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C’è un
passaggio molto bello d’un saggio di Pasternak – un saggio da poeta
e di poetica: “La poesia della prosa” – dove il grande scrittore
russo sottolinea l’impor-tanza e l’intreccio congenito, connaturato,
reciproco e specchiato, fra poesia e prosa, non solo per scelta
stilistica, ma dedizione e incanto d’immaginario: “Che cos’è la
poesia, compagni, se tale è ai nostri occhi il suo sorgere? La
poesia è la prosa, la prosa non nel senso delle opere in prosa di
determinati autori, ma la prosa in quanto tale, la voce della prosa,
la prosa nella sua azione, non nel racconto. La poesia è la lingua
di un fatto organico, cioè di un fatto con delle conseguenze vive. E
naturalmente, come tutto a questo mondo, essa può essere buona o
cattiva, a seconda che noi la conserviamo nella sua autenticità, o
che riusciamo a corrom-perla. Ma comunque sia, proprio questo, cioè
la pura prosa, nella sua tensione comunicativa, è la poesia.”
La poesia di Lucio Toma, trentenne pugliese qui alla sua prima vera
prova, dopo la plaquette d’esordio, Zigrinature, ora
confluita in una raccolta più organica e ripen-sata, A gonfie
vene – è la lingua di un fatto organico, cioè di un fatto con
delle conse-guenze vive…
E non basta l’autocritica pessimista di “bonifica”, a diffidarne o
aggettivarla – per pudore introiettato, per stanchezza melanconica,
per eterna e urlata delusione civile – come “arte mia
improduttiva”!:
Ma io posso solo piantare alberi d’inchiostro nelle falle
del mondo fra cemento
e silenzio
come punti di sutura.
Certo, ci sarebbe spazio per ardite discettazioni o affilate
citazioni sociologiche… Qua e là – predilezione lirica o
rimemorazione culturale che sia – riemerge un certo Leopardi
gnostico e amaro, meditabondo e quasi vietatosi a ogni speranza, che
fa dialogare uomini e dèi, entità ed elementi nelle sue Operette
morali: ma il nostro Lucio sembra conservare fino all’ultimo la
forza per un ulteriore guizzo di Idealità, se non di placata
Felicità… Leggiamo il finale de “La vita”:
Mi vesto di occhiali e metto
a fuoco ogni sagoma tumefatta
di felicità, ogni cosa
in cui inciampo non volendo…
E riconosco allora la vita
che sui volti gonzi garba lo stesso
identico dolore per via
dei graffi che accarezzando lascia
a ricordo d’averci incontrati.
Paragoniamolo ora, non tanto per nobile debito letterario, ma per
nostra laica, comune matrice filosofica, alla lucida, brillante
desolazione del Leopardi del “Can-tico del Gallo silvestre”, tanto
più saggio in quanto che consapevole dell’Utopia sperimentata e
dinamica di ogni vita che si pensi o si ambisca felice:
“Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu
che pur una ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o
durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi
vedi tu di presente o vedesti mai la felicità dentro ai confini del
mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in
qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei
tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano?”…
La lingua di un fatto organico… Cioè la pura prosa, nella sua
tensione comunicativa… “Lo stesso / identico dolore per via /
dei graffi che accarezzando lascia”… Sì, perché Lucio ha davvero
cominciato a fare poesia non soltanto per radioso afflato di
giovinezza, o consueto e sensibile surplus romantico, ma più
ancora per resistere e quasi vaccinarsi da un non facile malanno
fisico (un’insufficienza renale che lo costrinse per anni alla
pungente via crucis della dialisi, prima di una
provvidenziale ma non meno drammatica, e finalmente lusinghiera,
operazione di trapianto)…
Di qui, per intenderci, i suoi espliciti richiami lirici alle
“cicatrici come stelle di aghi / incarnite nelle vene del mio
destino”, seppure in qualche modo lenite dal contemporaneo, candido
e ignaro adagiarvisi del suo piccolo, amato figlio neonato:
Il mio braccio sinistro
Questo aneurisma di arto scolpito
di cicatrici come stelle di aghi
incarnite nelle vene del mio destino,
questo braccio sinistro che fibrilla
ancora nel firmamento della notte
dove tu, figlio, poni un pianto di colica
intestina e il tuo orecchio come
su un guanciale di melodiosi sogni
che per te è il mondo intero, questo
che mi resta a memoria d’ogni buco
nero della vita ti offro: culla che tu
colmi di respiri in braccio a Morfeo.
Immagine e singulto “espressionisti”, davvero di forte, metaforica
valenza, lirica e visiva. E che subito calamita, si capisce, antiche
e travagliate cronache di malandate fisiologie poetiche, tanto
illustri quanto a noi care; leggiamo in ordine sparso, per esempio,
qualche dolentissima stilla di diario del grande Giacomo: “La mia
vita è noia e pena” (5 maggio 1828)… “Non le parlerò del mio dolore,
il quale è tanto, che io non giungo ad abbracciarlo tutto intero”
(18 maggio 1828)… “Quasi ogni azione, e quasi ogni sensazione mi dà
dolore” (19 giugno 1830)…
Così il nostro Lucio, che si sente un po’ discepolo di Rimbaud e
dunque vuol essere “assolutamente moderno” ma soprattutto farsi
poeta-veggente dell’anima, ardisce di assumere cruda, realistica
poesia perfino con il Buscopan, il Maalox, ed altri consimili
medicinali, più o meno efficaci… Suggestioni ed esiti lirici davvero
pro-banti, che amiamo annoverare tra i momenti più originali e
disperatamente felici di questo libro, cioè di questo dimesso,
divulgato esistenzialismo, che è dunque una cu-pa, aurea
miniera di ossimori, un’armoniosa ridda dei contrari, una
vera e propria cura “omeopatica” del Vivere verso e dentro lo
Scrivere:
L’amante al butilbromuro di queste
notti bianche di spasmi
biliari appartiene agli alcaloidi
della Belladonna e fa bene
ciò che la mia donna osa
col mio cuore: curare.
Così a mattina e a sera la prendo
senza baci fra le labbra a piccole
dosi e aspetto con affetto collaterale
che plachi in silenzio piano piano
gli spasimi dei miei giorni.
Un leopardismo, ripetiamo, inevitabile ma al contempo redento, che
lo ha invischiato e dannato per tutta la prima giovinezza,
senz’altro scampo (e scopo) che l’amore vero – per sua buona
fortuna; ed il conforto (il confronto) aspro e radioso della
Scrittura. Entrambi, per vezzo aggraziato vissuti come un dolce,
riparato porto domestico contro i venti implacati della vita…
“… LE VENE non si vedono.” – annota Lucio Toma nella sua fervida,
emozionata Premessa. Ci parla delle sue vene, e di arterie sanguigne
che hanno attraversato, nutrito o indolenzito, deciso e stressato la
sua giovane vita più che a noi tutti – “Come il dolore si possono
ascoltare, ‘sentire’ sotto la pelle nel fluire del sangue che le
attraversa, vele nel mare segreto della vita”…
Per la tua anima innocente
io sono i lividi
di un sogno al risveglio
che hai scelto di vivere
e di curare con amore.
La mia carne, martoriata
dalla sfida alla vita,
che ho amata fino all’osso,
non ha riscatto di domani…
Le vene gonfie, La Rivolta Da Dentro (che è sforzo, rabbia, fatica,
intollerabile soma del quotidiano), addensano e sommuovono i volti,
i corpi, le braccia, le mani di tanti quadri, statue, testimonianze
dell’arte di ogni secolo: gonfie vene della Passione, dei Cristi più
agonici, ma anche degli umili umiliati o degli eroi sconfitti e
vittoriosi nelle grandi, ma anche piccole battaglie della vita,
della Storia… I Leonardo e i Michelangelo, i Caravaggio e i
Delacroix, fino all’arte contemporanea (ad esempio, tutti o quasi
gli espressionisti, da Munch a Schiele), disegnano,
dipingono, effigiano questo sangue che pulsa, spinge, s’indigna,
come la planimetria cilestrina o livida d’un immenso rifiuto
esistenziale, di un massimo diniego emotivo (e metafisico!), ma
insieme la ramificazione venosa, quasi il corporeo arabesco estetico
d’un bergsoniano slancio vitale, d’una libera, invitta
vitalità…
“Ambedue nati dalla costola di Klimt, ambedue dominati dalla
tensione a scavare la verità interiore,” – Eva Di Stefano ci
racconta Schiele e Kokoschka – “ambedue ossessionati dalla visione
del corpo umano come materializzazione di forze psichiche e dalla
stessa disperazione di morte.”
E a gonfie vene scrissero i grandi rivoltosi come Baudelaire,
Rimbaud, Corbière, Dostoevskij, Jack London, Kafka, Hemingway,
Céline, Boris Vian, via via fino a Kerouac, Corso, Bukowski… A
gonfie vene scriveva il coraggio di Pasolini, il primo Pagliarani e
l’ultimo Caproni, tossicchiante il Nulla… Pavese e Fenoglio, Dylan
Thomas e Bruce Chatwin, Paul Celan e Sylvia Plath: “Per spiare / Le
mie cicatrici, per auscultare / Il mio cuore – eh sì, batte”…
“Il suo corpo! la scioltezza sognata, lo schianto della grazia
attraversata da vio-lenza nuova” – scriveva il fanciullo dalle suole
di vento, il profeta delle Illuminazioni.
A gonfie vene, Lucio Toma veleggia dunque dentro, contro e
oltre il buio del suo malessere, solo assistito dalla benefica
certezza coniugale del suo amore (“e fortuna unica / nella mia vita
sei arrivata”), e dall’eguale sacrosanta fiducia nella pura,
denudante luce della poesia… Perché la giovinezza finisce presto, è
già finita: “l’età veloce dei sogni stretti / negli zàini inciampa
ai marciapiedi / dell’attesa alla stazione.” Ma anche il disincanto
può redimersi, trasmutarsi in canto:
Sorpreso il cuore
anche il rimpianto duro
spurgo della mia gola
diventa canto.
E se in amore, il dono d’una donna giusta, reale e paziente, diremmo
concretamente angelica, lo ripaga e lo acquieta di ogni dolore,
perfino del donato “cruccio / di parole senza inganno”, la sua più
fervida dichiarazione di poetica, e forse filosofia stessa, è quella
della “Sopravvivenza”:
Se ogni giorno accarezzo
le tue carni con baci
feroci di vita, amore mio,
è perché non voglio
mi sfugga la materia
dei sogni, il nocciolo
della questione
che ha nutrito il mio spirito
di sopravvivenza.
Intriga, per tutto il libro, come una diagonale intellettuale di
crucci e bizze con il travaglio stesso (e tutto il mondo, annesso e
connesso) della scrittura, ivi comprese le difficoltà editoriali di
ogni giovane poeta ad essere accolto considerato nonché stampato,
gli dettano talvolta i suoi componimenti più scettici o sfegatati,
più frustrati o peggio depressi…
Così adoro, mio Dio,
tra l’onnipotenza tua e i miei vezzi
il feticcio di una penna come
il pettine che scioglie i cirri
dei ricordi, i nodi del dolore.
Commenterebbe però l’agrodolce, umbratile Nietzsche dei Frammenti
postumi: “Se non esistesse nulla di organico, la sofferenza non
esisterebbe, ciò vuol dire: se non si credesse all’esistenza di cose
UGUALI, se non si facesse questo errore, non vi sarebbe dolore
nel mondo.”
Vogliamo dire a Lucio, e al suo Dolore maiuscolo che ha saputo prima
viversi, poi descriversi, infine vincersi, che proprio la sua
inuguale, rara sofferenza, è stato lo Spirito Vitale, nonché il
fiero guizzo espressivo che l’hanno premiato e sospinto verso i lidi
della poesia: non sempre comodi ma indiscutibilmente autentici,
accoglienti e sferzanti come l’abbraccio arioso di un golfo
profondo. Un libero vento di poesia lo percorre tutto e lo pulisce,
lo incorona e lo dimentica come il sole fa con ogni sogno svegliato,
ogni dolore che torna a sorridere, e stranamente ci fa rinascere:
Ma è tutto vero: cammino
sull’acqua dei giorni toccando
la primavera, il cielo con un dito.
E per Dio, finalmente
a gonfie vene
una indicibile
resurrezione.
Dall’alto ancora e sempre ci guarda Rimbaud, e ci protegge la sua
immaginosa, vaccinata “Mistica”, maestra dell’aldiquà: “Sul pendio
del ciglione, gli angeli ruo-tano le loro vesti di lana, nei pascoli
d’acciaio e di smeraldo.”
© Plinio Perilli
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Lucio Toma, A gonfie vene
Inroduzione di Plinio Perilli
Editrice Ianua s.r.l. (edizione del Giano) - ISBN-88-7074-147-8; € 8,00
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