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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / RAFFAELE PIAZZA


"Scribacchino" di Sandro Montalto

Sandro Montalto si occupa di poesia, critica letteraria, musica, teatro: è redattore di Il Segnale, La clessidra e Poetry Wave: ha pubblicato nel 2004 Compendio di eresia, raccolta di saggi editi e inediti per le Edizioni Joker, testo nel quale l’autore dimostra di essere, nonostante la giovane età, un ottimo critico letterario, coltissimo e capace di scavare in profondità nel testo, facendone emergere i tratti distintivi, con una notevolissima acribia.

Il libro di poesia, di cui ci occupiamo in questa sede, Scribacchino (Poesie 1993-1999), è l’unico che Montalto abbia pubblicato ed è stato accolto dalla critica molto favorevolmente, riportando molte ed elogiative recensioni. Libro originalissimo, Scribacchino, perché sottende una coscienza letteraria molto profonda, che si estrinseca nel progetto che Montalto, se vogliamo usare una metafora teatrale, mette in scena, scena che poi è quella del panorama della letteratura italiana contemporanea: già Scribacchino è un titolo programmatico, perché è un titolo paradossale: uno scribacchino è una persona che certo non pratica la poesia e che vive facendo un mestiere molto umile; già da questo titolo ci accorgiamo dal tono provocatorio e ironico che è peculiare, nella raccolta di Sandro Montalto, di quanto, e potrebbe sembrare il contrario, Montalto sappia benissimo di essere un poeta proprio attraverso un gioco, proprio attraverso il paradosso. Il libro, che presenta un’acuta prefazione di Rinaldo Caddeo e una nota di Mario Marchisio sui risvolti di copertina, non presenta scansioni ed è preceduto da un prologo asintotico, intitolato Dedicato a chiunque, testo che è una composizione poetica programmatica, preceduta da una citazione di Franz Kafka:-“ La vita reale è solo un riverbero dei sogni dei poeti”-. In questo componimento, intitolato Dedicato a chiunque, così scrive il poeta:-“/Siamo agli ultimi rintocchi, maledetto poeta:/ inesorabili tocchi i rintocchi/ inesauribili echi lontani di naviganti suoni/ suonati e smarriti/ Questa è la tua epigrafe e un sepolcro è questa tana di serpi/ sulla quale siamo seduti/ questo vecchio letto cigolante: intriso di sudori ed emanante/ fetori nauseabondi di sostanze innominabili; questi vecchi libri sgocciolanti sapienza e verità vere e presunte; i libri di scuola con le loro immagini morsicate…/”; questo è lo stile di Montalto, questa sua vena dissacratoria, anarchica, del fare poesia che diviene cifra di tutto il testo che l’autore ci presenta. Il poeta sa che la vita è fatta di prove e di un disordine da risolvere, un’entropia che è tipica della sua poetica. C’è un fatto saliente in questo Scribacchino: a un certo punto Montalto scrive:- “Non sono ciò che scrivo, non scrivo ciò che sono/”. Alla fine del secolo Sandro Montalto conclude e capovolge ciò che un coetaneo aveva aperto all’inizio del secolo:-“Perché tu mi dici poeta?/ Io sono un fanciullo che piange”/; Sono parole di Sergio Corazzini, sfortunato poeta morto giovanissima e vagamente crepuscolare. Sergio Corazzini, in nome della verità, respinge l’attribuzione e lo statuto di poeta, Montalto, in nome della menzogna, li accetta, li riconverte a proprio uso e consumo, a conclusione dello stesso passo:-/ “ Non lo sono lo scrivo:-;/ Non sono ciò che scrivo, non scrivo ciò che sono ./ Non faccio la vita: ma la faccia smagrita ./ Faccio il poeta e la faccio finita/”. Montalto, dunque, ribalta la figura di Corazzini, immedesimandosi in un cavaliere che al posto di affrontare la vita con la spada, la combatte con il pacifico, (ma chissà fino a che punto), strumento della penna, penna usata per mettere su carta poesie fatte da parole irriverenti e, soprattutto per scavare non nella terra per seminare e coltivare, ma per compiere un esercizio di conoscenza.

In Montalto, in questo libro, troviamo una beffarda disperazione: l’io-poetante è antilirico, ma sempre al centro della raccolta, di ciascun componimento. C’è un’esplosione-implosione controllata di parole e queste parole divengono un turbinio di immagini che si dipanano per accumulo in un fluire barocco, nel senso positivo del termine. Anche perché non è scandita, l’opera di Montalto, per la sua compattezza e per la sua unitarietà, ha qualcosa di vagamente poematico. In Montalto troviamo un versificare che riflette su se stesso con piani alti e bassi e da questo sfregamento, da questo scarto, nasce la poesia; anche se talvolta in Scribacchino si trovano versi brevi, solitamente, i versi di Montalto si dipanano sulla pagina in una lunga e ininterrotta sequenza: lo stile è inconfondibile; il nucleo poetante è animato e si estrapola con forze centrifughe e centripete, ma, paradossalmente, è questa materia incandescente a realizzarsi, a dirsi, a costruirsi, in una maniera controllata, dove possono entrare, in una poesia alta anche “cose” ben poco alte che si compiacciono della putrescenza e del disgusto, vedi, tra tutte, il sommelirer coprofago.

In questo libro i piani si svolgono in terribili “cadute agli inferi” e risalite che redimono Montalto poeta e uomo, che, tramite la parola poetica; riesce a riemergere dalle acque del postmoderno ansante e occidentale, e i modelli più vicini a Montalto non possono essere che Rimbaud e Baudelaire, tutto è simbolo: innanzitutto la penna.

©Raffaele Piazza

* Sandro Montalto, Scribacchino (Poesie 1993-1999), Joker, Novi Ligure (Al) 2000- pagg. 63)

 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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