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La raccolta di
poesie “Il Diario di Ombrallegra” di Dimitry Rufolo (ed. ZONA 2009)
ci offre un variegato exurcus dei possibili accadimenti sofferti da
un’anima tipicamente immersa nella cronistoria di oggi. Ecco allora
affiorare nel repertorio dell’immaginario del poeta il continuo
conflitto antieroico tra l’esistenza e l’essenza, la realtà e
l’illusione, la veglia e il sogno, in un continuo rincorrersi e
sovrapporsi di immagini in sequenza che, attraverso la potenza
evocatrice del verso, ci restituiscono il dipinto multiforme di quel
sentire complesso e screziato che ci attrae in quanto ci appartiene
come uomini che condividono questo tempo di incertezze per cui
“vorremmo dormire senza sognare / perché i sogni fanno male / e non
ci danno nulla in cambio / ma è così bello sognare…”. I temi che si
profilano sono, quindi, quelli di un “existenz minimum” dell’anima,
di una ricerca degli spazi vitali dello spirito a cui faticosamente
ci si aggrappa attraverso l’assidua frequentazione della poesia
intesa come forza catartica assoluta nella sublimazione delle
pulsioni in fuga dirompente da un reale controverso e quasi mai
appagante, anche se costantemente pervasivo, “alzate gli occhi dal
libro / e guardate senza filtri / la realtà comune / siete dentro ad
un mare di anime / e non tutte sanno nuotare”.
La notte come opportuno ambito del ritrovarsi, la donna come ingannevole ideale di
completamento, lo spreco di tempo recuperato col ricordo, la
solitudine e l’abbandono, il senso incalzante di disadattamento e
inutilità, la caducità e la precarietà dell’esistere, la crudeltà
del distacco, il senso di ineffabile estraneazione, sono sentimenti
profondamente umani e divengono altresì qui meccanismi generatori,
quindi, di questo altrove illusorio ma benefico in cui il poeta
intimisticamente si rifugia stretto e costretto da una sorta di
insormontabile claustrofobia esistenziale.
Antieroico dicevamo, sì perché il Rufolo è profondamente “umano”, scevro cioè, innanzi
tutto, da un qualsivoglia retorico indugiare che possa ammettere
pletoriche concessioni al sentimentale o al romantico poiché il suo
è un incedere costante sulla linea d’ombra di quella realistica
ambivalenza, mai risolta, tra un quotidiano delle piccole cose,
anche materiali, ed un’aspirazione al sogno rigeneratore come
ineluttabile impellenza dello spirito, tra la consapevolezza ed il
suo stesso rifiuto, in un continuo barcamenarsi tra le sconfitte e i
consci fallimenti della vita, da una parte, e l’aspirazione ad una
possibile rinascita, dall’altra, “sono qui / dall’altra parte del
mondo reale / e più che descrivere / le mie passioni / ho
l’impressione di scrivere / le mie memorie”. Da tale irrisolto
dicotomico procedere, si genera, e prende forma, come un demone
malinconico, il poetare dell’autore attraverso un incessante
scorrere di quadri che ne sostanziano l’aspetto diaristico e quasi
aneddotico sino a farsi puntuale memoria del sentire; egli, come
altrove ama alludere a se stesso, diviene così quel poeta pirata,
dal registro a volte fintamente giocoso ed amaramente beffardo e
altre volte così intimamente intriso di umana pietas, che ama le
fugaci scorrerie sull’impervio terreno del vivere comune, stando
attento, però, a lasciare dietro di sé una via di fuga sempre ben
aperta. La metafora qui, allora, la fa da padrona assoluta in quel
continuo ondivagare tra significato e significante, costituendosi
come il più adatto artificio narrativo del legame tra quel mondo
oggettivo da cui tutto discende e la trasposizione soggettiva e
personalissima dell’autore che ne sostanzia il buon esito
letterario.
Sul piano connotativo le suggestioni sono spesso offerte
come lampi, dense ed efficaci di una sola parola o poco più e le
immagini che ne risultano a volte assumono il sapore onirico di
chagalliana memoria o il sentore di rarefatte atmosfere tendenti ad
un surreale larvatamente beckettiano, anche se, altrove, il lessico
diviene più scarno e la tensione improvvisamente si allenta in prove
più descrittive e didascaliche il cui ritmo scorre quindi libero
secondo un più dimesso realismo affabulatorio che si direbbe poco
incline al “labor limae” o che, comunque, farebbe pensare ad una
stesura di getto in nome di una inseguita immediatezza. Meno
interessante la frequenza della reiterazione, a volte eufonica altre
volte malata di una ostentata trascuratezza, ma il poeta si offre
sempre con generosità all’altrui libera comprensione quando dice
“prendi quello che vuoi ma il resto / lascialo al vento / solo così
potrò ancora fiorire”, e allora accettiamo anche noi l’esortazione
del giovane parmense e, ben lungi dal voler essere stati qui
esaustivi, restiamo in trepidante attesa di altre fascinazioni che
una sua nuova fioritura di versi potrà ulteriormente senz’altro
regalarci.
© Pietro Gioja
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