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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / PIETRO GIOJA


“Il diario di Ombrallegra” di Dimitry Rufolo

La raccolta di poesie “Il Diario di Ombrallegra” di Dimitry Rufolo (ed. ZONA 2009) ci offre un variegato exurcus dei possibili accadimenti sofferti da un’anima tipicamente immersa nella cronistoria di oggi. Ecco allora affiorare nel repertorio dell’immaginario del poeta il continuo conflitto antieroico tra l’esistenza e l’essenza, la realtà e l’illusione, la veglia e il sogno, in un continuo rincorrersi e sovrapporsi di immagini in sequenza che, attraverso la potenza evocatrice del verso, ci restituiscono il dipinto multiforme di quel sentire complesso e screziato che ci attrae in quanto ci appartiene come uomini che condividono questo tempo di incertezze per cui “vorremmo dormire senza sognare / perché i sogni fanno male / e non ci danno nulla in cambio / ma è così bello sognare…”. I temi che si profilano sono, quindi, quelli di un “existenz minimum” dell’anima, di una ricerca degli spazi vitali dello spirito a cui faticosamente ci si aggrappa attraverso l’assidua frequentazione della poesia intesa come forza catartica assoluta nella sublimazione delle pulsioni in fuga dirompente da un reale controverso e quasi mai appagante, anche se costantemente pervasivo, “alzate gli occhi dal libro / e guardate senza filtri / la realtà comune / siete dentro ad un mare di anime / e non tutte sanno nuotare”.
La notte come opportuno ambito del ritrovarsi, la donna come ingannevole ideale di completamento, lo spreco di tempo recuperato col ricordo, la solitudine e l’abbandono, il senso incalzante di disadattamento e inutilità, la caducità e la precarietà dell’esistere, la crudeltà del distacco, il senso di ineffabile estraneazione, sono sentimenti profondamente umani e divengono altresì qui meccanismi generatori, quindi, di questo altrove illusorio ma benefico in cui il poeta intimisticamente si rifugia stretto e costretto da una sorta di insormontabile claustrofobia esistenziale.
Antieroico dicevamo, sì perché il Rufolo è profondamente “umano”, scevro cioè, innanzi tutto, da un qualsivoglia retorico indugiare che possa ammettere pletoriche concessioni al sentimentale o al romantico poiché il suo è un incedere costante sulla linea d’ombra di quella realistica ambivalenza, mai risolta, tra un quotidiano delle piccole cose, anche materiali, ed un’aspirazione al sogno rigeneratore come ineluttabile impellenza dello spirito, tra la consapevolezza ed il suo stesso rifiuto, in un continuo barcamenarsi tra le sconfitte e i consci fallimenti della vita, da una parte, e l’aspirazione ad una possibile rinascita, dall’altra, “sono qui / dall’altra parte del mondo reale / e più che descrivere / le mie passioni / ho l’impressione di scrivere / le mie memorie”. Da tale irrisolto dicotomico procedere, si genera, e prende forma, come un demone malinconico, il poetare dell’autore attraverso un incessante scorrere di quadri che ne sostanziano l’aspetto diaristico e quasi aneddotico sino a farsi puntuale memoria del sentire; egli, come altrove ama alludere a se stesso, diviene così quel poeta pirata, dal registro a volte fintamente giocoso ed amaramente beffardo e altre volte così intimamente intriso di umana pietas, che ama le fugaci scorrerie sull’impervio terreno del vivere comune, stando attento, però, a lasciare dietro di sé una via di fuga sempre ben aperta. La metafora qui, allora, la fa da padrona assoluta in quel continuo ondivagare tra significato e significante, costituendosi come il più adatto artificio narrativo del legame tra quel mondo oggettivo da cui tutto discende e la trasposizione soggettiva e personalissima dell’autore che ne sostanzia il buon esito letterario.
Sul piano connotativo le suggestioni sono spesso offerte come lampi, dense ed efficaci di una sola parola o poco più e le immagini che ne risultano a volte assumono il sapore onirico di chagalliana memoria o il sentore di rarefatte atmosfere tendenti ad un surreale larvatamente beckettiano, anche se, altrove, il lessico diviene più scarno e la tensione improvvisamente si allenta in prove più descrittive e didascaliche il cui ritmo scorre quindi libero secondo un più dimesso realismo affabulatorio che si direbbe poco incline al “labor limae” o che, comunque, farebbe pensare ad una stesura di getto in nome di una inseguita immediatezza. Meno interessante la frequenza della reiterazione, a volte eufonica altre volte malata di una ostentata trascuratezza, ma il poeta si offre sempre con generosità all’altrui libera comprensione quando dice “prendi quello che vuoi ma il resto / lascialo al vento / solo così potrò ancora fiorire”, e allora accettiamo anche noi l’esortazione del giovane parmense e, ben lungi dal voler essere stati qui esaustivi, restiamo in trepidante attesa di altre fascinazioni che una sua nuova fioritura di versi potrà ulteriormente senz’altro regalarci.

© Pietro Gioja
www.ecodisicilia.com/

 

Dimitry Rufolo, Il Diario di Ombrallegra

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.