da questo titolo ci accorgiamo dal tono
provocatorio e ironico che è peculiare, nella raccolta di Sandro
Montalto, di quanto, e potrebbe sembrare il contrario, Montalto
sappia benissimo di essere un poeta proprio attraverso un gioco,
proprio attraverso il paradosso. Il libro, che presenta un’acuta
prefazione di Rinaldo Caddeo e una nota di Mario Marchisio sui
risvolti di copertina, non presenta scansioni ed è preceduto da un
prologo asintotico, intitolato Dedicato a chiunque, testo che è una
composizione poetica programmatica, preceduta da una citazione di
Franz Kafka:-“ La vita reale è solo un riverbero dei sogni dei
poeti”-. In questo componimento, intitolato Dedicato a chiunque,
così scrive il poeta:-“/Siamo agli ultimi rintocchi, maledetto
poeta:/ inesorabili tocchi i rintocchi/ inesauribili echi lontani di
naviganti suoni/ suonati e smarriti/ Questa è la tua epigrafe e un
sepolcro è questa tana di serpi/ sulla quale siamo seduti/ questo
vecchio letto cigolante: intriso di sudori ed emanante/ fetori
nauseabondi di sostanze innominabili; questi vecchi libri
sgocciolanti sapienza e verità vere e presunte; i libri di scuola
con le loro immagini morsicate…/”; questo è lo stile di Montalto,
questa sua vena dissacratoria, anarchica, del fare poesia che
diviene cifra di tutto il testo che l’autore ci presenta. Il poeta
sa che la vita è fatta di prove e di un disordine da risolvere,
un’entropia che è tipica della sua poetica. C’è un fatto saliente in
questo Scribacchino: a un certo punto Montalto scrive:- “Non sono
ciò che scrivo, non scrivo ciò che sono/”. Alla fine del secolo
Sandro Montalto conclude e capovolge ciò che un coetaneo aveva
aperto all’inizio del secolo:-“Perché tu mi dici poeta?/ Io sono un
fanciullo che piange”/; Sono parole di Sergio Corazzini, sfortunato
poeta morto giovanissima e vagamente crepuscolare. Sergio Corazzini,
in nome della verità, respinge l’attribuzione e lo statuto di poeta,
Montalto, in nome della menzogna, li accetta, li riconverte a
proprio uso e consumo, a conclusione dello stesso passo:-/ “ Non lo
sono lo scrivo:-;/ Non sono ciò che scrivo, non scrivo ciò che sono
./ Non faccio la vita: ma la faccia smagrita ./ Faccio il poeta e la
faccio finita/”. Montalto, dunque, ribalta la figura di Corazzini,
immedesimandosi in un cavaliere che al posto di affrontare la vita
con la spada, la combatte con il pacifico, (ma chissà fino a che
punto), strumento della penna, penna usata per mettere su carta
poesie fatte da parole irriverenti e, soprattutto per scavare non
nella terra per seminare e coltivare, ma per compiere un esercizio
di conoscenza.
In Montalto, in questo libro, troviamo una beffarda disperazione:
l’io-poetante è antilirico, ma sempre al centro della raccolta, di
ciascun componimento. C’è un’esplosione-implosione controllata di
parole e queste parole divengono un turbinio di immagini che si
dipanano per accumulo in un fluire barocco, nel senso positivo del
termine. Anche perché non è scandita, l’opera di Montalto, per la
sua compattezza e per la sua unitarietà, ha qualcosa di vagamente
poematico. In Montalto troviamo un versificare che riflette su se
stesso con piani alti e bassi e da questo sfregamento, da questo
scarto, nasce la poesia; anche se talvolta in Scribacchino si
trovano versi brevi, solitamente, i versi di Montalto si dipanano
sulla pagina in una lunga e ininterrotta sequenza: lo stile è
inconfondibile; il nucleo poetante è animato e si estrapola con
forze centrifughe e centripete, ma, paradossalmente, è questa
materia incandescente a realizzarsi, a dirsi, a costruirsi, in una
maniera controllata, dove possono entrare, in una poesia alta anche
“cose” ben poco alte che si compiacciono della putrescenza e del
disgusto, vedi, tra tutte, il sommelirer coprofago.
In questo libro i piani si svolgono in terribili “cadute agli
inferi” e risalite che redimono Montalto poeta e uomo, che, tramite
la parola poetica; riesce a riemergere dalle acque del postmoderno
ansante e occidentale, e i modelli più vicini a Montalto non possono
essere che Rimbaud e Baudelaire, tutto è simbolo: innanzitutto la
penna.
©Raffaele
Piazza
* Sandro Montalto, Scribacchino
(Poesie 1993-1999), Joker, Novi Ligure (Al) 2000- pagg. 63)
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