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FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / PLINIO PERILLI


“I lividi di un sogno al risveglio…
(Per Lucio Toma, e la sua paziente rivolta A gonfie vene) *

 

C’è un passaggio molto bello d’un saggio di Pasternak – un saggio da poeta e di poetica: “La poesia della prosa” – dove il grande scrittore russo sottolinea l’impor-tanza e l’intreccio congenito, connaturato, reciproco e specchiato, fra poesia e prosa, non solo per scelta stilistica, ma dedizione e incanto d’immaginario: “Che cos’è la poesia, compagni, se tale è ai nostri occhi il suo sorgere? La poesia è la prosa, la prosa non nel senso delle opere in prosa di determinati autori, ma la prosa in quanto tale, la voce della prosa, la prosa nella sua azione, non nel racconto. La poesia è la lingua di un fatto organico, cioè di un fatto con delle conseguenze vive. E naturalmente, come tutto a questo mondo, essa può essere buona o cattiva, a seconda che noi la conserviamo nella sua autenticità, o che riusciamo a corrom-perla. Ma comunque sia, proprio questo, cioè la pura prosa, nella sua tensione comunicativa, è la poesia.”
La poesia di Lucio Toma, trentenne pugliese qui alla sua prima vera prova, dopo la plaquette d’esordio, Zigrinature, ora confluita in una raccolta più organica e ripen-sata, A gonfie veneè la lingua di un fatto organico, cioè di un fatto con delle conse-guenze vive…
E non basta l’autocritica pessimista di “bonifica”, a diffidarne o aggettivarla – per pudore introiettato, per stanchezza melanconica, per eterna e urlata delusione civile – come “arte mia improduttiva”!:

Ma io posso solo piantare alberi d’inchiostro nelle falle
del mondo fra cemento
e silenzio
come punti di sutura.

Certo, ci sarebbe spazio per ardite discettazioni o affilate citazioni sociologiche… Qua e là – predilezione lirica o rimemorazione culturale che sia – riemerge un certo Leopardi gnostico e amaro, meditabondo e quasi vietatosi a ogni speranza, che fa dialogare uomini e dèi, entità ed elementi nelle sue Operette morali: ma il nostro Lucio sembra conservare fino all’ultimo la forza per un ulteriore guizzo di Idealità, se non di placata Felicità… Leggiamo il finale de “La vita”:

Mi vesto di occhiali e metto
a fuoco ogni sagoma tumefatta
di felicità, ogni cosa
in cui inciampo non volendo…

E riconosco allora la vita
che sui volti gonzi garba lo stesso
identico dolore per via
dei graffi che accarezzando lascia
a ricordo d’averci incontrati.

Paragoniamolo ora, non tanto per nobile debito letterario, ma per nostra laica, comune matrice filosofica, alla lucida, brillante desolazione del Leopardi del “Can-tico del Gallo silvestre”, tanto più saggio in quanto che consapevole dell’Utopia sperimentata e dinamica di ogni vita che si pensi o si ambisca felice: “Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi vedi tu di presente o vedesti mai la felicità dentro ai confini del mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano?”…
La lingua di un fatto organico… Cioè la pura prosa, nella sua tensione comunicativa… “Lo stesso / identico dolore per via / dei graffi che accarezzando lascia”… Sì, perché Lucio ha davvero cominciato a fare poesia non soltanto per radioso afflato di giovinezza, o consueto e sensibile surplus romantico, ma più ancora per resistere e quasi vaccinarsi da un non facile malanno fisico (un’insufficienza renale che lo costrinse per anni alla pungente via crucis della dialisi, prima di una provvidenziale ma non meno drammatica, e finalmente lusinghiera, operazione di trapianto)…
Di qui, per intenderci, i suoi espliciti richiami lirici alle “cicatrici come stelle di aghi / incarnite nelle vene del mio destino”, seppure in qualche modo lenite dal contemporaneo, candido e ignaro adagiarvisi del suo piccolo, amato figlio neonato:

Il mio braccio sinistro

Questo aneurisma di arto scolpito
di cicatrici come stelle di aghi
incarnite nelle vene del mio destino,
questo braccio sinistro che fibrilla
ancora nel firmamento della notte
dove tu, figlio, poni un pianto di colica
intestina e il tuo orecchio come
su un guanciale di melodiosi sogni
che per te è il mondo intero, questo
che mi resta a memoria d’ogni buco
nero della vita ti offro: culla che tu
colmi di respiri in braccio a Morfeo.

Immagine e singulto “espressionisti”, davvero di forte, metaforica valenza, lirica e visiva. E che subito calamita, si capisce, antiche e travagliate cronache di malandate fisiologie poetiche, tanto illustri quanto a noi care; leggiamo in ordine sparso, per esempio, qualche dolentissima stilla di diario del grande Giacomo: “La mia vita è noia e pena” (5 maggio 1828)… “Non le parlerò del mio dolore, il quale è tanto, che io non giungo ad abbracciarlo tutto intero” (18 maggio 1828)… “Quasi ogni azione, e quasi ogni sensazione mi dà dolore” (19 giugno 1830)…
Così il nostro Lucio, che si sente un po’ discepolo di Rimbaud e dunque vuol essere “assolutamente moderno” ma soprattutto farsi poeta-veggente dell’anima, ardisce di assumere cruda, realistica poesia perfino con il Buscopan, il Maalox, ed altri consimili medicinali, più o meno efficaci… Suggestioni ed esiti lirici davvero pro-banti, che amiamo annoverare tra i momenti più originali e disperatamente felici di questo libro, cioè di questo dimesso, divulgato esistenzialismo, che è dunque una cu-pa, aurea miniera di ossimori, un’armoniosa ridda dei contrari, una vera e propria cura “omeopatica” del Vivere verso e dentro lo Scrivere:

L’amante al butilbromuro di queste
notti bianche di spasmi
biliari appartiene agli alcaloidi
della Belladonna e fa bene
ciò che la mia donna osa
col mio cuore: curare.

Così a mattina e a sera la prendo
senza baci fra le labbra a piccole
dosi e aspetto con affetto collaterale
che plachi in silenzio piano piano
gli spasimi dei miei giorni.

Un leopardismo, ripetiamo, inevitabile ma al contempo redento, che lo ha invischiato e dannato per tutta la prima giovinezza, senz’altro scampo (e scopo) che l’amore vero – per sua buona fortuna; ed il conforto (il confronto) aspro e radioso della Scrittura. Entrambi, per vezzo aggraziato vissuti come un dolce, riparato porto domestico contro i venti implacati della vita…
“… LE VENE non si vedono.” – annota Lucio Toma nella sua fervida, emozionata Premessa. Ci parla delle sue vene, e di arterie sanguigne che hanno attraversato, nutrito o indolenzito, deciso e stressato la sua giovane vita più che a noi tutti – “Come il dolore si possono ascoltare, ‘sentire’ sotto la pelle nel fluire del sangue che le attraversa, vele nel mare segreto della vita”…

Per la tua anima innocente
io sono i lividi
di un sogno al risveglio
che hai scelto di vivere
e di curare con amore.
La mia carne, martoriata
dalla sfida alla vita,
che ho amata fino all’osso,
non ha riscatto di domani…

Le vene gonfie, La Rivolta Da Dentro (che è sforzo, rabbia, fatica, intollerabile soma del quotidiano), addensano e sommuovono i volti, i corpi, le braccia, le mani di tanti quadri, statue, testimonianze dell’arte di ogni secolo: gonfie vene della Passione, dei Cristi più agonici, ma anche degli umili umiliati o degli eroi sconfitti e vittoriosi nelle grandi, ma anche piccole battaglie della vita, della Storia… I Leonardo e i Michelangelo, i Caravaggio e i Delacroix, fino all’arte contemporanea (ad esempio, tutti o quasi gli espressionisti, da Munch a Schiele), disegnano, dipingono, effigiano questo sangue che pulsa, spinge, s’indigna, come la planimetria cilestrina o livida d’un immenso rifiuto esistenziale, di un massimo diniego emotivo (e metafisico!), ma insieme la ramificazione venosa, quasi il corporeo arabesco estetico d’un bergsoniano slancio vitale, d’una libera, invitta vitalità…
“Ambedue nati dalla costola di Klimt, ambedue dominati dalla tensione a scavare la verità interiore,” – Eva Di Stefano ci racconta Schiele e Kokoschka – “ambedue ossessionati dalla visione del corpo umano come materializzazione di forze psichiche e dalla stessa disperazione di morte.”
E a gonfie vene scrissero i grandi rivoltosi come Baudelaire, Rimbaud, Corbière, Dostoevskij, Jack London, Kafka, Hemingway, Céline, Boris Vian, via via fino a Kerouac, Corso, Bukowski… A gonfie vene scriveva il coraggio di Pasolini, il primo Pagliarani e l’ultimo Caproni, tossicchiante il Nulla… Pavese e Fenoglio, Dylan Thomas e Bruce Chatwin, Paul Celan e Sylvia Plath: “Per spiare / Le mie cicatrici, per auscultare / Il mio cuore – eh sì, batte”…
“Il suo corpo! la scioltezza sognata, lo schianto della grazia attraversata da vio-lenza nuova” – scriveva il fanciullo dalle suole di vento, il profeta delle Illuminazioni.
A gonfie vene, Lucio Toma veleggia dunque dentro, contro e oltre il buio del suo malessere, solo assistito dalla benefica certezza coniugale del suo amore (“e fortuna unica / nella mia vita sei arrivata”), e dall’eguale sacrosanta fiducia nella pura, denudante luce della poesia… Perché la giovinezza finisce presto, è già finita: “l’età veloce dei sogni stretti / negli zàini inciampa ai marciapiedi / dell’attesa alla stazione.” Ma anche il disincanto può redimersi, trasmutarsi in canto:

Sorpreso il cuore
anche il rimpianto duro
spurgo della mia gola
diventa canto.

E se in amore, il dono d’una donna giusta, reale e paziente, diremmo concretamente angelica, lo ripaga e lo acquieta di ogni dolore, perfino del donato “cruccio / di parole senza inganno”, la sua più fervida dichiarazione di poetica, e forse filosofia stessa, è quella della “Sopravvivenza”:

Se ogni giorno accarezzo
le tue carni con baci
feroci di vita, amore mio,
è perché non voglio
mi sfugga la materia
dei sogni, il nocciolo
della questione
che ha nutrito il mio spirito
di sopravvivenza.

Intriga, per tutto il libro, come una diagonale intellettuale di crucci e bizze con il travaglio stesso (e tutto il mondo, annesso e connesso) della scrittura, ivi comprese le difficoltà editoriali di ogni giovane poeta ad essere accolto considerato nonché stampato, gli dettano talvolta i suoi componimenti più scettici o sfegatati, più frustrati o peggio depressi…

Così adoro, mio Dio,
tra l’onnipotenza tua e i miei vezzi
il feticcio di una penna come
il pettine che scioglie i cirri
dei ricordi, i nodi del dolore.

Commenterebbe però l’agrodolce, umbratile Nietzsche dei Frammenti postumi: “Se non esistesse nulla di organico, la sofferenza non esisterebbe, ciò vuol dire: se non si credesse all’esistenza di cose UGUALI, se non si facesse questo errore, non vi sarebbe dolore nel mondo.”
Vogliamo dire a Lucio, e al suo Dolore maiuscolo che ha saputo prima viversi, poi descriversi, infine vincersi, che proprio la sua inuguale, rara sofferenza, è stato lo Spirito Vitale, nonché il fiero guizzo espressivo che l’hanno premiato e sospinto verso i lidi della poesia: non sempre comodi ma indiscutibilmente autentici, accoglienti e sferzanti come l’abbraccio arioso di un golfo profondo. Un libero vento di poesia lo percorre tutto e lo pulisce, lo incorona e lo dimentica come il sole fa con ogni sogno svegliato, ogni dolore che torna a sorridere, e stranamente ci fa rinascere:

Ma è tutto vero: cammino
sull’acqua dei giorni toccando
la primavera, il cielo con un dito.

E per Dio, finalmente
                                           a gonfie vene
una indicibile
                              resurrezione.

Dall’alto ancora e sempre ci guarda Rimbaud, e ci protegge la sua immaginosa, vaccinata “Mistica”, maestra dell’aldiquà: “Sul pendio del ciglione, gli angeli ruo-tano le loro vesti di lana, nei pascoli d’acciaio e di smeraldo.”

© Plinio Perilli

 

* Lucio Toma, A gonfie vene
Inroduzione di Plinio Perilli
Editrice Ianua s.r.l. (edizione del Giano) - ISBN-88-7074-147-8; € 8,00


 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.